COAST2COAST IN MOTO GUZZI

Un racconto di Pierfranco e Anna

Si ha l’impressione di essere in mezzo al mare anche se ci separano oltre 3.000 Km da una qualunque spiaggia. Una larga striscia di asfalto che si allunga verso l’orizzonte che, come nella più classica delle immagini delle immensità americane, finisce in un unico lontanissimo punto (vedi foto). Pur essendo a un metro da terra è visibile tutto l’orizzonte, si ha la netta sensazione di essere sopra una immensa sfera. Alla nostra sinistra l’altra corsia scorre ad oltre 100 metri di distanza. Grossi e lunghi camion ci sorpassano e, a volte incuriositi dalla strana moto e da una targa inusuale, ci fanno un cordiale cenno di saluto.

Chilometri di recinti con migliaia di mucche intervallati da ore di strada perfettamente diritta, immutabile eppure mai tediosa.

All’intorno si spande un’unica prateria con erba e cespugli dai colori verdi e marrone. Macchie di un verde più scuro si possono a volte notare in lontananza, sono dei ranch la cui strada di collegamento è spesso del tutto non distinguibile dai solchi tracciati delle vacche e dai rivoli dei torrenti secchi (wash).

Le cassette della posta sono poste lungo il Freeway a diverse decine di chilometri di distanza e spesso sono l’unico indizio per capire che da qualche parte c’è un'abitazione ed un ranch. File di diverse cassette arse dalla calura e arrugginite delle intemperie sono a volte una buffa presenza in zone in cui non si può distinguere né un palo della luce e neppure un qualunque tipo d'edificio.

Il passaggio dall'Arkansas (arkaso) al Texas è quasi immediato diversamente da altri confini statunitensi. Nessuna montagna o fiume divide i due stati, eppure il passaggio al West è chiaro e palese. Televisione, film e riviste ci hanno fatto vedere per anni questi luoghi ed adesso il passaggio per i leggendari territori degli stati uniti spesso ce li fa passare per la mente come dei flash dando l’impressione di forti "de-ja vu".

Per anni sarà una parte importante delle mie esperienze ricordare la sensazione del solido manubrio della Moto Guzzi 850-T3 stretto tra le mie mani, la presenza silenziosa di Anna alle mie spalle, la sonora forza vibrante del possente motore V90 mentre sotto la ruota anteriore scorrono 8.000Km di territorio americano; da New York a Los Angeles.

E' sempre stato parte dei miei sogni nel cassetto. Da adolescente già contemplavo la carta geografica degli Stati Uniti tracciando con il dito un'improbabile rotta tra le due coste. Il coast-to-coast era un "mito", una di quelle tante cose che sarebbe stato bello fare "un giorno", forse. Con il coast-to-coast anche la Route 66 era parte di quel sogno. Era e forse lo è tuttora, parte dell’immaginario collettivo. Sognavo una lunga e deserta strada a doppia corsia che si spande fino all'orizzonte passando per città deserte e carcasse d'automobili. I miei sogni si limitavano a pensarmi in auto, anzi la vera avventura sarebbe stata solamente quella di attraversare quello sconfinato paese; il mezzo non era rilevante.

Poi le cose cambiano nella vita ed oltre a sposarmi con una donna che condivide i miei sogni e le mie passioni, è capitato un giorno che Anna ed io c'innamoriamo di una bella Moto Guzzi 850T3, ex polizia. E' stato un amore a prima vista. Da una vespa 125 usata da adolescente sono passato ad oltre 30 anni ad una moto di molta più grossa cilindrata che richiede un impegno decisamente diverso. Con mia moglie ci siamo subito dati alle vacanze motociclistiche e siamo presto diventati dei passabili meccanici.

La scintilla capita quando veniamo a conoscenze di un'agenzia di viaggi che organizza un coast to coast "con moto proprie". BINGO! E' la parola magica "moto propria" che fa scattare la molla nella nostra testa. Sapevamo già da anni che potevamo realizzare un coast-to-coast da soli, siamo adulti, abbastanza scafati ed i soldi si trovano ma mancava la giusta molla. Subito, con otto mesi d'anticipo, parto alla grande con la pianificazione e lo studio. Una sempre crescente angoscia ci ha accompagnato per molti mesi con il terrore che qualcosa sarebbe capitato tra i piedi a rovinare tutto.

La nostra innata autonomia (ci dicono spesso che siamo degli orsi) ci posta a decidere di usufruire solo di alcuni servizi dell'agenzia: trasporto della moto, sbrigo delle pratiche doganali e stipula dell'assicurazione USA. Decidiamo di fare tutto il viaggio da soli. Il piano è semplice: arrivare a NY, prendere le moto, partire per conto nostro e dopo 23 giorni ritrovarci a Los Angeles con il "gruppone" per reimbarcare la moto e tornare a casa.

Decidiamo solo poche regole strategiche: non prenotiamo i motel, non visitiamo le città, guardiamo e viaggiamo per il territorio. Volevamo essere parte del paese che visitiamo, stare con la gente, mangiare nei loro locali, dormire nei piccoli paesi e perché no, avere un poco d'avventure con saggezza e prudenza. Per questo motivo decidiamo di fare il viaggio da soli, evitando le grandi città e pianificando solamente in linea di massima le tappe.

Era molto importante avere un’idea dei km e del tempo che avremmo impiegato per non incorrere nell’errore di essere in ritardo e dover fare tutto di corsa oppure di trovarci in California in anticipo saltando delle zone interessanti nell’entroterra. A questo proposito acquisto, Map&Route (da buon informatico lo faccio via Internet). Con questo bel prodottino riesco a far una rotta di massima (vedi cartina) che è un compromesso tra il tempo a disposizione e le cose da vedere. Mi tengo un margine di quattro giorni circa che penso di usare o come tampone in caso di problemi meccanici o ritardi non previsti oppure per riposarci lungo la via nel caso in cui ci trovassimo improvvisamente spossati. Sembra che 23 giornate siano molte, in effetti, permettono di non dover fare una corsa tutta sparata ma neppure bastanti per vedere tutto quello che vi è d'interessante lungo la via, specialmente quando si tratta di parchi naturali e di territori immensi e tutti bellissimi come il Grand Canyon, Monument Valley, Great Smoky Mountains, Arches, ….

Volevo tantissimo visitare la old Route 66 e a tal proposito acquisto due libri (sempre via Internet) che mi insegnano l’affascinante storia, per dove passa, come aspettarmi e le località più interessanti da visitare. Sono sempre stato affascinato dalle località abbandonate e per questo mi sono tenuto in elenco delle deviazioni da fare per raggiungere le famose "ghost town".

La rotta quella comunemente indicata come "bassa" (Low route), principalmente passa lungo la I40. Le patte principali sono, NY, Washington, piccola digressione per visitare la SkyLane Drive, I80 verso Oklahoma City dove avremmo seguito dove possibile la Old Route 66 fino ad una deviazione a nord verso Santa Fé. Di nuovo verso Sud per riprendere la I40/R66 fino a xyz dove saremmo saliti verso Nord per raggiungere lo Utah (Monument Valley, Grand Canyon, Lake Powell, Zion, Bryce). Attraversare la valle della morte approdare a San Francisco da cui lungo la costale US1 avremmo raggiunto Los Angeles.

