
Un racconto di Elena
Dopo 13 anni di convivenza e due figli (Irene, 9 anni e Andrea, 5 anni) abbiamo
deciso di sposarci e di regalarci (e farci regalare!) il viaggio di nozze negli
USA. Sicuramente l’itinerario percorso sarebbe stato più agevole se lo avessimo
spezzettato in tre viaggi ma, essendo quattro persone, la spesa totale non è
stata irrisoria e per paura di non avere più l’opportunità di tornare negli USA
abbiamo deciso di inserire “quasi” tutti i luoghi che ci avevano sempre
attratto.
Il titolo del diario racchiude un po’ il tema dominante del viaggio perché come
ha scritto il giornalista Beppe Severgnini “in America non si va, in America si
torna, anche la prima volta!” Infatti siamo cresciuti vedendo quei luoghi nei
films e nei telefilms americani ed andando negli USA si ha costantemente la
classica sensazione di déjà vu. Per cui durante il viaggio ho cercato sia di
“rivedere” posti che mi evocavano ricordi d’infanzia sia di immaginare con i
bimbi quali scenari hanno ispirato i disegnatori di molti cartoni animati.
INFO PRATICHE
Dal 10 giugno al 2 luglio abbiamo “visto” 5 città (New York, San Francisco, Las
Vegas, Salt Lake City e Los Angeles) ed abbiamo toccato 7 stati (New York,
California, Nevada, Utah, Idaho, Wyoming e Arizona) percofrendo 6769.06 Km (4207
Miles), di cui 1351.56 (840 Miles) in auto ed i restanti in camper. Oltre al
primo pieno di carburante compreso nel noleggio auto, abbiamo consumato circa
348.886 galloni di benzina (1320 litri) per una spesa di circa 1100 dollari.
Il volo intercontinentale con Swiss Air (698,00 euro/adulto e 575,00
euro/bambino) ed il volo interno con Continental (127,00 euro) sono stati
prenotati a dicembre. Abbiamo scelto il camper (Cruise America, prenotato
mediante www.usandcanadatravel.com perché aveva il prezzo più basso) per la
presenza dei bambini e per poter sostare la notte nei parchi. Questa scelta si è
rivelata azzeccata per quanto riguarda il rapporto con la natura visto che ci ha
permesso di dormire dentro luoghi fantastici e di incontrare ogni mattina o sera
animali sempre diversi. Ci ha un po’ penalizzato nelle lunghe tappe di
spostamento e nella visita di alcuni luoghi raggiungibili solo con strade
strette o sterrate che quindi abbiamo dovuto saltare. Inoltre i bambini in
camper non hanno mai dormito durante le tappe di trasferimento ma hanno giocato
tutto il tempo per cui, andando a letto intorno alle 23.00, la mattina era
veramente difficile riuscire a svegliarli. Infatti, nonostante noi adulti ci
svegliassimo alle 7.00, raramente siamo riusciti a metterci in marcia prima
delle 8.30-9.00. La macchina (prenotata mediante www.enoleggioauto.it) è stata
affittata per attraversare la Death Valley. Infatti dalla metà di giugno è
proibito percorrere la Death Valley in camper (per alcune compagnie sei soltanto
non coperto dall’assicurazione del camper) e la Cruise America ti fa proprio
firmare una dichiarazione in cui affermi che non ci andrai. Invece nella Death
Valley abbiamo incontrato ben 3 camper tutti Cruise America! Abbiamo fatto
l’assicurazione mediante www.viaggiaresicuri.it e purtroppo l’abbiamo
collaudata!
Il viaggio è stato organizzato nei minimi dettagli seguendo i consigli delle
guide Routard “USA Ovest I parchi nazionali” e “California”, della guida oro TCI
“New York”, la guida Lonely Planet “New York”, e Globus – Enciclopedia dei paesi
e degli itinerari – Stati Uniti e Canada della Mondadori (che è uscita appena
abbiamo cominciato a pensare a questo viaggio), leggendo le informazioni ed i
diari di viaggio pubblicati in internet su www.turistipercaso.it;
www.vacanzeinamerica.net; www.states4u.com; e soprattutto consultando i messaggi
e facendo domande agli amici dei vari forum (www.45parallelonord.com;
www.tripadvisor.com; ). Per la visita dei parchi sono stati molto utili anche i
siti www.travellersonline.net; www.redgreenshapes.it; www.matteostefani.it;
www.jekoz.net; www.fotoavventure.it; www.farwest.135.it; www.alexfalcone.com;
www.utahredrocks.com; www.terragalleria.com/parks; www.inostriviaggi.it;
www.thebananatours.com; www.worldreamers.com; www.webalice.it/cortid;
www.catenazzi.it/USA; www.msereno1970.interfree.it, dove si trovano consigli,
brevi recensioni, belle foto o simpatici filmini.
Le distanze tra i luoghi sono state calcolate utilizzando www.mapquest.com (ed
avevamo con noi una stampa di tutti i tragitti prefissati). Tuttavia la
previsione del tempo del viaggio su lunghe distanze è risutata poco attendibile
per il camper (nella tappa Bryce-Jackson abbiamo riscontrato una differenza di
circa un’ora). Durante il viaggio abbiamo seguito il percorso consultando il
“North America Road Atlas” della Michelin. Le cartine e molte informazioni
riguardanti i parchi sono state scaricate da www.nps.gov;
www.americansouthwest.net; www.utah.com; www.arizonaguide.com;
www.desertusa.com.
Per NY sono stati consultati anche i siti www.nyc-site.com; www.nycvisit.com;
www.a-newyork.com; www.tuttoamerica.it; www.centralpark.com. Inoltre, per non
far stancare subito i bimbi a NY avevo scaricato dal sito
www.mtahq.org/nyct/maps le linee di metro e bus con relative fermate per
spostarci da un quartiere all’altro di Manhattan.
Gli alberghi e buona parte dei campeggi sono stati prenotati dall’Italia per
perdere meno tempo in loco ed essere sicuri di dormire nei parchi. Gli albergi
di New York e San Francisco sono stati prenotati tramite agenzia, perché
facevano parte della nostra lista nozze per amici e conoscenti, e quindi il
prezzo è stato un po’ più alto rispetto alla prenotazione diretta. Gli altri
pernottamenti sono stati prenotati via internet o telefono. Anche i biglietti di
alcune attrazioni (Empire State Building, Statua della Libertà, Crociera nella
baia di San Francisco, Acquario di San Francisco, tour in elicottero del Grand
Canyon) sono stati prenotati dall’Italia rispettivamente ai siti:
www.esbnyc.com; www.statuereservations.com; www.blueandgoldfleet.com;
www.aquariumofthebay.com; www.papillon.com. Non sono stati prenotati i
pernottamenti dei giorni in cui dovevamo fare lunghi spostamenti non sapendo
bene dove saremmo riusciti ad arrivare ma avevamo con noi una lista di possibili
campeggi per le diverse aree. Col senno di poi avremmo fatto bene a prenotare
anche questi!
Nonostante tutta l’organizzazione, una volta negli USA ci siamo trovati di
fronte a paesaggi così immensi e meravigliosi che il tempo è volato a
contemplarli e quindi alcune piccole tappe sono saltate; una volta nei parchi
non ho avuto neanche il tempo di consultare i miei appunti (e un’intero
quadernone contenente fogli stampati da internet) o le guide, per cui abbiamo
girato a memoria, per istinto, restando magari più tempo in zone che non avevo
considerato molto e vedendo più superficialmente per mancanza di tempo posti che
ritenevo imperdibili. Infatti ci siamo ritrovati più volte convinti di aver
passato poco tempo a vedere un paesaggio e a fare foto in realtà erano magari
passate 2 ore. Come dicono tutti sono veramente luoghi incredibili che nessun
racconto e nessuna foto potrà rendere. Abbiamo scattato circa 3600 foto e girato
13 ore di film ma ogni volta che le rivediamo mi sembra sempre di aver
tralasciato qualche particolare interessantissimo che rimarrà solo un ricordo
nella nostra memoria. Comunque, nonostante i notevoli imprevisti, il viaggio ci
ha permesso di vedere la maggior parte dei luoghi previsti nella pianificazione
e soprattutto i bambini si sono dimostrati ottimi viaggiatori seguendo un
itinerario abbastanza impegnativo per loro ed assecondando le nostre lunghe
soste per scattare foto al tramonto! Prima del viaggio non ci avrei giurato!
Inoltre il tempo ci ha assistito perché dopo i tre giorni a New York con nuvole
e pioggia abbiamo avuto 19 giorni di sole!
Vorrei avvertire chi si accingesse nella lettura del diario sottostante che
potrebbe risultare un po’ pesante perché oltre alla nostra esperienza riporta
anche brevi informazioni/descrizioni riguardanti i luoghi visitati. Lo scopo non
è creare una mini-guida turistica, per la quale non ho certo la competenza. E’
solo che a me non basta vedere le cose ma mi piace capire come si è creato un
paesaggio tanto particolare o conoscere la storia che c’è dietro un determinato
monumento (non per niente leggo Martin Mystère!). Quindi di ogni viaggio mi
piace avere una breve descrizione delle cose viste per poter ricordare meglio
ciò che ho imparato visitando un luogo.
DIARIO
Sunday, 10th of June
Località: NEW YORK
Alloggio: Bedford Hotel, 118 East 40 Street, New York, NY 10016 (room 506)
Prezzo: 278 € (prenotato tramite agenzia)
Luoghi visti:
JFK Airport
Madison Square Garden
Chrysler Building
Grand Central Station
Time Square
Avremmo dovuto partire alle 09.40 con un volo Swiss Air ma la visita di Bush a
Roma ha creato un po’ di scombussolamento, così l’aereo parte con un’ora
abbondante di ritardo ed a Zurigo l’orario della coincidenza viene spostato di
30’. Durante il volo intercontinentale i bimbi si divertono un sacco a cambiare
i canali della televisione e le hostess gli regalano un giochino a testa con cui
passare il tempo. Arriviamo al JFK alle 16.00 e giriamo un po’ per l’aeroporto
per prendere l’air train per Jamaica Station ($5.00) più il trenino Long Island
Rail Road (LIRR) per Penn Station ($3.00). Prima di arrivare a Manhattan
attraversiamo il Queens che lascia Andrea di stucco: è la dimora di Peter
Parker. Appena usciti vediamo davanti a noi la maestosità dell’Empire State
Building e sulla destra il Madison Square Garden. E’ il tempio dello sport. Qui
giocano le squadre di New York di basket e di hockey, vi si svolgono incontri di
boxe, tornei di tennis ed altri avvenimenti sportivi.
Decidiamo di arrivare a piedi fino all’albergo trascinando le valige ed
assaporando l’atmosfera di New York. Qui si sta svolgendo la festa portoricana e
molti ragazzi con la faccia dipinta dei colori della bandiera schiamazzano per
la città. Lungo il tragitto cambiamo il nostro progetto iniziale di salire
subito sull’Empire State Building perché il cielo è coperto e rimandiamo ad una
serata migliore (decisione sbagliatissima perché non ci sarà una serata
migliore!!!). Percorriamo un po’ di 5th Avenue e di Park Avenue dirigendoci
verso l’albergo. Il nostro albergo non è un granchè ma è situato in un posto
vicinissimo al Chrysler Building e alla Grand Central Station che andiamo subito
a visitare appena depositati i bagagli. Il Chrysler Building è uno dei
grattacieli più caratteristici di New York, bellissimo sia di giorno che di
notte per cui molto presente nelle mie foto. E’ un capolavoro in stile liberty,
decorato con piccole statue grottesche; essendo alto 319m, è stato il più alto
grattacielo fino all’avvento dell’Empire State Building. Entriamo nella Grand
Central Station che è stata utilizzata per girare alcuni film come Ventesimo
Secolo, Cotton Club, La leggenda del re pescatore, Carlito’s way. La facciata a
sud in stile neo-classico è sovrastata dalla statua di Mercurio, il Dio
dell’antica Roma del commercio e del viaggiare. L’atrio è la parte più imponente
dell’edificio: immensa e luminosa, grazie alle ampie vetrate che illuminano la
pavimentazione di marmo del Tennesse, e con il soffitto dipinto a volta celeste;
le costellazioni formate da un totale di 25.000 stelle sono illuminate da 59
stelle da 24 karati l’una, illuminate da cavi in fibra ottica; la visuale è
“come se lo vedesse Dio” citando le stesse parole del pittore e allude alla
prospettiva delle stelle, viste dal di sopra e non dalla terra. Sempre
all’interno sono da ricordare il grande orologio in ottone sopra il chiosco, ed
il maestoso candeliere recentemente restaurato, placcato oro e nickel appeso
alla volta laterale. Le scalinate furono protagoniste nella mitica scena della
carrozzella nel film di Brian De Palma The Untouchable.
Compriamo una Pay-Per-Ride MetroCard: la corsa singola costa $ 2.00, però se il
valore d’acquisto supera i $10.00 si riceve un bonus del 20%. Così con $10.00 ci
assicuriamo 6 corse (3 a testa visto che ogni bambino può passare con un
adulto). Prendendo la Metro 7 (Linea Viola) ci fermiamo alla stazione Times
Square-42 Street/Broadway/7 Avenue e ci catapultiamo in Time Square. Vista la
gran confusione che ci circonda ci domandiamo se abbiamo fatto proprio bene ad
inserire New York nel nostro viaggio. Ma pian piano l’iniziale sbandamento si
trasformerà in eccitazione. Mangiamo da McDonald’s e ci divertiamo a fotografare
i cartelloni pubblicitari illuminati e le insegne dei teatri del Theatre
District in cui vengono rappresentati spettacoli come Mary Poppins ed il Re
Leone. Decidiamo di tornare all’albergo a piedi e, all’altezza del Bryant Park
vediamo in lontananza l’Empire State Building illuminato di bianco, verde ed
arancio, credo in onore della festa portoricana. Avvicinandoci all’albergo
fotografiamo nuovamente il Chrysler Building che ora è tutto illuminato.
Monday, 11th of June
Località: NEW YORK
Alloggio: Bedford Hotel, 118 East 40 Street, New York, NY 10016 (room 506)
Prezzo: 278 € (prenotato tramite agenzia)
Luoghi visti:
The Sphere
Statua della Libertà
Ellis Island
Downtown Manhattan
Civic Centre
Brooklin Bridge
La mattina ci svegliamo alle 7.00 e facciamo colazione nel primo Starbucks che
incontriamo: glazed donuts, caffe ustionante per Sergio, thè bollentissimo per
me e latte gelido per i bambini (domani dovremo aggiustare il tiro!). Per paura
di non arrivare in tempo per il primo battello per la Statua della Libertà
(8:45) finiamo di consumare le bevande in metro come fanno i newyorkesi.
Prendiamo la Metro 4 (Linea Verde) da Grand Central-42 Street/Park Avenue a
Bowling Green e ci dirigiamo verso Battery Park. Incontriamo The Sphere, una
scultura in bronzo e acciao di Fritz Koening che era ubicata sopra una fontana
di granito in mezzo alla piazza tra le torri del WTC e che è stata ritrovata
fortemente danneggiata in seguito agli attacchi. Oggi costituisce un luogo di
raccoglimento a ricordo delle vittime dell’11 settembre 2001. Di fronte al
monumento si trova una fiamma eterna e la scritta “In onore di tutti coloro che
abbiamo perduto”. Qui facciamo il nostro primo incontro con gli scoiattoli di
New York ed i bambini impazziscono inseguendoli con la macchina fotografica.
Arriviamo a Castle Clinton che ospita la biglietteria per la Statua della
Libertà ed Ellis Island ed otteniamo subito i nostri biglietti prenotati ed il
“Monument Access Pass” per accedere all’interno della Statua. Passato il primo
controllo di sicurezza, saliamo sul battello e partiamo per l’isola che ospita
la Statua della Libertà, simbolo della città. Memorabile è la sua apparizione
nel film Il pianeta delle scimmie. E’ una giornata bellissima e riprendiamo con
la telecamera tutto il tragitto all’interno della baia di Manhattan. Appena
scesi ci dirigiamo verso la seconda fila per i controlli di sicurezza e lasciamo
lo zainetto nell’apposito armadietto. Entrando nella Statua si trova la prima
fiaccola in vetro colorato realizzata da Bartholdi. Si può arrivare fino al
piedistallo della Statua passando attraverso un museo che ripercorre la storia
della realizzazione della statua stessa con stampe d’epoca. La Statua (alta
46.05m) raffigura una donna che indossa una corona i cui raggi rappresentano i
sette mari ed i continenti. Con la mano destra regge la fiaccola che simboleggia
la libertà (quella attuale è una copia dell'originale ed è placcata in oro 24
carati), con la mano sinistra una grande tavola in pietra su cui è incisa la
data del 4 luglio 1776, giorno in cui fu sancita la Dichiarazione di
Indipendenza degli Stati Uniti. La donna calpesta delle catene, simbolo della
tirannia. Inutile dire che le foto verso la statua da ogni angolazione e verso
Lower Manhattan si sprecano. Ripartiamo verso Ellis Island, la “sala d’attesa
della terra promessa”. All’interno è stato aperto un museo in cui sono state
ricostruite le sale presenti all’epoca dell’immigrazione. Al piano terra è
riprodotta la “Baggage Room” che contiene bauli, valigie, ceste degli immigrati
e sono presenti alcune sale che illustrano la storia dell’immigrazione in USA.
Al primo piano c’è la “Registry Room” e lungo i due corridoi sono elencate e
raffigurate la lunga serie di prove cui gli immigrati dovevano sottoporsi (esami
medici, prove di alfabetizzazione). Purtroppo questi due piani non siamo
riusciti a goderceli perché c’erano intere scolaresche in gita assiepate intorno
ad ogni cartellone e ad ogni vetrinetta. In più ogni alunno, intento a compilare
dei fogli contenenti presumibilmente dei quiz riguardanti il museo, era aiutato
da uno o due genitori che urlavano la risposta giusta da un capo all’altro di
ogni stanzetta. Tra il numero spropositato di visitatori ed il chiasso che
facevano (poi dicono delle gite scolastiche dei bambini italiani!) era
impossibile vedere e tantomeno leggere. Al terzo piano, li abbiamo battuti in
velocità, così abbiamo potuto ammirare gli oggetti (bambole, ferri da stiro,
vestiti, strumenti musicali) arrivati a New York grazie agli immigrati: è bello
vedere le differenze degli oggetti in base ai luoghi di provenienza (Scozia,
Russia, Austria, Italia). Irene vorrebbe fotografare ogni vetrinetta. Toccante è
la ricostruzione dei dormitori. In alcune salette ci sono dei plastici che
riproducono Ellis Island nelle varie epoche. Ben presto però l’orda chiassosa ci
raggiunge e diventa sempre più difficile seguire la narrazione scritta.
Ci fermiano a mangiare nel parco guardando sia la Statua della Libertà che Lower
Manhattan: pretzel per mamma e Irene (un po’ troppo salato) e hot dog per i
maschietti. Prendiamo il traghetto strapieno per tornare a Battery Park. Qui
troviamo dei ragazzi che fanno evoluzioni acrobatiche per vivere e ci fermiamo a
guardare lo spettacolo. Una decina di bambini vestiti o in costume fanno la
doccia in una fontana nel parco che zampilla acqua ad intermittenza. A guardare
questo spettacolo estivo immersi nel verde non sembra di essere in una delle più
grandi metropoli del mondo. Cominciamo a camminare per downtown alla ricerca di
posti “noti” e caratteristici. Risaliamo State Street: al 7-8 si osserva la
James Watson House (elegante residenza georgiana rossa e bianca) e
successivamente la ex-US Custom House, con le statue che rappresentano i 4
continenti (dell’epoca!), che ospita il museo nazionale degli indiani d’America.
Alla fine della strada si trova il Bowling Green, il parco più antico della
città, ed al limitare nord del parco il Charging bull, che indica l’entrata al
Financial District. Stone Street e Pearl Street custodiscono gli edifici meglio
conservati della New York del XVIII secolo. Noi ci avventuriamo in Pearl Street
dove c’è il Fraunces Tavern Museum. Questo edificio del 1719 riproduce una
tipica casa inglese del XVIII secolo. Stone Street fu la prima strada della
città pavimentata con ciottoli. In queste strade ci sono edifici veramente
magnifici tanto che è pieno di locali con tavolini all’esterno dove i turisti
mangiano guardando questi incredibili panorami architettonici. Non sembra
veramente di essere a New York. In Conties Alley c’è Indian House, edificio in
brownstone che fu sede della Cotton Exchange prima della guerra civile.
Attraversando Hannover Square, giriamo a sinistra in Hannover Place e arriviamo
a Wall Street. Questa strada viene identificata da tutti con la borsa di New
York e per questo che è considerata il cuore del mondo finanziario americano e
mondiale. L'origine del nome è legata al muro che fu costruito in questa zona
nel 1653 su ordine del governatore olandese Peter Stuyvesand. Il muro,
costituito da grosse tavole di legno e alto circa 2 metri, si estendeva
dall'Hudson River fino all'East River, proprio dove oggi c'è Wall Street. Il
motivo ufficiale della sua erezione fu la protezione dei coloni dagli attacchi
degli indiani, ma molto probabilmente la ragione vera fu quella di scongiurare
eventuali attacchi dei coloni Britannici del New England. L'attacco comunque
venne solo nel 1664 e dal mare, così il muro non servì mai al reale scopo per
cui fu costruito. Gli Inglesi lo demolirono nel 1699. Al 40 Wall Street c’è
l’ex-Bank of Manhattan o Trump Building. Purtroppo è difficile rendere omaggio a
questi grattacieli fotografandoli a distanza così ravvicinata. Incontriamo a
destra Federal Hall, edificio in stile dorico, davanti al quale è collocata la
statua di Washington. In questo stabile si tenne la prima riunione del congresso
americano nel 1789 e George Washington pronunciò il primo giuramento come primo
presidente degli Stati Uniti. A sinistra, in Broad Street, c’è la NY Stock
Exchange, la borsa di New York, dove vi sono stati girati Una poltrona per 2 e
Wall Street. È qui che gli operatori dell'epoca hanno vissuto il drammatico crac
del '29, seguito dalla depressione degli anni '30. La facciata in stile corinzio
è sormontata da un frontone decorato con un gruppo scultoreo, ”l’Onestà protegge
il lavoro dell’uomo”. Al 14 Wall Street c’è un palazzo in stile liberty ispirato
al mausoleo di Alicarnasso ed in fondo alla strada la Bank of New York con
mosaico rosso e oro, ma il guardiano mi fa segno che non posso fotografare il
palazzo (l'esterno? Mah!). Davanti a noi compare Trinity Church, la chiesa
anglicana in stile gotico revival, il primo esempio a New York. Dal punto di
vista architettonico la cosa più importante da segnalare sono le tre porte in
bronzo della facciata, ispirate alle famose porte in bronzo del Battistero di
Firenze. La lunga e buia navata comprende una bella vetrata istoriata sopra
l’altare. La chiesa è stata edificata in arenaria rossa, annerita dal tempo, ed
il suo campanile raggiunge gli 86,50m di altezza. E’ buffo pensare che alla fine
del XIX secolo era il monumento più alto di New York e quindi era punto di
riferimento per le navi. Oggi è letteralmente attorniata da grattacieli immensi.
Nel cimitero circostante riposano alcuni dei più grandi nomi della storia
coloniale americana. Girando a destra in Broadway Street e ed a sinistra in
Liberty Street si arriva al WTC, ora un cantiere a cielo aperto. Seguendo Church
Street e girando in Fulton Street si arriva a St. Paul Chapel, la chiesa più
antica di Manhattan. Ispirata alla chiesa St. Martin-in-the-Fields (Londra), è
in stile georgiano tipico del periodo coloniale. Da qui si vede l’Equitable
building che è un enorme palazzo neorinascimentale di 41 piani con un massa di
111000 mq. Fu infatti progettato prima della legge del 1916 che stabiliva dei
criteri per la costruzione dei nuovi grattacieli che averebbero dovuto
assottigliarsi in altezza con rientranze successive per non soffocare le strade
di New York. Girando a sinistra in Broadway Street si arriva al Civic Centre. Il
City Hall Park è sede della City Hall (sede dell’uffico del sindaco di New York)
e della Tweed Court House (monumento alla corruzione del tardo XIX secolo). Ci
fermiamo a riposare un po’ nel City Hall Park, mangiando un gelato, e
contempliamo i giochi d’acqua della fontana. Dietro a noi c’è il Woolworth
building ispirato al Parlamento di Londra che fu l’edificio più alto del mondo
fino al 1930 quando fu costruito il Chrisler. Davanti scorgiamo il Municipal
building (sede amministrativa del municipio di New York) e la US Courthouse. Nel
City Hall Park il 9 luglio 1776 George Washington lesse la dichiarazione di
indipendenza adottata dal congresso il 4 luglio 1776. Park row (ex-Newspapers
row), la strada che costeggia il parco ad est, nel 1895 era sede di circa 15
quotidiani tra cui Times, Sun, Post World, Tribune. Ci avviciniamo alla City
Hall in stile georgiano con la torre dell’orologio sormontata da una statua che
rappresenta la giustizia. Nel parco gli scoiattoli fanno continue evoluzioni su
e giù dagli alberi, per la gioia dei bambini. A New York vediamo gli scoiattoli
della specie Eastern Grey Squirrel di cui esiste una variante molto scura
chiamata Black Squirrel. Ed in questo piccolo parco ne vediamo un esemplare. Il
Municipal building è la sede amministrativa del municipio di New York. La torre
di 14 piani coronati da un palazzo rinascimentale si appoggia su una base
monumentale formata da un colonnato neoclassico. Il complesso è completato da
obelischi e tre tamburi sovrapposti, il primo dei quali è cinto da 4 campanili
simbolo dei 4 “boroughs” uniti a Manhattan. Affacciandoci su Foley Square,
vediamo meglio US Courthouse, il tribunale federale, la cui torre sovrasta un
porticato di 10 colonne e termina con una piramide dorata. Vicino c’è NY County
Courthouse, il tribunale della contea di New York, di forma esagonale, ha
l’aspetto di un tempio corinzio con scalinate monumentali. Sul frontone
troneggiano le statue della giustizia, fede e uguaglianza. Qui sono state girate
scene dei film Il Padrino, Pericolosamente insieme e A proposito di Henri.
Ci dirigiamo verso la passerella pedonale del Brooklin Bridge (1883), altro
simbolo di New York. Con i due piloni di granito, i cavi di acciao, la struttua
metallica con una campata di 500m, a 45m d’altezza dall’acqua, è il più
imponente ponte ottocentesco. Tuttavia il fatto che la passerella sia di legno e
che sotto ci passino continuamente macchine mette a dura prova le mie vertigini
per cui non riesco a godermi la traversata, di circa 20-30 minuti, come avrei
voluto. Abbiamo una bella vista del Manhattan Bridge e vediamo Lower Manhattan
allontanarsi piano piano. Il Manhattan Bridge (1909) è stato il terzo ponte
costruito a downtown per collegare Manhattan a Brooklyn. Verso nord scorgiamo
anche l’Empire ed il Chrisler. Sotto i piloni è possibile osservare le targhe di
ottone su cui sono incise le riproduzioni della città nei diversi momenti della
sua storia. Mentre attraversiamo il ponte il cielo si rannuvola. A Brooklin ci
dirigiamo verso la Brooklyn Heights Promenade, ammirando durante il percorso le
Brownstone Newyorkesi. Sulla Promenade dovrebbe esserci la migliore vista di
Downtown Manhattan per ammirare il panorama al tramonto ma il tempo è
inclemente. Abbiamo portato il cavalletto perché vorremmo fare delle foto della
skyline al tramonto e all’imbrunire con le luci di New York accese. Essendo
sfumato il primo obiettivo (il sole è tramontato completamente coperto dalle
nuvole!) cerchiamo di centrare il secondo ma comincia a piovere. Ci ripariamo
sotto una tettoia ed imperterriti aspettiamo il buio. I bambini (dei santi!)
continuano a giocare tra di loro per cui tiriamo fino alle 21.00, facciamo una
serie di foto con varie esposizioni e prendiamo la metro per tornare in albergo,
vicino al quale avevamo adocchiato una pizzeria. Prendiamo la Metro 3 (Linea
Rossa) da Clark Street a Broadway-Nassau Street/Fulton Street e da qui la Metro
4 (Linea Verde) fino a Grand Central-42 Street/Park Avenue. Arrivati all’albergo
intorno alle 22.00 vediamo che la pizzeria è chiusa per cui cerchiamo dei panini
(pane e pollo) in un locale vicino.
Tuesday, 12th of June
Località: NEW YORK
Alloggio: Bedford Hotel, 118 East 40 Street, New York, NY 10016 (room 506)
Prezzo: 278 € (prenotato tramite agenzia)
Luoghi visti:
Little Italy
ChinaTown
Tribeca
Soho
Greenwich village
Flatiron Building
5th Avenue
Empire State Building
Con le corse di ieri abbiamo esaurito la Pay-Per Ride MetroCard (che è
ricaricabile) ma visto il programma della giornata che prevede molte più corse
in metro decidiamo di acquistare 2 Unlimited Ride MetroCard giornaliere. Con
questa Metrocard si possono fare tutti i viaggi che vogliamo, l’unica
limitazione è temporale. I costi e la durata sono: , $ 7 giornaliero, $ 24
settimanale, $ 76 mensile. Noi dobbiamo acquistarne 2 perché la stessa carta si
puo riutilizzare soltanto dopo 20’ dall’ultimo utilizzo. Inizialmente pensavo di
alternare corse lunghe in metro e corse brevi in autobus ma vista la velocità e
la facilità dell’utilizzo della metro abbiamo optato sempre per questo mezzo.
Per prima cosa colazione da Starbucks: ma questa volta chiediamo latte tiepido
per i bambini e Sergio aggiunge un po’ di latte freddo al suo caffè bollente.
Inoltre non avendo problemi di orario ci sediamo al tavolinetto per consumare il
pasto. Prendiamo la Metro 4 (Linea Verde) fino a Canal Street /Centre Street e
ci dirigiamo in Mulberry Street, il cuore di LITTLE ITALY. Facciamo le foto di
rito ma la zona ha un aspetto troppo turistico. Continuiamo su Canal Street che
fa già parte di CHINATOWN. Ci addentriamo in Mott Street e Pell Street per fare
un po’ di foto caratteristiche. Vediamo la Church of Transfiguration, chiesa
cattolica dal 1827 per immigrati italiani ed irlandesi che testimonia
l’inglobamento di Little Italy da parte di Chinatown. Arriviamo al Columbus
park, dove i bimbi giocano un po’ nel parco giochi frequentato da bambini cinesi
(a quest’ora ci sono solo bambini al di sotto dei 3 anni) accompagnati da nonni
arzilli intenti a fare tai chi. Usciti dal parco, ci incamminiamo lungo Worth
Street: questo punto indica il centro del quartiere irlandese di Five Points,
ritratto nel film di Martin Scorsese, Gangs of New York (anche se il film è
stato girato a Cinecittà!)
