La mia maratona
di Chicago

Un
racconto di Diego Baraldi
Sono un podista della domenica con 10 maratone al mio attivo.
Spesso la gente non sa cosa sia esattamente una maratona; e a volte ho
sentito dire cose del tipo: ieri ho fatto una maratona di 5 km, ieri al mio
paese c’ era una maratona di 10 km, ecc.
Una volta per tutte: la maratona è lunga 42 km e 195 metri in qualunque
posto del mondo. Kazzo!
Non è che la maratona di New York è più lunga di quella di Carpi, lo
vogliamo capire?
Per correrla non c’ è bisogno di essere Superman o Batman, è sufficiente
allenarsi con un certo impegno per almeno 1 anno o meglio 2.
Come tutti i podisti dilettanti sognavo anch’ io di correre la maratona di
New York, perché ci vanno questo e quello, perché chi la corre si trasforma
in un highlander, ecc.
Poi mi sono detto: ma vaffanculo, smitizziamo un po’ New York (dove sono
comunque già stato 3 volte) e facciamoci un’ altra maratona negli USA. L’
obiettivo è stare sotto le 4 ore.
Tutto questo accadeva nell’ autunno del 1999. Dove si può andare nell’
autunno del 2000 a fare una maratona figa? Ci sono diversi siti web con i
calendari delle corse podistiche e iniziamo a dare un’ occhiata. Subito ci
balza all’ occhio nel mese di ottobre la maratona di Chicago.
Non conoscevo per nulla questa città se non per le cose viste nei soliti
film americani e non mi entusiasmava molto.
Poi però iniziamo a leggere qualcosa sulla gara: la seconda maratona in
America come numero di partecipanti (30.000), un percorso velocissimo dove
l’ anno prima è stato stabilito il record del mondo sulla distanza, un’
organizzazione impeccabile.
Siamo quasi convinti, ma la prospettiva di andare in una città che, almeno
come si vedeva nei film, non era un gran che, ci frenava ancora.
Vediamo un po’ di siti sul turismo a Chicago e, sorpresa: col cazzo che non
è un gran che! E’ bestiale! Ci siamo decisi: andiamo!
E prenotiamo con ben 1 anno di anticipo l’ hotel. Questa si è rivelata una
mossa molto saggia perché ne abbiamo trovato uno a basso prezzo (basso per
gli standard chicaghesi, era comunque una mazzata) in Michigan Avenue, la
principale strada di Chicago, a poca distanza dalla partenza della gara.
Con più calma prenotiamo il volo, dopo aver sondato per un paio di mesi più
e più volte tutte le compagnie che andavano a Chicago. Alla fine decidiamo
per Sabena via Bruxelles (la compagnia belga ora fallita) perché era quella
con la tariffa più bassa.
Ci orgasmizziamo anche per i trasporti locali, e sul sito della CTA (che
sarebbe l’ ATM chicaghese)
È possibile acquistare su internet un biglietto valido per l’ intero
soggiorno che ci è stato recapitato a casa senza spese aggiuntive. Gli
americani per queste stronzate sono imbattibili.
Arriviamo all’ aeroporto O’Hare e passiamo il controllo immigrazione con i
nostri bei moduli con le solite domande assurde alle quali bisogna
rispondere sempre no.
Saltiamo sulla metropolitana linea blu che porta in città, scendiamo e
prendiamo un autobus che ci porta all’ hotel. Sembra difficile, ma con la
cartina dei mezzi alla mano è facilissimo girare per Chicago. Il nostro
hotel era proprio di fianco all’ Hilton, dove si poteva entrare e fregare le
biro sotto i loro telefoni pubblici.
Si capisce subito che la città è bellissima, pulita e ordinata.
La prima sera siamo assolutamente rincoglioniti a causa del fuso orario;
erano le 8 di sera quindi le 3 di notte per noi. 7 ore di differenza a
Chicago, non 6 come sulla costa atlantica.
Andiamo a mangiare un panino da Johhny Rockets, una catena di ristoranti
stile anni ’50 e poi a letto.
Ma non prima di aver attaccato un gigantesco tricolore alla finestra. Se non
facciamo le nostre figure di merda non ci divertiamo.
Dimenticavo: eravamo in 2, io e un mio amico. Letti separati, ci tengo a
precisarlo.
La prima notte non si dorme quasi per nulla (mai sentito parlare del jet lag?).
Per me poi che soffro di insonnia è un dramma. Alle 5 sono già in strada a
fare 2 passi; poi sveglio l’ animale e ci facciamo 10 km di corsetta.
La mia prima corsa in territorio americano, sulle rive del lago Michigan con
il sole che spuntava è stata indimenticabile.
Doccia (prima io, POI lui) e ci lanciamo alla scoperta della città. Avevamo
già un itinerario in mente e per prima cosa andiamo alla Sears Tower, che
per molti anni è stato l’ edificio più alto del mondo, prima che un lontano
e miserabile paese decidesse di costruirne uno più alto.
Si paga tanto e si sale ma non c’ è una terrazza all’ aperto, come c’ era
sulla torre sud al W.T.C. o sull’ Empire a NY.