Un capitolo a parte merita l’abbigliamento e la preparazione della moto. Preferiamo portarci via un bel numero di magliette, tre paia di blu jeans, molti calzini, maglione di lana, giacca di jeans e giacca antipioggia. In tutto abbiamo, due borse laterali, una posteriore ed una capace borsa da serbatoio. Completa il tutto, un bel numero di carte geografiche, attrezzi vari d'emergenza, macchina fotografica e carta e penna. La moto è stata ovviamente controllata e revisionata, nessun'attenzione o preparazione specifica .. solo un adesivo Italy affianco ad un USA nella parte posteriore.

Consci dei rischi del viaggio (non si possono fare 8000Km in 20 giorni senza pensare di non subire dei guasti), m'iscrivo al servizio MTS, al club moto guzzi USA (MGNOC) e all’associazione motociclisti USA (AMA). L’MTS fornisce, in varie modalità, la garanzia di trasportare la moto guasta (oppure senza benzina o batteria) presso l’officina più vicina nel giro di 20 minuti ovunque ci si trovi negli USA; 35$ per 60 giorni, eccezionale. Tramite MGNOC contavo di avere una rete informativa che poteva essere d'aiuto in caso di guasti oppure, in modo più goliardico, volevamo venire a contatto con un gruppo d'appassionati ed incontrarli lungo il cammino. Con AMA avremmo avuto sconti in motel ed un servizio base di assistenza telefonica on-the-road. Inoltre MTS era convenzionata AMA. Tutti e tre i servizi offrivano sconti dal 10 al 15% sulle principali catene di motel.

Per i soldi abbiamo preso solo poche centinaia di dollari, che abbiamo, come sempre, avanzato. Per il resto solo la CC.

La moto è imbarcata da Bergamo in un container con un mese d'anticipo. Per chi fosse curioso sulla modalità con cui è caricata, dirò che è tenuta in posizione normale sopra una struttura orizzontale d'alluminio su cui, tramite quattro corde legate al manubrio e alle sospensioni posteriori, è tenuta in trazione (schiacciata verso il basso) mantenendola solidamente in posizione. Al ritorno la tecnica è cambiata, più elementare ma efficace. Erano tenute in piedi direttamente dentro il container ancorando la parte bassa delle corde al fondo del container. La nostra apprensione era molto alta, ma è tutto è andato bene.

La moto è stata recuperata in una località attorno a NY il giorno dopo il nostro arrivo (vedi foto). Accendiamo il motore con qualche indecisione da parte della batteria e partiamo verso Washington. I circa 30 giorni di viaggio in un luogo umido hanno indebolito la carica della batteria anche se l'avevo staccata. La carica era sufficiente per far accattare il relé ma non lo teneva a lungo. Ero al limite di dover chiedere l'ausilio di un carica batterie. Il relè del nostro T3 ha un tappino di plastica nella parte anteriore che permette, una volta rimosso, di spingere anche con le mani il perno interno. Sono tenuto d'occhio dai "colleghi" di viaggio che aspettavano solo che chiedessi il loro aiuto … "cominciamo bene". Apro il relè, spingo con il dito, accendo, tengo botta con la mano e dopo un paio di giri a vuoto il motore ruggisce di orgoglio. Grande moto! Un silenzio che sapeva di delusione ci circonda. Siamo autonomi, conosciamo la moto e ce la faremo … in qualche modo. Carichiamo le borse in albergo e con un grandissimo tuffo al cuore partiamo.

Come non citare l’oramai nota grandezza di quel paese. Strade larghe a molte corsie ed un paesaggio di largo respiro. Lasciamo Manhattan alle nostre spalle. Tra i grattacieli svetta l’Empire State Building e alla nostra sinistra s'intravede Miss Liberty. Pur essendo stati in USA diverse molte ed avendo girato alcuni stati in auto, la sensazione è decisamente diversa e molto forte. Ci sentiamo al centro dell’attenzione anche se nelle metropoli la gente ha altro a cui pensare che notare una moto di italiani. Entrambi pensiamo alle migliaia di chilometri che ci separano dalla costa ovest ed un pensiero corre agli imprevisti, ai guasti ed alla moto che da sotto si fa sempre sentire pronta e solida.

Il tempo ci ha accompagnato un poco cupo per un paio di giornate. Attraversiamo rapidi Philadelphia e Washington.

Questo primo tratto di strada, fino alla I80, attraversa la parte più industriale e densa degli Stati Uniti (se escludiamo per un attimo la zona Cicago-Detroit), le strade sono a pagamento (cosa rara) e passiamo i caselli allo stesso modo di come li passiamo noi. Due piccole indicazioni ausiliarie: le auto americane "pisciano olio a manetta" e quando si fermano lasciano delle chiazze molto pericolose. Per questo quando ci fermiamo ai caselli per pagare rischiamo di scivolare. L’olio mischiato con l’acqua dell’aria condizionata rende il fondo più pericoloso del ghiaccio puro. Se a questo aggiungiamo uno strato di monetine cadute e mai raccolte, che per il caldo ed il molto catrame sono divenute un buffo mosaico, otteniamo una mistura altamente pericolosa che gli stessi casellanti a volte ci segnalano.

Washington non è proprio scintillante, le strade sono molto rovinate e solamente la parte centrale con la Capitol Hill e la Casa Bianca con tutti i monumenti circostanti sono degni di una breve deviazione dalla Freeway. Passiamo il Potòmac (accento sulla seconda "o"), fiume sacro alla patria e ci dirigiamo verso Fort xyy. Da Fort xyz prendiamo una strada laterale per raggiungere la Sky Lane Drive (vedi foto) che secondo consigli d'amici motociclisti americani ci dicono essere interessante. Certamente le strade interne sono molto più belle delle lunghe strisce d'asfalto; si vedono i paesi, le scuole, le case dei contadini, ferrovie e paesaggi bucolici. A poche ore dal traffico della capitale passiamo tra alte colline e boschii. Ci rendiamo subito conto che percorrere le stradine interne porta ad allungare più del previsto i tempi di percorrenza e sapendo che le cose più affascinanti saranno verso il West decidiamo di interrompere l’attraversamento del parco xyz e di reimmetterci nella I80 dopo aver fatto benzina.

Anche i distributori meritano una piccola digressione: non è più disponibile benzina normale ma solamente verde e diesel. Di contro c’è una varia scelta di ottani, dagli 88ai 94, la varietà della scelta dipende dalle zone. Cosa scegliere: il meglio, cioè il numero massimo di ottani che trovate. Se avete un motore antico come il nostro allora consiglio di prendere un apposito additivo (addictive for leaded engines) che aiuta ad impedire il battito in testa e da più respiro alle valvole. Conosco persone che moto più vecchie che non lo hanno mai usato .. mha vedete voi. Per fare rifornimento o si paga prima o dopo oppure alla pompa con la CC ma in ogni caso ci si deve sempre arrangiare. Attenzione che non tutte le pompe hanno il sensore di livello per bisogna puntare l’occhio nel serbatoio. Questo lo abbiamo capito al primo distributore "fesso" quando mi si sono allagate le brache ed il motore ha iniziato a fumare. C’è stato un attimo di parapiglia ma non ho preso fuoco. Da allora pianto sempre l’occhio nel tappo mentre faccio il pieno (anche in Italia).