Passiamo dietro Foley Square, così abbiamo modo di vedere il Civic Centre da
un’altra angolazione e ci dirigiamo verso TRIBECA. TriBeCa è l'acronimo di
Triangle Below Canal Street ed indica la zona compresa nel triangolo che si
trova sotto Canal Street, tra Broadway e l'Hudson River. Dopo Greenwich Village
e SoHo, questa è la zona dove vengono a rifugiarsi intellettuali, artisti e
attori famosi quali De Niro (in Greenwich St. c'è il suo ristorante e
Filmcenter) o Dafoe. Arriviamo all’incrocio tra Houston Street e Harrison Street
dove ci sono 8 belle dimore costruite tra il 1804 ed il 1828. Alcune erano già
in Harrison Street altre sono state trasportate da Washington Street e quindi
furono salvate dalla demolizione del quartiere per permettere lo sviluppo dei
moli lungo l’Hudson. Tornado indietro, sempre per Worth Street scorgiamo al 346
Broadway The Clocktower, palazzo in stile Renaissance Revival, ex sede della NY
Life Insurance company, con la sua caratteristica torre dell’orologio.
Percorrendo Centre Street arriviamo alla fermata della metro dove prendiamo la
Metro R (Linea Gialla) da Canal Street/ Centre Street a Prince Street per
visitare SOHO. La parola SoHo è l'acronimo di South of Houston Street. SoHo è
anche chiamato il CAST IRON DISTRICT, per il notevole numero di edifici
costruiti con una struttura in ghisa. Infatti l'utilizzo della ghisa ebbe una
larga diffusione negli Stati Uniti, nel trentennio compreso tra il 1860 ed il
1890, durante il quale vennero costruiti più edifici di questo tipo che in ogni
altra parte del mondo. In quel periodo questo quartiere era il centro
commerciale della città. Questi edifici sono considerati gli antenati dei
moderni grattacieli. Infatti il carico del palazzo è supportato dallo scheletro
e le pareti in mattoni sono solo la "pelle" che riveste l'esterno. La struttura
della parete esterna, in ghisa, oltre ad avere un'utilità funzionale, ne ha
anche una estetica e lo stile che venne utilizzato in prevalenza era quello
rinascimentale italiano e francese. All’epoca gli edifici a più piani ospitavano
fabbriche di biancheria o vestiti con vetrine a livello della strada. Altra
caratteristica di SoHo sono i lofts, abitazioni ricavate in vecchi magazzini
restaurati, costituiti da un'unica stanza di grandi dimensioni con ampie vetrate
e pareti fatte a mattoncini, che hanno attirato numerosi artisti negli anni ’50
quando la zona entrò in crisi e gli affitti si fecero contenuti. Oggi Soho, come
il Greenwich Village, è considerato un quartiere di artisti, anche se il forte
sviluppo commerciale ed il conseguente aumento degli affitti ha spinto molti a
lasciare questa zona. Prince Street è il cuore di Soho. All’incrocio di Prince
Street con Green Street la facciata dell’edificio all’angolo sud-ovest è un
Trompe l’Oeil incredibile. Green Street costituisce una sorta di campionario di
palazzi cast-iron (dal 8 al 34). L’edificio che viene definito il King of Green
Street è uno dei migliori esempi di edificio costruito in ghisa costruito nel
1873 in stile francese rinascimentale. Giriamo in Broome Street e poi risaliamo
in Broadway Street. La Broadway offre un bello spaccato di New York da nord a
sud. Numerosi sono gli edifici tipici tra cui Haughwout building (il palazzo fa
parte dell'architettura cast-iron e segue lo stile di un tipico palazzo
rinascimentale di Venezia. È considerato uno dei migliori edifici in ghisa,
tanto da essere definito il "Parthenon of Cast-Iron Architecture in America") ed
il Singer Building (fu costruito per ospitare la sede della Singer Manufacturing
Company, una famosa casa produttrice di macchine per cucire. L'edificio di
dodici piani ha una facciata costituita da una struttura in ghisa, decorata da
pannelli di mattoni in terracotta e grandi finestre). Comunque girare in queste
4 strade di Soho permette di vedere numerosi edifici veramente sorprendenti.
Dopo aver disegnato questo rettangolo camminando, riprendiamo la Metro R (Linea
Gialla) da Prince Street a 8 Street-New York University/Broadway.
Arriviamo nel tanto atteso (da me!) GREENWHICH VILLAGE. E’ uno dei quartieri più
antichi della città ed ha una personalità unica, tanto da essere considerato una
piccola città nella città. La planimetria delle strade è differente dal
tradizionale reticolo squadrato del resto dell'isola (con l'esclusione di
downtown) poiché un tempo il quartiere era un villaggio colonico separato dal
resto della città. Le case, pur seguendo differenti stili architettonici, sono
basse, e si contrappongono all’immensità dei grattacieli che hanno reso famosa
Manhattan in tutto il mondo. Particolarmente frequenti sono le “brownstones”,
piccole case basse fatte di mattoncini rossi, con piccole finestre ed una
scalinata di ferro battuto all'ingresso. Altri luoghi caratteristici della zona
sono tante piccole boutique, negozi di antiquariato, gallerie d'arte, teatri,
locali e ristoranti alla moda. Questa atmosfera particolare ha fatto sì che, tra
gli anni '30 e '60, il Greenwich Village sia stato il punto di ritrovo di
artisti ed intellettuali alternativi. Negli anni ‘50 la Beat Generation e il suo
movimento avevano il proprio fulcro in questo quartiere dove si radunarono
poeti, cantautori, scrittori, studenti, musicisti e artisti in fuga dalla
società conformista. Essi gettarono le basi per il futuro movimento hippy degli
anni 60’ e il Village ispirò le opere degli scrittori beat Jack Kerouac, Allen
Ginsberg e William Burroughs.
Per prima cosa visitiamo The Row (no 1-13 Washington Square nord) che è il
quartiere in stile neo-greco dell'inizio dell'Ottocento meglio conservato della
città. Raggiungiamo Washington mews, tra University Place e 5th ave: è una
“stradina pavimentata” che in passato conduceva alle mews (scuderie) del row e
che presenta ancora la pavimentazione belga originale. Oggi le scuderie sono
state trasformate in abitazioni ed in una di queste, precisamente al n°3, abita
il professor Martin Mystère (:-P). Passeggiando in questa stradina con case
adornate da rampicanti e vasi fioriti sembra veramente di essere lontani dalla
vita frenetica di New York.
Essendo l’ora di pranzo ci prendiamo “a slice of pizza” a testa e lo andiamo a
mangiare seduti su una panchina del Washington Square Park che ha fatto da
sfondo a film mitici come A piedi nudi nel parco e Harry ti presento Sally.
Troviamo gli immancabili scoiattoli ed i bambini li seguono dappertutto per
fotografarli. I bimbi si sfogano un po’ nel parco giochi dove ci sono anche tre
tartarughe in pietra gigantesche da cui zampilla acqua con la sabbia intorno.
Qui i bambini newyorkesi in costume (probabilmente appartenevano ad un asilo)
facevano castelli di sabbia come se fossero stati al mare. Nella parte nord del
parco c’è il Washington Arch che fu costruito tra il 1891 ed il 1892, su
progetto di Stanford White, in onore di George Washington per il centenario
della sua elezione. Essendo Washington Square la sede della New York University,
la piazza è frequentata da ragazzi che studiano sulle panchine o vicino alla
fontana centrale dove i bambini fanno il bagno tranquilli. Nel parco si
incontrano numerosi musicisti che suonano: un trio sotto la statua di Giuseppe
Garibaldi suona musica classica, un gruppo vicino all’arco suona musica jazz ed
un gruppo sotto la statua di Alexander Lyman Holley suona musica gitana
accompagnato da due danzatori.
Essendo sempre stata affascinata dai films americani anni ‘50-‘60, da piccla
sognavo di vivere in una casa in brownstones con la scala antincendio che
permetteva sempre ai personaggi di andare a trovare il vicino del piano di sopra
o del piano di sotto con estrema facilità, un po’ come in Colazione da Tiffany.
Inoltre ero anche innamorata degli appartamenti nei sottoscala come quello del
film My sister Eileen con Jack Lemmon e Janet Leight (tra l’altro l’autrice
viveva in Gay Street!). Per cui cerchiamo di gironzolare nel Village alla
ricerca di case simili a quelle viste nei films. Percorriamo Washington square W
e Minetta Street per arrivare in Bedford Street dove sono visibili case in stile
federale. Facciamo una deviazione nella pittoresca strada di St-Luke's Place
dove molti pittori, poeti e scrittori hanno vissuto e lavorato e che è servita
da scenografia per numerosi films. Qui trovo pane per i miei denti: case in
Italian Style del 1852-53, edificate in brownstones con grandi scalinate e
ingressi nel seminterrato!!! La leggenda narra che il campo giochi presente
davanti a questa fila di case un tempo fosse un cimitero dove Edgar Allan Poe
amava passeggiare. Tornati in Bedford Street, al n.75 1/2 vediamo la casa più
stretta della città. La sua larghezza è infatti di soli tre metri. Tra i suoi
inquilini la poetessa Edna St. Vincent Millay, John Barrymore e Cary Grant.
Al n.86 dovrebbe esserci il ristorante Chumley, locale famoso durante il periodo
del proibizionismo, ma vediamo soltanto delle impalcature per una
ristrutturazione in corso. Giriamo a destra in Grove Street dove le case (ai
numeri 4-10) in stile tardo federale (costruite tra il 1825-34), conosciute come
Grove Court, costituiscono gli esempi più autentici di tutta l'America. Da
notare il lavoro in stile fiammingo con un'alternanza di mattoni corti e lunghi
e altri elementi caratteristici adattati dagli artigiani americani a partire da
progetti inglesi. Tornando verso Bedford Street notiamo la casa situata al 17
Grove Street, costruita nel 1822, che è il più grande edificio in legno ancora
esistente nel Village. L’entrata Greek Revival è originale mentre il cornicione
ed i pannelli decorativi sono del 1870. Ospitò una casa di tolleranza durante la
Guerra di Secessione. Al n.102 di Bedford Street c’è un edificio del 1835,
dall'aspetto decisamente particolare, che era inizialmente una normale
abitazione. Nel 1926 fu completamente ristrutturato e rimodellato da Clifford
Reed Daily che pensava di ospitare in questa casa, artisti e scrittori, e
credeva che l'aspetto stravagante avrebbe migliorato l'ispirazione creativa dei
suoi ospiti. La forma particolare del tetto le è valso il soprannome Twin Peaks.
Lasciamo Bedford Street per percorrere tutta Grove Street dove pare siano state
fatte le riprese in esterno dell’edificio dove vivono i protagonisti di Friends,
anche se il set della serie è negli studi della Warner Bros ad Hollywood. Ci
avviciniamo a Sheridan Square, una piazza a forma di farfalla e ci inoltriamo in
W 4th Street, la strada che ha ispirato Bob Dylan per Positively W 4th Street e
dove John Reed scrisse Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Ai n° 175-179, gli
edifici in stile Federal sono caratterizzati dalla disposizione dei mattoni
detta “alla fiamminga” e dai lucernari dei tetti sporgenti. Percorriamo la
vicina Washington Place dove ci sono case con ingressi nel seminterrato
veramente ben tenuti e adornate di molti vasi fioriti. Nella 6th Avenue c’è la
Jefferson Market Courthouse Library, esempio di gotico vittoriano, con la
torretta dell'orologio a quattro quadranti. Il primo ruolo di questo edificio,
costruito nel 1877 in una piazza di mercato, fu quello di palazzo di giustizia.
La facciata neogotica è ornata di strisce di mattoni rossi e pietra da taglio,
pignoni scolpiti e vetrate. Scampò per poco alla demolizione grazie alle
proteste degli abitanti del quartiere che lo trasformarono in seguito in
biblioteca. Riprendiamo la 8th Street (pare che proprio qui all’incrocio tra 8th
Street e 6th Avenue, Jimi Hendrix abbia inciso i suoi dischi) e ci avviciniamo
alla stazione della metro sotto un sole cocente. Prendiamo la Metro R (Linea
Gialla) da 8 Street-New York University/Broadway a 23 Street/Broadway.
Quando saliamo le scale per comparire in superficie, una pioggia scrosciante si
abbatte su di noi! Non crediamo ai nostri occhi: un attimo fa c’era un cielo
limpido ed ora nebbia e pioggia torrenziale. Ci infiliamo i K-Way ma esco
soltato io, con l’acqua alle caviglie, per fare una foto da sotto una tettoia a
due palazzi particolari. Il Flatiron building, palazzo dalla sagoma affilata,
che occupa il piccolo spazio formato dall’incrocio tra Broadway e 5th Avenue, in
stile rinascimentale italiano: ha 20 piani ed un'altezza di 95 metri. Quando
venne costruito era l'edificio più alto del mondo e fu uno dei primi grattacieli
di New York sorretto interamente da una struttura d'acciaio (1902). Il suo nome
originale, Fuller Building, fu cambiato in Flatiron Building per la sua
somiglianza ad un ferro da stiro. La Metropolitan Life Tower è costruita in
stile rinascimentale italiano e si ispira al campanile della basilica di San
Marco a Venezia. I quattro orologi che si trovano sulle facciate hanno un
diametro di circa 8 metri e una lancetta dei minuti che pesa mezza tonnellata.
L'edificio, alto 213 metri, è stato modificato da un restauro durante gli anni
Sessanta. Il NY Life Insurance Company Building (l'edificio, dalla struttura
imponente, non segue uno stile architettonico preciso ma è caratterizzato da un
tetto a piramide dorato) si può solo ammirare ma non fotografare perché dovrei
farlo dal Madison Square Park dove non c’è riparo per la macchina fotografica.
Visto che non accenna a smettere di piovere decidiamo di fare un giro in metro
fino alla 5th Ave, all’altezza di Central Park, per ripararci e vedere se nel
frattempo il tempo cambia un po’. Prendiamo la Metro W (Linea Gialla) fino a 5
Avenue/59 Street. Usciamo dalla metro e vediamo il cielo molto nuvoloso ma non
piove più. Quindi cominciamo a percorrere la mitica 5th Avenue. In Grand Army
Plaza ci sono la Pulitzer Fountain e l’Hotel Plaza, in cui sono stati girati
Appuntamento al Plaza, Arturo, Mr Crocodile Dundee e Mamma ho riperso l’aereo. A
destra troviamo l’Apple store. Si riconosce perché l’entrata è fatta a forma di
cubo in vetro e il negozio rimane al piano inferiore. Proprio accanto c’è Fao
Schwartz, negozio di giocattoli molto particolare. Ci sono peluches di ogni tipo
di animale (polpi, mante, tacchini, bradipi) e di ogni dimensione (anche a
grandezza naturale). Al piano superiore c’è la pianola gigante utilizzata nel
film Big, dove i bambini possono salire sopra i tasti. Nella sezione Lego ci
sono le statue a grandezza naturale di Chewbacca e Darth Vader, degli omini
playmobil che inscenano un talk show con tanto di telecamera e microfono ed una
città con grattacieli sottocui passa un trenino della metro ogni volta che si
schiaccia un pulsante. Decidiamo di far scegliere un gioco ai bambini: Irene
sceglie … uno scoiattolo che chiama Scattina ed Andrea sceglie le automobili
della polizia di New York. Proseguiamo a passeggiare lungo la 5th Avenue ed
Irene si fa fotografare davanti a Tiffany, dove sono state girate scene di
Colazione da Tiffany. Troviamo poi la Trump Tower, dove tutto nell’enorme
palazzo (202 metri per 58 piani) è sinonimo di sfarzo e ricchezza, ed il Disney
Store. E’ incredibile incontrare proprio tra i moderni grattacieli che
fiancheggiano la 5th Avenue due chiese gotiche. St Thomas Church, costruita nei
primi del ‘900 ha un altare decorato da un grande bassorilievo in marmo. St
Patrick’s Cathedral fu costruita in pietra e marmo. Dedicata a San Patrizio,
patrono d'Irlanda, la chiesa è la cattedrale cattolica di New York e sede
dell'arcivescovado. Le porte in bronzo hanno bassorilievi che riproducono
l'effigie di insigni cattolici americani. La chiesa è alta 100 metri, può
ospitare circa 2.400 persone a sedere, ha 19 campane ed il suo organo è
costituito da quasi 7.400 canne. Il Rockefeller Centre è un complesso di 12
edifici disposti su pianta ottagonale lungo la Fifth Avenue (tra la 48th e la
51st Street) e la Avenue of the Americas (tra la 47th e la 51st Street). Il più
alto (259 metri) è l'RCA Building venne realizzato tra il 1932 e il 1939.
Caratteristica la famosa piazzetta sottostante (Lower plaza) ornata con la
fontana del Prometeo dorato. D'estate viene invasa dai tavolini dell'American
Festival Cafè, d'inverno si trasforma in una grande pista di pattinaggio su
ghiaccio e durante le feste natalizie viene addobbata da mille luci e da un
grande albero di Natale. Sempre dello stesso complesso fa parte il Radio City
Music Hall. Questo teatro, costruito in stile art déco, ha una capienza di 6.200
posti ed offre un palcoscenico dalle infinite soluzioni grazie alle sue scene
mobili.
Ci dirigiamo verso l’albergo per andare a prendere il cavalletto per fare le
foto all’imbrunire sull’Empire State Building e ci soffermiamo davanti alla NY
Public Library. È la biblioteca comunale di New York. Venne inaugurata nel 1911
e l'edificio che la ospita è uno dei più classici esempi di stile Beaux Arts in
America. Le sculture che si trovano ai lati dell'entrata principale, ritraggono
un uomo seduto su una sfinge ed una donna seduta su Pegaso e rappresentano
rispettivamente la verità e la bellezza. Le sei figure che si trovano sopra
l'ingresso simboleggiano rispettivamente, da sinistra verso destra, la
filosofia, il romanzo, la religione, la poesia, il dramma e la storia. Da vedere
i 2 leoni davanti all’entrata principale, che sono ritratti in molti film tra
cui Pericolosamente insieme.
Arriviamo in albergo e … comincia a diluviare!!! Ormai abbiamo i biglietti
dell’Empire comprati via internet e questa è l’ultima sera per cui speriamo
smetta anche se sicuramente la visibilità sarà scarsa. Aspettiamo, aspettiamo …
quasi ci addormentiamo per la stanchezza e alla fine dopo le 19.00 smette di
piovere. Usciamo di corsa e praticamente non troviamo fila per entrare. Un
addetto alla sicurezza ci requisisce il cavalletto perché lo ritiene pericoloso.
Saliamo velocemente con l’ascensore. Stranamente mi sento più a mio agio qui
sulla terrazza dell’86° piano che sul ponte di Brooklyn. L'Empire State Building
è stato, fino agli anni '70, il grattacielo più alto del mondo. È alto 381 metri
per 102 piani (in realtà i piani reali sono 86, al 102° piano si trova solo
l'osservatorio) ma, considerando la punta del pennone, progettata come
ancoraggio per dirigibili ed utilizzata ora come antenna (3 stazioni televisive
e 15 radio la utilizzano per le trasmissioni), si raggiungono i 443 metri. Dal
1976 gli ultimi 30 piani dell’edificio vengono illuminati con i colori della
stagione o delle feste in corso. L’Empire, oltre ad essere presente in quasi
tutti i films ambientati a New York, è stato il “protagonista” di alcuni films
famosi quali King Kong, Un amore splendido, Insonnia d’amore e Spiderman. La
visibilità non è buona visto che si riesce a vedere solo fino a downtown ma
comunque si vedono tutti i grattacieli più conosciuti e soprattutto è molto
affascinante seguire il percorso delle auto piccole piccole lungo la Broadway
che taglia la città in maniera veramente particolare o vedere un ingorgo nella
5th Avenue. Pian piano l’osservatorio si riempie di gente ed è sempre più
difficile guardare e fotografare. Comincia a diventare sempre più buio ed i vari
grattacieli si illuminano. Purtroppo il Queensboro bridge (cantato da Simon e
Garfunkel ed immortalato da Woody Allen), pur essendo vicino, è avvolto dalla
nebbia. Ormai senza cavalletto è sempre più difficile fare foto decenti per cui
salutiamo l’Empire tutto illuminato e torniamo giù a riprenderci il “maltolto”.
Ora la fila per accedere al grattacielo è molto più lunga di prima! Torniamo
verso l’albergo con la Metro R (Linea Gialla) da Herald Square/34 Street a 14
Street/Union Square e da lì la Metro 4 (Linea Verde) fino Grand Central-42
Street/Lexington Avenue. E’ difficile trovare qualcosa da mangiare che vada bene
ai bimbi per cui optiamo nuovamente per McDonald.
Wednesday, 13th of June
Partenza: NEW YORK
Arrivo: SAN FRANCISCO
Alloggio: Hotel Best Western Americania, 121 Seventh Street, 94103 San
Francisco, CA (room 248)
Prezzo: 139 € (prenotato tramite agenzia)
Luoghi visti:
Central Park
New Ark Airport
San Francisco Airport
Oggi è il nostro ultimo giorno a New York e facciamo un po’ tardino a sistemare
le “cose imperdibili” negli zaini ed il resto nelle valigie. Ultima colazione da
Starbucks dove assaggio un buonissimo Bagel con il burro: dice che soltanto
l’acqua di New York rende questi panini unici per cui in altre località non sono
altrattanto buoni. Scendiamo nella stazione della metro e vediamo un negozio di
lustrascarpe. Carichiamo la nostra Pay-Per-Ride MetroCard con 2 corse a testa e
via! Prendiamo la Metro 6 (Linea Verde) da Grand Central-42 Street/Park Avenue a
68 Street/Hunter College.
Arriviamo in Central Park dopo le 10.00 e ci dirigiamo verso la Loeb Boathouse
per affittare delle bici passando per Conservatory Water dove c’è la statua di
Alice nel paese delle meraviglie. La sorpresa è che le bici non hanno i freni ma
si frena con il pedale. Per i bambini non c’è scelta per gli adulti sì per cui
dopo aver provato un pochino la bici nel parco, che è un continuo sali-scendi,
chiedo di sostituirla con una con freni per “il timore di cadere” e rovinarmi
subito la vacanza (parole profetiche!). Pedaliamo verso nord ed incontriamo il
Cleopatra’s Needle (Ago di Cleopatra), un obelisco del 1600 A.C. donato alla
città di New York nel 1877 dal Kedivè Ismail Pascià. In questa zona ci sono
molti campi da basket pieni di ragazzi intenti a disputare partite. Arriviamo al
Jacqueline Kennedy Onassis Reservoir, un enorme lago circondato da
un’animatissima pista per il footing lunga 2,5 Km e nota per essere stata teatro
delle riprese del film Il Maratoneta con Dustin Hoffman. Passiamo da The Great
Lawn, un enorme tappeto verde dove si svolgono concerti all’aperto. Molti
bambini affollano i campi da baseball, che comincia ad interessare Andrea, ed
improvvisano un incontro di football americano. Continuiamo verso sud per
arrivare al Belvedere Castle. Questo è un complesso di edifici e terrazze che
riproduce un castello medievale, costruito in cima a Vista rock, da cui si gode
un bellissimo panorama del parco e della città circostante. Vicino al castello
si trova il Belvedere Lake sulle cui rive in primavera fioriscono i ciliegi. Noi
tre saliamo sul castello mentre il babbo fa la guardia alle bici … non si sa
mai! Il Delacorte Theater, sorge proprio sotto il Belvedere Castle ed è un
teatro di forma greca utilizzato per rappresentazioni di vario genere nel
periodo estivo. Il tempo però sta passando e Sergio insiste per farci riportare
le bici entro le 13.00 perché alle 17.20 abbiamo l’aereo per San Francisco.
Allora per cercare di arrivare velocemente agli Strawberry Fields attraversiamo
The Rumble, un area boscosa di circa 15 ettari dove si trovano oltre 250 specie
di uccelli, che vi fanno tappa durante le migrazioni. Purtroppo è un dedalo di
stradine, alcune chiuse, che ci fa un po’ perdere l’orientamento per cui,
seguendo l’indicazione (?) di due ragazze ci ritroviamo nuovamente all’obelisco.
Decidiamo allora di riattraversre il parco all’altezza del Great Lawn e di
seguire la strada esterna per andare più veloci ma forse non vediamo
l’indicazione per gli Strawberry Fields e ci ritroviamo direttamente a Sheep
Meadow. E' uno dei prati più famosi di Central Park. Era un vecchio pascolo, ora
è un punto di ritrovo di tutti i newyorkesi che vogliono prendere il sole o fare
pic-nic. Quindi nessun ricordo di John Lennon, sigh! Perché figuriamoci se
Sergio mi faceva tornare indietro a quell’ora! Ci dirigiamo verso The Mall, la
famosissima passeggiata fiancheggiata da oltre 150 olmi e panchine con molte
statue di personaggi famosi vista in molti film. Qui chiedo ad Andrea di farsi
fare un filmino mentre va in bici nel viale come il bambino di Kramer contro
Kramer (Irene non si presta a queste idiozie!)
Ci affacciamo alla Bethesda Terrace per vedere la Bethesda Fountain, la fontana
pubblica, ancora in funzione, più antica della città, che fa parte del progetto
originario del parco e fu innaugurata nel 1873. La parte centrale della fontana
è la statua "Angel of the waters", che risale al XIX secolo. Intorno alla
fontana si possono ammirare le terrazze con le scalinate che sono considerate
uno dei luoghi più tranquilli del parco. In inverno quando nevica diventa una
delle mete preferite dei cittadini per la sua spettacolare bellezza. Vorrei
cercare la statua di Balto per farla vedere ai bimbi ma Sergio mi proibisce di
perdere altro tempo e soprattutto la strada maestra. Così attraversiamo il Bow
Bridge, uno splendido ponte in ghisa che dà sul Central Park Lake, il lago
all’interno del parco immortalato in numerose pellicole cinematografiche dove ci
sono infatti turisti intenti fare un giro sul lago con barche a remi. Arriviamo
in tempo per restituire le bici. Uscendo dal parco salutiamo gli scoiattoli
newyorkesi, mangiamo un hot dog (per la mamma un pretzel) e ci infiliamo nella
metro per raggiungere l’albergo. Recuperate le valigie usciamo in strada e
blocchiamo un taxi che ci porta al NewArk Airport. Arrivati all’aeroporto in
largo anticipo passiamo alla svelta tutti i controlli e … partiamo con 2 ore di
ritardo!!! Con il senno di poi saremmo riusciti a vedere sia gli Strawberry
Fields che Balto, grrrr.
Arrivati a San Francisco alle 22.00 (l’aereo ha un po’ recuperato) decidiamo di
prendere nuovamente un taxi visto che la zona del nostro albergo sembra molto
frequentata dai barboni. In realtà non sono tantissimi e sono innocui. “Questo
si che è un bell’albergo!” esclamano i bambini, che a New York non si erano
pronunciati, dopo aver visto la stanza. Subito dopo crolliamo nel letto.
Thursday, 14th of June
Località: SAN FRANCISCO
Alloggio: Hotel Best Western Americania, 121 Seventh Street, 94103 San
Francisco, CA (room 248)
Prezzo: 139 € (prenotato tramite agenzia)
Luoghi visti:
Cable car (Powell-Mason)
Fisherman Wharf
Pier 39
Bay Cruise
St. Mary Hospital
Aquarium of the Bay
Bubba Gump
Cable car (Powell-Hyde)
Decidiamo di fare una classica colazione americana fermandoci al buffet
dell’albergo. Andrea gradisce molto melone e cocomero. Usciamo in Market Street
dove vediamo i tram storici della Linea F che Collega Embarcadero a Castro. Le
vetture provengono da tutto il mondo. Sergio, da buon genovese, avvista subito
il dono della città di Genova notando lo stemma sul tram. Ci avviciniamo alla
stazione dei Cable Car e facciamo il MuniPass per 3 giorni: a differenza di NY
qui i bambini pagano come adulti (18$)! Vediamo subito l’inversione di marcia
del cable car dove gli operatori ruotano il vagone a mano dopo averlo fatto
fermare su di una piattaforma girevole. Esistono 3 linee di cable car:
Powell-Hyde, Powell-Mason e California Street. La più nota è Powell-Hyde che
passa sopra la zona tortuosa di Lombard Street e da cui si vede bene Alcatraz.
Qui i vagoni delle prime due linee si alternano così noi riusciamo a prendere
Powell-Mason. Ci sistemiamo in fondo all’esterno ed io riprendo tutto il
percorso (Market Street - Union Square - Nob Hill - Chinatown - Cable Car Museum
- North Beach - Fisherman's Wharf ). Anche con questa linea si vedono molti
scorci carini di San Francisco ed in lontananza Bay Bridge e la Transamerican
Pyramid. In più ci fermiamo ad una specie di casello per cable car per lasciar
passare un vagone della linea California Street. Arriviamo a Fisherman’s Wharf e
ci dirigiamo verso il Pier 39 (pontile 39), frequentato da una colonia di leoni
marini. Ci prepariamo per fare la crociera della baia con la Blue and Gold Fleet
alle 10.45. Alla partenza vediamo il leoni marini dall’alto e poi ci addentriamo
nella baia. E’ la più larga insenatura della costa californiana, che si estende
per circa 100 km di lunghezza e fino a 20 km di larghezza, ed è attraversata da
ponti, circondata da colline ondulate, punteggiata di vele e percorsa avanti e
indietro da veloci traghetti. Vediamo subito l’isola di Alcatraz (8.9 km2),
scoperta nel 1775 e chiamata “Isla de los Alcatraces” (Isola dei pellicani)
visto che vi dimorava una colonia di questi uccelli. In seguito è stata
soprannominata “The Rock” poiché è uno sperone di roccia nel mare. Nel 1854 vi
fu stabilita una fortezza in difesa del porto poi trasformata in prigione
militare durante la guerra civile. Fu adibita a carcere di massima sicurezza dal
1933 al 1963. Al Capone, ‘Machine Gun’ Kelly e Robert Stroud sono stati alcuni
tra gli ospiti della prigione. La prigione è stata “protagonista” di numerosi
film come Fuga da Alcatraz e The Rock. Dietro Alcatraz si scorge Angel Island
che dal 1800 divenne una “Ellis Island dell’occidente”. In lontananza compare il
bellissimo Golden Gate Bridge, lungo 3 km, che congiunge le due sponde
dell’imboccatura della baia. Ultimato nel 1937, il ponte, con il suo
caratteristico colore arancione in stile Art Deco, resta il simbolo della città.