Rimaniamo quindi un po’ delusi, ma il panorama è comunque fantastico.
Andiamo a mangiare al Rainforest cafè, che è una catena tipo HRC (ce n’è uno
a Disneyland Paris ed uno a Londra, che sono i più vicini a noi).
Trattasi di un ristorante a tema foresta pluviale con effetti audio e video
sorprendenti: da non perdere. Prezzi ovviamente alti.
Il pomeriggio lo dedichiamo al centro maratona, dove dobbiamo anche ritirare
pettorali, chip, e pacco gara.
Il centro maratona è una cosa incredibile, si vede che hanno fatto le cose
in grande. Le nostre maratone dovrebbero prendere esempio da qui. D’ altra
parta siamo in America, quindi io forse mi stupisco inutilmente…
C’ un utile servizio di lepri non solo sulle mezz’ore, ma sui 5 minuti!
Incredibile! Mi spiego meglio per chi non sa di cosa sto parlando. Mettiamo
il caso che uno voglia correre la maratona in 3 ore e 25 minuti (si, ma deve
avere anche alle spalle l’ allenamento specifico per questo tempo, sennò col
cazzo che lo fa!). Ci si deve semplicemente rivolgere all’ apposito stand e
dire che tempo si vuole fare. Loro ti danno un pettorale (di diverso colore
a seconda del tempo) da attaccare sulla schiena.
Poi sulla linea di partenza non c’ è altro da fare che piazzarsi dietro alle
proprie lepri (2 maratoneti esperti che mantengono un andatura regolare per
tutta la gara) munite di palloncini dello stesso colore del pettorale e
chiudere la maratona nel tempo stabilito.
Sembra facile…
Mi è capitato di vedere gente con tempi tipo 2 e 30 camminare dopo pochi
chilometri.
Se non si è più che allenati è inutile fare gli sboroni.
Bene, siamo al sabato mattina, il fatidico giorno prima. Inizia un po’ il
nervosismo. Ci facciamo una corsetta di soli 30 minuti: a questo punto
quello che c’è, c’è. Se non si è lavorato bene nei mesi prima adesso non c’è
più un cazzo da fare.
Il culo che mi sono fatto lo so solo io (anzi no, lo sa chiunque abbia corso
una maratona in realtà): tutta l’ estate ad alzarmi alle 5 per allenarmi, i
lunghi sotto il sole, ecc. Il brutto di fare una maratona in autunno è che
bisogna fare i lunghi (30 – 35 km) in estate quando il caldo è
insopportabile.
Il mio ultimo lungo 4 settimane prima della gara è stato la Milano – Pavia e
per culo era nuvoloso e non faceva caldo.
Dedichiamo la mattina del sabato ad un’ escursione in battello sul fiume
Chicago e sul lago Michigan ed il pomeriggio al DisneyQuest, che è un parco
di divertimenti indoor.
La cosa più spettacolare è l’ ottovolante virtuale.
Con un computer si può disegnare un percorso di ottovolante, poi si entra in
un simulatore e si ripercorre il tracciato appena disegnato. Scritta così
sembra una cazzata ma in realtà è incredibile.
Ultima cena: pizza (i carboidrati la sera prima sono indispensabili). La
tensione ha raggiunto livelli critici e vado a letto sapendo già che non
riuscirò a dormire. Anche se si è consapevoli di essersi allenati bene c’ è
sempre un’ infinità di cose che possono andare storte in una gara su lunga
distanza. Ad ogni modo bisogna tenere presente che è più importante dormire
bene la notte del venerdì che quella del sabato. Chiaramente se la corsa è
di domenica.
La partenza è fissata ad un orario insolito: le 7 del mattino, mentre da noi
di solito si parte tra le 9 e le 10. Questo ci obbliga a svegliarci alle 5
per poter fare colazione: fette biscottate, marmellata, frutta. Ognuno sa
come reagisce il proprio fisico (non c’ è allenatore migliore di se stessi)
e quindi sa cosa mangiare e cosa non mangiare, ma uova strapazzate e
pancetta non mi sento di consigliarle nel D-Day.
E’ importante alleggerirsi del peso superfluo: bisogna cagare. Molti
maratoneti si fanno un clistere prima della gara ma io lo sconsiglio. O lo
si fa la sera prima o si caga spontaneamente.
Il clistere è un’ arma a doppio taglio: ti svuota bene, è vero, ma se ti
metti a scoreggiare durante la corsa (bisogna correre nel massimo comfort e
ruttare e scoreggiare sempre in libertà) rischi di scagareggiare.
Scagareggiare significa fare una scoreggia e fare uscire un po’ di merda, di
solito liquida.
Per mia fortuna non so se sia piacevole correre per 40 km con le mutande
allagate da merda liquida, ma penso che non lo sia.
Ci portiamo in zona partenza un oretta prima e piano piano i podisti
arrivano.
L’ ultima pisciata prima del via contro un albero. Non bisogna correre con
la voglia di pisciare perché questo costringe a fare una fermata in più
lungo la corsa.