Proseguiamo in direzione Nashville. Il paesaggio varia morbido tra campagne e colline (vedi foto) attraversando West Virginia, Tennesse e Arkansas. Anche le farm, tra loro molto distanziati, danno una sensazione di "già visto": sono interamente in legno a volte tinte di rosso a forma semicilindrica con un tetto molto tondo (Twister, the Witness, ..). Presso xyz Prendiamo una giornata di pioggia, o meglio prendiamo 10 minuti di pioggia: sono violenti ma brevi. Anche il tempo si adegua alla geografia. Cambia rapidamente ed in modo deciso: se piove è un rovescio se c’è il sole è l’afa. E’ interessante come la pioggia si possa prevedere con anticipo. Il cielo, visibile per intero non essendoci ostacoli naturali ed artificiali, mostra una netta formazione di nuvole in una certa direzione. Correndo per delle ore è chiara la sensazione di andarci in contro o di allontanarsi. Si potrebbe giocare con le nuvole evitandolo con un tragitto diverso. Si entra in fretta dentro l’ombra, si vedono le righe della pioggia piò oltre e ci si ferma per cambiarsi. Dopo pochi minuti di viaggio viene giù forte e fredda (i maglioni di lana fanno subito il loro dovere) a grosse gocce. Trenta minuti e poi un sole brillante ci obbliga a spogliarci e a proseguire in maglietta.

Arriviamo a Nashville e scelto il motel della notte, scopriamo che il nostro orologio è rimasto indietro di un’ora .. oppure tutti i loro orologi sono avanti. Abituati a cambiare l’ora solamente dopo un volo aereo ci siamo dimenticati che qui passeremo tre fasce di cambio ora e questo era il primo, segno che abbiamo mangiato parecchia strada.

Brutta sorpresa la mattina, dopo una decina di km sotto la pioggia, una gomma è a terra. Usciamo dal Freeway e parcheggiamo dietro ad un distributore di benzina. E’ domenica, non ci sono meccanici in zona, non ho una camera d’aria di scorta (accidenti non si pensa mai a tutto). C’è un motel a pochi metri; parcheggiamo e ci si sistemiamo. Piglio il telefono in mano e chiamo il presidente del MGNOC (con il quale avevo una fitta corrispondenza di email) che mi segnala un socio di Nashville, lo chiamo. Mi assicura che mi farà chiamare in albergo da chi mi potrà aiutare. Mi chiama, infatti, dopo pochi minuti il responsabile (italiano!) di una grossa officina di Nashville che mi assicura che il giorno dopo alle 10 mi aspetta un meccanico per la sostituzione del "tube" di cui gli do i dati. Non mi resta che trovare chi mi porti la moto lì. Ancora con il telefono in mano chiamo l’MTS; avvisano che il giorno dopo arriverà un furgone alle nove di fronte all’albergo e che non dovrò pagare un solo dollaro. Evviva! Ne approfittiamo per prendere un giorno di "ferie". Siamo stati fortunati a bucare tra un tappone e l’altro, se ci fosse capitato in mezzo avremmo avuto alcuni problemi in più. Questa sensazione di scampato pericolo ed onnipresente "spada di Damocle" ci accompagnerà per tutto il viaggio, specialmente in zone impervie ed isolate (ma acquistare una camera d'aria di scorta ... non ci avevo mica pensato!).

Ad una delle tante uscite per fare benzina, usciamo dal freeway, e ci immergiamo per pochi minuti in una bassa foresta verdeggiante. Troviamo un distributore che serve probabilmente più i locali che non il traffico del freeway. Da un pickup metallizzato, escono due ragazzotti a torso nudo dai lunghissimi capelli biondi. Hanno un paio di occhiali scuri dal profilo "figo", tipo quelli da ciclista e sul pick-up spuntano pezzi di motore. Passandoci vicino ruotano la testa verso la moto e con un slang al limite del comprensibile sbottano un "which year?" (che anno?), gli rispondo "seventy five" (75). Continuando a caminare spediti verso la bottega replicando con il pollice verso "you're cool man!" (sei un figo). Dopo pochi minuti di coordinamento mentale io e mia moglie sorridiamo contenti di questo divertente incontro. E' solo uno dei tanti piacevoli e rapidi incontri che abbiamo fatto. Automobilisti, meccanici, commessi, camerieri, motociclisti si sono spesso soffermati a parlare. Più eravamo all'interno più l'inglese scivolava nel "a wanna a ganna, a wanna a gannassa" alla Sordi in "Un americano a Roma". Spesso i camionisti ci rivolgevano delle frasi passandoci vicino, cose some "troppo caldo adesso", "attenti al temporale se andate verso ovest", "si sta freschi in moto, ma pagate quando vi fermate", "how is Gutzi doing?" ("Gutzi" = Guzzi), "da dove venite, dove andate?", "la maglietta nera non va bene",…

Proseguiamo con una lunghissima tappa per recuperare il tempo perduto. Viaggiamo per la tappa più lunga del viaggio, da Nashville arriviamo direttamene a Forrest City attraversando il Mississippi. Una grande emozione ci prende tutti appena a Memphis iniziamo l'attraversata del lungo fiume. Le lunghe campate del fiume passano per minuti sopra l'acqua del fiume. Passiamo sotto la scritta "Mississippi River", la mente viaggia ai racconti di Tom Sawyer. Attraversiamo delle paludi per chilometri dopo il fiume. Siamo circondati da abeti e canneti e temiamo già di essere divorati dalle zanzare nel nostro prossimo pernottamento.

Il giorno dopo puntiamo verso Oklahoma City dove io sono ansioso di prendere la Route66 (vedi foto). La giornata è caratterizzata da una temperatura elevatissima ed un sole che picchia come un martello. E' incredibile come il sole scaldi ed il semplice mettersi all'ombra permetta di respirare e rinfrescarci. In queste giornate prendiamo l'abitudine di spalmarci di crema solare per evitare di bruciarci la pelle. Ci fermiamo ad un Tourist Welcome Center per lasciare che il caldo diminuisca e ne approfittiamo per cercare occasioni di pernottamento e per pianificare dopo potremmo pernottare verso sera.

Consigliamo di fermarsi presso i Welcome Center che sono localizzati di solito ad alcuni chilometri dentro uno stato. Si trova ovviamente la possibilità di riposarsi un attimo, bere una bevanda, prendere delle cartine turistiche o cartoline (se ne spedite). Ci sono dei libretti con dei buoni sconto per i motel, non si accumulano con gli sconti AMA/MTS/MGNOC, ma sono utili per sapere dove troveremo il motel preferito e vi assicuro che dopo sette ore di moto attendete il motel come un miraggio. E' inoltre molto fastidioso viaggiare con il sole in faccia per tutto il pomeriggio e molto spesso mi sono trovato a tenere una mano sul manubrio ed una sulla fronte (sul casco) per non restare abbagliato; credo di avere avuto l'aspetto di un novello Apache motociclista che scruta l'orizzonte. Verso le 18 il sole è veramente molto basso ed è difficile riuscire a leggere i cartelloni stradali e le segnalazioni di motel.