Al tempo in cui venne costruito, era il più lungo ponte sospeso del mondo e le
torri di sospensione, alte 224 m, erano le più alte strutture a ovest della
città di New York. Il ponte può affrontare venti di velocità superiore a 160
Km/h. Il ponte collega San Francisco alla pittoresca cittadina di Sausolito.
Passiamo sotto il ponte, che è veramente imponente, e tornando indietro possiamo
ammirare il profilo di San Francisco. Infatti il centro di San Francisco,
densamente popolato, è pigiato tra le colline nell'angolo nord-orientale della
penisola. E’ possibile vedere le famose strade di San Francisco che creano
striature parallele lungo il profilo della città e sembrano gettarsi
direttamente nell’oceano. Questo è il risultato di una particolare
pianificazione urbana. Le strade sono state semplicemente disegnate come una
griglia sui ripidi versanti delle colline, con il risultato che alcune di esse
si ritrovano ad avere pendenze estreme. Questo rende il parcheggio difficile ma
crea un'ampia scenografia per le scene di inseguimento dei film (un ricordo
d’infanzia è il telefilm Le strade di San Francisco con un giovane Michael
Douglas). Inoltre nella zona più a est si ergono i grattacieli della città tra i
quali spicca la Transamerican Pyramid. Vediamo il Bay Bridge, che collega San
Francisco a Oakland attraversando Treasure Island. E’ cinque volte più lungo del
Golden Gate Bridge, è in grado di sopportare molto più traffico ed è stato
costruito sei mesi prima, ma non è mai stato altrettanto famoso. Giriamo attorno
ad Alcatraz e, mentre la voce narrante racconta alcuni aneddoti legati alla
prigione, cominciamo ad avvicinarci a terra. A questo punto decido di fare una
bella ripresa di downtown spostandomi dall’altra parte della barca. Inciampo
nello zaino poggiato per terra, rimango impigliata con un piede in una retina
della barca che si muove per il vento, cado rovinosamente a terra picchiando
l’indice sinistro sul sedile accanto (sono mancina) ed il dito si rompe. A
questo punto non possiamo far altro che andare all’ospedale. Un signore della
nave, che guarda caso si chiama John Brown, si offre di aiutarci e per non farci
andare in ospedale che è molto caro ci accompagna in una specie di ambulatorio
che lui chiama “officina medica”. Ma il primo è chiuso perché è ora di pranzo,
nel secondo il medico non è di turno quel giorno e nel terzo il medico ritiene
la cosa troppo complessa. Quindi, dopo 3 giri di taxi per San Francisco, dove i
bambini almeno hanno apprezzato la velocità che si acquista nelle discese,
veniamo spediti al St. Mary Hospital. Qui rimaniamo circa 5 ore (senza pranzo)
per arrivare alla conclusione: “the finger is broken”. A quell’ora però
l’ortopedico non c’è più per cui mi fanno una fasciatura posticcia e mi
spediscono a prenotare una visita per l’indomani. Per il pagamento non riusciamo
a contattare l’assicurazione e l’amministrativo che si occupa del caso decide di
mandarci il conto a casa (per ora siamo arrivati a circa 1000 dollari). Salendo
vediamo la St. Ignatius Church, la chiesa del campus dell’Università di San
Francisco, la cui architettura si basa su elementi del rinascimento italiano ed
del barocco.
Prendiamo il bus 5 fino al Civic Center e poi il 47 per arrivare al Pier 39 e
visitare l’Aquarium of the Bay come avevamo promesso ai bimbi che subito vedono
Nemo e Dory. Sinceramente mi aspettavo qualcosa in più: dalla guida e dal sito
veniva decritta una passeggiata in un tunnel dentro la baia di San Francisco ma
in realtà è un percorso veramente breve. La cosa carina è che alla fine
insegnano ai bambini come accarezzare i pesci: loro hanno accarezzato una razza
ed un piccolo squalo con il rischio che Andrea cadesse nella vasca perché aveva
il braccio troppo corto per il fondo di quella vasca. Giriamo un po’ per il molo
ed andiamo a cena al Bubba Gump, locale ispirato al film Forrest Gump, che tra
l’altro era molto piaciuto ai bimbi quando lo avevano visto. Sul tavolo i
bambini trovano un foglio con quiz e disegni da colorare e 3 pastelli a testa.
Al momento di uscire Andrea pensava di doverli lasciare per i bimbi successivi.
Inoltre il menù bambini consiste in pizza e patatine servite in una barca che
ovviamente si chiama Jenny. Mentre mangiamo i gamberi vediamo un bellissimo
tramonto sulla baia e su Alcatraz. Tornando indietro cerchiamo di immortalare la
baia (anche se non abbiamo il cavalletto) e passeggiamo fino a Ghirardelli
Square per metterci in fila per il cable car della linea Powell-Hyde
(Ghirardelli Square - Hyde Street - Russian Hill - Cable Car Museum – Chinatown
- Nob Hill - Union Square - Market Street). Ghirardelli Square una volta era una
famosa fabbrica di cioccolato, ma oggi è un centro commerciale. Appena arriviamo
in albergo andiamo dritti a letto.
Friday, 15th of June
Località: SAN FRANCISCO
Alloggio: Hotel Best Western Americania, 121 Seventh Street, 94103 San Francisco
(room 248)
Prezzo: 139 € (prenotato tramite agenzia)
Luoghi visti:
St Mary Hospital
Golden Gate Park (Japanese Tea Garden)
Alamo Square
Union Square
Cable car (Powell-Hyde)
Chinatown
North Beach (Coit Tower)
Russian Hill
Cow Hollow
Mel’s Drive Inn
Anche oggi colazione in albergo ed alla fine queste si riveleranno le più ricche
colazioni della vacanza.
Riusciamo a contattare l’assicurazione che ci dice di mandare tutte le ricevute
delle spese mediche appena rientriamo in Italia. Poi prendiamo il nostro fido
autobus 5 e torniamo all’ospedale. Nel reparto di ortopedia vogliono essere
pagati subito con la carta di credito e noi tremiamo all’idea dell’importo:
potremmo giocarci qui tutta la vacanza! L’assistente dell’ortopedico mi fa le
radiografie, rimette in asse il dito, mi ingessa e mi fa di nuovo le
radiografie, dicendomi di andare subito da un ortopedico appena in Italia. Alla
fine, forse perché ci vede così sprovveduti ed all’inizio della vacanza o perché
ha una cugina che abita a Roma, mi dice che, d’accordo con l’ortopedico, non
mette il prezzo delle radiografie sul conto ma solo quello dell’ingessatura.
Quindi fortunatamente sono 36.00$.
Prendiamo l’autobus 5 fino al Golden Gate Park che si estende dall’Oceano
Pacifico fino quasi a Haight-Ashbury. Dal punto di vista turistico sono
innumerevoli le attrazioni presenti: giardini, laghetti (dove si possono
noleggiare barche a remi, a pedali e a motore), strutture per gli sport
(equitazione, tiro con l’arco, softball, golf, bocce), musei e un acquario. Noi
visitiamo il Japanese Tea Garden, un giardino a tema giapponese, curato
principalmente dalla famiglia Hagiwara. Ci immergiamo in un paesaggio giapponese
caratterizzato da pagode, bonsai, ruscelli, stagni con carpe. Andrea è molto
contento perché le scritte e le pagode gli ricordano Actarus. Appena usciti ci
fermiamo a mangiare un hot dog ai piedi di una sfinge davanti al museo.
Prendiamo l’autobus 21 ed arriviamo ad Alamo Square, dove un parco in discesa fa
da proscenio a 7 belle case vittoriane poste in fila e permette di avere una
bella vista della città dall'alto. Tra i vari edifici spiccano la Transamerican
Pyramid e la cupola della City Hall. Le case sono un esempio delle tipiche
“painted ladies” e sono così popolari da meritare il soprannome di "Postcard
Row". Qui i bimbi trovano un piccolo parco giochi dove divertirsi un po’ e
“scontrarsi” con bambine del luogo un po’ gelose degli attrezzi ginnici.
Torniamo con il bus 5 all’albergo per posare le radiografie e la signorina della
reception ci dice che ci ha cercato l’insegnante di italiano di John Brown per
dirci che la Blue and Gold Fleet si offre di rimborsarci le ricevute
dell’ospedale. Così decidiamo di recarci l’indomani a pagare il conto del pronto
soccorso per portare subito le ricevute. Oggi cerchiamo di vedere qualcosa in
più di San Francisco, città che sogno da quando ero bambina, anche se
l’incidente ha scombinato un po’ i piani e, ad esempio, non riusciremo ad
attraversare il Golden Gate in bici. Ci dirigiamo verso Union Square, fulcro
turistico del centro di San Francisco, caratterizzata da un insieme di negozi
vistosi e di alberghi. Saliamo sul cable car direzione Chinatown, non sapendo
che ferma dalla parte opposta rispetto all’entrata principale. Una volta scesi
vediamo nel vicino Financial District la Transamerica Pyramid Building, un
grattacielo alto 260 metri caratterizzato da una particolare forma piramidale
che rappresenta la costruzione più alta della città. Quindi torniamo indietro
attraversando il quartiere di Chinatown,la zona più densamente popolata e tra le
più colorate della città . E’ stata il set di film come Indian Jones ed il
Tempio maledetto, Karate Kid II, and Grosso guaio a Chinatown. Il quartiere si
estende lungo Grant Avenue e Stockton Street da Bush Street a Columbus Avenue.
Il fulcro del quartiere è Grant Avenue che percorriamo fino ad arrivare
all'ingresso principale, il Dragon Gate (Portone del Drago, dono della
repubblica cinese nel 1969). A noi è piaciuta più la Chinatown di San Francisco
che quella di New York, forse troppo dispersiva.
Prendiamo il bus 41 per raggiungere North Beach, situata tra Chinatown e il
Fisherman's Wharf. Il quartiere deve il suo nome al fatto che all’epoca dei
pionieri la baia arrivava fino a qui. Un tempo era il quartiere italiano della
città ed ancora oggi si vedono tricolori attaccati ai lampioni. Secondo la guida
oggi gli italiani sono prevalentemente di origine toscana (lucchese) come me e
genovese come Sergio! Negli anni '50 questa zona diede origine alla Beat
Generation: il City Lights Bookstore si trova qui, all'angolo tra Columbus Ave e
Jack Kerouac Alley. Columbus Avenue e Washington Square rappresentano il cuore
di North Beach; i prati di Washington Square sono sovrastati dalla maestà della
chiesa ”Saints Peter and Paul”. Il quartiere è limitato a est da Telegraph Hill
che raggiungiamo con l’autobus 39 da Washington Square. Qui si trova la Coit
Tower, uno dei principali punti di riferimento della città. E’ un monumento
fatto costruire dalla prima donna pompiere volontaria a ricordo dei pompieri e
rappresenta una pompa antincendio. Questa collina offre una magnifica vista a
360° da cui osservare il panorama della città (si vedono le curve di Lombard
Street) e della baia.
Torniamo in Washington Square e prendendo il bus 41 ci dirigiamo verso Russian
Hill. Scendiamo ad Hyde Street e giriamo un po’ per le strade più famose come
Green Street, Union Street e Filbert Street, che tra Hyde e Leavenworth
raggiunge una pendenza del 32%. Greenwich Street è talmente inclinata che
termina a fondo cieco. Facciamo la classica foto in Hyde Street verso Alcatraz e
ci avviciniamo a Lombard Street che per i bimbi è la stada del Maggiolino tutto
matto! E’ la via più tortuosa del mondo (nel tratto tra Hyde e Leavenworth), da
cui si ha una bella vista della Coit Tower, e noi la percorriamo in discesa.
Fino al 1922 era una delle strade più ripide della città e, per facilitarne la
percorribilità, vennero costruti gli 8 tornanti adornati di aiuole di ortensie.
Al di sotto di Leavenworth Street la strada ha ancora una notevole pendenza ed è
buffissimo vedere le auto parcheggiate in discesa. Torniamo indietro verso Union
Street percorrendo Leavenworth Street e riprendiamo il bus 41 verso Pacific
Heights (area chiamata Cow Hollow) in cui ci sono belle case vittoriane
sopravvissute al terremoto del 1906. All’altezza di Fillmore Street ci dirigiamo
verso il Mel’s Drive Inn, un vero diner americano che ricorda Happy Days ed
American Graffiti. Anche qui i bimbi trovano da disegnare e mangiano polpette di
pollo servite in un’automobile di cartone anni ’50. Sembra veramente di essere
in un film per cui ci concediamo un “milk shake” con tanto di ciliegina sopra.
Dopo un’attesa di 20’ abbondanti, prendiamo il bus 22 fino a McAllister Street e
poi il bus 5 per tornare all’albergo. Qui ci cimentiamo con la prima lavatrice
del viaggio.
Saturday, 16th of June
Partenza: San Francisco, CA
Arrivo: El Portal, CA
Alloggio: Cedar Lodge, 9966 Highway 140, 95318 El Portal, CA (room 120)
Prezzo: € 116,92 (prenotato tramite www.expedia.it)
Km tappa: 450.52 (280 Miles)
Km totali: 450.52 (280 Miles)
Luoghi visti:
Alamo
Civic Centre
St Mary Hospital
Le Presidio
Golden Gate Bridge
Lombard Street
Yosemite NP (Mariposa Grove)
Dopo l’abbondante colazione andiamo alla Alamo di Bush Street a ritirare la
macchina. Qui la signorina suggerisce di cambiare auto, con un sovrapprezzo,
perché la prenotazione di enoleggioauto, nonostante avesi fatto presente il
numero di persone e bagagli quando avevo chiesto consiglio per il tipo di auto
da scegliere, prevedeva una due porte. Per cui decidiamo di cambiare e prendiamo
un SUV della Chevrolet (Equinox Fwd). Però un problema è rappresentato dal
seggiolino di Andrea che fortunatamente avevo prenotato dall’Italia. Loro non si
erano preoccupati di procurarlo ma, visto che era richiesto nella prenotazione,
lo hanno fatto arrivare dall’aereoporto. Questo scherzetto ci è costato quasi
due ore di ritardo, tanto di tempo ne avevamo perso poco i giorni precedenti!!!
Passiamo in albergo a ritirare le valigie e ci dirigiamo verso l’ospedale.
Passando ci fermiamo al Civic Centre per fare alcune foto. City Hall, in stile
rinascimentale francese, è il centro del Civic Centre. La cupola, costruita in
base ai disegni della Basilica di San Pietro, è alta 94m. All’ospedale non è
possibile pagare il conto perché è sabato e gli amministrativi non lavorano per
cui rintracciamo l’insegnate di italiano e le diciamo che non siamo in grado di
fornire subito le ricevute. Ci incamminiamo verso Le Presidio, un parco ricco di
collinette e boschi. Le molte e variegate colline su cui il parco sorge
consentono di godere di diverse viste della baia e del Golden Gate Bridge. Ci
fermiamo a due view points per immortalare il ponte anche da terra e poi
percorriamo Lombard Street dall’inizio dove è una strada molto larga ed in
piano. Poi cominciamo a salire sulla collina e nella discesa affrontiamo la sua
tortuosità: è una vero spettacolo percorrerla lentamente in automobile. Subito
dopo, cercando di non schiacciare i vari fotografi, ci concediamo la ripida e
dritta discesa. Ci dirigiamo verso il Bay Bridge e salutiamo San Francisco che
purtroppo abbiamo visitato un po’ in fretta.
Comincia qui il nostro viaggio “on the road” verso Yosemite NP, il primo parco
naturale del mondo istituito nel 1864. Troviamo subito un po’ di coda sulla
I-580. Ci fermiamo a mangiare un po’ di frutta in uno store immerso nel verde
dove, nei prati retrostanti, vivono struzzi e conigli. Dopo Merced cominciamo a
vedere il cambiamento del paesaggio che pian piano diventa alpino. Ci
addentriamo nel cuore della Sierra Nevada. Entriamo nel parco da sud percorrendo
la CA-41, acquistiamo il National Park Pass (80$) e ci dirigiamo verso il
Mariposa Grove, dove si trovano le sequoie giganti (circa 500 alberi). Vista
l’ora (17.10) per vedere i due groves decidiamo di fare il giro in autobus ma
l’ultimo è partito alle 17.00 (maledetto seggiolino!). Quindi ci incamminiamo
lungo il sentiero per vedere almeno il Lower Grove: incontriamo il Fallen
Monarch (il Re caduto), una sequoia di 70m, caduta in seguito ad una frana, di
cui si vedono tutte le radici dal diametro di 70cm l’una. Impressionante! Le
radici delle sequoie arrivano al massimo ad una profondità di 6ft (2mt) ma
possono allungarsi per 150ft (45m) per dare stabilità alla pianta. Dopo poco ci
fermiamo a vedere Bachelor and Three Graces, 4 sequoie vicine veramente
maestose. Troviamo alcuni scoiattoli che si rincorrono sugli alberi. Camminiamo
ancora un po’ e troviamo il Grizzly Giant, la sequoia più grande del parco che
ha circa 1600/2000 anni, è alta 290ft (96m) ed ha un diametro di 7ft (2m). Qui
due cerbiatti attraversano il sentiero correndo e noi non siamo altrettanto
svelti a fotografarli! Subito dopo incontriamo il California Tunnel, una sequoia
che si può attraversare camminandoci dentro perché vi è stato creato un tunnel
nel 1895. Ci avviciniamo all’Upper Grove ben sapendo di non poterlo vedere
tutto. Andrea dice di essere stanco e si ferma con Sergio a giocare con
bastoncini di legno trovati in giro mentre io ed Irene vogliamo vedere ancora
alcune sequoie giganti molto belle. La Faithful Couple è costituita da due
sequoie fuse alla base ma ben separate in cima. Camminiamo ancora un po’ nel
bosco e troviamo il Clothespin, sotto il quale si può passare. Qui gli incendi
hanno scavato un tunnel naturale più grande di un’auto. Torniamo indietro,
recuperiamo i due uomini e con passo svelto torniamo al parcheggio non senza
riammirare le sequoie già viste. Vicino al Grizzly Giant vediamo i due cerbiatti
di prima che stanno brucando l’erba e questa volta riusciamo ad immortalarli.
Arrivati al parcheggio troviamo un maestoso cervo che consuma il suo pasto
nonostante sia contornato da turisti intenti a fotografarlo.
Se non avessimo perso tutto quel tempo alla Alamo avremmo avuto il tempo di
vedere il tramonto al Glacier Point ma ormai c’è troppa strada da fare e
decidiamo di incamminarci verso El Portal dall’entrata ovest. Lungo la strada
vediamo una quantità indescrivibile di alberi su cui pian piano tramonta il
sole; il parco è veramente immenso. Ci avviciniamo a Tunnel View dove all’uscita
di un tunnel appare all’improvviso la Yosemite Valley, straordinario esempio di
valle glaciale. Circa 10 milioni di anni fa, si ebbe l’innalzamento della crosta
terrestre per creare l’attuale catena montuosa della Sierra Nevada.
L’innalzamento aumentò lo sprofondamento dei letti dei fiumi e dei torrenti,
portando alla formazione di stretti canyons. Circa un milione di anni fa la neve
ed il ghiaccio accumulati, formarono ghiacciai all’altezza delle cime alpine che
poi si spostarono verso le valli dei fiumi. Il movimento verso valle delle masse
di ghiaccio tagliò e scolpì la valle nella tipica forma di U. Da Tunnel view si
gode una vista bellissima sulle Bridalveil Falls e sull’incredibile falesia El
Capitan, sul Sentinel Rock e Cathedral Rocks, e sullo sfondo compare l’Half
Dome. Passiamo dall’uscita ovest, costeggiando il Merced River, e vediamo i
residui della frana che l’anno scorso aveva reso inagibile questa via. I massi
sono enormi!!! Nel buio della sera ci incamminiamo verso El Portal alla ricerca
dell’albergo. Arriviamo alle 21.00 ma a quest’ora la pizzeria è chiusa per cui
compriamo alcune “schifezze” allo store e le portiamo in camera per cenare. In
TV danno La maledizione della prima luna, che i bimbi guardano contenti mentre
mangiano … e poi tutti a nanna.
Sunday, 17th of June
Partenza: El Portal, CA
Arrivo: Stovepipe Wells (Death Valley), CA
Alloggio: Stovepipe Wells Village Hotel, Hyw 190, 92328 Stovepipe Wells (Death
Valley), CA (room 216)
Prezzo: $124.32 (prenotato tramite www.xanterra.com)
Km tappa: 564.76 (351 Miles)
Km totali: 1015.28 (631 Miles)
Luoghi visti:
Yosemite NP (Glacier Point)
Yosemite NP (Yosemite Valley)
Yosemite NP (Tioga Road)
Mono lake
Death Valley NP (Stovepipe Wells)
Facciamo colazione in albergo e la signora che ci versa il caffè (qui le bevande
si pagano a consumazione!) augura a Sergio “Good Father’s day!”. Ci dirigiamo
verso Yosemite costeggiando il Merced River ed arriviamo alla Arch Rock
Entrance. Puntiamo subito verso Glacier Point e dopo un bel po’ di strada
godiamo di una vista spettacolare su tutta la vallata. Ci fermiamo prima al
Washburn Point, dove si ha una splendida vista delle Vernal e Nevada Falls. A
Glacier Point (7214 ft, 2199m), da una sorta di anfiteatro, si riesce a vedere
tutta la valle sottostante con le 3 spettacolari cascate ai lati e l'Half Dome
(8842 ft) sullo sfondo. A destra è possibile scorgere le Vernal Falls (317 ft),
che scorrono nella Little Yosemite Valley, e le Nevada Falls (594 ft), che sono
situate sopra le Vernal Falls in un area definita "Giant Staircase." Nella parte
centrale verso nord si scorge il canyon di Tenaya Creek (si dovrebbe vedere
anche il Mirror Lake ma io non ci riesco). A sinistra scendono le Yosemite
Falls, che vedremo meglio dalla valle.
Torniamo indietro verso Tunnel View e percorrendo un breve sentiero (0.5
miles/0.8 km round-trip) arriviamo alle Bridalveil Falls (620 ft), cascata del
“velo da sposa”, così chiamata per via del vento che, soffiando sull’acqua, la
trasforma in migliaia di spruzzi. Gli Ahwahneechee l’avevano chiamata “Pohono”
(“Spirit of the puffing wind”). Molte persone fanno il bagno nel ruscello ai
piedi della cascata. Passando sotto Cathedral Rocks and Spires e Sentinel Rock
arriviamo nel cuore della Yosemite Valley. Al visitor centre acquistiamo il
“Passport to your National Park” per i bimbi su cui mettere un timbro in ogni
parco in cui andremo e lo stemma del parco per collezionarli tutti.
Ci avviciniamo, facendo un breve passeggiata (1.1 miles/1.7 km round-trip), fino
alla parte inferiore delle Yosemite Falls (2,425 ft, 730m), la cascata più alta
del nord-america costituita da tre cascate separate: Upper Yosemite Falls (1,430
ft), the middle cascades (675 ft) e Lower Yosemite Falls (320 ft). Da un altro
view point è possibile vedere anche la Upper. Riprendiamo l’automobile e ci
fermiamo a El Capitan Meadows per ammirare El capitan, un enorme masso definito
il monolito in granito più grande del mondo con una parete di 900m (3593 ft),
patria dei free climbers.
Anche se abbiamo perso un bel po’ di tempo sono soddisfatta di essere stata al
Glacier Point perché, non avendo tempo a disposizione per fare passeggiate,
questo view point trasmette la pace, l’immensità e la bellezza di questo parco,
cosa che è difficile provare nella valle dove tutto è piuttosto frenetico. Ora
che ci sono stata mi dispiace non aver potuto ritagliare almeno un giorno in più
per questo parco che va veramente scoperto camminando sui sentieri perché un
giro in automobile non permette di apprezzarlo al meglio.
Ci dirigiamo verso la Tioga Road che ci permetterà di arrivare tranquillamente
fino a 3000m di altitudine! La Tioga Road offre vedute sempre diverse, una più
bella dell'altra. Lo scenario è mutevole: vediamo scoscese rocce bianche e alte
montagne innevate, laghetti di montagna e prati fioriti. Riprendiamo con la
telecamera un ricordo di questo passaggio e ci fermiamo ad alcuni view points.
Olmsted Point, offre sia una bella vista del Tenaya Lake che una vista da
diversa angolazione della Yosemite Valley. Nel Tenaya Canyon emerge l’ossatura
granitica di Clouds Rest che arriva fino all’Half Dome sullo sfondo. Da questa
angolazione è più difficile riconoscerlo. E’ impressionante vedere come gli
alberi siano cresciuti in questo paesaggio così aspro. Scendiamo al Tenaya Lake,
un lago di un azzurro stupendo, percorso da alcune canoe. Vediamo Pothole Dome
che dà una bella vista sulle Tuolumne Meadows, come Lambert Dome. Passiamo dagli
stupendi prati della zona di Crescent Meadows. Subito dopo il Tioga Pass (9,943
ft. / 3,031 m) vediamo un altro meraviglioso lago alpino, il Tioga Lake dai
colori molto scuri e contornato da cime innevate.
Usciamo dal parco: qui la strada scende vertiginosamente di ben 3,000 ft (914 m)
nel tragitto che ci permette di raggiungere Lee Vining dove decidiamo di
pranzare con un hot dog (anche se sono già passate le 15.00!). Raggiungiamo il
visitor center per avere informazioni su Mono Lake e ci indirizzano verso l'area
di South Tufa verso Mammoth Lakes. Il signore all’entrata della riserva ci
chiede se abbiamo un “qualsiasi pass” dei parchi e noi mostrando il National
Park Pass passiamo stranamente gratis (l’ingresso è 3$). In realtà credo che ci
abbia fatto passare gratis inventando la storia del pass perché mancavano circa
venti minuti alle 17.00, orario dopo il quale non si paga più. Questo lago è
apparso circa 700000 anni fa ma il suo livello è drasticamente diminuito a
partire dagli anni 60’ quando è stato deciso di impiegare le sue sorgenti per
fornire acqua alla città di Los Angeles. Le acque del lago sono alcaline per cui
non ci sono pesci ma soltanto una specie di gamberi che si è adattata
all’ambiente. La cosa che più caratterizza il lago sono le formazioni di tufo
(tufa towers) che spuntano dall'acqua e dal terreno. Queste torri di tufo sono
un esempio di cosa è in grado di produrre la natura a partire da pochi elementi:
quando sorgenti di acqua fresca ricche di calcio sgorgano nelle acque alcaline
del lago, ricche di carbonato, si ha la precipitazione del carbonato di calcio
che pian piano negli anni forma una torre intorno alla bocca della sorgente.
Ovviamente questa reazione può avvenire soltanto nel lago per cui l’abbassamento
del livello del lago rende visibili le torri ma ne impedisce una crescita
ulteriore. Queste formazioni hanno circa da 200 a 900 anni ma fuori dal lago,
vicino alla vecchia riva del lago ci sono le formazioni più antiche risalenti a
13000 anni fa. Seguiamo un breve sentiero che porta verso la spiaggia. E’ molto
suggestivo vedere l’immagine di queste formazioni di carbonato di calcio
riflessa nell’acqua del lago. Il lago ha una concentrazione salina 3 volte
superiore al mare. La spiaggia è letteralmente ricoperta da mosche nere che
rendono nera la superficie dell’acqua stessa e, quando ci si avvicina, sciamano
verso l’alto formando nuvolette. Le pupe delle mosche erano il sostentamento
primario dei nativi Kutzadika’a o “Mono Lake Paiute”. Per questo motivo gli
indiani vennero chiamati “Monache” o mangiatori di mosche. Il nome fu accorciato
in Mono dai primi esploratori e fu applicato alla regione in cui viveva questa
tribù.
Percorriamo la US-395, una strada definita "scenic route", che costeggia la
Sierra Nevada, e ci offre altri paesaggi montani da ammirare. A sinistra vediamo
comparire le catene montuose che delimitano la valle della morte (Inyo
Mountains) su cui pian piano tramonta il sole. Ci fermiamo a Lone Pine per il
pieno di benzina e per prendere acqua in abbondanza, pane e salumi per la cena
visto che arriveremo un po’ tardi. Imbocchiamo la CA-136/190 per entrare nella
Death Valley e così comincia un viaggio nel buio più assoluto culminante in
discese abbastanza ripide e tornanti dopo aver oltrepassato il Panamint Range.
La Death Valley è una delle depressioni più profonde dell’emisfero
settentrionale. Deve il suo nome al fatto che è il posto più caldo e secco degli
USA e d’estate la temperatura media raggiunge normalmente i 40-45°C con punte
oltre i 50°C. Il clima secco è dovuto al fatto che in inverno le nuvole che si
alzano dal Pacifico incontrano varie catene montuose molto elevate per cui la
loro umidità si tramuta in pioggia e neve svuotandole progressivamente prima di
arrivare alla valle (effetto rainshadow). Infatti sulla Death Valley cadono
soltanto 2 inches/ 48mm per anno e in alcuni periodi non piove per niente.
Inoltre la profondità e la forma della Death Valley (lunga 225Km e larga 40km),
stretta e circondata da montagne, contribuisce alla creazione di correnti d’aria
calde e quindi alle alte temperature estive ed al clima secco. Il luogo occupato
oggi dalla Death Valley era un mare caldo e poco profondo. Col passar del tempo
il mare ha cominciato a retrocedere lentamente verso ovest mentre la terra è
stata spinta verso l'alto e verso nord. La fase successiva di sviluppo della
Death Valley è stata soprattutto influenzata dall'attività vulcanica e di
rimodellamento che ha portato alla creazione delle catene montuose ed
all’abbassamento del fondovalle. I risultati secondari delle eruzioni di lapilli
e cenere hanno dato i bellissimi colori dell'Artist's Palette e dei giacimenti
minerari del famoso borace (borato di sodio). Durante l'ultima Era Glaciale
principale dell'America settentrionale, la valle faceva parte di un sistema di
grandi laghi che scomparvero circa 10.000 anni fa, quando il clima si riscaldò.
L'Era Glaciale più corta, circa 2.000 anni fa, ha provocato un più piccolo
sistema lacustre. Quando questa acqua è evaporata, sono rimasti gli ampi
giacimenti di sale che oggi la caratterizzano.