Passano i minuti e la tensione è insopportabile: stomaco contratto, gambe di
gelatina, e desiderio di mandare tutti affanculo e andarsene via. Ma si sa
che si sta per realizzare un impresa che la maggior parte della gente non si
sogna neppure: correre per 42 km…
Mancano 5 minuti al via e viene suonato The Star Spangled Banner. Mi gira la
testa, credo di dover vomitare, non ce la faccio più. E’ la mia terza
maratona: conosco già queste sensazioni.
Colpo di pistola e tutto svanisce, ti senti una bestia, sei pronto a correre
più veloce della luce. Mai cedere alla tentazione di correre forte nei primi
chilometri perché poi si paga, e a caro prezzo.
Mi piazzo dietro le mie 2 lepri e che gli altri vadano a cagare. Io devo
finire la mia corsa in 3 ore e 55 minuti come stabilito.
I primi 10 minuti li passiamo immobili perché per far partire 30000 persone
ce ne vuole.
Il tempo scatta nel momento in cui si passa dal via perché il chip sulla
scarpa fa scattare il proprio cronometro personale (real time). Come ci
muoviamo perdo subito di vista il mio socio e lo ritrovo a missione compiuta
in albergo.
E’ bellissimo correre in mezzo ai grattacieli. Si vede la gente più assurda
in queste manifestazioni: chi corre in abito da sposa o con costumi da
carnevale. Ho visto una ragazza con una maglietta con scritto: My name is
Cindy, I’m 30 and I’m single
Era anche carina la tipa, sicuramente avrà cuccato prima dell’ arrivo.
Senza accorgersene passano i primi 10 km. Le distanze nelle corse in America
sono indicate in miglia (26.2 in totale) ma ogni 5 km c’ è un piccolo
cartello a beneficio di noi europei.Continuando a guardarsi attorno si passa
la linea della mezza e la stanchezza inizia a farsi sentire.
Bisogna bere ad ogni rifornimento anche se non si ha sete: è
importantissimo. E non solo Gatorade, anche acqua. Io di solito alterno io
di acqua e uno di Gatorade. Resistete alla tentazione di mangiare i biscotti
e le banane. Non serve a niente e non riuscirete a digerirli perché il corpo
è impegnato a fare altro. Si, magari un medico ve lo spiega meglio, ma
intanto fidatevi.
Al 30° km hai esaurito tutte le energie e ne hai ancora 12 davanti, per
questo motivo veniva distribuito il power gel, che non è che ti trasformi in
super pippo, ma un po’ aiuta (almeno a livello psicologico).
Al 35° km inizi a pensare che la morte, tutto sommato, non deve essere poi
tanto male…
Ma quando si arriva al miglio 23, cioè più o meno al km 37 o 38 allora si
inizia a provare una strana euforia perché c’ è la certezza di avercela
quasi fatta.
Il pubblico lungo il percorso è incredibile: tutti a fare il tifo anche ai
sacchi di merda come me che chiudono la corsa in 4 ore.
Si arriva al 25 miglio, mi ricordo benissimo in un bellissimo giardinetto
pubblico in riva al lago, e li spuntano anche i megafoni tra il pubblico:
Last mile! Last mile!
E tutti a darti il 5, offrirti cicche e a chiederti se vuoi scopare la loro
sorella (no, questa non è vera)…
Cazzo, queste cose ti caricano e pur con la vista ormai un po’ annebbiata e
svuotato di tutte le energie, ho trovato non so come, la forza di fare uno
sprint sull’ ultimo miglio.
La passerella finale è stata memorabile. Il pubblico era letteralmente
impazzito, sembrava una finale olimpica. Passo sotto la scritta finish e mi
sento per una volta molto figo e non il solito sacco di merda qualsiasi. Il
mio real si ferma a 3h 57’ 31’’ e vaffanculo! Missione compiuta!
Il post gara è stato molto allegro: la sera l’ organizzazione aveva previsto
un party per i sopravvissuti ( si, purtroppo uno dei partecipanti non è
arrivato vivo al traguardo).
C’ era un gruppo musicale che suonava cover degli anni 70 e veniva
distribuito cibo messicano ed una flute di Champagne made in USA da
consumarsi in piedi o seduti in terra.
Per poter prendere queste 4 cazzate bisognava fare 1 ora di fila in piedi.
No, dico, ma avete presente come sono le gambe dopo un maratona?
Ma va bene così. La sera sono così stanco che non riesco a dormire.
The day after: la mattina è obbligatorio fare mezz’ ora di corsetta
defaticante. Costa molta fatica ma fa sparire tutti i dolori. Garantito,
provare per credere.
Ci buttiamo nell’ Adler Planetarium, veramente interessante con esperienze
interattive, e cagate del genere. Come dicevo gli americani fanno le cose in
grande.
La nostra ultima sera a Chicago: cena nuovamente al Rainforest e poi salita
notturna sull’ Hankook Center, l’ altro celebre grattacielo chicaghese.
Per finire voglio dire che se leggendo queste righe vi è venuta la voglia di
correre una maratona, lasciate perdere. Piazzatevi sul divano, bevete una
birra e guardate un film in televisione.
Le foto su: www.diegobaraldi.com
Un ringraziamento particolare all' amico Diego per la
concessione del racconto