Alla mattina, con quella che diverrà una cerimonia quotidiana, controllo la moto, i livelli e i bulloni. Portiamo con noi tre tanichette rosse da un gallone; ci mettiamo dell'acqua distillata, olio per il cambio ed uno per il motore. Controllo gomme, sospensioni, candele e apro il filtro dell'aria per pulirlo (scherzo!). Siamo pronti ed imbocchiamo la Route66 dall'immediata periferia di Oklahoma City.

Pur viaggiando ancora in una zona ad alta densità notiamo subito il carattere unico di questa strada. E' stranamente larga e con un flusso di traffico non proporzionale. Gli edifici ai lati non sono nuovi e brillanti come ormai 3.000 Km ci hanno abituato. Sono in genere delle officine, dei piccoli motel e un certo numero di distributori di benzina trasformati in negozi di souvenir. Subito la strada abbandona la metropoli e si fionda verso l'ovest. La strada non è dritta come me la aspettavo, invece serpeggia dolcemente tra piccoli centri abitati. El Reno mi ha lasciato un ricordo particolare. La Route66 serpeggia un paio di volte in questo paese attraversandolo come una main street. Mi è stato di estremo aiuto la cartina specifica sulla 66 che avevo acquistato, infatti, ufficialmente questa strada è stata cancellata dagli stradari e non è facile seguirla. Edifici di mattoni pieni a tre piani dei primi del secolo sorgono ai lati della strada per poche centinaia di metri. Porte e finestre sono sprangate con assi di legno, pochissime e vecchie auto passano in questo centro. Dopo alcune centinaia di metri sorgono alcune basse case di legno e poi tutto svanisce lasciando lo spazio alla vasta campagna. Sembra di essere stati tornati decine di anni indietro. Seguiamo con difficoltà il resto della 66 che con mia sorpresa va e viene incrociata ed a volte ricoperta dalla I40. Ecco che ci troviamo a volte a viaggiare lungo il Freeway ed a volte la incrociamo sopra o sotto. Per molti chilometri guardiamo la 66 scorrere a lato della I40. Non di rado sparisce inghiottita dall'erba (vedi foto) che con gli anni si è ripresa il suo terreno. Noi usciamo dalla I40 per seguire i tratti più interessanti: Hydro, Weatherford, Clinton, Elk City, Sayre, Eric, Texola, Shamrock. Ma già correre per la 66 lasciando la strada più veloce ci fa sentire per un poco dei novelli esploratori. Facciamo benzina in vecchi posti, con pompe meccaniche dove all'interno ci sembra di essere in un supermercato di remoto paese greco. La gente in questi posti non è affabile e non regala sorrisi fasulli e di facciata ma è più vera e reale. A volte la strada si interrompe (vedi foto) ma in quel tratto si vedono i resti di edifici e distributori che negli anni 20 e 30 avevano la fila di auto ed un parcheggio affollato.

Eric ci ha lasciato un fortissimo ricordo. Si trova parecchie miglia a Sud della I40 ed era un centro molto attivo. Dei motel adesso è rimasto solo qualche cartellone di benvenuto o una baracca afflosciata sotto il peso del suo stesso tetto (vedi foto). Non c'è movimento di sorta ma la larga strada è sempre tenuta in ordine (vedi foto). Benzinai ed officine sono state chiuse in tempi diversi e molte auto sembrano abbandonate (vedi foto). Consiglio di leggere il libro xyz che vi racconta la storia affascinante di questa strada che è stata per milioni di persone una fuga dalla povertà e della siccità verso il miraggio della California, di un clima mite e di un posto di lavoro. Alcune delle auto rimaste qui sono state lasciate da chi non aveva più i soldi per pagarsi la benzina. Anche Shamrock è una località molto interessante che contiene un edificio Art Decò del 1936 (vedi foto). Non è una località del tutto abbandonata come altre viste nel nostro passaggio. Se vi trovate a passare di qui abbiate rispetto e comportatevi da estranei lasciate che il segno del vostro passato sia solo il rumore della vostra motocicletta.

 Attraversiamo il Texas che non troviamo così secco ed arido come ci eravamo immaginati. Certo stiamo passando per la parte più a nord dello stato, credo che verso San Antonio la vegetazione debba avere una tonalità marrone chiaro anziché verde. L'avvicinamento a Amarillo, una grande città texana, è strano per noi europei. Le segnalazioni ci avvisano che la città dovrebbe essere a 50ml, 30ml, 10ml ed ancora non si vede nulla. A 2.5 miglia, la città ci piomba addosso in un istante; la prateria finisce dove inizia la città e non c'è una fascia periferica. Subito la strada si sopraeleva e siamo circondati da mall (grandissimi centri commerciali), benzinai, motel, agglomerati urbani, ristoranti texmex, mex, texan. Ci ha sempre la precisa informazione di essere sempre in mezzo alla prateria anche se dopo cinque minuti già non si vede un ciuffo d'erba. Le Freeway che si dipartono da Amarillo, con i loro truck che viaggiano in tutte le direzioni, sembrano delle enormi vene che trasportano il necessario per la vita della città. In questa città pranziamo con Frank Wedge (vedi foto), presidente del MGNOC che ci è venuto a trovare dal Kansas: "solo otto ore di moto" dice con orgoglio. E' venuto con la sua Moto Guzzi V11 con la moglie ed il cane che è stato sistemato in un carrellino (trailer) agganciato dietro .. sì in USA si può fare!

Frank è una persona gentilissima che ha fatto della Moto Guzzi l'anima della sua vita. Portava una maglietta con la scritta Guzzi ed i colori italiani, così anche per il cappellino, il casco e la copertura della moto; un Agostini comprato e fatto colorare in Italia. Per completare il quadro dico solo che ha un tatuaggio sul braccio destro con l'aquila e la scritta Moto Guzzi. La conversazione è ovviamente monotematica Guzzi ed Italia. Vengo a scoprire che in USA si customizza tutto; pochi hanno la passione del restauro intesa come riportare e tenere una moto come è stata fatta in fabbrica. Alla sua vecchia T3 aveva messo l'accensione elettronica, aggiunto una candela in più per cilindro e ovviamente aveva cambiato pure le bobine. La sua V11 ha nuova sella, serbatoio extended-range ("così adesso posso fare oltre 500Km senza fermarmi"), cupolino semi avvolgente, porta pacchi posteriore stile vespa (che pure possiede ed a cui ha aggiunto, mi pare ovvio, un sidecar), anti radar, trip computer. Sembra che il motore fosse ancora originale, aveva cambiato la catena di distribuzione. Ho domandato alla moglie se almeno quando viaggia si ferma per fare pipì, mi dice che "debbo insistere".

Facciamo colazione e dopo due foto (vedi foto) ci lasciamo. Viaggiamo per le lunghe strade del west, attraversiamo Gallup, antico centro indiano adesso centro turistico in cui potere trovare tutti i souvenir indiani made in Korea che potete immaginare. Viaggiamo in mezzo ad un paesaggio che si trasforma continuamente. La secca pianura texana inizia ad alzarsi e transitiamo per l'Arizona tra montagne di roccia rossa che iniziano a ricordare scene di indiani e cowboys. Montagne rosse si intercalano con il deserto e poi ancora montagne ma di colore diverso; nulla è mai stato monotono malgrado le ore ed ore di viaggio lungo la stessa strada. Facciamo una breve digressione verso nord per visitare Santa Fé; felice isola turistica in un altopiano di oltre 2000 metri. Incontriamo altri amici guzzisti e ripartiamo il giorno dopo.