Arriviamo all’albergo di Stovepipe Wells dopo le 21.00 e, dopo aver parcheggiato
ci godiamo il silenzio, il calduccio (ma è secco per cui non dà neanche
fastidio) e soprattutto un cielo stellato mai visto in cui è possibile ammirare
la Via Lattea. Prepariamo i panini in camera, mangiamo e … di corsa a letto. In
un giorno siamo passati da 3000m (Tioga Pass) a 0 m (Stovepipe Wells) sul
livello del mare percorrendo 564.76 Km (351 Miles) in uno scenario sempre
mutevole!
Monday, 18th of June
Partenza: Stovepipe Wells (Death Valley), CA
Arrivo: Las Vegas, NV
Alloggio: Circus Circus KOA Campground, Las Vegas Blvd, Las Vegas, NV (Campsite
132)
Prezzo: 53.33 $ (39.27 €) (prenotato tramite www.koa.com)
- 5.33 $ (3.98 €)
48.00 $ (35.29 €)
Km tappa: 336.28 (209 Miles)
Km totali: 1351.56 (840 Miles)
Luoghi visti:
Death Valley NP (Sand dunes)
Death Valley NP (Furnace Creek)
Death Valley NP (Badwater)
Death Valley NP (Devil’s Golf Corse)
Death Valley NP (Artist drive)
Death Valley NP (Golden Canyon)
Death Valley NP (Zabriskie Point)
Cruise America
Las Vegas (The Strip)
Alle 7.00 usciamo dalla camera e facciamo per l’ultima volta una colazione
all’americana. Qui ho trovato il maggior assortimento di frutta. Partiamo e ci
fermiamo quasi subito alle Sand Dunes, che sono servite da sfondo per Star Wars.
Per cui i bimbi si fiondano subito verso le dune cercando di seguire i passi del
babbo per non fare brutti incontri. Su questo fazzoletto di sabbia vivono il
kangaroo rat, le lucertole, uccelli, serpenti e coyotes. Ma soprattutto qui è
presente il crotalo che si nasconde sotto i Mesquite trees. Il panorama che si
vede dalle prime dune è incredibile. E’ un vero deserto! Quando si calpesta la
sabbia di queste dune fa un rumore diverso da quella su cui passeggiamo al mare,
per via della secchezza del luogo. I granelli di quarzo che costituiscono le
dune provengono dalle circostanti Cottonwood Mountains. Le dune appaiono sempre
linde, perché il vento continua a spazzarle. Durante la nostra passaggiata
facciamo l’incontro con una lucertola che ha delle zampe posteriori molto
possenti (simili a quelle di una rana) che le permettono di fare balzi
incredibili.
Continuiamo a percorrere la strada contornata da formazioni rocciose che
cambiano colore a seconda dell’intensità della luce ed arriviamo a Furnace
Creek, una specie di oasi che ospita il visitor center dove applichiamo il
timbro al passaporto. Andrea prova a bere da una fontanella del visitor center
ma l’acqua è bollente, anche dopo averla fatta scorrere un pochino. Incredibile!
A quest’ora la temperatura della valle oscilla tra 100 e 102°F (38-39°C). Ci
dirigiamo subito a Badwater, luogo famoso per essere quello alla più bassa
altitudine nel Nord America, a 85,5 metri (-282 ft) sotto il livello del mare.
E’ dominato ad est dai calanchi delle Black Mountains dove c’è un cartello che
segnala il livello del mare. Badwater è ciò che rimane dell’ immenso lago che
ricopriva la valle. L’evaporazione dell’acqua ha portato alla creazione di
strane forme quasi esagonali che pavimentano il bacino di Badwater. Tuttavia il
bacino di Badwater non si secca mai del tutto e permette la sopravvivenza di una
specie unica di pesci (Death Valley pupfish) adattatasi a vivere in condizioni
di salinità estrema. Nonostante le piogge inondino Badwater coprendo la
superficie salina con un sottile strato d’acqua che discioglie i sali,
l’eccessiva evaporazione della zona (150 inch/3800mm per anno) li fa ben presto
ridepositare sottoforma di nuovi cristalli. Guardando verso ovest si scorge il
punto più alto della valle che è Telescope Peak (11049 ft/3300m). Torniamo
indietro e deviando su una strada sterrata non troppo malvagia arriviamo al
Devil’s Golf Corse, una pianura formata da aguzze formazioni ricoperte di sale.
A differenza della pavimentazione di Badwater, queste formazioni, essendo più in
alto, non vengono ricoperte dall’acqua per cui, senza la sua azione levigante,
crescono dando origine a strani pinnacoli. Infatti questi si formano quando
l’acqua salata per capillarità sale dal fango sottostante e pian piano evapora
lasciando i cristalli salini in superficie. Questi pinnacoli crescono
lentamente, circa 1 inch/2,5cm in 35 anni. L’acqua ed il vento erodono e
scolpiscono queste guglie saline donandogli forme particolari e sempre diverse.
Deviamo per l’Artist Drive che è un percorso molto suggestivo tra rocce
vulcaniche colorate. E’ un susseguirsi di pietre dal colore rosso, rosa,
arancio, giallo, verde, azzurro, viola e porpora. Qui, infatti, i vari minerali
hanno colorato le pietre vulcaniche: il rosso, il rosa ed il giallo derivano dai
sali di ferro, il viola dal manganese mentre il verde dalla decomposizione della
mica. Ogni punto dà una visione memorabile delle rocce. Arrivati all’Artist
Palette, troviamo rocce variopinte ravvicinatissime proprio come se fossero
sulla tavolozza di un pittore. In più si vede il letto di un fiume secco che
rende bene l’idea del caldo del luogo. E’ veramente un luogo imperdibile!
Continuiamo per il Golden Canyon dove facciamo un breve percorso. Qui
incontriamo due ragazzi tedeschi mentre nelle precedenti tappe siamo sempre
stati da soli … è proprio un deserto! Si possono vedere non soltanto rocce color
oro ma anche rosse, arancio e verdi. Il caldo comincia a farsi sentire come un
macigno sul petto per cui cerchiamo di non esagerare e torniamo alla macchina
anche se è difficile staccarsi da quel paesaggio policromo sotto un cielo
azzurrissimo. Tornando indietro giriamo verso Zabriskie Point dove un sentiero
in salita ci porta ad un view point fantastico: le rocce (tipo dune
pietrificate) hanno una miriade di tonalità che vanno dal bianco al giallo e al
marrone, dal rosa all’arancione. Alcune sfumature ci ricordano il crem-caramel
che gocciola sopra un budino alla vaniglia. Quando l’antico lago occupava la
Valle della Morte, le acque piovane scioglievano il borace contenuto nelle
montagne, il quale si depositava in fondo al lago sottoforma di fango salino e
ghiaia. Dall'attività vulcanica delle montagne vicine e dalla ricadute di
lapilli nella zona si formò una coltre di lava più dura, chiamata riolite;
nell'insieme questo agglomerato prende il nome di Formazione di Furnace Creek.
La successiva orogenesi ha prodotto le colline che si vedono attualmente e che
sono sopranomminate badlands. Qui la telecamera si rifiuta di continuare a
lavorare per il troppo caldo: dice che la pila è esaurita ma arrivati a Las
Vegas si rivelerà ancora carica. Per cui possiamo fare soltanto foto! Il fondo
di Zabriskie Point é leggermente inclinato sia a causa dello sprofondamento
della Valle della Morte da una parte che del sollevamento delle Black Mountains
dall'altra, ciò ha prodotto delle profonde erosioni per le piene del torrente in
seguito prosciugatosi. Guardando verso Nord si vedono illuminarsi Manly Beacon e
la Red Cathedral, con il suo pronunciato colore rosso. Qui è stato girato
l’omonimo film di Antonioni. Peccato che sembrava di essere un po’ al mercato:
abbiamo trovato un mare di turisti esagitati scesi da vari pullman.
A questo punto sarebbe il turno di Dante’s View, ma Sergio mi ricorda che sono
le 12.00 e che per arrivare a Las Vegas ci vogliono circa 3 ore. Lì dobbiamo
affittare il camper e, anche se possiamo arrivare entro le 17.00 (ma un’ora per
pratiche ed istruzioni ci vuole) vorremmo esserci per le 15.00. A malincuore
lasciamo la Death Valley, attraversiamo il confine del Nevada passando per Death
Valley Junction/Amargosa Valley e percorriamo la I-95, per Las Vegas. Ci
fermiamo a mangiare un tramezzino ad Amargosa. Troviamo con facilità la Cruise
America ma appena arrivati (14.40) vediamo un sacco di famiglie che bivaccano
nell’atrio del deposito. Brutto segno! Dopo aver atteso una ventina di minuti
riusciamo a parlare con un impiegato che inserisce la nostra prenotazione in
coda alle altre e ci dice che dobbiamo aspettare minimo due ore. Sergio
approfitta per andare all’aereoporto a riconsegnare l’automobile. In realtà, se
non mi fossi fatta male uno si sarebbe occupato del camper ed uno dell’auto ma
ora lui deve tornare indietro in taxi. Comunque Sergio fa in tempo a tornare ed
aspettare ancora un bel po’: ci consegnano il camper alle 19.00 … altro che
Dante’s view potevamo vedere! Avevo letto in alcuni diarii che all’ufficio del
noleggio danno un sacco di informazioni e opuscoli su itinerari e RV park. Forse
a quell’ora loro avevano solo voglia di chiudere e noi eravamo stanchi per
l’attesa, per cui riusciamo a farci spiegare il minimo indispensabile sul
funzionamento e la consegna del camper. Un grosso errore è che non facciamo
domande riguardo i campeggi, RV park, dump stations sperando di avere
informazioni dai due elenchi che ci danno. Tra l’altro ci rifilano un camper con
46040 miglia percorse. Immediatamente ci dirigiamo verso il Circus Circus KOA
campground che è proprio sulla Strip. Qui mi rimborsano il 10% di quello che ho
pagato perché presento la tessera KOA fornita con il noleggio del camper. Le
prime luci della Strip cominciano ad accendersi e ci avventuriamo alla scoperta
di Las Vegas. E’ stata lo sfondo di centinaia di pellicole cinematografiche, la
più celebre è Via da Las Vegas, Casinò, Ocean’s eleven e Rain Man. Inoltre Bugsy
è il film dedicato alla storia della città ed al suo fondatore, il gangster Ben
Siegel detto Bugsy (diminutivo di scarafaggio).
Vediamo subito la torre dello Stratosphere ed il tendone con l’enorme pagliaccio
del Circus circus.
Decidiamo di andare in autobus fino al Paris per provare il buffet e poi tornare
indietro a piedi. L’autobus costa 2$ a persona compresi i bambini e non danno
resto. Per cui dobbiamo scendere dall’autobus per cambiare i soldi ed attendere
un secondo autobus. Arriviamo al Paris, dove c’è una riproduzione della Tour
Eiffel, alle 20.30 e ci dicono che ormai il buffet sta per chiudere. Che
disastro! Il casinò è enorme e il cielo è dipinto nel soffitto mentre ogni
angolo ricorda qualche cosa di Parigi. Ma i prezzi sono veramente salati.
Usciamo e ci separiamo: Sergio cerca un posto dove far mangiare i bimbi e si
ferma al Flamingo mentre io vado a filmare lo spettacolo dei giochi di acqua e
luce della fontane del Bellagio. Tornando indietro vedo il Caesar’s palace. E’
enorme e ricco di fontane, statue, templi di epoca romana e soprattutto c’è una
sala teatrale a forma di Colosseo. Mi avvicino a The Mirage, che sembra un
immenso lingotto d’oro. Tutte le sere dopo il tramonto si può assistere a
eruzioni vulcaniche ogni ora. Aspetto un po’ e parlando con una signora capisco
che avrei dovuto rimanere ancora una mezz’oretta per vedere lo spettacolo per
cui rinuncio vista la calca ed il caldo soffocante che mi attanaglia anche a
quell’ora. Vedo dall’altra parte della strada The Venetian, con le riproduzioni
del palazzo ducale, il ponte di Rialto ed il campanile di San Marco. Passando
vedo anche lo Stardust e Treasure island dove una discreta folla attende lo
spettacolo di pirati e sirene. Ci riincontriamo davanti al camper molto stanchi,
tutti e due con una carissima bottiglietta di acqua in mano (2.58$): avremo
soltanto queste due bottigliette d’acqua a disposizione per la notte più calda
che incontreremo in tutto il nostro viaggio. Peccato aver perso tutte quelle ore
alla Cruise America perché avremmo potuto avere un po’ più di tempo per fare la
spesa o vedere alcuni spettacoli di Las Vegas (avrei voluto vedere lo spettacolo
delle tigri bianche al Mirage o almeno una panoramica della città dalla Tour
Eiffel). Mi è sembrata una città veramente particolare, una “Disneyland per
adulti” come dicono alcuni, anche se a Sergio non è piaciuta per niente. Credo
che questa sera la stanchezza ed il nervosismo abbiano avuto la meglio. Un’altra
sorpresa ci attende: entrati in camper constatiamo che Andrea ha la febbre!
Tuesday, 19th of June
Partenza: Las Vegas, NV
Arrivo: Springdale, UT
Alloggio: Zion Canyon Campground, State Route 9, Springdale, UT (Campsite A17)
Prezzo: 34.57 $ (25.83 €)
Km tappa: 328.24 (204 Miles)
Km totali: 1679.80 (1044 Miles)
Luoghi visti:
Las Vegas (The Strip)
Wall Mart
Zion NP (Riverside Walk)
Dormiamo veramente male per il caldo. Viste le condizioni di Andrea, non
mettiamo la sveglia e ci prepariamo con calma. Attraversiamo in camper tutta la
Strip dando un'occhiata ai casinò che non avevamo visto ieri sera. L’ Aladdin è
sullo stile “Mille e una notte” mentre l’MGM è caratterizzato dalla presenza del
famoso leone all’entrata. Il New York New York è contornato da vari monumenti di
New York come il Ponte di Brooklin, la Statua della Libertà, il Chrysler
Building, l'Empire State Building. L’ottovolante che lo attraversa si ispira
alla montagne russe di Coney Island. L’Excalibur è impostato sul tema di Re Artù
mentre il Luxor sul tema egiziano con la riproduzione della piramide di Giza e
della Sfinge. Il Mandala Bay è in stile orientale-tropicale con un bell’acquario
all’interno. Devo dire che di sera la strip ha veramente un altro fascino.
Andiamo a cercare un Wall Mart per fare un bel rifornimento di viveri. Decidiamo
di non far scendere Andrea dal camper per non sottoporlo al gelo dell’aria
condizionata del supermercato. Quindi io ed Irene andiamo a fare la spesa
acquistando dai wurstel al sapone per i piatti, dalla pasta (barilla!) allo
sciroppo d’acero. Questi supermercati sono veramente immensi (perdiamo quasi 2
ore a trovare tutto) e si trova veramente di tutto: latte di ogni sapore, coca
cola alla ciliegia o alla vaniglia, succhi di ogni tipo, molta frutta e carne.
Tutto in porzioni gigantesche. Ad esempio, vista la lunga scadenza, prendiamo
due taniche di latte da 4 litri che ci dureranno per tutta la vacanza. Quando
torniamo al camper vediamo che Andrea sta sempre peggio, imbocchiamo la I-15 e
dopo pochi chilometri comincia a vomitare. Continuerà così per quasi tutto il
viaggio verso Zion NP visto che comunque il caldo eccessivo lo porta a bere di
frequente con l’ovvia conseguenza. Lo facciamo anche stare accanto al guidatore
per vedere se lì c’è un po’ più fresco che dietro. In questo modo un tragitto
che doveva durare 2 ore e mezzo ne dura 4 e, tenendo conto che il passaggio dal
Nevada allo Utah prevede il cambiamento del fuso orario (perdiamo 1 ora),
arriviamo a Zion NP alle 17.00. Questi luoghi furono per lungo tempo il rifugio
dei mormoni che dettero il nome alla zona ispirandosi alla biblica Sion.
L’avvicinamento a Zion è impressionante: la stessa I-15 passa attraverso
paesaggi incantevoli. Qui facciamo il primo incontro con la Grand Staircase
(Grande scalinata), un'enorme sequenza di piattaforme (o altipiani) di diversi
strati sedimentari disposte a gradoni che risalgono come una scalinata dal Grand
Canyon al Bryce Canyon. La Grand Staircase si estende per 150 miglia
raggiungendo un dislivello di 3500 ft. Finita la fase di sedimentazione, il
sollevamento della crosta terrestre portò prima alla formazione dell’altopiano
del Colorado e successivamente, circa 13 milioni di anni fa, una fase tettonica
ne causò lo smembramento, dando origine a una serie di altopiani minori.
Nacquero così gli altopiani di Markagunt, Paunsaugunt, Kaibab, Kaiparowits,
Paria e Aquarius, le cui rocce, venute allo scoperto, hanno subito fenomeni di
erosione. Oggi fra i pendii e le piattaforme di questa Grand Staircase, si trova
un paesaggio modellato dall'acqua e dal vento, costituito da tavolati solitari,
guglie, valli e canyon ed ogni formazione rocciosa mostra i vari strati di
sedimentazione avvenuta in milioni di anni. Ogni stratificazione geologica
corrisponde ad un mutamento climatico della regione, che si riflette nella
diversa composizione del sedimento e conseguentemente nel colore dello strato.
Infatti ogni scarpata o pendio (cliff) principale della Grand Staircase è
denominata sulla base del colore delle rocce che la costituiscono e che, salendo
dal Grand Canyon al Bryce Canyon sono distinguibili in:
· Chocolate Cliffs (si elevano sull'altopiano Kaibab e la parte superiore è
costituita dalla formazione Moenkopi, fatta di arenaria e argillite con strati
di gesso in mezzo, depositi costieri dovuti a fasi di avanzamento e regressione
della linea di costa. Il sollevamento tettonico portò all'emersione e alla
parziale erosione gli strati di questa formazione per cui oggi gli affioramenti
del Moenkopi si trovano soltanto nel Marble Canyon, sul Monte Cedar e nel Red
Butte)
· Vermillion Cliffs (sono situate vicino a Lee’s Ferry e la parte superiore è
costituita dalla formazione Kayenta, di origine fluviale, che contiene molti
fossili di pesci e dei primi dinosauri del Triassico)
· White Cliffs (testimoniano una desertificazione del luogo; sono composte di
dune sabbiose che si sono solidificate nelle Navajo Sandstones)
· Grey Cliffs (i pendii rivelano la presenza di vita marina insieme a strati
carboniferi derivati da piante di palude e stagni; infatti i sedimenti che le
costituiscono si sono depositati durante il periodo in cui l'oceano aveva
ricoperto questo territorio e durante la sua retrazione. La parte superiore è
costituita dalla formazione Wahweap costituita principalmente da depositi
fluviali)
· Pink Cliffs (le pietre calcaree che le costituiscono sono state depositate da
un remoto lago d'acqua dolce e dai fiumi. L’ossidazione del ferro nei depositi
di fango ha dato origine al colore rosato dei sedimenti della formazione Claron
o Wasatch. Questa formazione costituisce principalmente il Bryce Canyon, Red
Canyon e Cedar Break).
Nell'insieme, questa stratificazione mostra 200 milioni di anni di storia
geologica. Nella scalinata lo strato più recente e superficiale del Grand Canyon
è lo strato più antico dello Zion (~240 milioni di anni, Kaibab Limestone).
Mentre lo strato più recente dello Zion, riconoscibile alle quote più elevate
(Dakota Sandstone) costituisce lo strato più antico del Bryce Canyon.
La maggior parte delle formazioni geologiche della Grand Staircase sono visibili
nello Zion Canyon NP (come indicato in una foto nella brochure dataci dai
rangers) visto che consiste in una profonda incisione nell'altopiano di
Markagunt, creata dal Virgin River, e si trova in posizione intermedia tra il
Grand Canyon e il Bryce Canyon. Camminando nello Zion Canyon siamo circondati
principalmente dalle rocce della formazione Navajo e questi monoliti sono alcune
delle formazioni di arenaria più alte del mondo. Infatti la formazione Navajo si
formò dalle dune fossili di un grande deserto, il cui aspetto era molto simile
all'ambiente visibile ancora oggi nel parco statale di Coral Pink Sand Dunes. La
sabbia si accumulò creando dune che raggiunsero uno spessore di circa 650 m. Le
arenarie della formazione Navajo si formarono dalla cementificazione di granuli
di quarzo con carbonato di calcio, dando origine ad arenarie friabili e porose.
Infatti una nuova fase di sedimentazione depositò sulla sabbia un sottile
deposito calcareo (30-120 cm), frammisto a sabbia e resti fossili, dando origine
alla formazione Temple Cap. Il limo calcareo percolò negli strati sepolti
sottostanti, cementando in parte le arenarie della formazione Navajo. Gli strati
che compongono le Navajo Sandstones formano fra loro angoli dovuti ai
cambiamenti di direzione del vento che le ha scolpite e assumono una tipica
geometria a festoni (stratificazione incrociata). Gli strati inferiori della
formazione hanno una colorazione rossastra dovuta all'ossido di ferro percolato
dalla sovrastante formazione Temple Cap, mentre gli strati superiori hanno una
colorazione biancastra. Questa formazione Temple Cap è visibile sulle cime
dell'East Temple e del West Temple. Le striature rossastre visibili lungo le
pareti rocciose dello Zion si formarono per azione della pioggia, che disciolse
l'ossido di ferro presente nelle rocce (ad esempio l'Altare del Sacrificio).
Successivi depositi si silt si trasformarono nelle rocce calcaree della
formazione Carmel per uno spessore di 60-90 m. Le rocce della formazione Carmel
sono visibili sul monte Horse Ranch nella sezione del parco dei Kolob Canyons e
presso Mt. Carmel Junction.
Entriamo nel parco e ci fanno notare che l’indomani per andare al Bryce dovremo
richiedere la scorta dei rangers per passare il famoso tunnel (mi sembrava che
il nostro camper rientrasse nelle dimensioni consentite) ma loro dicono che è
largo e ci fanno pagare 15$. Cerchiamo subito posto nel campeggio ma ci dicono
che il camper davanti al nostro ha preso l’ultimo posto disponibile. Usciamo dal
parco e troviamo posto nel primo RV park che incontriamo e che è circondato
dalla caratteristiche montagne di Zion. Oggi avremmo dovuto fare un pezzetto dei
Narrows fino al Mystery Canyon (o al Narrows Alcove come suggerito da
Marco-Joethelion) e la cosa aveva sempre affascinato i bambini. Ma Andrea non è
certo in grado di muoversi e resta al camper con Sergio. Io accompagno Irene
almeno a vedere l’inizio dei Narrows (ormai sono le 18.00).
Un primo shuttle ci porta dal RV park al visitor center (dove mettiamo il timbro
del parco anche per Andrea) ed un secondo ci guida nel canyon di Zion. Lo
percorriamo tutto, cercando di capire tutto quello che ci dice l’autista, e ci
fermiamo al Temple of Sinawava (il nome fa riferimento al Dio Coyote degli
indiani Paiute). Seguiamo il sentiero del Riverside Walk (2 miles – 3.2 Km,
roundtrip) nel canyon creato dal North Folk del Virgin River. Incontriamo subito
un cerbiatto, un po’ distante dal sentiero, che bruca indisturbato. Durante
questa bellissima passeggiata incontriamo 2 scoiattoli e vediamo le montagne
tingersi pian piano di rosso per effetto dell’imminente tramonto. Notiamo anche
una piccola “Spring” che cola dalla roccia. Queste “Canyon Springs” sono
caratteristiche di Zion e si formano nel punto di transizione tra strati
geologici visto che la Navajo Sandstone è una roccia porosa mentre quella
sottostante dello strato Kayenta è impermeabile. Il Riverside Walk è anche
chiamato “Gateway to the Narrows”, perché giunge ad un piccolo piazzale dove il
fiume è basso e sassoso e da cui parte il trail dei Narrows. Qui finalmente
Irene si toglie la voglia di camminare un po’ nel fiume e così la immortalo
mentre passeggia con l’acqua alle caviglie (io cerco di non eccedere per non
cadere in acqua con il gesso!). Tornando indietro troviamo il cerbiatto di prima
proprio accanto al sentiero … è bellissimo!
Vorrei vedere la Weeping Rock ma sono le 20.00 e, tenedo conto della durata
della passeggiata da fare e che la frequenza dei bus a quest’ora è ridotta,
torneremmo al camper verso le 22.00. Non potendo avvertire Sergio (abbiamo un
solo cellulare), non vorrei che stesse troppo in pensiero se tornassimo così
tardi per cui decidiamo di andare a vedere il tramonto al Court of Patriarcs
viewpoint. Salite sullo shuttle troviamo un autista molto logorroico che
racconta alcuni aneddoti sul parco e soprattutto che in questa zona è stato
girato Butch Cassidy and the Sundance kid (uno dei miei film preferiti). Ci
fermiamo a Court of Patriarcs dove tre cime imponenti (Abraham, Isaac e Jacob)
assumono un colore sempre più rossastro per la luce al tramonto. Quindi ci
tratteniamo un po’ per immortalarle ed aspettiamo un altro shuttle. Arrivati al
camper vediamo che anche le montagne che lo circondano (tra cui spicca il
Whatchman) si sono arrossate: è veramente un bello spettacolo!
Visti i problemi di stomaco ceniamo con riso in bianco: tipica cena americana!
La notte dormiamo meglio che a Las Vegas anche se teniamo ancora i finestrini
aperti e dormiamo senza pigiama.
Wednesday, 20th of June
Partenza: Springdale, UT
Arrivo: Bryce Canyon NP, UT
Alloggio: Sunset Campground, Bryce Canyon National Park, UT (Campsite 219)
Prezzo: 10$
Km tappa: 276.75 (172 Miles)
Km totali: 1956.54 (1216 Miles)
Luoghi visti:
Zion-Mount Carmel Hwy
Coral Pink Sand Dunes SP
Red Canyon NP
Bryce Canyon NP
Facciamo colazione in camper (Andrea sembra stare meglio) e ci avviamo sulla
Zion-Mount Carmel Hwy ovvero il nome che prende la UT-9 all'interno di Zion. La
strada offre vedute veramente stupende (anche per Sergio che purtroppo ha solo
questo ricordo del parco) per cui ci fermiamo continuamente a fare foto. Vediamo
il Great Arch, un arco cieco scavato in una parete verticale, che purtroppo è in
ombra per cui è difficile distinguerne i contorni e quindi renderne la
profondità nelle foto. Mentre percorriamo questa strada tortuosa le ante di un
armadietto si aprono ed i piatti in dotazione (di porcellana!) cominciano a
scivolare verso l’esterno come in un cartone di Pippo. Fortunatamente Irene ci
avverte prima che sia troppo tardi e Sergio sigilla le ante con un pezzo di
stoffa. Arrivati al tunnel ci accodiamo ad un altro camper in attesa e passiamo
quasi subito dall’altra parte dove troviamo formazioni geologiche ancora
diverse. Nella zona est del parco si trovano soprattutto montagne di arenaria
arrotondate costituite dalle Navajo Sandostones. Nella Checkerboard Mesa, il
fenomeno della stratificazione incrociata è particolarmente evidente. Si notano
due tipi di linee sulla sua superficie. Le linee orizzontali (crossbedding)
rappresentano gli strati della sabbia mossa dal vento che hanno generato la
duna. Le linee verticali sono crepe superficiali che probabilmente sono causate
da fenomeni di espansione-contrazione dovute ad esempio a cambiamenti di
temperatura o di condizioni meteorologiche come pioggia e vento. Al Checkerboard
Mesa viewpoint incontriamo un gruppo di motociclisti su Harley Davidson che
riincontreremo anche al Bryce.
Dopo Mt Carmel Junction decidiamo di fare una deviazione lungo la US-89 verso
Kanab per andare a vedere il Coral Pink Sand Dune State Park (5$). Qui siamo a
6000 piedi di altitudine e cominciamo a fare conoscenza con i Ponderosa Pines
inframezzati alla sabbia. Scesi dal camper, ci troviamo di fronte dune color
rosa-arancio in cui crescono dei cespugli con fiori gialli, ed il tutto è
arricchito dall’azzurro intenso del cielo. I bambini cominciano a correre in
discesa ed in salita sulle dune. C’è una vera sensazione di pace (oltre a noi
c’è solo una famiglia di 5 persone) anche se ad un tratto arrivano i go-cart a
spezzare un po’ l’incantesimo. Le dune si sono formate in seguito allo
sbriciolamento delle Navajo Sandstones provocato dall’erosione e dalla
successiva azione del vento che si incanala velocemente nella falla aperta tra i
monti Moquit e Mocassin. La velocità del vento si riduce quando arriva nella
valle aperta dove rilascia la sabbia. Nonostante questo sia uno State Park,
chiediamo di poter mettere un timbro sul passaporto come ricordo.
Ci rimettiamo in marcia e percorriamo un pezzo della US-89 ammirando il panorama
selvaggio e meraviglioso che ci circonda: ranch, verdi prati con cavalli e
mucche al pascolo e fiumiciattoli si alternano. Immettendoci nella UT-12
attraversiamo il Red Canyon che ci ricorda molto gli scenari disegnati in Cars;
soprattutto gli archi sotto cui passiamo ricordano la romantica passaggiata di
Saetta McQueen con Sally. Arriviamo al Bryce Canyon NP, situato lungo il bordo
sudest del Pausagunt Plateau (Paunsagunt è il nome Paiute per "casa del
castoro"). Il bordo del Kaiparowits Plateau limita il lato opposto della valle.
In seguito al sollevamento ed al frazionamento dell’altopiano del Colorado, la
forza erosiva di acqua e vento hanno scavato dei larghi anfiteatri nel Pausagunt
Plateau esponendo dei pinacoli colorati chiamati hoodoos (arrivano a 200ft,
60m). Diversi anfiteatri si estendono lungo le 20 miglia (30km) del parco ed il
più grande è il Bryce Amphitheater: lungo 12 miglia (19 km), ampio 3 miglia (5
km) e profondo 800 ft (240 m). Lungo il bordo del plateau l’acqua, scendendo
velocemente, ha eroso pian piano la formazione Claron, costituita da carbonato
di calcio inframezzato da depositi di ferro e manganese che danno una
colorazione rispettivamente rosso-arancio e violacea. Neve ed acqua sono
penetrate nelle fessure della roccia, hanno sciolto il cemento che la compattava
e sono congelate creando spaccature; l’acqua piovana ha modellato i bordi delle
fratture grazie anche alla sua acidità. Questo ha creato delle scanalature che
pian piano sono diventate più profonde ed hanno portato alla formazione di rocce
strette definite pinne. L’erosione successiva delle spaccature verticali
createsi nelle pinne ha portato alla creazione degli hoodoos.
Cerchiamo un posto nel Sunset Campground. Questo è un campeggio senza reception
dove ti scegli il posto, metti un contrassegno con i tuoi dati sull’asta della
piazzola e 10$ in una busta, con gli stessi dati, che inserisci in un’urna posta
all’entrata del campeggio. Qui diamo il meglio di noi stessi! Scegliamo un posto
accanto ai bagni (il 222) dove sull’asta c’è un contrassegno con la scritta 21.
Oggi è 20 per cui per noi è libero e poniamo il nostro contrassegno con la
scritta 20 sopra l’altro. Ci prepariamo i panini e mangiamo sul tavolino della
piazzola che, insieme al barbecue, è sempre in dotazione in ogni campeggio.
Facciamo tappa al visitor centre e, visto che queste sono le ore più calde,
raggiungiamo la fine della Scenic Route del parco e torniamo indietro,
fermandoci nei punti panoramici.
Rainbow Point: è il punto più alto del parco (9100 ft, 2775m) e da qui si ammira
un panorama molto bello. Si può apprezzare una serie di pendii appartenenti alla
Grand Staircase. Ci troviamo infatti sulle Pink Cliffs (in lontananza si vede
anche l’Aquarius Plateau) e subito sotto si distinguono le Grey Cliffs. In
lontananza si possono vedere Molly's Nipple che fa parte delle White Cliffs e le
Vermillion Cliffs
Ponderosa Canyon: Il view point deve il nome agli enormi Ponderosa Pines (alti
più di 150ft con un diametro di 5ft) situati in fondo al canyon. La vegetazione
è rigogliosa nelle zone corrispondenti alle Gray Cliffs e protegge le rocce
circostanti dalle intemperie. La zona delle White Cliffs invece non permette un
buon attecchimento delle piante ed è maggiormente soggetta ai fenomeni di
erosione. Da qui si cominciano a vedere i pinnacoli di cui il Bryce è
costituito.
Agua canyon: qui due hoodoos prominenti richiamano l’attenzione: a sinistra "The
Hunter" ed a destra "Rabbit" o "Backpacker." In lontananza si vede la Navajo
Mountain.
Natural Bridge: qui si trova uno dei diversi archi presenti al Bryce, scolpito
da fenomeni erosivi nelle rocce rosse della formazione Claron, attraverso il
quale si vede la sottostante foresta di Ponderosa Pines.
Farview point (8819 ft, 2688 m): permette una vista spettacolare delle zone che
compongono la Grand Staircase. Da nord a sud si può vedere: the Aquarius Plateau
(Pink Cliffs), the Kaiparowits Plateau (Grey Cliffs), Molly's Nipple (White
Cliffs), ed in lontananza the Kaibab Plateau. In lontananza si può vedere la
Navajo Mountain (90 miglia) al confine tra Utah ed Arizona e si può perfino
arrivare a vedere le Black Mesas in Arizona ad una distanza di 160 miglia.
Bryce Point, Inspiration Point, Sunset Point e Sunrise Point sono i punti in cui
si può ammirare l'anfiteatro. Al Bryce Point ci si affaccia dalla Boat Mesa che
incappuccia la formazione Claron fino ad Inspiration Point per vedere il
risultato dell’erosione di questa formazione che ha dato origine agli hoodoos.
Anche le caverne, visibili da qui sono il risultato dell’erosione del White
Member della formazione Claron. Da Inspiration Point si può scorgere Silent City
(vicino a Sunset Point). Al Sunset Point vorremmo precorrere un tratto del
Navajo Trail per risalire al Sunrise Point percorrendo il Queen's Garden Trail.
La parte del Navajo Trail comprendente Wall Street è chiusa dopo poche miglia
per cui cominciamo a scendere per l’altro ramo. Vicino al bellissimo Thor's
Hammer mi paralizzo completamente. Le mie vertigini cominciano a farmi un brutto
scherzo: l’esposizione del sentiero e soprattutto la consapevolezza di non
potermi reggere con la mano sinistra in caso di scivolone mi ha completamente
bloccato. In più controllare i bimbi che si avvicinano al bordo del sentiero mi
blocca ulteriormente. Tentiamo di provare il Queen's Garden Trail dal Sunrise.
Ormai però l’irrazionalità mi ha completamente assalito e vedere sotto dei
bambini che corrono nella parte di sentiero senza protezione da entrambi i lati
mi fa stare ancora peggio, per cui ci accontentiamo soltanto dei view points.
Questa decisione mi fa mordere le mani ancora oggi ma in quel momento non sono
riuscita a sbloccarmi. Da Sunrise Point si vede la Boat Mesa e Sinking Ship,
stagliate contro le Pink Cliffs dell’Aquarius Plateau. Incredibilmente le radici
di Limber Pine sono state esposte dai fenomeni erosivi e fanno capire come le
piante riescano ad adattarsi anche a condizioni estreme. Incontriamo una
famiglia veneta che è partita da New York in macchina ed ha già visitato la
maggior parte dei parchi che vorremmo vedere. Andrea è così contento di sentir
parlare italiano che subito dopo ci dirà “Perché non li avete invitati a cena?”
Compriamo alcune cose che ci mancano come lo spago per chiudere alcuni
armadietti che si aprono sempre in viaggio. Andiamo a vedere il tramonto al
Sunrise ed al Bryce Point, anche se molti hoodoos sono in ombra. In questo parco
vediamo degli scoiattoli diversi con il dorso striato e la coda fine, i
Golden-mantled Ground Squirrels. che somigliano proprio a Cip e Ciop (o Chip’n
Dale, loro sono dei Chipmunk e, da quello che ho capito la differenza sta
nell’avere anche il musetto striato).
Tornati al campeggio non troviamo più il nostro contrassegno sul numero 222 ma
una tanica d’acqua con scritto “questo posto è riservato da un ospite del
campeggio”. Vado a cercare un ranger per capire e girando nel campeggio vedo che
nei posti occupati c’è sempre la scritta 21 per cui realizziamo che non bisogna
scrivere la data di arrivo ma quella di partenza. Cerchiamo un’altra piazzola ma
ora si pone il dilemma: noi abbiamo già pagato per la 222 ma ora stiamo
occupando la 219 … dobbiamo ripagare? Mentre facciamo manovra arriva una ranger
a cui spiego che stamani ci siamo sbagliati pensando di dover scrivere la data
di arrivo. Lei dice “Ah, siete voi?”. Ci riporta il nostro contrassegno e ci
dice di non preoccuparci perché la maggior parte delle persone fanno
quest’errore!
Il cielo è bellissimo, denso di stelle e la luna sta crescendo. L’altitudine si
fa sentire perché ci addormentiamo con i finestrini chiusi e nella notte ci
copriamo con i piumini in dotazione.
Thursday, 21st of June
Partenza: Bryce Canyon NP, UT
Arrivo: Grand Teton NP, WY
Alloggio: Gros Ventre Campground, Grand Teton NP, WY (Campsite 200)
Prezzo: 17$
Km tappa: 1028.15 (639 Miles)
Km totali: 2984.69 (1855 Miles)
Luoghi visti:
Bryce Canyon NP (Fairyland Point)
Salt Lake City
Jackson
Ci svegliamo soltanto io e Sergio. Visto che oggi sarà una tappa di
avvicinamento lasciamo i bimbi a dormire. Andando al bagno del campeggio scorgo
“Cip” che giocherella con i residui della cena dei vicini entrando ed uscendo da
una tana nel terreno. Ci dirigiamo verso Fairyland Point e lungo la scenic drive
incontriamo dei cerbiatti sul lato della strada. Vediamo una distesa di
pinnacoli che dall’alto offrono uno spettacolo impressionante alla luce del
mattino.
Partiamo prendendo la UT-12 ed attraversiamo nuovamente il Red Canyon. Ci
prendiamo un caffè al caramello a Panguitch e ci dirigiamo verso la I-15. Verso
le 10.00 i bambini si svegliano per cui ci fermiamo per preparargli la colazione
e poi ripartiamo. Intorno alle 14.00 ci fermiamo a Salt Lake City per preparare
e mangiare i panini per il pranzo. Io esco a fare alcune foto ma il caldo è
impressionante. Siamo vicini a Temple Square, cuore della città, che è
strutturata secondo la consueta pianta a reticolato, e sulla quale si affacciano
il Mormon Temple e il Tabernacle. Uscendo dalla città passiamo da Capitol Hill,
il punto più elevato, sul quale sorge l’edificio neoclassico del Parlamento, che
riproduce esattamente il Capitol di Washington.
Passiamo attraverso montagne verdi e vediamo diversi ranch e laghetti: ci
addentriamo nei territori che hanno fatto da sfondo a molti films di cowboys. In
particolare ci ricordiamo della storia di Luke Macahan e della sua famiglia che
nell’ultima serie viveva in un rach vicino alla cittadina di Teton (!).
Attraversiamo il confine dell’Idaho ma dopo Idaho Falls troviamo una strada
ridotta ad una corsia per lavori in corso che rallenta molto l’andatura. Andando
verso Jackson costeggiamo un bel lago creato da una diga sullo Snake River su
cui pian piano tramonta il sole. Quindi in un giorno siamo passati dal paesaggio
arido e rosso dello Utah a quello rigoglioso e verde del Wyoming. Arriviamo a
Jackson intorno alle 20.30. Non avevo prenotato il campeggio dall’Italia perché
sulle lunghe tappe non volevo eccedere nelle previsioni in più speravo che alla
Cruise America ci avrebbero dato una lista con un maggior numero di campeggi
rispetto da quelli che avevo trovato in internet (6). Cominciamo da quello più
in centro che ci dice di essere pieno e ci consiglia di andare al Grand Teton
direttamente. Però lì non hanno l’elettricità: noi veniamo da un parco senza
elettricità, domani saremo nuovamente in un campeggio senza elettricità per cui
ci piacerebbe dormire in un posto attrezzato per ricaricare le pile di
telecamera e macchina fotografica. Cerchiamo ancora in città ma la signora di un
RV park ci può sistemare in un posto per tende senza elettricità. La nostra idea
era cenare a Jackson per mangiare una bella bistecca ma … torniamo indietro
verso Hockback Junction (12 miglia a sud) chiedendo a diversi RV parks un posto
per dormire ma ovunque rispondono FULL. L’ultimo ci dice di provare 23 miglia
più a sud. A quel punto ritorniamo verso Jackson e cerchiamo un motel (secondo
la guida è proibito sostare di notte nei parcheggi con il camper) ma ovunque c’è
scritto NO VACANCY. Ormai sono le 22.30, incontriamo una macchina della polizia
e spieghiamo al poliziotto che non siamo riusciti a trovare né un RV park, né un
motel nonstante siamo tornati indietro di ben 12 miglia. Lui ci consiglia di
andare al Grand Teton perché nella zona non c’è niente oltre agli RV park da noi
visitati. Quindi ci avviamo a fare quello che non avevamo fatto 2 ore prima.
Quasi all’uscita di Jackson vediamo sul lato della strada un’altra macchina
della polizia ferma e tutta illuminata. Appena la sorpassiamo accende la sirena
e ci viene dietro. Ci fermiamo ma nessun poliziotto scende dall’auto. Dico a
Sergio di non scendere ma lui insiste che se non scende nessuno vuol dire che
deve scendere lui. Così appena sceso esce fuori un poliziotto che lo fa risalire
immediatamente e ci dice che nel Wyoming quando uno incontra una macchina della
polizia ferma con i lampeggianti accesi si deve fermare. Ci chiede i documenti e
noi gli spieghiamo che stiamo andando nel parco perché non abbiamo trovato un
posto per dormire tra Hockback Junction e Jackson. Anche lui concorda con il
collega che la cosa migliore è andare al Grand Teton. Arriviamo così al primo
campeggio del parco che funziona con il sistema della busta e scegliamo un posto
vicino ai bagni. I bimbi mangiano un po’ di pane e formaggio e crollano nel
letto … ormai sono le 24.00.
Friday, 22nd of June
Partenza: Grand Teton NP, WY
Arrivo: Yellowstone NP (Canyon Village), WY
Alloggio: Canyon Campground, Yellowstone NP, WY (Campsite K234)
Prezzo: 18.50 $ (13.84 €) (prenotato tramite www.xanterra.com)
Km tappa: 246.18 (153 Miles)
Km totali: 3230.87 (2008 Miles)
Luoghi visti:
Grand Teton NP
Yellowstone NP (Upper Geyser Basin)
Yellowstone NP (Midway Geyser Basin)
Yellowstone NP (Norris Geyser Basin)
Visto l’orario di ieri sera anche stamani lasciamo i bimbi a letto e partiamo
alla scoperta del parco. Vediamo subito la catena dei monti Tetons alla nostra
sinistra. Si distinguono: South Teton (12514ft – 3814m), Nez Perce (11901ft –
3627m), Middle Teton (12804ft – 3902m), Grand Teton (13770ft – 4197m), Mt Owen
(12928ft – 3940m), Tweenot Mountain (12325ft – 3756m) e Mt. Moran (12605ft –
3842m). Arrivati alla Moose Junction proseguiamo dritti e giriamo verso destra
all'intersezione con la Antelope Flats Road. Qui incontriamo molti bisonti che
stanno pascolando. Dopo poco sulla sinistra compare la casa in legno (Mormon row
barn) che si vede in tante foto su internet e sulle brochures del Grand Teton.
Mentre fotografo la casa con i Tetons sullo sfondo mi attrae uno strano
animaletto simile ad un cane della prateria che costruisce tane nel terreno.
Torniamo indietro verso il visitor center (dove timbro il passaporto per tutti e
due i dormiglioni) e percorriamo la Teton Park Road fermandoci ai vari view
points. Vorremmo salire al Signal Mountain Overlook ma per lavori in corso la
strada è aperta solo il sabato e la domenica. Ci fermiamo all’area di Signal
Mountain per fare benzina e per preparare la colazione ai bimbi, che nel
frattempo si sono svegliati, e qui incrocio altri “cani della prateria” che si
nascondono in tane scavate nei prati vicino al Jackson Lake. Ripartiamo e
facciamo una deviazione a destra per andare all'Oxbow Bend dove lo Snake River
curva di quasi 180° ed i Tetons si riflettono nelle acque del fiume. Ci
avviciniamo all’uscita del parco costeggiando il Jackson Lake.
Arriviamo all’entrata sud di Yellowstone NP, il parco di Yoghi e Bubu, ma
dobbiamo fare ben più di 25 km per arrivare al visitor centre! Seguiamo il corso
del Lewis River, che sfocia nello Snake River poco dopo l’entrata nel parco.
Lungo la strada si possono vedere ancora le tracce dell’incendio del 1988 che
bruciò il 36% degli alberi del parco. Circa 630000 anni fa nel cuore di
Yellowstone ci fu una gigantesca eruzione che creò un cratere di circa 40km di
diametro e 2000m di profondità. Dopo una lunga attività eruttiva il cratere
sprofondò, formando la caldera di geyser e getti di acqua calda visibile oggi.
Al visitor centre prendiamo gli orari orientativi per le eruzioni di alcuni
Geyser. Vediamo subito che non riusciremo ad arrivare all’eruzione
dell’Oldfaithful Geyser delle 12.49 visto che ci separano altri 27 Km ma
sicuramente potremo vedere la successiva. L’Old Faithful è un geyser dal getto
molto potente (106-184 ft / 30-55 m di altezza), e soprattutto è il più
prevedibile, visto che ogni 92 minuti erutta per 2-5 minuti. Ogni eruzione
proietta tra 3700 e 8400 galloni (14000 e 32000 l) di acqua calda. Arrivati al
parcheggio prepariamo i panini e li mangiamo strada facendo per prendere i posti
sulle panche prima che sia tutto pieno. L’eruzione del geyser è veramente
stupefacente! Anche se la magia è un po’ guastata dall’eccessiva presenza di
persone chiassose e maleducate. Ad esempio una famiglia americana è arrivata
all’ultimo momento e si è seduta sul muretto dell’anfiteatro davanti a tutti;
nei preamboli dell’eruzione il telefonino della nonna ha squillato e tutti hanno
dovuto parlare con la persona all’altro capo del telefono gesticolando e
squittendo. Non contenti degli schiamazzi al momento clou dell’eruzione si sono
alzati in piedi per farsi fotografare davanti al getto d’acqua prendendosi
maledizioni un po’ da tutti visto che hanno rovinato vari filmini e foto.
Decidiamo di prenderci un gelato ma l’idea non è molto originale visto che ci
troviamo a fare una coda di 30 minuti. Anche con i gelati gli americani hanno
dosi da cavalli: uno “small” corrisponde ad un nostro cono normale. La signorina
infatti ci ha guardati sorpresa per il fatto che prendevamo uno “small” anche
per gli adulti.
Cominciamo a visitare la restante parte dell’Upper Geyser Basin, la zona al
mondo con la più alta concentrazione di geysers, ed a prendere confidenza con
alcuni fenomeni idrotermici che incontreremo varie volte durante la visita del
parco.
Geyser - Il geyser è una tipologia di sorgente di acqua calda che ha delle
eruzioni periodiche che creano delle colonne di acqua calda e vapore. Il nome
geyser deriva da Geysir che è il nome del più noto geyser islandese. Essi sono
una manifestazione del vulcanismo secondario, che si ha quando è presente una
caratteristica struttura a sifone. In essa ci sono rocce permeabili, nelle quali
circola l'acqua, circondate da rocce impermeabili, e nelle vicinanze è posta una
camera magmatica. L'acqua piovana entra nella struttura a sifone, viene
riscaldata, ma la pressione esercitata dal peso dell’acqua sovrastante e dalle
rocce circostanti impedisce che essa diventi vapore. Si formano bolle sempre più
grandi che non riescono a passare attraverso le intercapedini e quindi sollevano
l’acqua sovrastante. Questo crea un diminuzione della pressione determinando
un’ebollizione violenta: istantaneamente viene prodotta una grossa quantità di
vapore che forza l’acqua ad uscire e così il geyser comincia ad eruttare.
L’eruzione termina quando la riserva d’acqua si esaurisce o quando le bolle
gassose diminuiscono di volume e riescono ad uscire senza sollevare l'acqua. I
“Fountain-type-geysers” emettono acqua in varie direzioni da una vasca mentre i
“Cone-type-geysers” hanno un getto direzionato da un cono o un beccuccio.
Hot Spring – E’ caratterizzata da uno stagno più o meno grande contenente acqua,
di solito limpida perché filtrata dalla roccia. Si forma quando il sistema di
canali sotterranei non è così costretto come nel geyser. Quindi l’acqua calda
non è sotto pressione ma circola liberamente fino alla superficie dove evapora.
L’acqua fredda ritorna nel sistema sotterraneo tenendo il tutto in equilibrio. I
colori di queste piscine naturali sono determinati dalla presenza di minerali e
soprattutto di alghe e batteri termofili. I termofili resistono alle alte
temperature e sono caratterizzati da diversi colori: generalmente i verdi ed i
marroni vivono nelle acque più fredde (sotto i 140°F o 60°C) mentre quelli
arancioni e gialli in acque più calde (140-181°F o 60-83°C).
Fumaroles o Steam vents – Sono i fenomeni geologici più caldi di Yellowstone. Le
fumarole cominciano come sorgenti calde ma per scarsità di acqua si trasformano
in vapore. Infatti l’acqua calda risale dal sottosuolo ma arrivata in superficie
il suo volume è troppo debole per farla zampillare o per creare uno stagno per
cui si trasforma in vapore creando una nube grigia.
Mud Pots – gli stagni di fango sono hot springs acide e sono costituiti da fori
nella superficie del terreno ripieni di fango stagnante e caldissimo. Questi
calderoni si formano al di sopra delle fumarole che liberano un gas acido, il
solfuro di idrogeno. I microorganismi presenti lo convertono in acido solforico
che fa decomporre la roccia in fango ed argilla. La presenza di gas che
fuoriescono dal fango causa il continuo ribollio.
Ci incamminiamo verso Geyser Hill, una collinetta densa di fenomeni geotermici
da cui si domina il paesaggio ricco di fumo e di colori in cui scorre il
Firehole River. Il terreno è modellato da formazioni minerali depositate
dall’acqua calda emessa dai geysers o dalle hot springs. Sono depositi di
geyserite, costituita principalmente da ossido di silicio, che a seconda di come
sono disposti permettono di capire il comportamento e l’età dei vari fenomeni
geotermici. Questa zona è la più popolata di turisti ed all’inizio procediamo
piuttosto rapidamente. Vediamo l’Anemone Geyser che sembra spento ma
improvvisamente emette uno zampillo di circa 10 ft. Questo geyser dà molta
soddisfazione perché emette il suo getto ogni 10-20’. Plume Geyser erutta ogni
60-75’ in più riprese raggiungendo i 25 ft (8m) di altezza. E’ un geyser
relativamente giovane essendosi formato nel 1922. Grazie al suo stretto cono, il
getto di Beehive Geyser può arrivare fino a 130-190 ft (40-55m) e durare 4-5’ ma
questo avviene 2 volte al giorno. Heart Spring è una hot spring (7,5x10ft) di
colore verde smeraldo, profonda 15 ft. La sua forma ricorda un cuore umano. The
Lion Group consiste di 4 geysers connessi sotterraneamente tra loro: Lion,
Lioness, Big Cub, e Little Cub. Lion presenta il cono più grande, che permette
di ottenere un getto di 80 ft (24m), ed ha una fase attiva, che dura 1-7’, una
volta al giorno. Spesso la fase attiva è preceduta da zampilli, emissione di
vapori e rumori che ricordano il ruggito di un leone. Vediamo molte pools
colorate tra cui una piccola che somiglia alla Crested Pool. Sawmill Geyser
erutta ogni 1-3 ore per un tempo variabile da 9’ a 4 ore. Deve il suo nome
(segheria) al fatto che durante l’eruzione l’acqua ruota nel suo cratere come le
lame di una segheria. Spasmodic Geyser, come si capisce dal nome, erutta in
maniera irregolare a diverse altezze attraverso diversi fori interconnessi.
Questo è piaciuto molto ai bimbi proprio per la sua continua imprevedibilità.
Bellissima la Belgian Pool di un azzurro trasparente nel centro e con una lingua
giallastra laterale. Avvicinandoci al Grand Geyser, incontriamo il Rift Geyser
ed il West Triplet Geyser, pozze che zampillano ed emettono vapore. Il getto
imponente del Grand Geyser (200 ft- 60m) si può ossevare ogni 7-15 ore. E’ un
classico “fountain geyser” che erutta a più riprese da una pozza molto grande
per 9-12’. Oggi è prevista un’eruzione alle 18.00 (+/- 1 1/2 ora) ma per noi è
un po’ tardi. Turban e Vent Geysers fanno parte del complesso del Grand Geyser.
Beauty Pool è una bella hot spring di colore blu incorniciata dai colori
dell’arcobaleno per l’azione dei batteri che hanno trovato un’acqua più fredda.
E’ bellissima l’immagine degli alberi circostanti che si specchiano nell’acqua
colorata. Sotterraneamente è collegata alla vicina Chromatic Pool, che ricorda
una cometa, e spesso quando il livello di una sale quello dell’altra scende.
Attraversiamo il ponticello sul Firehole River e vediamo Oblong Geyser che è
situato sulla riva del fiume ed erutta notevoli quantità di acqua. Il Giant
Geyser ha un enorme cono bianco di 12 ft. Dal 1997 erutta ogni 3-10 giorni per
circa un’ora con un getto che raggiunge i 180 - 250 ft (55 - 76m). Quando siamo
passati emetteva piccoli getti d’acqua che fuoriuscivano dall’immenso cono. Da
lontano vediamo l’eruzione del Daisy Geyser il cui getto arriva a 75 ft (23m) e
dura 3-5’. La sua eruzione è prevedibile con intervalli di 110-240’. Grotto
Geyser ha un cono molto buffo che potrebbe essersi formato dalla geyserite
deposta sui tronchi degli alberi che una volta gli crescevano attorno. Erutta
senza previsione con una latenza che varia da 8 ore a 3 giorni con un getto di
10 ft (3m) con una durata variabile. E’ legato da canali sotterranei a Spa
Geyser e Rocket Geyser. Vediamo una zona definita Chain Lakes costituita da
molte pozze colorate in cui si notano miriadi di bollicine che salgono in
superficie. Questo paesaggio colorato e bollente contrasta con la circostante
vegetazione verde e rigogliosa. Attraversando un altro ponte vediamo Fan and
Mortar Geysers che sono molto vicini e spesso eruttano insieme immettendo acqua
nel Firehole River. Le eruzioni avvengono variabilmente nel giro di uno o due
giorni o si fanno attendere anche mesi. Il getto del Mortar Geyser può arrivare
a 40 - 80 ft mentre quello del Fan 100 - 125 ft. Spiteful Geysers sono
costituiti da una geyser collegato ad una pozza azzurrissima che bolle in
continuazione. La Morning Glory Pool deve il suo nome alla notevole somiglianza
con l’omonimo fiore. La piscina è profonda 23 ft e l’acqua di colore azzurro è
circondata da un anello giallo-arancio. Purtroppo questa meraviglia è stata
vittima del vandalismo dei turisti che hanno gettato rifiuti tappando il foro
interno, e di conseguenza hanno alterando la circolazione dell’acqua inducendo
perdita di energia termica. Infatti la sua temperatura si è abbassata negli anni
ed i batteri, che davano la colorazione giallo-arancio alla periferia della
piscina, si stanno insinuando nel centro. Tornando indietro deviamo per il
Riverside Geyser che è situato al bordo del Firehole River. Durante i 20’ di
eruzione, una colonna d’acqua di 75 ft (23m) forma un arco sul fiume. Purtroppo
il geyser erutta ogni 5-6 ore. Il visitor centre aveva segnato un’eruzione per
le 17.30 (+/- 30’) ma arrivati lì l’orario era posticipato alle 18.00. Vediamo
la trasparente Round Spring e la colorata Orange Spring. Castle Geyser è uno dei
geyser più vecchi del bacino ed ha un grande cono da cui esce per 20’ un getto
che raggiunge i 75 ft (24m) ogni 10-12 ore. L’eruzione è sempre seguita da una
fase di emissione di vapore che dura 30-40’. Noi abbiamo visto solo
un’abbondante emissione di vapore e qualche zampillo; oggi il visitor centre non
dava previsioni.
Riprendiamo il camper ed arriviamo al Midway Geyser Basin: è un posto irreale!
Qui si trovano due tra le più grandi hot springs del mondo. Appena arrivati
vediamo colare nel Firehole River, attraveso canali di dreanaggio di colore
arancione, dei ruscelli che originano dall’Excelsior Geyser. La giornata è
bellissima ma c’è un bel vento per cui a tratti veniamo investiti dal vento
fresco e poi dal vento caldo che, passando sopra la hot spring, ci riversa in
faccia il tipico odore di zolfo. Prima del 1900, l’Excelsior (199°F, 276x328 ft)
era il più grande geyser del mondo con un getto di circa 300 ft. Le violente
eruzioni avvenute alla fine del 1800 hanno portato al danneggiamento del sistema
di alimentazione del geyser stesso. Il geyser ebbe un sussulto nel 1985, quando
eruttò per 2 giorni con un getto di 20-80 ft. Oggi è una hot spring produttiva
che scarica circa 4050 galloni di acqua bollente al minuto. E’ affascinante
assistere ai fenomeni di ebollizione che si sviluppano nel cratere di cui si
vede un po’ dell’interno visto che l’acqua è trasparentissima. La Turquoise Pool
(142-160°F, 100x110 ft) deve il suo nome al colore blu assunto dall’acqua. Le
particelle minarali sospese nell’acqua aggiungono un’iridescenza opalescente
alla pozza. Sotterraneamente è connessa con l’Excelsior Geyser. Infatti quando
l’Excelsior era attivo il suo livello si abbassava di circa 10 ft. Incontriamo
la piccola Opal Pool, molto infossata nel terreno. La Grand Prismatic Spring
(147-188°F, 250x380 ft) è la più grande hot spring di Yellowstone, con un
diametro di 370 ft ed una profondità di 120 ft, ed è considerata la terza nel
mondo. E’ situata su un’ampia collinetta da cui l’acqua fuoriesce formando delle
piccole terrazze. Deve il suo nome ai colori che la caratterizzano che ricordano
quelli dell’arcobaleno. Nel centro ha un colore azzurro scuro che si schiarisce
mano a mano. Le alghe verdi formano un leggero contorno ed estenamente è bordata
da una zona giallo-arancio che dà origine a canali di dreanaggio. La Grand
Prismatic scarica circa 560 galloni di acqua bollente al minuto e dalla sua
superficie si sprigiona una notevole quantità di vapore sulfureo che sembra
catapultarci all’inferno.
Passiamo da Madison e vediamo le Gibbon Falls (84 ft, 20m) del Gibbon River.
Nelle vicine Gibbon Meadows cerchiamo si scorgere qualche animale ma non vediamo
nessuno!