Dopo aver attraversato (senza mandrie) il Rio Grande ed il Rio Bravo giungiamo a "Painted Desert & Petrified National Park" (vedi foto); è piuttosto tardi ma decidiamo che l'ora del tramonto ci farà gustare in modo diverso questo paesaggio lunare (vedi foto). Restiamo affascinati da queste colline multicolori che si sono formate al di sotto del livello del deserto che ci circonda. Ancora non ci capacitiamo come il paesaggio vari con una velocità impressionante; appena usciti dal Freeway questo scompare, appena entrati nel parco (una sbarra rossa lungo una sottile stradina asfaltata nel deserto) si apre un paesaggio da lasciarci senza fiato: un piccolo ma lungo canyon si apre sotto il livello del suolo. Questo è quello che ci aspettavamo da questo viaggio, farci stupire dalla natura; non sapevamo ancora che il meglio doveva venire. Visitiamo una distesa di tronchi pietrificati di legno che una qualche catastrofe ha lasciato al suolo in perenne memoria di una folta foresta. Stanchi cerchiamo un motel, ceniamo e di fiondiamo a letto.

Lasciamo la I40 per l'ultima volta puntando verso il nord (vedi foto): Utah! Il tempo è brutto, è la conseguenza di un tornado che aveva colpito Salt Lake City in quei giorni. Questa deviazione mi aveva preoccupato poiché lasciavamo una arteria importante e trafficata per andare in territori indiani meno frequentati, senza Freeway, senza catene di motel, senza aver la sicurezza di un distributore o di un qualsiasi luogo di ricovero. Entravamo nel "deep west", lasciavamo alle nostre spalle la sicurezza. Infatti, spariscono immediatamente i cartelloni pubblicitari sostituiti da piccoli paesi e da avvisi di passaggio animali selvatici. Facciamo ampli e lunghi zigzag per un paesaggio da Willy il Coyote (vedi foto). Pochi automobilisti e nessun truck, in cambio passano pick-up di indiani autoctoni in cui file di fucili fanno bella mostra sul lunotto posteriore (vedi foto). Spesso ci troviamo a viaggiare dentro un canyon che a sua volta ne contiene un altro ed i cui bordi distano tanto da essere spesso non visibili. Se ci fosse stato solo un poco più di foschia non avremmo saputo che avevamo uno strapiombo a poche centinaia di metri. Il freddo si fa intenso e di copriamo ulteriormente con tutto quello che abbiamo. Arriviamo alla Monument Valley (vedi foto) con una insistente ma fine pioggia che, a detto di un indiano, non vedevano in Agosto dal 1920 ... crederci? Mha? Certo che la pioggia nel deserto non deve essere un evento frequente in estate. Il posto è bellissimo anche se, per i nostri gusti, è troppo affollato di turisti ed enormi autobus. Facciamo un paio di foto e una rapida incursione nello sterrato attorno ai "monumenti" sacri. Lo trovo troppo pericoloso per una T3 stradale con oltre 400Kg di carico, dopo tre tornanti, a malincuore, decidiamo di tornare indietro (vedi foto). Lasciamo presto la Monument Valley beandoci di un paesaggio tra i più belli mai visti. La pioggia, come suo solito, se ne va in pochi minuti lasciando un cielo parzialmente sgombro di nuvole. Viaggiamo lentamente per questo territorio stupendo ed affascinante fermandoci ad ogni curva e collina per gustare un paesaggio che ad ogni istante ci offre sensazioni sempre più forti. A Mexican Hat, che prede il nome da una strana formazione rocciosa (vedi foto), incontriamo per caso il gruppo dei Falcone (vedi foto), ceniamo con loro nei tepee di un indiano mangiando carne cotta sulle fiamme e badilate di fagioli ("the John Wayn food" diceva il furbo indiano).

Sì furbo: carne da supermercato e fagioli in scatola,. Offriva i tepee per i turisti a $45 la notte (senza riscaldamento e bagno) mentre lui, e qui sta il "furbo", stava con la moglie in un camper nuovo di pacca con tanto di satellite. E' stato divertente. Si spostava durante la cena da un tavolo all'altro raccontando le sue improbabili storie del west. Era molto folcloristico ma poco reale. Non era molto seguito da noi e per questo iniziava le sue storie da solo anche se nessuno lo guardava. Mitico è stato il momento in cui io ho tirato fuori la cartina geografica per indicare che giro avremmo fatto l'indomani e chiedendo la percorribilità delle strade. Da dietro spunta l'indiano (che debbo dire aveva un profilo ed un look vero) che, puntandosi un dito sulla fronte, dice "le ho disegnate io quelle mappe e le ho tutte qui". "Ne so molte altre che non ho detto neppure all'FBI" la conversazione si faceva interessante e divertente. Ha continuato "mi hanno chiesto di bruciare tutte quelle che ho, io gli ho detto di sì, ma invece ne ho tenute diverse". Nessuno gli badava e dopo un poco si spostava ad un altro tavolo per ripetere le sue storie.

Partiamo gasati per un altro punto per me mitico: "Muley Point" (vedi foto). Per intenderci è la località da cui Telma e Louise si sono gettare con l'auto nel drammatico finale del film. Per arrivarci faccio una qualche pazzia, viaggiamo prima per una strada tortuosa e sterrata che saliva lungo un canyon senza protezione verso lo strapiombo. Poi per oltre 10 chilometri un'altra strada sterrata ed a volte fangosa che correva sulla sommità del canyon stesso fino al suo bordo. Troviamo ben 1.500 metri di strapiombo sotto di noi (vedi foto). Ci siamo seduti per alcuni minuti nel silenzio più assoluto a rimirare una vallata che arrivava ad oltre 150 chilometri di distanza. Un tempo clemente di ha permesso, in quelle ora, una felice pausa di pioggia. Via di nuovo verso il Grand Canyon.

Prendiamo, lungo la strada, il più forte acquazzone del viaggio e la temperatura più bassa (13 gradi). Attendiamo che la pioggia diminuisca, era proprio un nubifragio, in un Tourist Center del Natural Bridge Park. Con noi altri due o tre motoclisti attendono. Non è capitato spesso di incrociare delle motociclette. La frequenza è decisamene aumentata in zona Utah e Arizona. Ci si saluta sempre, eccetto che gli Harleyisti (che in USA i guzzisti chiamano "Harleyableson". Un giochino di parole. Hardly able significa "appena capace", per cui storpiando un attimo le parole diventa "gli hardleyisti sono scarsi", "capacini"). Spesso con nostro sommo disappunto vediamo delle coppie che viaggiano: lui in moto vestito da fighetto e lei che viaggia dietro con l'auto e le valige: bello! Oppure meglio ancora, due/tre amici con le moto e le donne dietro in auto. Parlando con loro veniamo a sapere che spendono $100/$150 al dì per la moto per due settimana e l'agenzia gli ha prenotato per tempo tutte le tappe. Altri viaggiano come noi da soli e l'agenzia gli ha fermato i motel lungo la strada. Per essendo un modo morbido per viaggiare non si confà al nostro modo di vivere un viaggio. Quando raccontavamo che veniamo da NY, restano senza parole; debbo ammettere che la reazione ci face faceva sentire orgogliosi.