Ci fermiamo al Norris Geyser Basin: il luogo più ”attivo” geologicamente, dove
il terreno è caldo e dove i fenomeni termali sorgono improvvisi. Molte hot
springs e fumarole raggiungono temperature superiori al punto di ebollizione
(200°F) e molti geyser sono di tipo acido. La zona consta sostanzialmente di due
bacini tra i quali è possibile camminare seguendo comodissime passerelle in
legno. Scegliamo il sentiero del Black Basin (1,5 miglia – 2.4Km) dove
incontriamo Emerald Spring, una sorgente calda vicina alla temperatura di
ebollizione, profonda 27 ft (8m), dalle acque verdi-azzurre per la presenza di
minerali, e bordata di giallo per i depositi sulfurei. Vediamo lo Steamboat
Geyser, più grande geyser attivo del mondo, capace di zampillare fino a 110 m
(350 ft) di altezza. Le sue eruzioni si manifestano circa due volte l'anno e
nessuno sa predire quando. Comunque a noi è piaciuto lo stesso visto che
continua a fare degli zampilli di 3m (10 ft) riversando acqua sulle rocce
sottostanti. Cistern Spring è una pozza collegata allo Steamboat il cui livello
si abbassa prima della fase eruttiva del geyser. Black Pit Spring è una pozza
situata lungo il crinale di una collina e bolle in continuazione. L'Echinus
Geyser deve il suo nome ai depositi che ricordano i ricci di mare. Dovrebbe
eruttare più volte al giorno anche se non è prevedibile. La sua pozza si riempie
gradualmente di acqua ed improvvisamente emette un getto di 40-60 ft (12-18 m)
verso il cielo per circa 4’. E’ il più grande geyser acido conosciuto visto che
il suo pH varia tra 3.3 e 3.6. Giriamo in un paesaggio veramente infernale dove
i vapori di zolfo avvolgono il panorama e … siamo soli! Arch Steam Vent è una
fumarola mentre Puff’n Stuff Geyser dà costantemente spruzzi d’acqua di pochi
piedi. Vediamo alcune piccole pozze caratterizzate da bollicine che
continuamente raggiungono la superficie. Black Hermit Caldron è una fumarola
mentre Green Dragon Spring emette una nube di vapore da una caverna situata al
bordo di una hot spring. E’ veramente impressionante. I pericoli che si
potrebbero incontrare lasciando le passerelle sono testimoniati dagli scheletri
di alcuni animali vicino alla pozza. Qui si osservano continui fenomeni di
ebollizione. Blue Mud Steam Vent è una fumarola di cui si riesce a vedere un po’
l’interno. Yellow Funnel Spring è una pozza che emette continui zampilli ed è
bordata da depositi di solfuro. Porkchop Geyser è un vecchio geyser che è stato
danneggiato dalle esplosioni interne ed ora si sta trasformando in una hot
spring. E’ bella la zona che lo circona costituita da acquitrinii bollenti dove
i contorni delle pozze si fondono. Una formazione costituita da due pools
zampillanti ci ricorda un paio di occhiali. Una delle due è Pearl Geyser, una
pozza che emette bolle continuamente e, raramente, erutta con un getto che
raggiunge i 10ft. Vixen Geyser è caratterizzato dal vapore che sale e talvolta
dà brevi eruzioni. Nella stessa area Palpitator Spring sembra che pulsi
continuamente come un cuore a causa delle bolle interne mentre Fearless Geyser
emette continuamente vapore. Il Monarch Geyser crater è un geyser trasformatosi
in hot spring. Minute Geyser, una volta eruttava ogni 60’’ raggiungendo altezze
di 40-50 ft (12-15m). Anche qui i turisti hanno colpito: il suo foro più grande
è stato ostruito da rocce e rifiuti. Ora le eruzioni sono irregolari ed
originano dal foro più piccolo per cui sono meno spettacolari. Cominciamo a
scorgere la East Fork del Tantalus Creek e la zona del Porcelane Basin
(visitabile percorrendo un sentiero di 0.5 miglia – 0.8Km) ed ammiriamo il
Cracking Lake dall’alto. La sua attività termica deriva dalle springs situate
sulla riva sud, il cui scoppiettio ha dato il nome al lago. Vediamo Black
Growler Steam Vent e Ledge Geyser in azione con lo spettacolare panorama del
Porcelane Basin sullo sfondo. Questo bacino deve il suo nome al colore
lattescente dei depositi minerali di geyserite che prima vengono portati in
superficie dall’acqua calda delle hot springs e poi rilasciati nell’area
circostante dove l’acqua fluisce. Black Growler Steam Vent è una fumarola con
una temperature di 199-280°F (93-138°C) che rilascia vapore e vari gas nel
cielo. Ledge Geyser erutta con un getto ad angolo fino a 200 ft di distanza con
un ciclo di 4-6 giorni.
Avvistiamo altri bisonti per la strada, arriviamo al campeggio alle 21.00 e ci
prepariamo la cena. Attorno a noi ci sono molti camper “estensibili” come nel
film Vita da camper. Gli americani infatti guidano questi RV che hanno le
dimensioni dei nostri autobus, a cui attaccano dietro la macchina che spesso è
una 4x4 o un pick up, magari con dentro uno scooter o delle bici. Incredibile!
Saturday, 23rd of June
Partenza: Yellowstone NP (Canyon Village), WY
Arrivo: Yellowstone NP (Fishing Bridge), WY
Alloggio: Fishing Bridge RV, Yellowstone NP, WY (Campsite A11)
Prezzo: 38.15 $ (28.54 €) (prenotato tramite www.xanterra.com)
Km tappa: 157.68 (98 Miles)
Km totali: 3388.55 (2106 Miles)
Luoghi visti:
Yellowstone NP (Grand Canyon)
Yellowstone NP (Tower Falls)
Yellowstone NP (Mammuth Hot Springs)
Yellowstone NP (Mud volcano)
Dopo aver fatto colazione andiamo a visitare il Grand Canyon (lungo 20 miglia –
32Km e largo 1500/4000 ft – 450/1200m) partendo dal north rim. Vediamo il
Glacier Boulder, un masso di granito in mezzo alla foresta. Arriviamo ad
Inspiration Point dove subito uno scoiattolo ci fa festa. Qui abbiamo la prima
visione del canyon e la cosa che colpisce di più è la policromia delle sue rocce
vulcaniche: giallo, arancio, rosa, bianco, verde. Questo è il risultato
dell’azione dell’acqua calda generata dai fenomeni geotermici sulla lava
depositata 480000 anni fa. Alle fine dell’ultima glaciazione il canyon ha
acquisito l’attuale forma a V. Le sue pareti scoscese sono alte 800 ft (240m)
nella parte est ed arrivano a 1200 ft (360m) nella parte ovest. Da questo
viewpoint si ha una bella vista sia a monte che a valle. Sul fondo del canyon
scorre lo Yellowstone River ed i successivi viewpoints del north rim offrono
viste sulle enormi cascate: Lower Falls è la cascata più alta del parco (308 ft
– 93m) mentre Upper Falls è più bassa (109 ft – 33m). Al Grand viewpoint si ha
un’altra bella vista del canyon e del fiume. Al Lookout viewpoint si comincia a
vedere bene la Lower Fall con un arcobaleno ai suoi piedi. Camminiamo un pò per
il sentiero del Brink of the Lower Falls vedere la Lower dall’alto e la Upper in
lontananza ma non lo percorriamo tutto per risparmiare le forze per l'Uncle Tom
Trail. Al Brink of the Upper Falls è possibile vedere tutta la potenza del fiume
che dà origine alla cascata e ci si sente piccoli piccoli davanti a questa forza
della natura. Il rumore dell’acqua sulle rocce è quasi ipnotico. Attraversiamo
il ponte e percorriamo il south rim da cui si godono viste ancora migliori. Ci
fermiamo all’Upper Falls viewpoint dove vediamo la cascata da un’altra
angolazione ed un arcobaleno nella parte bassa. Scendiamo per l’Uncle Tom Trail,
un sentiero composto da 328 gradini che portano ai piedi della Lower, circa 500
ft (150m) sotto. All'inizio della scalinata c'è un cartello che avverte che la
via al ritorno è faticosa e sconsigliata a chi soffre di cuore. Dopo esserci
goduti la cascata, l’arcobaleno e soprattutto aver visto da vicino queste rocce
dai colori particolari, cominciamo a risalire. Questa volta riesco a tenere a
bada le mie vertigini, anche se con notevole sforzo, sia durante la discesa
dell’ultimo tratto che durante la sua risalita. Arriviamo all’Artist Point, che
offre una vista spettacolare del canyon in entrambe le direzioni e della Lower.
A fatica riesco a staccarmi da tanta bellezza!
Ci dirigiamo verso nord e oltrepassiamo il Dunraven Pass, a 2700 mt. di altezza,
che è il punto più alto del Parco raggiungibile in auto. Dalla sommità lo
sguardo copre all’infinito la vastità di Yellowstone. Poco dopo troviamo un po’
di neve sulla strada. Vediamo anche molte persone al bordo della strada, che
armate di binocolo, cercano di avvistare un grizzly. Al Roosevelt Village ci
fermiamo per preparare i panini e mangiare. Subito dopo andiamo a visitare la
spettacolare Tower Falls, alta circa 40 m (132 ft) dove un affluente dello
Yellowstone River (Tower Creek) fluisce tra sottili pinnacoli di roccia
vulcanica per immettersi nello stretto canyon in cui scorre proprio lo
Yellowstone River.
Ci dirigiamo verso Mammoth Hot Springs. Appena arrivati vediamo una colonia di
elk femmina con i cuccioli. Alcuni piccoli stanno crescendo per cui hanno
abbozzi di corna sulla testa. La particolarità geologica della zona è costituita
da una serie di terrazze digradanti che ornano il fianco di una collina.
Dall’alto cola acqua calda che assorbe una gran quantità di biossido di carbonio
che trasformandosi in acido carbonico attacca la roccia calcarea, tipica di
questa zona del parco, sciogliendola lentamente. Il calcare sciolto si deposita
sottoforma di carbonato di calcio creando queste terrazze di travertino in cui
si vanno ad insediare batteri termofili e alghe colorate che sopravvivono in un
ambiente acido e danno colorazioni stupefacenti. Queste sculture sono dinamiche
e l’attività idrotermica di ogni formazione può variare nel tempo, anche molto
velocemente, ma l’attività complessiva dell’area ed il volume di acqua emessa
rimane pressochè costante. La zona consta di due aree principali: Lower e Upper
Terraces. Passeggiamo nel Lower Terrace dove ci sono i maggiori depositi
calcarei. Giriamo attorno al Liberty Cap che somiglia ad un fungo giagantesco di
37 ft (11m) ma deve il suo nome ai cappelli dei rivoluzionari francesi. E’ stato
creato da una hot spring la cui pressione interna era in grado di gettare acqua
ad altezza elevata, permettendo ai depositi minerali di costruire pian piano
questa formazione. Palette Spring è caratterizzata da un’area pianeggiante
superiore da cui l’acqua calda fluisce creando delle lingue colorate di marrone,
arancio e bianco che scendono lungo la collina. Minerva Terrace ha perso la sua
attività di hot spring per cui è costituita da vuote terrazze bianche di
travertino finemente scolpite. Mound Terrace è inattiva da decenni. Cleopatra
Terrace e Jupiter Terrace si trovano al bordo di collinette e sono ancora attive
nonstante abbiano avuto cicli di inattività. Canary Spring è caratterizzata dal
colore giallo e bianco.
Al ritorno vediamo due elk che gironzolano in prossimità di Palette Spring con
gli zoccoli immersi nell’acqua calda. Ripresa la strada vediamo la parte di
Canary Spring che scende lungo la collina e ci fermiamo a vedere Angel Terrace
nell’Upper Terrace (la zona è meno attiva geologicamente) ma non possiamo
proseguire perché la strada non può essere percorsa da RV. Angel Terrace è
caratterizzata da formazioni bianche ed arancio. Tornando verso Norris ci
fermiamo alla Roaring Mountain, dalla cui superficie vengono emessi rumorosi
vapori e gas solforosi. La sua attività è scemata nel tempo e noi vediamo
soltanto una fumarola.
Ripercorriamo il tratto Norris-Canyon Village e vicino al Canyon vediamo un elk
maschio intento ad osservare una decina di “scocciatori” con macchina
fotografica. Passiamo vicino alla Hayden Valley, una valle, lunga circa 20 Km,
verdissima e ricoperta da grandi praterie, alimentate dallo Yelloswtone River,
che qui forma dei grandi meandri. Ci fermiamo, sulla sinistra, al Sulphur
Caldron: è una hot spring giallo-verde che rilascia nell’aria un fortissimo
odore di zolfo e crea intorno a sé un paesaggio infernale. E’ la pozza più acida
del parco con un pH di 1-2. Vicino c’è la Turbulent Pool ed il cratere di un
ampio mud pot attivo che secondo i bimbi è la vasca per i fanghi di Sid, il
bradipo dell’Era Glaciale. Subito dopo seguiamo il percorso di Mud Volcano
(Vulcano di Fango), nome derivante dal fatto che qui ci sono parecchie sorgenti
di fango bollente e di acque altamente solforose. Incontriamo Dragon’s Mouth
Spring, sorgente di acqua e fango ad altissima temperatura, dai brontolii poco
rassicuranti scambiati per quelli di un bisonte arrabbiato dai primi scopritori.
Mud Volcano presenta un cono simile ad un vulcano (9x9m) che essendosi
danneggiato, probabilmente per una violenta eruzione, mostra l’interno del suo
cratere. Il fango grigio bolle in continuazione lambendone la parete posteriore.
Io ed Irene ci incamminiamo sulle passerelle mentre Sergio ed Andrea tornano al
camper. Incontriamo Grizzly Fumarole che è uno steam vent e l’intensità delle
sue emissioni dipende dalle recenti precipitazioni. Sour Lake sembra una piscina
ma le sue acque sono acide per la presenza di batteri che generano acido
solforico a partire dal solfuro di idrogeno. Accanto Black Dragon’s Caldron è
una grossa pozza che ribolle continuamente al centro creando onde concentriche.
Churning Caldron ha un aspetto simile ad un calderone gigante delle streghe:
bolle in continuazione creando onde sulla superficie e rilasciando vapori acidi
nell'aria. La temperatura è di circa 73°C (164°F). Su di noi ha un vero effetto
ipnotico … nonostante l’odore restiamo estasiate a guardarlo a lungo. Un tempo
Sizzling Basin rilasciava una gran quantità di gas mentre Mud Geyser, che aveva
un getto di 50ft (17m), recentemente è diventato inattivo. Mud Caldron è
costituito da molte pozze di varie dimensioni in cui si scorgono bollicine che
risalgono verso l’alto.
Arriviamo a Fishing Bridge attraversando un ponte sul lago dove si vedono anatre
e gabbiani ed arriviamo al campeggio alle 19.30. Mentre loro vanno a fare la
doccia, raduno i panni da lavare e pulisco il camper. Nel frattempo vedo un po’
di gente che si assiepa al margine della foresta. Vado a vedere, armata di
telecamera … un bisonte era venuto a farci visita ma data la folla aveva deciso
di tornarsene nella foresta. Con Irene vado alla lavanderia ma “l’ultimo carico
si può fare alle 21.00” mi dice il signore con aria sorniona guardando
l’orologio: sono le 21.02! L’ho fulminato con lo sguardo e siamo tornate al
camper. Avendo l’elettricità utilizziamo il microonde per preparaci (solo gli
adulti) una cena messicana (surgelata) con tanta salsa piccante. Anche a
Yellowstone il cielo di notte è impagabile! La notte fa freschino e continuiamo
a dormire con il piumino.
Sunday, 24th of June
Partenza: Yellowstone NP (Fishing Bridge), WY
Arrivo: Orem,UT
Alloggio: La Quinta Inn Motel, Orem , UT
Prezzo: 99.34 $ (73.68 €)
Km tappa: 751.40 (467 Miles)
Km totali: 4134.81 (2573 Miles)
Luoghi visti:
Yellowstone NP (West Thumb Geyser Basin)
Grand Teton NP (Signal Mountain Overlook)
Jackson
Anche stamani approfitto dell’elettricità per scaldare al microonde i waffles al
mirtillo (surgelati) da mangiare con lo sciroppo d’acero. Purtroppo non sono
riuscita a trovare i pancake surgelati (forse si rovinano?) così mi sono
accontentata dei waffles. Sergio va a fare la lavatrice ed a scaricare i liquami
nella dump station mentre noi andiamo a comprare un po’ di magliette da regalare
agli amichetti dei bimbi. Quindi partiamo un po’ in ritardo nonostante la
sveglia alle 6.30. Ci dirigiamo verso Lake Yellowstone (situato a 7733ft sul
livello del mare e profondo 310 ft) e ci fermiamo al West Thumb Geyser Basin.
Qui vediamo subito 5 o 6 elk intenti a brucare nel boschetto che ben presto,
all’aumentare dei curiosi, attraversano la strada al galoppo. Il West Thumb è
luogo in cui il lago assume una forma che assomiglia ad un grosso pollice
puntato verso Ovest ed il Geyser Basin dà letteralmente sul lago offrendo
contrasti di colori spettacolari con le montagne Absaroka innevate (da cui nasce
lo Yellowstone River) sullo sfondo. Il bacino contiene molte hot springs
colorate, che possono essere raggiunte percorrendo un sentiero di 0,75 miglia, e
riversa circa 3,100 galloni (11,733 litri) di acqua calda nel lago ogni giorno.
Nonostante questo la temperature del lago non supera i 45°F (7°C) in estate.
Vediamo Thumb Paintpots che vennero dapprima chiamate "Mud Puffs". Si tratta di
piccoli vulcani di fango. La consistenza del fango di un mud pot varia con le
precipitazioni. Seismograph and Bluebell Pools vennero inizialmente nominate
"Blue Pools”. Sono due bellissime piscine unite ma dai colori diversi. La
Seismograph è verde smeraldo circondata di giallo/arancio ed ha una temperatura
di 167°F (75°C) mentre la Bluebell è azzurro trasparente. Lakeside Spring è una
piscine verde-azzurra che drena le sue acque calde nel lago. Lakeshore Geyser,
costituito da 2 crateri, in passato eruttava fino a 50 ft (15m). Sebbene
continui a bollire vigorosamente e continuamente non erutta dal 1970. Il cratere
più piccolo non fuoriesce dalla superficie del lago prima della metà di agosto.
Fishing Cone è stato così denominato perchè alcuni esploratori riportarono che
sulla riva di un lago alpino si poteva pescare una trota e cucinarla in una
pozza di acqua bollente senza muoversi dalla riva. Qui vediamo proprio una bella
trota che si avvicina incurante alla base del cono. La temperatura dell’acqua
del cono è vicino a quella di ebollizione (199°F – 93°C). Big Cone ha un grande
cono che spesso è sommerso dalle acque del lago. Noi lo vediamo immerso con
l’interno del cratere pieno di bollicine. Black Pool, molti anni fa, era
veramente una piscina nera perchè la bassa temperature aveva permesso ai
termofili verde scuro e marroni di crescervi. Nell’estate del 1991 la
temperatura è salita improvvisamente uccidendo i microorganismi ed ha indotto
diverse eruzioni della hot spring. Ora è una splendida piscina limpida di cui si
può vedere l’interno. Abyss Pool è una delle hot spring più profonde del parco
(53 ft – 16m) e varia dal turchese al verde smeraldo con tonalità di marrone al
bordo. Twin Geysers è in realtà un geyser con 2 fori caratterizzato da brevi
periodi di eruzione e lunghi periodi di riposo. L’ultima eruzione risale al 1999
dove il foro ad ovest eruttò fino a 70 ft (21 m) mentre quello ad est a più di
100 ft (30 m). Vediamo una hot spring che ormai ha una temperatura così bassa da
essere invasa da batteri di colore marrone ... forse la Black Pool era così in
passato. Dall’altro lato della passerella vediamo alcune fumarole. Blue Funnel
Spring è una piscina azzurra trasparentissima come la vicina Ephedra Spring, che
però è di dimensioni ridotte. La Perforated Pool ha un aspetto particolare: ha
una forma di otto ed il suo fondo roccioso è tutto bucherellato. Blue Funnel
Spring, Ephedra Spring e Perforated Pool sembrano collegate ad Abyss Pool, per
cui il loro livello dell’acqua diminuisce quando quest’ultima è in una fase
attiva. Percolating Spring deve il suo nome al fatto che ribolle vigorosamente
come una caffettiera. Thumb Geyser ora è totalmente inattivo. Ledge Spring
fluttua tra periodi in cui è calda, blu e piena d’acqua a periodi in cui è
fredda, colorata e semivuota. Ora è in questa fase. Collapsing Pool ha un
andamento altalenante simile a Ledge Spring, ed in questo momento è calda, blu e
piena d’acqua bollente. Surging Spring ha una temperature media di 167°F (75°C)
e, bollendo, fuoriesce dalla pozza creando onde di acqua che si immettono nel
lago. Dal colore sembra che la sua temperatura si stia abbassando.
Saliamo sul camper e seguiamo il corso del Lewis River che dà origine alle Lewis
Falls di 30ft. Lasciamo Yellowstone veramente a malincuore e ci dirigiamo
nuovamente verso il Grand Teton dove la strada per Signal Mountain è aperta
visto che è domenica. Ci avventuriamo in questa strada tortuosa e stretta (anche
se non proibita per gli RV) che ci porta fino in cima alla collina tra le
maledizioni di Sergio verso le mie brillanti idee. Arrivati in cima guardiamo il
bel panorama della pianura di Jackson Hole, 800 ft sotto, con i Tetons sullo
sfondo e mangiamo i soliti panini. Fortunatamente, scendendo per questa strada
vediamo nel boschetto un orso che ben presto scappa forse spaventato da tutte le
automobili ferme. Passiamo da Jackson, la cittadina con edifici in legno ed in
stile western. L’ingresso della città è siglato da pile di corna di alce. Nella
piazza centrale c’è la scultura simbolo del Wyoming del cowboy in sella al
cavallo impennato.
Ci rendiamo sempre più conto di essere in ritardo sulla nostra tabella di
marcia: non pensavo che il West Thumb fosse così bello da farci perdere la
cognizione del tempo e che la deviazione della Signal Mountain ci avrebbe
rallentato così tanto. In più troviamo diverse interruzioni stradali per lavori
in corso nonostante sia domenica (forse erano emergenze?). Dopo Salt Lake City
cominciamo a cercare un posto in campeggio o un RV, su internet ne avevo trovati
una ventina tra Salt Lake e Price. Qui è un po’ più difficile trovare gli
indirizzi alla prima perché sono tutti addentrati nelle campagne. Inoltre
chiedendo vediamo che i primi sono completi. Ad una stazione di benzina
telefoniamo ad uno fuori Provo e ci dice che è pieno. A questo punto si accende
la luce del motore del RV e non accenna a spegnersi neanche dopo aver spento il
motore per un pochino. Siamo un po’ preoccupati ad addentrarci nella campagna di
Provo o di Orem con questo segnale del motore per cui ci fermiamo al primo motel
che troviamo sperando che l’indomani la spia si sia spenta.
Monday, 25th of June
Partenza: Orem,UT
Arrivo: Arches NP, UT
Alloggio: Devil's Garden Campground (Arches NP), UT (Campsite 25)
Prezzo: 15,00 $ (11,29 €) (prenotato tramite www.nps.gov)
Km tappa: 460.17 (286 Miles)
Km totali: 4600.13 (2859 Miles)
Luoghi visti:
Cruise America (Salt Lake City)
Green River
Arches NP (Courthouse Towers)
Arches NP (Balanced Rock)
Arches NP (Windows section)
Arches NP (Delicate Arch)
Appena svegli Sergio scende per mettere in moto il camper ma la spia del motore
è sempre in agguato per cui decidiamo di tornare a Salt Lake City dove c’è un
deposito della Cruise America per far controllare il tutto visto che da oggi
torniamo verso le zone desertiche. Un’altra mia preoccupazione sono i campeggi
che non ho prenotato. Ad esempio a Los Angeles arriveremo sicuramente tardi. Non
avevo prenotato perché, avendone trovati solo 4 o 5 in punti diametralmente
opposti, speravo che alla Cruise America ci avrebbero dato elenchi più
dettagliati per scegliere meglio ma ora non mi vorrei trovare nei guai. Quindi
decido di prenotare la prima notte a Los Angeles. Non riuscendo a telefonare con
il cellulare chiedo aiuto alla signorina della reception per usare il loro
telefono pagando ma lei mi dice che non sono abilitati a fare telefonate così
distanti (?). Fortunatamente avvicinandoci a Salt Lake City riesco a prenotare
il campeggio con il cellulare e mi sento più tranquilla. Arriviamo alla Cruise
America e spieghiamo il problema. Loro sono abbastanza indaffarati ma vedranno
di fare qualcosa. Nel frattempo mi rendo conto che qui sono più organizzati che
a Las Vegas dove gli opuscoli comprendevano solo elenchi di divertimenti. Qui
gli opuscoli sono più pratici danno un elenco di RV dello Utah dove uno può fare
rifornirmento d’acqua o scaricare (pagando una quota) anche quando ha
campeggiato dentro i parchi. Alla fine armeggiano un po’ nel motore del camper e
ci dicono che ora è tutto OK. Sono ormai le 11.30 per cui è saltata la tappa
della Goblin Valley che avremmo visitato se fossimo partiti direttamente da
Provo o da Orem ad un’ora decente. Ci dirigiamo comunque verso Price
attraversando le zone dove i treni venivano assaliti da banditi come Butch
Cassidy. La strada è molto suggestiva sia per i colori delle rocce che tendono
al verde ed al giallo sia per la presenza della ferrovia dove viaggiano dei
treni merci lunghissimi. Ci addentriamo in un paesaggio sempre più desertico e
sempre più giallo. Decidiamo di non mangiare i soliti panini a pranzo ma di
portare i bimbi in un Burghy di Price dove gli prendiamo le polpettine di pollo.
Continuiamo vedendo il deserto di San Rafael con tracce di fiumi prosciugati e
ci fermiamo a Green River per fare rifornimento di benzina, soldi, acqua e pan
carrè/salumi per i prossimi panini. Ci dirigiamo verso Arches NP e cominciamo a
vedere anche le prime rocce rossastre di Canyonlands.
Arches NP vanta la maggiore concentrazione di archi naturali nel mondo: oltre
2.000 archi catalogati presentano dimensioni a partire da un’apertura di tre
piedi all’arco più lungo, che misura ben 306 piedi da una base all’altra. Il
parco giace su un letto salino sotterraneo che è la causa principale della
formazione di archi, guglie, rocce in bilico, pinne di roccia e monoliti tipici
di questa area. Questo spesso letto salino fu deposto su un’antica faglia circa
300 milioni di anni fa, per evaporazione progressiva dell’acqua di un mare che
ricopriva questa regione, e fu ricoperto dalle sedimentazioni successive, così i
sedimenti compressi divennero roccia. Il sale sotto pressione è instabile, per
cui con il passare del tempo il letto salino sotto il parco si mosse sotto il
peso degli strati sovrastanti e si riposizionò grazie anche ai continui
movimenti della faglia sottostante. Questo movimento spinse gli strati di roccia
verso l’alto come cupole, facendo cadere intere sezioni nelle cavità e
determinando rotture verticali che successivamente hanno contribuito alla
formazione degli archi. Le profonde fratture nella terra resero la superficie
ancora più instabile. Si può vedere il risultato di uno spostamento di 2.500
piedi, la Faglia Moab, dal centro visitatori. La successiva erosione tolse gli
strati sedimentari più giovani. L’acqua filtrò nelle crepe superficiali, nelle
giunzioni e nelle cavità sciogliendo il carbonato di calcio che forma il cemento
dell’arenaria. Il ghiaccio formatosi nelle fenditure, espandendosi e premendo
sulla roccia, allargò le spaccature determinando la formazione di sottili pinne
di roccia e la continua erosione creò delle piccole cavità. Molte pinne
danneggiate sono collassate ma le più resistenti hanno dato origine agli archi
del parco. Infatti, quando l'erosione intaccò entrambi i lati di una pinna le
rispettive cavità formatesi si ampliarono fino a toccarsi e ad aprire un arco.
La maggior parte delle formazioni rocciose di Arches sono le Entrada Sandstones
di color salmone, dove si sono formati la maggior parte degli archi e le Navajo
Sandstones dal colore più pallido.
Entriamo nel parco e ci fermiamo al visitor centre. In camper ci cambiamo i
vestiti per metterne di più leggeri. Appena rimessi in moto vediamo sulla
sinistra Park Avenue che lasciamo al giorno dopo. Ci fermiamo a “Courthouse
Towers park area” per ammirare Three Gossips (le tre comari), Sheep Rock, The
Organ e la Torre di Babele. Ci sono molte rocce di un rosso intenso e di forme
stranissime e, sullo sfondo, una catena montuosa, "La Sal" Mountains.
Riprendiamo il nostro giro verso The Windows Section e ci fermiamo per
fotografare Balanced Rock, una roccia in bilico veramente immensa, che sfida la
legge di gravità. Vediamo il Garden of Eden, la Parade of Elephant e finalmente
arriviamo nel parcheggio dove partono 2 sentieri. Prima seguiamo il sentiero che
passa per North & South Windows e per Turret Arch, caratterizzato da una
torretta al lato dell'arco, (1.0 mi / 1.6 km, loop). Le finestre sono veramente
enormi. Poi tornando indietro andiamo a vedere l’arco che i bimbi aspettavano in
gloria: l’arco di Indiana Jones e l’ultima crociata, ovvero il Double Arch (0.8
mi / 1.2 km, round trip). A differenza degli altri archi questo è un Pothole
Natural Arch. Questo tipo di arco si forma per esfoliazione chimica quando
l’acqua si raccoglie in una depressione naturale e pian piano erode gli strati
sottostanti creando l’apertura. Il Double Arch è il più grande “pothole arch”
conosciuto ed stato è formato dallo sprofondamento causato dall’acqua piovana di
un pothole alla sommità. Sergio mi dice che sono la solita esagerata che vuole
vedere tutto e che, essendo ormai le 18.45, sarà difficile vedere il tramonto al
Delicate Arch alle 20.44, visto che ci vuole almeno un’ora e mezzo di cammino ed
un po’ di tempo per arrivare con il camper all’inizio del sentiero. Non se ne
parla di non vedere il tramonto! Tra l’altro dopo la tremarella del Bryce ho un
po’ di timore per questa escursione dove dicono che la parte finale sulla roccia
è molto esposta. Ci dirigiamo verso il parcheggio del Delicate Arch (3.0 mi/4.8
km, round trip, elevation gain: 480 ft/146m). Facciamo vedere ad Andrea che
dobbiamo arrivare almeno dove sono quegli omini piccini piccini e lui mi dice
“Dai Mamma, è uno scherzo!”. Dalla paura di non arrivare in tempo prendiamo un
ritmo molto sostenuto e, nonostante siano le 19.00 passate, il caldo si fa
ancora sentire. All’inizio il sentiero si snoda tra bassi cespugli cresciuti
nella sabbia rossa e poi sale sulla roccia levigata. Durante la salita sulla
roccia scorgiamo una lepre (jack rabbit) ma non siamo altrettanto lesti a
fotografarla. L’ultimo tratto, sebbene sia esposto, non mi ha dato la sensazione
provata al Bryce per cui in 45 minuti siamo arrivati a vedere l’arco tanto
sognato, un isolato scampolo di pinna del passato situata sull’orlo di un canyon
(4829ft – 1474m) con La Sal Mountains come sfondo. Peccato che l’anfiteatro sia
già pieno di gente e sia difficile ritagliarsi un posticino, ma il posto è
superbo!!! Possiamo concederci un meritato riposo mentre ammiriamo l’arrossarsi
delle rocce dell’arco. Dopo aver fatto innumerevoli foto con cavalletto e senza
alle 20.45 cominciamo la discesa per non doverci proprio trovare con il buio
(anche se nello zaino abbiamo le torce). A questo punto possiamo anche fermarci
qua e là ad immortalare la parte rocciosa del percorso dove si trovano piccole
colonne di sassi (“cairns”) che indicano la direzione giusta del sentiero e
vedere il bellissimo panorama delle strane formazioni del parco. A quest’ora ci
sono ancora persone che salgono, una coppia giovane sale correndo! Dopo le 21.00
vediamo una famiglia che è ancora nella prima fase della salita. Andiamo verso
il campeggio sentendoci appagati. Sulla prenotazione via internet avevamo già il
numero della piazzola per cui non ci resta che trovarla, parcheggiare e cenare
sotto queste rocce multiformi che a quest’ora appaiono nere. Anche qui nel cielo
è possibile scorgere la via lattea. La notte non è calda per cui il lenzuolino
ci sta tutto!
Tuesday, 26th of June
Partenza: Arches NP, UT
Arrivo: Dead Horse Point SP, UT
Alloggio: Dead Horse Point State Park Campground, Dead Horse Point SP, UT
(Campsite 1)
Prezzo: 15 $ (12.74 €) (comprensivi dell’entrata al parco)
Km tappa: 212.34 (132 Miles)
Km totali: 4812.52 (2991 Miles)
Luoghi visti:
Arches NP (Devil’s Garden)
Arches NP (Skyline Arch, Broken Arch, Sand Dune Arch)
Arches NP (Park Avenue)
Moab
Dead Horse Point SP
Canyonlands NP - Island in the Sky (Upheaval Dome)
Canyonlands NP - Island in the Sky (Green River and Grand View Point Overlooks)
Canyonlands NP - Island in the Sky (Mesa Arch)
Ci svegliamo in mezzo ad un anfiteatro di rocce rosse sotto un cielo
azzurrissimo. Andando verso i bagni del campeggio mi accorgo che siamo
parcheggiati poco lontano dallo Skyline Arch. Inoltre incontro una lepre che
riesco subito ad immortalare. Ormai vado sempre in bagno con la macchina
fotografica o telecamera perché in campeggio la mattina o la sera si fanno
sempre buoni incontri. Ci dirigiamo al Devil’s Garden costituito da una serie di
rocce levigate o pinne, poste una accanto all’altra in posizione verticale, e da
numerosi archi creatisi nelle rocce stesse. Vari cartelli ci avvertono non
uscire dai sentieri per non distruggere la “crosta biologica del suolo”,
composta da cianobatteri, licheni, alghe e funghi. Questa crosta scura copre
gran parte del deserto, combatte l’erosione, assorbe l’umidità e fornisce azoto
e altre sostanze nutritive per la crescita delle piante, e di conseguenza per la
sopravvivenza degli animali. Lungo il sentiero gli alberi di pino (Pinyon pines)
e di ginepro (Utah junipers) aggiungono un tocco di verde contrasto al rosso
terreno arenario. Intraprendiamo il trail (1.6 mi / 2.6 km) per il Landscape
Arch ed ammiriamo l’arco più lungo al mondo (alto 32 metri e lungo 93m). Nel
1991 una lastra di roccia lunga 60 ft, larga 11 ft e spessa 4 ft precipitò dalla
parte inferiore del Landscape Arch, lasciando una striscia di roccia ancora più
sottile. Nelle vicinanza notiamo una lucertola (collared lizard) dai colori
magnifici che cerca di mimetizzarsi nella sabbia arancione. Poco dopo
incontriamo il Wall Arch. Continuiamo per Double O Arch, trail indicato come
“strenous” (4.2 mi / 6.8 km). In realtà non è molto faticoso, l’unico problema
che abbiamo incontrato è che ad un certo punto il sentiero corre sulla sommità
di una roccia e diviene stretto stretto con uno strapiompo sotto. In questo
punto bisogna camminare in fila indiana e Sergio da solo (io riesco solo a
badare a me stessa in questi frangenti vertiginosi) non se la sente di farci
passare i bambini visto che c’è un forte vento. Quindi rimaniamo un po’ seduti
su queste rocce a contemplare il rosso paesaggio desertico intorno a noi che si
staglia contro un cielo azzurrissimo. Il vento incessante ci permette di non
sentire caldo nonostante siamo in pieno sole, per cui si sta da Dio. Appena
scesi dalla roccia il caldo diventa di nuovo opprimente. Per consolarci andiamo
a vedere il Navajo Arch, un semicerchio scavato nella roccia rossa che presenta
come dei merletti lungo le pareti. Tornando indietro nel parcheggio vediamo
moltissime automobili parcheggiate e persone che cominciano a passeggiare ma il
caldo ora è sempre più intenso. Ci fermiamo allo Skyline Arch (0.4 mi / 0.6 km)
che è praticamente al bordo della strada. Proseguiamo, parcheggiamo, prepariamo
i panini e ci avventuriamo verso il Broken Arch (1.3 mi / 2.1 km, round trip).
Il sentiero è pianeggiante ed in mezzo ad una distesa di vegetazione secca
inframezzata da piantine grasse; purtroppo dobbiamo camminare senza riparo sotto
il sole che a quest’ora (12.00) è veramente cocente. L’arco è maestoso ed alcune
rocce che lo circondano (fanno parte sempre dell’anfiteatro in cui è ospitato il
campeggio) ci ricordano un teschio, un uomo addormentato, etc. Tornando
indietro, passando in mezzo a pinne alte e strette, andiamo al Sand Dune Arch
(0.3 mi / 0.5 km, round trip), un arco immerso in un'oasi di dune di sabbia
rossa. Ci fermiamo qui a bere litri d’acqua e consumare i nostri panini. Per una
buona mezz’oretta siamo soli, poi arrivano 3 ragazzi che guadano l’arco e se ne
vanno. I bimbi giocano un po’ con la sabbia all’ombra facendo vari disegni con
le dita. Ritorniamo al camper e ci dirigiamo verso l’uscita fermandoci ai
viewpoints delle Dune Pietrificate. Ci fermiamo alla “Courthouse Towers park
area” per fare foto alle rocce con un’illuminazione diversa ed a Park Avenue.
Andrea è un po’ stanco e a quest’ora fa veramente molto caldo per cui scendo
solo io facendo il sentiero in una sola direzione (2.0 mi / 3.2 km): qui si
trovano delle enormi lastre di roccia rossa che dovrebbero ricordare i
grattacieli di Park Avenue, ed infatti sono chiamate anche “skyscrapers”.
Salutiamo Arches che ci ha veramente dato tante emozioni.
Facciamo rifornimento d’acqua a Moab e ci dirigiamo verso Island in the Sky, il
distretto più a nord di Canyonlands e molti cartelli avvisano che qui non
troveremo né acqua, né viveri, né benzina. Per prima cosa facciamo una
deviazione verso Dead Horse Point State Park. Qui chiediamo al ranger se
possiamo dormire nel campeggio e lui somma il prezzo del campeggio a quello
dell’entrata (15$). Andiamo a mettere il foglietto sull’asta della nostra
piazzola e questa volta scriviamo 27, il giorno della partenza! Il campeggio è
piccolo (21 piazzole) ma molto carino. Intorno al tavolo con le panche c’è
sabbia rossa ed il posto dove mettere la tenda. Gli RV possono collegarsi
all’elettricità, cosa rara nei parchi, per cui lo abbiamo preferito a quello di
Canyonlands. Per prima cosa ci fermiamo al Meander Overlook dove ci facciamo già
un’idea del panorama di Canyonlands. Ci dirigiamo poi al “famosissimo” viewpoint
(6000 ft sul livello del mare e 2000 ft sul sottostante Colorado) da dove si
vede la “famosa” ansa del Colorado River. Dead Horse Point deve il suo nome al
fatto che, in passato, i cowboys radunavano i cavalli selvaggi della zona nel
promontorio che fungeva da recinto naturale. La leggenda narra che una volta,
scelti gli esemplari migliori, abbandonarono gli altri cavalli all’interno del
recinto senza che avessero possibilità di fuga, per cui morirono di sete vedendo
le irraggiungibili acque del Colorado sottostante. A noi quest’ansa del Colorado
ricorda molto una delle sequenze finali di Spirit, cavallo selvaggio. Con i
bimbi ci immaginiamo che il cavallo sia salito proprio lì sullo sperone di
roccia a destra per fare il balzo verso la mesa che sovrasta l’ansa. Dal view
point si può vedere anche il risultato del modellamento dell’altopiano del
Colorado da parte del fiume che in ere passate è sprofondato nella crosta
terrestre e dei fenomeni erosivi che hanno scolpito forme fantastiche. Si ha una
vista a 270° sul Colorado e sui canyons collaterali: dagli stagni di una miniera
di potassa a nord-est alla vasta area costellata di buttes, pinnacoli, colline e
bordi erosi a sud con lo scenario di la Sal Mountains sullo sfondo. A ovest si
scorge la mesa di Island in the Sky e parte dello Shafer Canyon. Qui passaggiamo
sulla formazione Kayenta, che nello Zion e nel Bryce risultava tra le formazioni
più antiche, e quindi le rocce erose sottostanti sono ben ben più remote come
quelle del Grand Canyon. Più in basso, sulla Potash Road hanno girato le
sequenze finali del film Thelma e Louise.
Andiamo verso Island in the Sky, che consiste in un altopiano che funge da
torretta di osservazione sulle Canyonlands. Per prima cosa raggiungiamo
l'Upheaval Dome (la Cupola sollevata), un cratere profondo 1500ft (460m). Lungo
il percorso ( 1 mi/1.5 km to first overlook, elevation gain: 50 feet) troviamo
un kangaroo rat ed una lepre. Una teoria propone che l'Upheaval Dome si sia
creato quando lo strato di sale sotterraneo mosse gli strati di pietra arenaria
sovrastanti e, dopo la corrosione degli strati superficiali, si sarebbe ottenuto
il cratere odierno. Un’altra teoria ritiene che la sua comparsa sia stata
causata dall’impatto di un meteorite. Proseguiamo il nostro giro verso Green
River Overlook, dove si ha una vista spettacolare sul Green River. Proseguiamo
per Grand View Point Overlook che offre una vista mozzafiato sui canyons, sulla
catena montuosa La Sal Mountains ad est ed in lontananza sul distretto the
Needles a sud. Nel corso di milioni di anni il Colorado River e il suo
principale affluente il Green River, hanno scavato un’ampia valle mediamente
larga 70 km e larga 600 mt. Dall'altopiano risultante (a 6000ft/1800 mt sul
livello del mare) si vede 370 mt in basso il White Rim in cui il Colorado River
e il Green River hanno aperto questa voragine. Peccato che la visione dai
viewpoint dia solo un assaggio del parco perché le parti più belle da vedere
sono molto distanti. Mi piacerebbe molto tornare con una 4X4 (o un’auto che
affittano a Moab) e percorrere la Potash Road e la White Rim Road di Island in
the Sky. Credo che soltanto arrivando al rim si possa godere della vera bellezza
di questo posto. Anche qui la crosta biologica è fondametale per l’ecosistema
che si è creato nel deserto. In questo parco abbiamo incontrato pochissime
persone ed infatti regna una pace sublime. Torniamo indietro fino alla
biforcazione della strada e ci incamminiamo lungo un sentiero (0.5 miles /0.8 km
round trip), fiancheggiato da Pinyon pines e Utah junipers (sopravvivono con
meno di 25cm di pioggia per anno), per vedere il tramonto al Mesa Arch, un arco
naturale di roccia bianca sulla sommità di una gigante arena naturale di
arenaria rossa. L’arco crea una finestra sulla vallata sottostante, con un
precipizio di varie centinaia di metri. Vedere qui il tramonto è eccezionale e
non credo che nessuna foto possa rendere giustizia a quanto abbiamo assistito:
attraverso questa finestra bordata di bianco le sottostanti rocce diventano
rosso-arancio e la luce rossastra si riflette sull’arco stesso. Avvicinandosi al
precipizio si distinguono meglio le forme delle rocce (pinnacoli, mesas, buttes)
ed i canyons. Non vogliamo più andare via (siamo noi ed un ragazzo intento a
fare foto con il cavalletto), ma una lepre, anche grossotta, ci ridesta
improvvisamente. Torniamo al campeggio appagati! Arrivati alla piazzola vediamo
un’auto parcheggiata al nostro posto. Arriva una signora (scopriamo che è
danese) a cui diciamo che il posto è prenotato e lei risponde “il 27, ma oggi è
il 26!”. Le faccio vedere la ricevuta che ci ha rilasciato il ranger (loro sono
arrivati sicuramente dopo le 18.00 quando entra in vigore il sistema della
busta), le spiego che viene sempre indicata la data di partenza e che noi al
Bryce abbiamo commesso un errore simile. Lei non è molto convinta ad andarsene
perché loro sono in tenda, l’hanno già montata e stanno già cucinando nel
“nostro” barbecue. Ci guardiamo tra di noi e le chiediamo se loro hanno bisogno
dell’elettricità (noi dobbiamo caricare le pile!!!). Visto che loro non ne hanno
bisogno, le diciamo di spostare un po’ la macchina in modo da far entrare anche
il nostro camper e che stanotte divideremo la piazzola per non fargli smontare
la tenda. Approfittiamo del microonde per mangiare il restante cibo messicano e
poi tutti a nanna. Abbiamo dormito benissimo né caldo, né freddo e con la
sensazione di essere veramente fuori dal mondo. Continuo a ripetere che questo e
Arches sono i campeggi che mi sono piaciuti di più.
Wednesday, 27th of June
Partenza: Dead Horse Point SP, UT
Arrivo: Monument Valley, UT
Alloggio: Monument Valley, UT
Prezzo: 5$
Km tappa: 313.75 (195 Miles)
Km totali: 5126.27 (3186 Miles)
Luoghi visti:
Dead Horse SP
Moab
Gooseneck SP
Mexican Hat
Monument Valley (Navajo Tour)
Appena svegli facciamo colazione e ci ridirigiamo a vedere il viewpoint con una
luce diversa. Lungo il tragitto incontriamo prima i danesi che ci salutano e poi
un gruppo di cervi che scappano a nascondersi, forse per il rumore del camper.
E’ sempre un’emozione vedere questo panorama! Torniamo verso Moab e scendendo ci
fermiamo a tutti i viewpoints lungo la strada principale. Mi sono proprio
piaciuti: farli in discesa dà la sensazione di scendere dentro un canyon. Si
vedono pian piano gli strati di sedimentazione sempre più profondi delle rocce
che ci circondano. Ci fermiamo a Moab per fare rifornimento di benzina e di
acqua. Imbocchiamo la UT-191 ma dopo poco ci troviamo a corsie alternate per
lavori in corso dovuti all’allargamento della strada. Incontriamo belle rocce
scolpite (Wilson Arch, Church Rock) e la famosa scritta Hole‘n the Rock. Il
paesaggio si fa sempre più brullo ed i paesini sono costituiti da 5-10 case.
Proseguiamo lungo la famosa UT-163 e, costeggiando la Valley of Gods, il
paesaggio assume fattezze particolari con rocce simili a quelle della Monument
Valley. Facciamo una deviazione per Gooseneck State Park, dove non si paga alcun
biglietto. Pranziamo con i soliti panini e ci godiamo la vista di vari colli
d'oca del San Juan River che sono il risultato di milioni di anni di
sedimentazione ed erosione da parte del fiume stesso. C’è un vento micidiale e
nessun parapetto. Guardo incredula un signore che con un simile vento si
posiziona con il cavalletto al bordo del precipizio! Ritorniamo sulla UT-163 e
poco prima di Mexican Hat ci fermiamo a fotografare la famosa roccia che per noi
è quella di Cars. I bimbi si divertono ad individuare il punto dove Saetta Mc
Queen è uscito fuori pista. Continuiamo lungo la UT-163 che, arrivando verso la
Monument Valley, è qualcosa di unico! Vediamo il punto in cui Forrest Gump dice
“Sono un po’ stanchino” e ci fermiamo a ripetizione per fare foto. Le formazioni
che vediamo in lontananza sono mesas, buttes e pinnacoli che derivano
dall’erosione dell’altopiano del Colorado. La “mesa” è una collina isolata con
fianchi scoscesi ed una cima pianeggiante con un’area (3-10Km2) molto più
piccola di un “plateau”. Il “butte” (dal francese “piccolo collina”) è anch’esso
una collina isolata con fianchi scoscesi ed una cima pianeggiante con un’area
inferiore ai 1000m2, quindi molto più piccola di una “mesa”. In pratica la mesa
ha un’ampiezza superiore alla sua altezza mentre il butte è più alto che ampio.
La forma caratteristica di mesas e buttes è determinata dai tipi di rocce che le
hanno formate. Infatti le mesas si sono formate nelle zone dell’altopiano dove
un cappuccio di roccia dura, resistente all’erosione, per lo più di origine
vulcanica, copriva rocce più morbide e facilmete modellabili dall’azione
dell’acqua e del vento. A differenza dei lati che sono verticali, la base di
queste formazioni degrada dolcemente a causa dell’accumularsi del materiale
roccioso eroso in alto. Nei punti dell’altopiano dove non c’erano rocce
resistenti, l’intera formazione è stata spazzata via in milioni di anni per dare
origine ad una valle. Tuttavia, essendo fenomeni dinamici, il cappuccio delle
mesas con il tempo è andato incontro a rotture, deformazioni, restringimenti
permettendo una riduzione della superficie delle mesas stesse che hanno creato i
buttes e che, a loro volta, hanno dato origine ai pinnacoli. Questi sono alte
torri o guglie di roccia che con il passare del tempo possono sbriciolarsi nella
valle. Mesas e buttes sono stratificati in tre strati principali (la formazione
Organ Rock, DeChelly sandstones e la formazione Moenkopi), che corrispondono
alle formazioni più recenti del Grand Canyon, ed incappucciati dalla “dura”
formazione Shinarump.
Avvicinandoci cominciamo a riconoscere le formazioni più famose della valle: in
primo piano, da sinistra a destra, tre formazioni ravvicinate chiamate Castle
Butte, Bear and Rabbit, e Stagecoach, il caratteristico The King on his Throne e
l’imponente Brigham’s Tomb. In secondo piano Right Mitten, Merrick Butte, Left
Mitten e Sentinel Mesa seguiti da Mitchell Mesa. Sullo sfondo fanno capolino le
Three Sisters a sinistra e Gray Whiskers a destra.
Entriamo nella Monument Valley (nome Navajo:Tse'Bii'Ndzisgaii) pagando 5$ a
testa (i bimbi non pagano) e ci troviamo catapultati in un caos incredibile.
Questa è una riserva indiana che si estende per 91696 acri a cavallo tra Utah ed
Arizona (a 5564 ft sul livello del mare), gestita direttamente dagli indiani
Navajo. Per prima cosa chiediamo se è possibile dormire nel campeggio e ci
dicono di si. In realtà il Mitten View Campground non esiste più ma si può
campeggiare in una specie di parcheggio per 5$ se si è autonomi. Infatti dopo le
20.30 chiudono anche i bagni del visitor center. Per visitare il parco
bisognebbe percorrere in camper una strada sterrata che è, in molti punti, piena
zeppa di buche. Soprattutto il primo tratto, che al ritorno va fatto in salita,
è veramente disastrato. Con il camper non si deve guidare su strade sterrate:
visto l’andamento della vacanza non vogliamo dover pagare qualche danno
aggiuntivo per cui decidiamo di fare il giro con gli indiani Navajo alle 17.00
(i bambini fortunatamente non pagano!!!). Per la gioia di Andrea che cerca
italiani facciamo il tour con una famiglia di Torino. Purtroppo fare il tour
organizzato non ti permette di soffermarti dove e quanto vorresti però ti
permette di visitare luoghi che con la propria auto non si possono raggiungere.
Per prima cosa la guida ci fa vedere due hogan e ci racconta del loro uso e
dell’importanza che loro danno alla madre terra. Hogan o hoghan è l’abitazione
tradizionale del popolo Navajo, composta da legname e terra, ed è considerata
sacra. Infatti il “male Hogan” (casa maschile) è fatto come i classici igloo con
una lunga entrata e contiene un vestibolo utilizzato per cerimonie sacre. Il
"circular o female Hogan” è la casa familiare ed è più grande con una forma
ottagonale che si restringe in un tetto tondo ricoperto di argilla rossa. Al
centro della casa c’è un piccolo camino. I vari settori della casa servono per
compiere particolari attività, come cucinare, dormire, giocare, raccontare
storie.
Percorriamo la strada sterrata sul camioncino dei Navajo. Il terreno della
Monument Valley è costituito principalmente da rocce e sabbia rossa erosa
dall’altopiano o depositata dai fiumi che percorrevano la valle. Il colore rosso
è dovuto all’ossido di ferro derivato dalle rocce modellate. Le rocce più scure
invece devono il loro colore all’ossido di manganese. Ci fermiamo ad ammirare
The Mittens (i guanti per le mani di Dio) e Merrick Butte. Sembra che Mitchell
Butte and Merric Butte debbano il nome a due soldati al servizio di Kit Carson
morti nel tentativo di minare l’area sacra alla ricerca dell’argento. Dietro
Left Mitten si scorgono, da sinistra verso destra, Sentinel Mesa, Big Indian,
Castle Butte, Bear and Rabbit, Stagecoach e The King on his Throne (sullo sfondo
Brigham’s Tomb). Ci fermiamo in un punto per vedere le due mesas Elephant Butte
e Camel Butte che ricordano rispettivamente un elefante ed un cammello e
dall’altra parte le Three Sisters (nel senzo di 3 suore cattoliche, anche se
John Wayne riteneva fosse una W a memoria del suo cognome!). Arriviamo al John
Ford's Point, il cui nome ricorda il regista che girò molti film nella valle, il
primo dei quali fu Ombre rosse (Stagecoach) con lo stesso John Wayne. Nella
valle sono stati girati molti film tra cui My Darling Clementine, Sentieri
selvaggi, I cavalieri del Nord Ovest (She Wore a Yellow Ribbon), Alla conquista
del West, L’oro dei Mackenna, Ritorno al futuro III ed una piccola sequenza di
2001 Odissea nello spazio. Da qui si vedono The Mittens e Merrick Butte da
un’altra angolazione che permette di vedere distintamente Big Indian, Castle
Butte e Stagecoach.
Arrivati a The Hub (dalla forma di mozzo di una ruota, che corrisponde al centro
geografico della valle) si vede la Raingod Mesa dove si trova una piattaforma in
cui il “medicine man” invocava la pioggia e dove è possibile distinguere una
mano. Si procede per la strada alternativa verso Thunderbird Mesa dove vediamo
la testa di indiano ed un’ala scolpite dal vento nella roccia e Sleeping Dragon,
una imponente formazione rocciosa che ricorda un drago addormentato di cui si
può distinguere perfino la coda. Dalla jeep vediamo 2 mustang che corrono verso
un piccolo villaggio ed i bimbi li battezzano ovviamente Spirit e Pioggia.
Nonostante la Monument Valley sia famosa per i buttes e le mesas, nella valle ci
sono numerosi archi visitabili solo con le guide. Noi siamo riusciti a vederne 4
nell’area a sud della Thunderbird Mesa. Arriviamo a Eye of the Sun che è un
“cave-type natural arch”, eroso nelle DeChelly sandstones, da cui passa la luce
del sole formando un cerchio sul terreno più o meno allungato a seconda
dell’orario. Un Cave Natural Arch è il risultato del collassamento del tetto di
una cavità dovuto per lo più a fenomeni tensionali. Qui si trovano anche dei
disegni rupestri fatti probabilmente dagli indiani Anansazi. Infatti i Navajo si
stabilirono nella Monument Valley centinaia di anni dopo che gli antichi Anasazi
erano scomparsi. Di fronte possiamo vedere una formazione che i turisti hanno
ribattezzato Submarine rock. Un’altra bellissima tappa è rappresentata da Ear of
the Wind, un “pothole natural arch” eroso nelle DeChelly sandstones. Per
arrivare all’arco si sale su una collinetta di sabbia rossa dove i bimbi si
divertono sia a scalarla che a ridiscenderla di corsa. Qui si ha veramente una
sensazione di pace! Arriviamo al Big Hogan, un “cave-type natural arch”
formatosi nelle DeChelly sandstones. In questa cavità naturale c’è un’acustica
spettacolare. La guida ci dice che qui hanno girato una sequenza di Indiana
Jones ma noi non riusciamo a ricollegare l’immagine del Big Hogan a nessun film
della saga. Vediamo una roccia a forma di ocarina ed il Mocassin Arch che è un
“pothole natural arch”. Forse ci siamo attardati troppo cercando di godere
questi luoghi (il tour deve durare 2 ore e mezzo) infatti durante tutto il
percorso le altre jeep arrivavano e ci sorpassavano. Quindi ora la nostra guida
ci fa vedere in lontananza Totem Pole and Yei Bi Chei e dice che ora farà
soltanto una sosta all’Artist Point a meno che noi non chiediamo di fermarci per
fare una foto. Totem Pole è un pinnacolo rosso di 400ft che ricorda un totem
mentre Yei Bi Chei ricorda le figure sacre del popolo Navajo. Infatti, queste
formazioni rocciose somigliano a uomini Navajo vestiti come Yei Bi Cheis che
fanno danze a scopo di guarigione nella cerimonia sacra dei 9 giorni chiamata
“Night Way Ceremony”, che si svolge in inverno. Mi sento un po’ inibita e non
chiedo di fermarci per fotografare più da vicino Totem Pole, cosa di cui mi
pento subito dopo. Ci fermiamo all’Artist's Point per vedere ancora una volta
tutta la valle da un’altra angolazione e facciamo una piccola sosta-foto a The
Thumb. Arriviamo in tempo ma con la sensazione di aver fatto le cose troppo in
fretta per i nostri gusti. Ci organizziamo per fotografare il tramonto dal
visitor center e lo spettacolo è superbo. Ci attardiamo così tanto che, quando
decidiamo di andare al parcheggio designato a RV park sotto la Sentinel Mesa,
troviamo la sbarra chiusa. Che fare? Ritorniamo al parcheggio del visitor center
e passiamo la notte lì proprio davanti ai Mittens ed a Merrick Butte.
.
Thursday, 28th of June
Partenza: Monument Valley, UT
Arrivo: Page, AZ
Alloggio: Lake Powell Campground, 849 South Coppermine Road, Page, AZ (Campsite
43)
Prezzo: €
Km tappa: 429.6 (267 Miles)
Km totali: 5555.88 (3453 Miles)
Luoghi visti:
Monument Valley
Page
Upper Antelope Canyon
Antelope Point
Marble Canyon (Navajo Bridge)
Lee’s Ferry (Cathedral Rock)
Vermillion Cliffs
Lake Powell
Io e Sergio ci svegliamo alle 5.30 per vedere l’alba nella Monument Valley. E’
uno spettacolo incredibile che si può vedere perfino dall’interno del camper.
All’inizio siamo soli poi pian piano arriva qualche persona per fare foto. Con
la luce del mattino riprendiamo anche Mitchell Butte e Gray Whiskers che
risultano arrossati, e gli hogans. Ormai siamo talmente elettrizzati che non
riusciamo più a dormire per cui alle 7.30 partiamo, lasciando i bimbi a letto, e
ci dirigiamo verso Page. A Kayenta ci fermiamo a prendere un caffè (uno alla
menta ed uno al caramello) e poi lungo la strada deserta che porta a Page ci
fermiamo per scaldare il latte per la colazione dei bimbi. Arrivati a Page
prenotiamo la visita all’Upper Antelope Canyon per le 11.30 (6$ x3 per entrare +
50$ totali per il tour) ed andiamo alla ricerca di un campeggio. Troviamo subito
il Lake Powell Campground e posizioniamo il nostro cartellino sull’asta della
piazzola. Torniamo all’Antelope Canyon e cominciamo il tour con la jeep insieme
a 4 ragazzi francesi e 2 americani. Il canyon fù scoperto da una pastorella
Navajo e deve il suo nome alle numerose antilopi che popolavano i dintorni. Il
nome Navajo è Tse bighanilini, cioè “il luogo dove l’acqua corre attraverso le
rocce”, che mi sembra più appropriato. E’ una magnifica gola larga 2 metri e
lunga 200 scavata nell’arenaria rossa e modellata da acqua e vento. Tra le 11.00
e le 13.00 il canyon riceve il massimo della luce e la roccia acquista un bel
colore arancione che contrasta con il nero delle zone in ombra. Il canyon è
molto affollato, per cui diventa veramente difficile fare foto senza incappare
in qualche testa o piede, ma è veramente suggestivo. I giochi di luce sulla
roccia tornita ed il contrasto tra i colori predominanti, nero ed arancione,
creano delle immagini continuamente mutevoli. In più c’è sempre qualcuno che
alza la sabbia del canyon verso la luce che filtra dalle fessure creando uno
scenario surreale. E’ veramente imperdibile!
Avevamo promesso ai bambini di fare il bagno nel lago. A dire la verità volevamo
farlo anche nel Salt Lake ma abbiamo perso talmente tanto tempo quel giorno che
abbiamo rinunciato. Così ci dirigiamo all’Antelope Point. Qui però troviamo
principalmente scogli. A causa del gesso, solo Sergio può tuffarsi e,
differentemente da me, lui non è molto tranquillo quando deve seguire Andrea
nell’acqua alta per cui rinuncia in partenza. Però per non deludere del tutto i
bimbi torniamo al campeggio e gli facciamo fare il bagno nella piscina “salata”
del campeggio e poi mangiamo. Nel frattempo mi dedico alla lavatrice ed
asciugatrice. Nel pomeriggio decidiamo di andare a vedere il Navajo Bridge sul
Marble Canyon, un ponte in ferro inaugurato nel 1929 che permetteva
l’attraversamento del Colorado e che è diventato un monumento nazionale. Oggi
per attraversare il Marble Canyon si passa su un ponte parallelo al Navajo
Bridge. Ci dirigiamo verso Lee’s Ferry passando attraverso un paesaggio che
ricorda la Monument Valley tra cui spicca la grande Cathedral Rock e numerose
rocce in precario equilibrio. Lee’s Ferry era il punto dove alla fine del 1800
venne inaugurato il primo traghetto per attraversare il Colorado, unica via fino
alla costruzione del Navajo Bridge. Arriviamo al fiume ed i bimbi si divertono a
camminarci con i sandalini ed a fare disegni sulla sabbia della riva. Lee’s
Ferry segna l’inizio del Grand Canyon perché poco più a valle si ergono alti
pendii da entrambi i lati del fiume che formano il Marble Canyon. Stando sulla
spiaggetta possiamo ammirare di fronte formazioni marrone scuro simili a quelle
che costituiscono il Marble Canyon. Qui è impressionante il rumore assordante
delle cicale. Tornando indietro facciamo una deviazione per vedere le Vermillion
Cliffs (che a quest’ora sono un po’ in ombra) e tornando verso Page rivediamo le
Echo Cliffs con un’altra luce. Andiamo verso il Lake Powell, che in realtà è un
lago artificiale creato grazie alla costruzione di un’enorme diga sul fiume
Colorado in prossimità del Glen Canyon. Attraversiamo la diga sul Glen Canyon e
ci dirigiamo verso Whawheap Marina, dove basta avere il National Park Pass per
entrare, e seguiamo la Scenic View ormai al tramonto. Infatti passando da Utah
ad Arizona abbiamo guadagnato un’ora ma ora il tramonto arriva intorno alle
19.45 per cui le nostre giornate sono più “corte”. Ci fermiamo ai vari view
points. In lontananza vediamo mesas e buttes tipici del canyon che ora è
diventato un lago. Si distingue la Navajo Mountain, una montagna isolata a forma
di cupola, il cui picco raggiunge i 3,148m (10,416 feet). E’ una montagna sacra
per i Navajo che la identificano con la testa della madre terra il cui corpo è
rappresentato dalla Black Mountain e le estremità dalla Balukai Mesa. E’ bello
vedere queste rocce rosse o bianche emergere dal blu del lago contro un cielo
altrettanto blu, venato dall’arancio-rosso del tramonto. Con la luna quasi piena
torniamo al campeggio. Ceniamo velocemente e poi andiamo a letto.