Finita la pioggia, il termometro in un'ora raggiunge i 34 e noi ci fermiamo per l'ennesima volta a metterci in maglietta. Ancora restiamo affascinati dal Grand Canyon e dal Lake Powell che è il lago artificiale superiore. Il paesaggio è letteralmente paradisiaco, inutile qui descrivere, neppure le foto rendono il giusto omaggio a quei paesaggi. La giornata da Mexican Hat a Torrey è stata forse la tappa più affascinante di tutto il viaggio. Per un bel tratto viaggiamo lungo una strada che serpeggia dentro un "piccolo" canyon che deve essere stato un affluente del Colorado River. Sotto circa una decina di metri, in un solco largo forse altrettanto, viaggiamo per circa un'ora. Il canyon si solleva lentamente e finalmente sbuchiamo in un deserto sabbioso; debbo essere prudente per evitare di scivolare dove la sabbia arriva sull'asfalto. Per trovare refrigerio (e che poche ore prima eravamo a 13 gradi) gioco con l'ombra delle nuvolette che vedo più avanti lungo la strada, le raggiungiamo e vi restiamo sotto fino a che non si dissolve. Arriviamo ad un bel motel, doccia e via di nuovo fuori in moto per visitare il "Capitol Reef National Park" (vedi foto).

Il giorno dopo visitiamo il famoso "Bryce Canyon" (vedi foto) sotto un forte temporale, l'ultimo del viaggio. Per arrivare a Bryce attraversiamo il "Dixie National Park" passando ad una altitudine di oltre 2000 metri. Dopo esserci ben bagnati, da Bryce raggiungiamo un piccolo motel nei pressi di Zion, altro bel parco che visitiamo il giorno dopo.

Zion è il parco in assoluto più bello che abbiamo visitato, anche lui ci lascia spesso senza fiato (vedi foto). Dentro un canyon lasciamo la nostra moto per percorrere qualche chilometro a piedi e fare un bel pediluvio in un ruscello. Qui partiamo verso l'unica nostra destinazione errata .. Las Vegas. Troviamo ressa, un traffico da tangenziale di Milano ore 17, casinò pieni e siamo troppo stanchi per gustare questa pazza città che però avevamo già visitato. Presto il giorno dopo partiamo in direzione "Death Valley", siamo preoccupati e spaventati; ma abbiamo deciso di farlo.

Con una velocità che ormai non ci meraviglia più, la città del gioco e dell'azzardo con altissimi e scintillanti hotel e casinò, si volatilizza lasciando spazio ad una lunga a sparsa periferia in cui nuovi quarteri di legno, tutti uguali, stanno sorgendo espandendo il limite della città. Qui gli spazi si sprecano ed il costruire le città è un lavoro che non ha simili nel resto del mondo. Si pianificano le città seconda una modalità che non è nota a noi europei. La zona è subito marcata con grandissimi cartelloni in cui è disegnato un'idilliaco quartiere con motel, mall, case, scuole e campi da gioco. Poi vengono messe giù strade, tubature e cavi della luce; alla fine costruiscono gli difici. Se non lo sapete, le case vengono vendute già ammobiliate con cucina, camera da letto e tutto il resto. Conoscete il gioco SIMCity? Gli statunitensi fanno proprio cosi, pianificare e realizzare una città o una grossa periferia è un'attività in cui si sono specializzate molte aziende. Dove prima c'era il deserto in zone in cui era pericoloso camminare, dopo pochi mesi si trovano case, scuole e splendidi campi di baseball circondati da floridi prati irrigati automaticamente da impianti sofisticati, mimetizzati tra i fili d'erba.

Si capisce come mai anche la periferia ci abbandoni dopo una casa; puff!! Inizia il deserto del Nevada. Diventa subito tutto grigio ed arido, nessu filo d'erba, nessun prato solo roccia a 360 gradi. La città del gioco e della perdizione è sparita in pochissimi chilometri. Ci troviamo a 10 minuti dai casinò e dal traffico caotico di una metropoli eppure vediamo attorno solamente una arida distesa di roccia grigia. Un rapido senso di smarrimento ci pervade. L'orizzonte è occupato da colline più o meno alte, brutte secce come la morte. La strada prima a sei corsie, poi a quattro, adesso ha solo due corsie per senso di marcia. Dopo poco anche le barriere di cemento tra i due sensi spariscono. Già da alcuni chilometri non ci sono più le pubblicità e neppure uscite; solamente delle strade in terra battuta che si dipartono verso "qualcosa" che non vediamo. Ad un tratto vedo che in lontanza la strada che sembra terminare; no è un'illusione. Le due corsie semplicemente si uniscono in una unica stradina: una sola corsia per senso di marcia con una bella righina bianca al centro. Stiamo correndo su una striscia di asfalto stesa sopra un poco rassicurante deserto. Siamo abbastanza a nostro agio notando come vi sia un certo traffico: ad occhio si potevano contare in media circa cinque autoveicoli. La moto avanza tranquillamente lungo un'asfalto a grana grossa ora grigio ora marrone. La distenza che ci circonda è abbracciabile con una rapida rotazione della testa e vediamo le ombre delle nuvole moversi veloci; a volte attraversano la strada in pochi secondi.

Passiamo nei pressi di un carcere (bel posto, complimenti). Grandi cartelloni avvisano di non concedere passaggio a chi fa autostop . già, e se fossero degli evasi?

Passiamo presso la famosa Ellis Air Base in cui gli americani giocano alla guerra. Si tratta della più nota "Area 51" in cui si dice sia tenuto il famoso UFO caduto a Roswell.

Ad ogni dove ci fermiano per approvigionarci di acqua, comincia a fare caldo, molto caldo. La strada è sempre più isolata e rara di autmobili. Il free way si assottiglia come un pennello che perda la tinta. Arriviamo al punto critico in cui dobbiamo lasciare la via principale (vedi foto) per entrare nella valle della morte. Folcloristici cartelloni con un simpatico teschio danno il benvenuto nel paese che viene chiamato "the Gateway to the Death Valley" (le porte della valle della morte). Oltre ai quattro litri d'acqua, prediamo un ulteriore gallone che appendiamo dietro la moto (non si sa mai). Faccio un ultimo controllo alla moto e dopo un paninetto alle 14:00 ci avviamo (vedi foto) verso il punto più caldo degli Stati Uniti d'America. Tengo a precisare che siamo stati tanto astuti da passare nel periodo più caldo e nell'ora più torrida della giornata.

La strada diventa strettissima tanto da dover rallentare in quei rarissimi casi in cui incontriamo un'auto (con l'orologio contiamo un'auto ogni 15 minuti). Serpeggiamo con la moto in un dolce zig zag attorno a colline che a loro volta si trovano sopra altre più grandi. Il paesaggio è lunare e siamo certamente affascinati dal nome terrorifico di questo posto. Deve questo nome ad un evento storico: nel 1820 circa (verificare la data), un gruppo di circa 10 cercatori d'oro decide di prendere una via più breve per arrivare in Nevada dalla California ed attraversano quella valle . ci provano . se ne salvarono due . ed uno di questi, in perenne memoria, descrisse in quel modo la valle (The Death Valley). Scende ad 80 metri sotto il livello del mare e raggiunge ai margini circa 2000. Tutto attorno vi è lava vulcanica e roccia. L'aria mentre sale lungo la roccia senza vegetazione si riscalda e scende poi verso la depressione in cui resta catturata dalle correnti e diventa corrida. Le folate che ci arrivano sulle braccia scottano, non si può tenere alzata la visiera del casco, neppure a bassa velocità. L'aria sferza la pelle con calore tale che potete simulare a casa puntandovi in phon sulla faccia con il braccio teso. stessa cosa. Mi ha detto poi Anna che la sua paura era di svenire e cadere dalla moto. Andare troppo veloce era pericoloso visto che spesso era il deserto che veniva sulla strada con sabbia e a volte rocce. Non ci si poteva fermare senza dover restare fermi al sole. Aspettiamo un chiosco e prendiamo fiato (vedi sotto). Mia moglie legge un simpatico depliant trovato in un espositore che ci informa che in realtà il deseto in cui stiamo passando non è privo di vita, ma vi sono tarantole, serpenti a sonagli e vedove nere . saliamo in moto e ripartiamo.

Il punto più profondo è un piccolo mare di sabbia. Facciamo una piccola sosta restando in moto e poi ripartiamo verso l'alto. Prima di affrontare la risalita ci fermiamo nell'unico bar/market/distributore e credo anche motel di quella zona. Sotto un porticato c'è una bella panchina di legno. Pur essendoci diversa gente, nessuno si era seduto. Lo facciamo noi. Scotta! Una panchina di legno, all'ombra sotto una tettoia . scottava. Un termometro stava ilare sopra di noi e ci segnava circa 56 gradi . sotto la tettoia e quindi all'ombra. Mentre beviamo l'acqua notiamo che abbiamo la pelle bianca e sabbiosa. Ci rendiamo conto che quello è in realtà il nostro stesso sale che è trasudato dalla pelle; mani, viso e braccia sono tutti bianchi. Torniamo dentro e ci beviamo un paio di Gatorate.

La povera moto non dava segni di stanchezza, calda sì ma neanche tanto, la tengo ad un numero di giri non stancante; un regime costante senza strappi e sollecitazioni. Tutte le parti metalliche scottano. Prendiamo la precauzione di sederci con cautela per dare modo alle nostre "parti" di adattarsi alla calura. Vorrei non mettere i guanti, ormai dopo 15 giorni di sole, vento ed acqua le mie mani sono nere ed immuni ai raggi ultravioletti, ma ho molta difficoltà a cambiare e premere la frizione per il calore bruciante delle leve. Mi sono dovuto mettere i guanti di pelle. La salita che portava fuori da questo forno naturale è dura e sembrava non finire mai. Eravamo affaticati dal calore e da circa 6 ore di viaggio in condizioni non favorevoli. Il respiro era reso difficile dal vento caldo che arrivava torrido fino ai bronchi, ti sembrava di respirare la stessa aria che avevi espirato prima; non si trovava pace. La risalita è stata lo sforzo maggiore. Dopo altre 3 ore di viaggio arriviamo finalmente al fresco e presso Bishop ci fermiamo a mangiare della ottime costatone di manzo (20 centimetri di "costine") e birra abbondante in locale di autoctoni.

L'indomani abbiamo il programma di puntare  verso la costa della California passando per Yosemiti National Park, ma il motorino d'avviamento gira fiacco, la batteria è giù "cosa cavolo succede?". Apro la sella e controllo la batteria. "Per tutti i forni del mondo!!". Metà dell'acqua della batteria era evaporata il giorno prima durante la traversata. "Alla faccia del calore!". Lascio Anna con la moto e mi dirigo verso un Supermarket per trovare dell'acqua distillata. Non ho difficoltà e dopo alcuni "blocks" trovo un supermercato abbastanza fornito, piglio questi due litrini e ritorno alla moto. Mi trovo ora con le seguenti taniche: acqua potabile (rimasuglio della Death Valley), olio del cambio (che perdo regolamente), olio per il motore (per una Guzzi è il massimo della libidine), acqua distillata ed una vuota (non si sa mai). Con un poco di trepidazione accendo la moto dopo aver aggiunto l'acqua alla batteria e dopo due colpetti a vuoto la vecchia signora ruggisce come un leone assetato di altra strada americana. Contempliamo la moto che con le sue 5 taniche fa un figurone dalla Madonna. Quante volte durante il viaggio abbiamo contemplato la rossa Moto Guzzi T3. Ad ogni angolo di strada, ad ogni parcheggio ad ogni sfondo pittoresco la macchina fotografica sbucava fuori come per magia. Era un poco per noi il suggellare quei momenti che sapevamo benissimo sarebbero stati irripetibili per anni. Questo viaggio sarebbe stato un passaggio importante perché da lì  a 12 mesi ne avremmo iniziato un altro più importante: Piero, nostro figlio.

Vediamo che la nostra T3 è  decisamente sporca e piena di polvere, sfido dopo circa 7 mila KM. Mi fa pena e d'accordo con l'Anna andiamo ad un auto lavaggio a farle un bel regalino: un  shampoo! Con una moto luccicante ed in piena forma andiamo a far colazione. Come tutte le mattine cerchiamo un posticino tranquillo e dopo un 30 minuti di nuovo in sella verso Yosemite National Park (per la cronaca  si legge "iosemiti" e non "iosemait"). La zona in cui ci  troviamo è famosa per essere una stazione sciistica, qualche km  più avanti si trova Mammouth Lakes dove alcuni  anni fa si sono tenute le Olimpiadi Invernali. La località , tanto per cambiare, ha molto poco delle nostre Alpi, a confronto le Dolomiti sembrano dei plastici del trenino: non parlo della bellezza ma dell'ampiezza delle vedute e la vastità delle vallate. La strada si alza lentamente, compaiono gli abeti e il benzinaio presso  cui ci fermiamo sta proprio sotto un bel pineto. L'aria diventa freschetta ed iniziamo a metterci i maglioni. La moto lungo la strada si comporta proprio bene, delle belle pieghe destra, sinistra, sinistra destra, zig-zag, come una danza mi piego seguendo una strada facile che ci posta verso l'ingresso del parco. Come ho fatto mi sono chiesto spesso durante il viaggio a restare tanto anni senza godere di queste sensazioni, cosa ci voleva a farlo prima dei 34 anni?. Il traffico è poco, non è una strada di transito particolarmente importante ma vi sono diversi trucks, probabilmente stanno sistemando le strade da qualche parte. Lungo la 395 presso Lee Vining, si apre una strada laterale alla Ns sinistra  che indica Yosemite National Park. Entriamo in una vallata maestosa e la strada ora si restringe fino ad essere solamente con due corsie; cosa  rara.  Sappiamo che il parco è per noi un punto di transito e non abbiamo progetti di visitarlo o di fare escursioni. La strada che attraversa il parco di fatto è un valico che attraversa le montagne rocciose. Si tratta anche di una "scorciatoia" per arrivare alla costa Ovest dall'interno della California: l'alternativa è salire molto più a Nord per poi girare ed Ovest all'altezza di  San Francisco. Il valico però non è considerato una strada di passaggio e alcuni veicoli davanti a noi sono cortesemente invitati a tornare indietro. Dopo alcuni laghetti di montagna troviamo a circa 2200 metri, in angoli all'ombra, dei mucchi di neve. Il traffico è notevole e si tratta prevalentemente di vacanzieri americani che vanno  a fare delle escursioni anche se durante le pause, quando ci fermiamo a sostare, sentiamo sempre i  richiami dell'italiano all'esterno "vieni qui", "cosa fai", "dove vai?","guarda mamma!". Il parco è ben attrezzato con panchine, ristori e cartelli di ogni genere che ricordano cosa non si deve fare e cosa bisogna evitare di fare (il classico è "do not feed animals", "non dare da mangiare agli animali"). Giunti al centro del parco prendiamo dei biscotti da uno "store" e ci infiliamo tra le sequoie (si certo sono "giganti" ma mi pare scontato) per un centinaio di metri in posizione strategica: riusciamo a vedere la moto e contemporaneamente a non sentire alcun rumore molesto.  Ci riposiamo per un poco e prendiamo alcune decisioni sul nostro percorso: ammettiamo che la stanchezza si è accumulata e che non passeremo per San Francisco, gireremo per il lato del parco che ci condurrà un  poco verso Sud per arrivare a Monterrey (che sta sulla costa). Come al solito,dal New Mexico in poi, abbiamo sempre preso  delle strade secondarie che incrociano le arterie principali, queste nuova digressione dal piano originale passa per zone rurali. Siamo di  nuovo in sella e iniziamo la discesa che passa attraverso una stretta vallata