Friday, 29th of June
Partenza: Page, AZ
Arrivo: Grand Canyon NP, AZ
Alloggio: Mather Campground, Grand Canyon NP, AZ (Campsite 11)
Prezzo: 18$ (13.55 €) (prenotato tramite www.nps.gov)
Km tappa: 242.96 (151 Miles)
Km totali: 5798.84 (3604 Miles)
Luoghi visti:
Page
Horse Shoe Bend
Grand Canyon NP
Per prima cosa, dopo colazione, cerchiamo un internet point a Page e poi ci
dirigiamo verso l’Horse Shoe Bend che si trova lungo la US-89. Lasciata la
macchina al parcheggio si deve seguire un sentiero che per circa 1.25 miglia
alterna tratti in salita e discesa fino ad arrivare sul bordo di un baratro che
si affaccia sul Colorado River. Si vede un’ansa del Colorado a forma di ferro di
cavallo con l'acqua verde-azzurra, a differenza di Dead Horse Point. Lo
spettacolo è impressionante! Anche le rocce circostanti sono particolari: a noi
sembrano sfogliatelle napoletane. Pare siano rocce del periodo giurassico erose
nei millenni da acqua e vento. Proprio qui Giorgio Faletti ha ambientato un
momento fondamentale del suo ultimo libro. Continuiamo a percorrere la US-89 per
arrivare al Grand Canyon NP entrando dalla East Entrance. Prima di entrare
facciamo benzina e ci riforniamo di viveri.
Il Grand Canyon è un'immensa gola creata dal fiume Colorado che si estende tra
il lago Powell ed il lago Mead per una lunghezza di oltre 450km. Per la maggior
parte è incluso nel parco nazionale del Grand Canyon, uno dei primi parchi
nazionali degli Stati Uniti. Il primo tratto di circa 100km, dal Marble Canyon
fino alla confluenza del Piccolo Colorado, ha una profondità di 1200m. Più a
valle, dove il fiume si snoda in ampie serpentine, è visibile una forra più
profonda a pareti verticali assai vicine tra loro e alte 300-400m, sopra le
quali il solco si apre in ampi gradini intagliati nelle formazioni rocciose
disposte orizzontalmente; tali gradini sempre più distanziati, raggiungono il
bordo dell’altopiano dove la distanza tra north e south rim diviene di 8-16
miglia (13-26 km). La parete del canyon, dal rim al fiume, è di circa 5000 ft
(1500m). Gli strati rocciosi messi a nudo dall’erosione rappresentano una serie
ordinata di sedimenti deposti nei millenni. Infatti la geologia della zona del
Grand Canyon espone una delle sequenze di roccia più complete di qualsiasi altro
luogo: i principali strati di roccia sedimentaria esposti nel canyon oscillano
per età da duecento milioni a quasi due miliardi di anni. La maggior parte
furono depositati in mari caldi e poco profondi e vicino a coste marine antiche
e da tempo scomparse. Sono rappresentati sia sedimenti marini che terresti,
incluse dune sabbiose fossilizzate (Coconino Sandstone) derivanti da un deserto
estinto. La grande profondità del Grand Canyon ed in particolare l'altezza dei
suoi strati può essere attribuita all'innalzamento di 5000-10000 piedi
(1500-3000 metri) della placca del Colorado, cominciato circa 75 milioni di anni
fa quando si formarono le Montagne Rocciose. Il sollevamento accelerato iniziò
diciassette milioni di anni fa quando si stavano formando gli Altipiani del
Colorado, sui quali è situata la zona. Gli altipiani del Kaibab, del Kanab e
dello Shivwits delimitano la parte settentrionale del canyon e il Coconino
quella meridionale. Questo innalzamento ha accentuato il dislivello del corso
del fiume Colorado e dei suoi affluenti, risultando in un aumento delle velocità
delle acque e quindi della loro capacità di erosione delle rocce. Il canyon si
formò circa 5,3 milioni di anni fa quando il Golfo di California si aprì ed
abbassò così il livello di base del fiume da quello dei grandi laghi interni al
livello del mare. Climi più umidi portati dalle ere glaciali e le accresciute
precipitazioni aumentarono la capacità erosiva dei fiumi. Con un volume di
flusso notevolmente accresciuto, un gradiente aumentato e un livello di base
inferiore, il Colorado scavò più velocemente di quanto avesse mai fatto prima.
Iniziò rapidamente a creare il Grand Canyon due milioni di anni prima di adesso,
raggiungendo quasi la profondità moderna entro 1,2 milioni di anni fa. Inoltre
circa due milioni di anni fa l'attività vulcanica iniziò a depositare cenere e
lava sulla zona. Almeno tredici grandi colate di lava fecero da diga al
Colorado, formando enormi laghi profondi fino a 600 m e lunghi 160 km. Occorsero
circa 20.000 anni dall'inizio della formazione di ciascuna diga sino alla sua
distruzione da parte del fiume stesso. La fine delle ere glaciali cominciò a
cambiare il clima della zona da quello pluviale a condizioni semi-aride più
asciutte simili a quelle odierne. Con meno acqua per scavare, la capacità
erosiva del Colorado fu grandemente ridotta (inoltre le rocce della Gola Interna
sono relativamente resistenti all'erosione). I processi di movimenti franosi
cominciarono così a divenire relativamente meno importanti di quanto non fossero
prima.
Ci fermiamo a Desert View (7438 ft/2267 m), compriamo un po’ di ricordi per
parenti ed amici e mangiamo i panini su una panchina circondati da corvi.
Saliamo sulla Watch Tower, la torre che ci dà una bella vista del South Rim del
Grand Canyon da cui si vede il torbidissimo Colorado River. Percorriamo tutta la
Desert View Drive, o East Rim Road, fino a Yavapai Point e ci fermiamo ai vari
viewpoints (forse un po’ troppo!). Al Navajo Point (7461ft/2275m), il canyon si
allarga e lascia ampio spazio al Colorado con le sue rapide. Davanti a noi c’è
il Tanner Canyon. A sinistra si vede Escalante e Cardenas Buttes dietro cui si
intravede Unkar Creek. Sul north rim, verso sinistra, si distinguono l’imponente
Wotans Throne e Vishnu Temple. A Lipan Point (7360ft/2243m), il mio preferito da
questo lato, c’è un panorama fantastico sul Seventyfive Miles Creek. Dietro
Escalante Butte si vedono le badlands ondulate intorno a Unkar Delta. Qui, alla
fine di Unkar Creek, il Colorado mostra delle rapide. Il fiume poi si allontana
verso l’infinito e ci dà il senso dell’immensità della natura. In questa
direzione si scorge in lontananza Yaki Point. A sinistra si ergono i ripidi
pendii sotto Pinal Point. A Moran Point (7160ft/2182m) non si vede quasi più il
fiume ma le sfumature di colore delle rocce sono veramente impressionanti.
Soprattutto in basso nella zona del Red Canyon. A sinistra si erge il Coronado
Butte. Un blocco isolato di Kaibab Limestone caratterizza il lato est del view
point. Incontriamo un coyote lungo la strada per Grandview Point (7399ft/2256m).
Qui il Colorado non si vede perché dista ben 4 miglia. Lo spettacolo che si
osserva è bellissimo: i pendii sono meno ripidi e sono scolpiti in numerosi
buttes digradanti come Sheba Temple e Soloman Temple nel north rim. A destra è
visibile la caratteristica Horseshoe Mesa delimitata ad ovest dal Cottonwood
Creek e ad est dal Hance Creek. Un’altra bella mesa si trova tra Grapevine e
Cottonwood Creeks. A Mather Point siamo circondati da rocce colorate e
multiformi. Davanti a noi si vede il Bright Angel Canyon e, più a destra, lo
Zoroaster Temple. Sulla destra spicca il caratteristico O’Neill Butte/Cedar
Ridge su cui si snoda il South Kaibab Trailhead. Prendiamo lo shuttle della
linea verde e ci fermiamo a South Kaibab Trailhead, punto di partenza
dell’omonimo sentiero che scende nel canyon fino al Colorado River. Qui vediamo
molti cavalli in un recinto che servono per le gite in fondo al canyon.
Ripartiamo per Yaki Point (7262ft/2213m) che è un posto veramente magnifico dove
cominciamo a vedere le rocce che diventano rosse piano piano. A sinistra è
delimitato da O’Neill Butte/Cedar Ridge mentre a destra da Newton e Pattle
Buttes. E’ possibile scorgere anche da qui lo Zoroaster Temple. Al di là di
Pattle Butte è possibile scorgere Clear Creek e Eightythree Mile Creek. Ci
rendiamo conto che, essendo in Arizona, ormai ci stiamo avvicinando al tramonto
e quindi non faremo mai in tempo a vedere con lo shuttle della linea rossa i
viewpoints prefissati. Parcheggiamo, facciamo una fila chilometrica per prendere
il bus ed arriviamo ad Hopi Point, dove scendono tutti. Appena arrivati alla
terrazza vediamo un mare di gente che si sta calpestando a vicenda per avere un
posto in prima fila. Così cerchiamo di salire sul bus successivo per andare a
Pima Point ma l’autista ci dice che ora non vanno più in quella direzione ma
riportano soltanto le persone indietro! Così ci piazziamo sul sentiero, anche
quello strapieno, per cercare di riprendere il tramonto tra lo svolazzare di
capelli di una ragazzina ed il gesticolare della mamma che deve assolutamente
riprendere il tramonto con la figlia in prima piano. A destra, The Battleship è
già tutta arrossata per il tramonto. Sotto l’overlook c’è un’ampia mesa di 2000
ft, Dana Butte, fiancheggiata da Salt Creek e Hopi Creek che incontrano il
Colorado formando una serie di rapide. Davanti a noi, nel north rim, c’è un
gruppo di mesas battezzate con nomi dell’antico egitto: Isis Temple, Horus
Temple e Osiris Temple. Ad ovest, oltre la formazione chiamata l’Alligatore, per
la sua forma, è possibile scorgere il Colorado. Questa parte del canyon è
veramente troppo frequentata e purtroppo tutto questo non ci ha permesso di
apprezzare bene il tramonto. Forse era meglio fermarsi a Yaki Point dove non
c’erano molte persone … col senno di poi! Torniamo al parcheggio e ci dirigiamo
verso il campeggio dove un ranger ci indica il percorso per arrivare alla nostra
piazzola prenotata dall’Italia (di cui avevamo già il numero). Questa è la
nostra ultima notte in un parco e la luna è piena. Magnifico! Anche se mi
dispiace un po’ che questa sia l’ultima sera a contatto con la natura.
Saturday, 30th of June
Partenza: Grand Canyon NP, AZ
Arrivo: Los Angeles (Pomona), CA
Alloggio: Fairplex KOA campground, 2200 North White Ave., Pomona, Los Angeles,
CA (Campsite 173)
Prezzo: 35.75 $ (prenotato per telefono da Salt Lake City)
Km tappa: 746.58 (464 Miles)
Km totali: 6545.41 (4068 Miles)
Luoghi visti:
Grand Canyon NP (Helicopter Tour)
Bedrock
Williams
Ci svegliamo e vediamo 5 o 6 corvi intenti a banchettare con i resti della cena
del vicino. Dopo colazione ci dirigiamo verso sud a Tusayan dove alle 8.30
abbiamo l’appuntamento per il tour con l’elicottero Papillon. Per questo volo
dobbiamo ringraziare la generosità delle persone che hanno sovvenzionato il
nostro viaggio di nozze, che è andata oltre le aspettative, permettendo di
includere anche questa indescrivibile esperienza! Nel nostro elicottero c’è
anche una coppia californiana. Sergio è il prescelto per viaggiare accanto al
pilota per cui prende la telecamera. Io resto un po’ spiazzata perché avevo
preparato tutto per la telecamera e mi ritrovo a dover cambiare in volo sia la
pila che la compact flash della macchina fotografica che aveva solo 2 foto a
disposizione! I bimbi sono eccitati e si mettono cuffie e cinture. Partiamo
sorvolando la foresta del parco con la musica di sottofondo. Poi d’un tratto si
apre sotto di noi il Grand Canyon in contemporanea con l’inizio della colonna
sonora di 2001 Odissea nello Spazio. E’ uno spettacolo magnifico: si vedono
perfino le rapide del Colorado! Dall’alto al basso si vedono forme e colori
delle rocce sempre diversi. Nelle cuffie sentiamo la descrizione del Grand
Canyon in italiano. Si arriva fino a Point Imperial e poi si torna nella foresta
costeggiando il canyon. Alla fine ci si rituffa nel canyon per un ultimo saluto.
A questo punto, forse per il caldo o per il movimento cullante, Andrea riesce
perfino ad addormentarsi! Ritorniamo sulla foresta vedendo l’entrata sud del
parco dall’alto e quindi atterriamo. Irene ci chiede di prendere la foto con
tanto di attestato di volo come ricordo ed in questo caso l’accontentiamo.
Ancora frastornati ed eccitati ci dirigiamo verso sud ed incontriamo la città di
Bedrock: Yaba daba dooh! E’ un parco giochi, credo ci siano soltanto scivoli o
cose simili, sullo stile della città dei Flintstones. Visto che oggi ci attende
un altro tappone decidiamo di non entrare ma di far fare soltanto un po’ di foto
ai bimbi all’esterno sull’automobile dei Flintstones con tanto di roulotte,
vicino ai bagni fatti a forma di casetta tipica di Bedrock e vicino al
dinosauro. I bimbi sono contenti lo stesso. Ripartiamo e percorriamo la strada
verso Williams. Qui ci sono i resti della ROUTE 66 che, come avrete già capito,
ci interessano non soltanto per rievocare l’atmosfera tipica americana alla Easy
Rider o per ricordare i racconti di John Steinbeck ma soprattutto per ritrovare
i luoghi disegnati in Cars. Infatti troviamo un’officina meccanica identica a
quella di Luigi, una pompa di benzina anni ’50 con accanto parcheggiato Doc
Hudson, poco più in là Flo e Fillmore. I bimbi non credono ai loro occhi!!! Un
cartone che diventa realtà. Nel centro della città la Route 66 si divide in due
strade parallele a senso unico dove si trovano edifici e negozi anni ’50 e ’60.
Prendiamo ai bimbi una maglietta a ricordo della Route 66 e la signora, di
origine italiana, ci indica due posti lungo la strada dove la benzina costa un
po’ meno. Decidiamo di prendere una pizza da asporto. Per non eccedere,
guardando il menù esposto fuori, Sergio mi dice di prendere una mini al
formaggio per loro ed una mini Route 66 per noi. Però quando io ed Irene nel
negozio vediamo le dimensioni dei vassoio corriamo ai ripari ordinando una
seconda mini Route 66 tra i sorrisi dei ragazzi dietro il bancone. Dopo aver
pranzato in camper partiamo verso Seligman dove c’è la deviazione per Peach
Springs sulla Route 66 (che nel cartone è stata ribattezzata Radiator Springs).
Però oggi non possiamo permetterci altre deviazioni e tiriamo dritto per la
I–15, che, come dice Sally nel cartone, “è stata costruita per far risparmiare
alle persone 10 minuti di viaggio tagliando fuori la città!” Al confine con la
California attraversiamo il Colorado immenso di colore verde azzurro che io,
mezza assonnata, non sono abbastanza veloce a fotografare. Poi troviamo una
frontiera vera, con veri doganieri che ci chiedono da dove veniamo e ci lasciano
andare. Viaggiamo abbastanza spediti anche se attraversando il deserto del
Mojave ci imbattiamo in un paesaggio arido e completamente disabitato per
centinaia di miglia. Dopo una sosta benzina si accende nuovamente la luce del
motore del camper ma a questo punto decidiamo di non perdere la domenica mattina
alla Cruise America visto che lunedì mattina lo dovremo riconsegnare. Così
segnaliamo soltanto il guasto al numero verde, per non avere rogne lunedì,
dicendo che comunque era già successo a Salt Lake City dove ci avevano detto che
non era un problema. Ci avviciniamo a Los Angeles mentre il sole sta tramontando
e come regalo vediamo lungo la strada dei Joshua Tree che si stagliano contro il
cielo arrossato. Credevo che passando da questa parte non sarei riuscita a
vedere i famosi cactus immortalati dagli U2 ed invece … Cominciamo a percorrere
le Freeways di Los Angeles, che con un camper non è proprio il massimo, ed io
spero sempre di incontrare Frank Poncharello e John Beker. Invece nella nostra
permanenza a Los Angeles non riusciremo a vedere nemmeno un agente dei CHiPs.
Arriviamo al campeggio facilmente perché, nonstante siano immense, le freeways
hanno una buona segnalazione delle uscite. Qui è tutto buio ma troviamo una
busta con un cognome simile al nostro (facendo la prenotazione per telefono lo
hanno un po’ storpiato) dove c’era scritto il numero della piazzola e c’era un
foglietto da compilare con i dati della carta di credito per il pagamento e da
inserire in una cassetta. Siamo proprio a Los Angeles: il campeggio è adornato
di palme!
Sunday, 1st of July
Partenza: Los Angeles (Pomona), CA
Arrivo: Los Angeles (Van Nuys), CA
Alloggio: Birmingham RV Park, 7740 Balboa Blvd., Van Nuys, Los Angeles, CA
Prezzo: 54,72$
Km tappa: 165.73 (103 Miles)
Km totali: 6624.25 (4117 Miles)
Luoghi visti:
Walk of Fame
Mann’s Chinese Theatre
Universal Studios
Appena svegli non sappiamo se cercare di prenotare un campeggio a nord degli
Studios o riconfermare una seconda notte qui che è un po’ distante dagli Studios
e dall’aeroporto. Qui dò sfoggio della mia fusione mentale. Avendo a
disposizione 4 nomi di campeggi scritti in sequenza in base alla distanza dagli
Studios telefono al primo (secondo me) che mi dice di avere posto ma che vuole
che ci registriamo entro le 19.00. Ne parlo con Sergio. Decidiamo di andarci a
registrare prima di entrare negli Studios per cui richiamo: il numero del primo
campeggio dà occupato; faccio anche quello del secondo pensando essermi confusa
ed aver fatto quello prima, ma entra la segreteria telefonica. Mah! Decidiamo
comunque di partire e di provare di nuovo strada facendo: stessa situazione.
Passiamo vicino al Rose Bowl di Pasadena che risveglia vecchi fantasmi di tutti
i tifosi italiani di calcio (ma ora che ci importa siamo noi i campioni del
mondo!) e ci dirigiamo verso il Mann’s Chinese Theatre (nel tragitto vediamo
anche gli studi della Warner Bros ed un murales con tutti i personaggi dipinti).
Cerchiamo parcheggio (in quelli sotterranei è impensabile con il camper) tra i
“brontoli” di Sergio che dice che solo io posso pensare di parcheggiare un
camper a Los Angeles. In un piazzale ci chiedono 50$ indipendentemente da quanto
restiamo. Sinceramente, anche se vedere le impronte degli attori è un mio sogno
di bambina, mi dà fastidio questo eccessivo approfitto nei confronti del turista
e dico a Sergio di lasciar perdere. Lui però, anche se è un brontolone mi vuole
bene e sa che ci tengo. Parcheggia il camper nel parcheggio di un locale
all’incrocio tra Orange Dr. e Sunset Blv. (dove un cartello dice che anche i
clienti non posson sostare più di mezz’ora) e ci dice “mentre faccio colazione
voi andate pure a vedere le impronte”. Per cui ci catapultiamo verso la Walk of
Fame e guardiamo le varie stelle incastonate nel marciapiede (Clark Gable, Tom
Cruise, Biancaneve, Topolino). Poi ci dedichiamo alle impronte nel Mann’s
Chinese Theatre dove troviamo i personaggi di Star Wars, Harrison Ford, Tom
Hanks, Robin Williams (che si è firmato con “Carpe diem!”), Donald Duck.
Fotografo i bimbi che ricalcano le impronte di Sofia Loren e Marcello
Mastroianni, Joanne Woodward e Paul Newman, Shirley MacLain e Jack Lemmon.
Ritrovo gli eroi e le eroine dei film che davano in TV negli anni ‘70 (altro che
reality show!): Gregory Peck, Rock Hudson, Walter Mattau, Humphrey Bogart, John
Wayne, Steve McQueen, Shirley Temple, Deanna Durbin, Esther Williams, Doris Day,
Nathalie Wood, Ali Mac Graw, Ava Gardner. Ed alla fine lei: Marilyn Monroe. Mi
sarebbe piaciuto fotografare proprio tutte le impronte ma, essendo passata quasi
un’ora, la paura di trovare Sergio in qualche discussione mi fa tornare alla
svelta al camper: meglio questo di niente! Andando verso la Freeway ci fermiamo
a fotografare la famosa scritta Hollywood sulla collina, anche se è molto
distante. Ci dirigiamo verso North Hollywood dove è il primo campeggio ma appena
arrivati leggiamo un cartello con la scritta: “Spiacenti nel fine settimana
siamo chiusi!” Riproviamo al numero del secondo campeggio ma c’è ancora la
segreteria telefonica. Presa dalla disperazione chiamo il terzo campeggio e
capisco che la prima volta avevo chiamato proprio questo e non i primi due.
Quindi ci dirigiamo verso Van Nuys e ci registriamo nel campeggio dicendo che
saremo tornati sicuramente dopo le 21.00. Torniamo verso Universal City,
parcheggiamo nel parcheggio di ET ed attraversiamo tutta la Universal City Walk.
Mangiamo al volo una crepe alla nutella come pranzo e prendiamo il biglietto per
gli Universal Studios. Fortunatamente al Grand Canyon avevo preso uno sconto da
8$ perché al campeggio l’ho trovato soltanto da 2$ per il General Admission o da
4$ per il Front of Line Pass (che dovrebbe eliminare tutte le code). Anche se è
domenica decidiamo per il biglietto normale perché l’altro costa il doppio: a
conti fatti abbiamo fatto bene perché soltanto per Back to the Future abbiamo
atteso circa mezz’ora. A priori abbiamo escluso The Mummy e Jurassic Park perché
non avrebbero fatto salire Andrea. Ci siamo fiondati verso il tour degli Studios
(vero motivo della visita, sinceramente se avessero accettato bambini sotto gli
8 anni avrei preferito vedere gli Warner Studios dove c’è il set di Friends e
ER, ma non si può avere tutto nella vita!) E’ un po’ un’americanata ma è carino
farlo una volta nella vita. Oltre ai vari sets che riproducono New York (pare
abbiano girato qui Spiderman), una cittadina messicana, una cittadina western,
una cittadina europea dove si vede una piazza utilizzata in vari film
dell’orrore, il set di Desperate Housewives, la Signora in Giallo, the Grinch ed
il mitico Phyco, in diversi hangars si apprezzano diversi effetti speciali. Cade
un elicottero che si incendia, sparano su King Kong, un terremoto fa cadere un
vagone della metro sopra di noi. All’esterno subiamo un’inondazione, vediamo un
balletto di alcune macchine, veniamo attaccati dai mostri di Jurassic Park e
dallo squalo, passiamo accanto a Skull Island in mezzo alle acque che si
dividono. Alla fine un po’ di effetti speciali nel tunnel della mummia! Irene
riesce a fare una foto con Fiona e Spongebob … Andrea non ama molto i personaggi
mascherati. Vediamo Shrek 4D dove Shrek e Ciuchino sono alle prese con il
fantasma di Lord Farquad con effetti speciali veramente divertenti. Proviamo
Back to the future, nonostante Sergio sia contrario viste tutte le frasi
minatorie scritte sui cartelli (sconsigliato a chi soffre di claustrofobia,
problemi alla schiena, problemi agli occhi, problemi di cuore). In fondo è
soltanto un simulatore di volo! Con la DeLorean DMC12 andiamo indietro nel tempo
e veniamo inghiottiti da un dinosauro che ben presto ci sputa! Assistiamo allo
show degli animali: carino ma non imperdibile. Perdiamo l’occasione di far
fotografare i bimbi con gli eroi della Marvel ma Andrea si fa fotografare
accanto alla Blues’ mobile! Vediamo Marilyn Monroe e Dracula fare foto con
miliardi di persone e ci sediamo attendendo Jack ed Elwood. Loro arrivano a
bordo della Blues’ mobile e danno il via ad uno spettacolo veramente
trascinante, soprattutto per gli appassionati del genere. I bimbi hanno già
visto diverse volte il film e si rendono anche conto che loro sul palco fanno 2
canzoni non presenti nel film. Assistiamo allo spettacolo di Waterworld dove
alcuni attori prima della spettacolo bagnano gli spettatori che non urlano
abbastanza forte! Lo spettacolo è carino e pieno di effetti speciali. Anche
Sergio, che era molto contrario a questa giornata a Los Angeles, mi sembra
contento di quello che abbiamo fatto. Decidiamo di cenare lì visto che avevamo
adocchiato un ristorante messicano niente male. Prima prendiamo la pizza per i
bimbi e poi andiamo verso il locale ma … nel frattempo ha chiuso! Torniamo al
camper ed andiamo verso il campeggio. Ci sistemiamo nella piazzola e ci rendiamo
conto che nonstante questo sia il campeggio più caro della vacanza (ci sono
tutti gli allacci, c’è il cavo per la TV, il collegamento ad internet, due
lavanderie ed una telecamera che sorveglia il campeggio 24 ore su 24) è anche il
più brutto! Facciamo le valigie cercando di dividere le cose che possono andare
nel bagaglio a mano dalle altre.
Monday, 2nd of July
Partenza: Los Angeles (Van Nuys), CA
Arrivo: Los Angeles (Carson), CA
Km tappa: 57.92 (36 Miles)
Km totali: 6769.06 (4207 Miles)
Luoghi visti:
Cruise America
Long Beach
Los Angeles Airport
Ci svegliamo cercando di dare l’ultima pulita al camper e partiamo. Proviamo a
depositare i bagagli all’aeroporto perché vorrei passare qualche ora a Santa
Monica dopo aver lasciato il camper. L’aereo infatti parte alle 19.40 mentre il
camper dobbiamo lasciarlo alle 11.00. Però non riusciamo nell’intento, forse per
gli attentati sventati a Londra sono sempre più guardinghi. Quindi ci dirigiamo
verso Carson dove c’è il deposito della Cruise America. Nel giro di 30’
sbrighiamo tutte le pratiche. Chiediamo al signore del deposito dove possiamo
trovare una tipica spiaggia californiana abbastanza vicina e se possiamo
lasciare lì i bagagli. Lui ci consiglia Redondo Beach, ci chiama un taxi e
chiede consiglio al taxista che suggerisce un posto “più carino”. In realtà ci
porta a Long Beach che è un porto e ci dà appuntamento per le 16.00 per tornare
a prendere i bagagli ed andare all’aereoporto. Tento di arrivare ad una spiaggia
nei dintorni con i mezzi, come mi hanno suggerito, ma gli autobus passano poco
frequentemente. Mio malgrado desisto. Siamo indecisi se andare a vedere
l’acquario ma dopo la delusione di San Francisco non vorremmo incappare in
un’altra bufala. Così passeggiamo costeggiando il porto, vediamo la ruota
panoramica e ci fermiamo a pranzare con molta calma al Bubba Gump per la gioia
dei bimbi. Poi stiamo un po’ seduti su una panchina a guardare il panorama
mentre i bimbi si provano le scarpe di Forrest Gump. Saliti sul taxi ci
dirigiamo alla Cruise America per ritirare le valigie e raggiungiamo
l’aereoporto di Los Angeles. Qui, dopo il check in, dobbiamo consegnare noi le
valigie a chi le pone sul rullo. Al controllo per la sicurezza pensavamo che ci
facessero storie per le borracce vuote nel bagaglio a mano invece trovano un
coltellino multiuso che era rimasto nella retina dello zaino senza che ce lo
ricordassimo. Inoltre mi fermano per ispezionare il mio gesso. Aspettiamo il
momento dell’imbarco e via verso casa! La vacanza è finita!
CONSIDERAZIONI
E’ impossibile dire cosa ci è piaciuto di più in questo viaggio. New York e San
Francisco sono città uniche e ricche di fascino. I parchi sono qualcosa di
inimmaginabile. E’ difficile anche stilare una TOP3 dei parchi visitati perché
in ognuno abbiamo trovato un luogo o un’immagine che ci hanno fatto dire “questo
vale il viaggio!”. Inoltre non tutti i parchi sono stati visitati con la stessa
accuratezza per scelta forzata durante la programmazione o per imprevisti
durante il viaggio. Possiamo dire che come impressione globale metteremmo
Yellowstone al primo posto per la varietà dei paesaggi e fenomeni geologici
osservati, Arches al secondo per il numero e la bellezza degli archi che si
possono raggiungere con caratteristici sentieri e la Death Valley al terzo per i
colori delle rocce. Però è impossibile non restare a bocca aperta davanti
all’immensità ed i colori del Grand Canyon, all’alba ed al tramonto nella
Monument Valley, ai giochi di luce di Antelope Canyon, alla magia di Horseshoe
Bend, ai panorami selvaggi di Island in the Sky e Dead Horse Point, ai paesaggi
da cartolina del Grand Teton, ai pinnacoli del Bryce Canyon, alle dune
sconfinate di Coral Pink Sand Dune, alle tortuosità di Gooseneck. Peccato aver
avuto alcuni inconvenienti che non ci hanno permesso di godere fino in fondo di
Yosemite e Zion della cui bellezza abbiamo avuto veramente solo un assaggio.
Come ho detto all’inizio è un viaggio che avrebbe dovuto essere diviso in 3 per
goderlo a fondo … speriamo quindi di avere la possibilità di rivedere questi
luoghi in futuro!