La nuova decisione si dimostra particolarmente difficoltosa, la strada è stretta e sembra tutto molto europeo. Abbiamo evidentemente preso un percorso decisamente secondario poiché notiamo che le segnaletiche sono scarse, al strada stretta e non vi sono più "facilities" (strutture turistiche come panchine, ringhiere e parcheggi delimitati) ed il traffico si è azzerato. L'asfalto è spesso assente e percorriamo lunghi tratti sconnessi e strade bianche. Controllo la carta geografica ma verifico che siamo sulla  direzione giusta. Il bosco ci sommerge e viaggiamo all'ombra per alcuni tratti. Proseguiamo ad andatura ridotta, ho sempre in mente la foratura di Nashville e qui siamo decisamente lontani dai soccorsi ed il suolo è molto sconnesso, proseguo con una leggera serpentina nel tentativo di evitare i punti più pericolosi. La moto a pieno carico pesa circa 400 Kg ma mi sembra di essere in vespa, molto delicata e sensibile ai miei tocchi sul manubrio. Questa sensazione di leggerezza viene a mancare immediatamente appena metto giù un piede per fermarci: un monoblocco di quasi mezza tonnellata si fa sentire sui miei piedi, ma basta una breve accelerazione, un controllato  rilascio della frizione e subito sembra di essere in volo. I piedi si alzato in parallelo e li appoggio sulle predelline. Frizione, cambio marcia, "clock", rilascio della frizione e via ... i piedi e le mani hanno preso un ritmo in simbiosi con la moto ed Anna. Una passeggiera eccellente capace di capire quando muoversi, quando appoggiare i piedi e sempre capace di anticipare le situazioni, mai passiva.

L'altitudine diminuisce sensibilmente e vediamo che si profila la pianura della California. la strada che esce dal parco prosegue in un tutt'uno cambiando ritmo. Ora gli abeti sono spariti per lasciare posto ad una brulla vegetazione. Il paesaggio è cambiato, improvviso ed inaspettato. Corriamo ora veloci lungo una strada amplia che serpeggia tra brulle colline per circa un'ora, sono la  "pedemontana" californiana. Non vediamo altro che colline tutto attorno senza più la visione della pianura. E' ora pomeriggio inoltrato e le ombre si allungano. La mera dovrebbe essere la costa dalla California, ma capiamo che non ci arriveremo a causa del rallentamento nella discesa da Yosemiti. Ma chi se ne frega! Dove arriviamo arriviamo, "no problem" e decidiamo di proseguire ad oltranza, quando saremo stanchi (più stanchi di adesso) cercheremo dove dormire.

Spariscono le colline e troviamo per alcuni chilometri un paesaggio lunare che vale bene uno stop ed una foto. La foto non da merito al paesaggio; tutto a 360 gradi era di quel colore. Deve essere paglia seccata, certo che un colore zafferano così forte non è frequente. Crediamo di scorgere delle mucche ma in realtà sono delle rocce vulcaniche che sbucano dal suolo. Proseguendo verso Ovest sentiamo dei soffi d'aria calda ed ancora ci alleggeriamo dei maglioni. Entriamo a Mariposa, nella pianura della California, basta colline e montagna vediamo ora solamente delle distese di campi coltivati a patate, ortaggi e carciofi. Ri compaiono i cartelloni pubblicitari e con le scritte "Mac Donald 1ml ahead" scopriamo di essere negli USA. La strada è sempre secondaria ed usata solamente dai contadini. Vediamo solamente ispanici intenti alla raccolta ed a caricare i furgoni. Scorrono al nostro fianco, in una luce ormai gialla dall'imbrunire, lunghe file di baracche abbandonate in cui anni addietro dormivano probabilmente gli stagionali addetti alla raccolta; ora hanno le automobili ed strumenti che richiedono minor personale. Attaversiamo la 101, famosa freeway che attraversa Nord-Sud la parte ed Ovest delle montagne rocciose. Se la prendessimo potremmo essere a LA in poche ore. A Merced, centro altro centro agricolo, prediamo una strada secondaria che si porta con una breve scorciatoia verso Los Banos. Ora la luce è rossa e molto bassa, attraversiamo villaggi old.style in cui le scuole sono ancora di legno e le case senza recinzione. Lunghi pali di legno lungo le strade portano i fili del telefono e della luce.

Notiamo un "Motel 8 ahead 4 miles", due pacche sulla schiena mi fanno capire dove avremmo dormito. E' interessante notare come, appena si ha una meta, la strada diventi molto più lunga e tediosa. Arriviamo ad una specie di Autogrill lungo l'high way con annesso motel; vi è anche un posto dove mangiare. Un posto da camionisti: i migliori!  Sono gente silenziosa e discreta ed i posti dove mangiano di onesti per i  prezzi e la qualità dei cibi; inoltre sono i luoghi più veri in cui non vi è facciata e mosce facce stanche di tirare finti sorrisi a maleducati turisti.

Purtroppo le nostre menti iniziano a fare il conto alla rovescia di quanti giorni mancano alla fine di questo sogno rivenuto realtà. La mente passa i momenti passati e ci chiediamo se lo abbiamo fatto veramente. Cerchiamo un modo per non dimenticare e per farci godere meno tristemente le ultime, troppo poche giornate rimaste.

http://web.tiscali.it/pieffe/usa1999/thestory.html

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