Da New York a San Francisco in Scooter
Due
X/9 sulle strade del Nord America per il più mitico dei viaggi su due
ruote: il Coast to Coast. negli USA, da
New York a San Francisco
Per
la ennesima volta dalla nostra partenza da New York ci siamo trovati di fronte
ad una raffica di domande di persone incuriosite da questi due scooter e da
quei due italiani un po’ incoscienti che viaggiavano attraverso gli USA.
Puntuale, come in molte altre occasioni, è arrivata la richiesta di scattare
una foto.
Il
viaggio era cominciato una decina di giorni prima, dalle squallide zone della
periferia portuale di Newark, cittadina che ospita il porto e uno degli
aeroporti di New York, tra sterminati docks, capannoni industriali e decine di
mastodontici trucks, nella più classica iconografia di
tantissimi film polizieschi americani.
Una
prima sosta per far benzina ci ha messo subito di buon umore. Il caro petrolio
colpisce anche da quelle parti, ma far benzina negli Stati uniti per un
italiano può essere una piccola esperienza mistica: i litri, meglio,
i galloni (un gallone corrisponde a 3,78 litri) corrono ma i dollari
vanno piano, molto piano. Risultato: il primo pieno, con gli scooter
praticamente a riserva azzerata, poco più di sei dollari e mezzo ciascuno
(circa 13.000 lire al cambio di allora).
Una
rapida occhiata con Marco non ha lasciato spazio a dubbi. Eravamo a due passi
da Manhattan, non potevamo non tornare indietro e scattare qualche foto nel
cuore della Grande Mela! La cosa, complice anche un caldo umido assassino e il
traffico congestionato oltre ogni limite, non è stata per niente facile. Già
nel tunnel che passa sotto l’Hudson river la situazione è apparsa
problematica: temperatura sui quaranta gradi e traffico praticamente bloccato,
fortunatamente gli aeratori funzionavano alla grande.
Nelle
via di Manhattan stessa musica, con l’aggravante dei catalizzatori e dei
condizionatori delle auto imbottigliate nel traffico che vomitavamo bordate di
fuoco su noi e i poveri scooter, sottoposti ad un superlavoro con le ventole
del radiatore accese in continuazione.
Appena
rientrati in New Jersey abbiamo
rapidamente imboccato una delle autostrade che circondano New York,
dirigendoci verso la Pennsylvania.
Questa
parte degli Stati Uniti, praticamente tutta la fascia che corre lungo la costa
dell’oceano Atlantico, è la più abitata, per cui il traffico, complice
anche un orario quasi da fine giornata lavorativa, si è mantenuto intenso per
molti chilometri. In ogni caso, sia la densità abitativa che quella
automobilistica, escludendo l’area metropolitana di New York, anche in
questa zona così popolata per il metro di misura nordamericano, possono
essere tranquillamente essere paragonate a quelle di una normalissima
provincia europea, neanche troppo grande!
In
ritardo sui piani previsti ci siamo fermati per la notte appena rientrati
nello stato di New York, a circa trecento chilometri dalla “grande mela” e
ormai in pieno paesaggio da provincia americana: piccoli paesi con belle case,
quasi tutte villette con splendidi e curatissimi giardini.
Il
tempo di posare i bagagli, stipati dentro due comode borse laterali (il vano
sottosella è stato destinato a attrezzature varie e ricambi che avevamo
appresso, mentre il bauletto conteneva le giacche e il materiale fotografico),
e il gestore del motel ci ha annunciato l’arrivo di un “severe
thunderstorm”, un temporale di forte intensità che abbiamo sfiorato per
pochi minuti. Le previsioni del tempo sono seguite in maniera maniacale, tanto
che esiste una televisione (The Weather Channel) che trasmette 24 ore su 24
parlando di previsioni metereologiche e che si rivelerà preziosa per
attingere tutte le notizie, anche quelle locali.
Passata
la bufera, l’indomani il tempo ci ha assistito nella tappa verso il Canada,
raggiunto attraverso il passaggio sulle Cascate del Niagara. Dopo tanti
chilometri nella dolce e verdissima campagna del New York (lo stato che
confina con il Canada proprio sulle famose cascate) e i suoi bellissimi
Fingers Lakes, il panorama si fa piatto e monotono finché, già da lontano,
non si scorge la nube d’acqua polverizzata che sale dal fiume Niagara.
Obbiettivamente le arcinote cascate sono spettacolari e grandiose, ma una
sosta breve è più che sufficiente, a meno che non si desideri usufruire
della più grande raccolta di amenità e trappole per turisti che sia stata
fabbricata sulla faccia della terra.
La
parte più bella delle cascate è quella canadese; il passaggio della
frontiera – un ponte con un casello – è questione di pochi attimi, con le
stesse domande di rito che ci avevano già fatto all’aeroporto di New York.
Gli scooter, merce praticamente inesistente da queste parti, attirano come
sempre l’attenzione e fanno allentare il peso delle formalità in uno
scambio di battute e sorrisi.
Qualche
foto alle cascate, ma senza gli scooter (non è consentito parcheggiare vicino
se non invadendo il marciapiede, e la polizia non transige!) e poi via per una
veloce tirata fino a Windsor, lungo la parte più a sud del Canada,
quattrocento chilometri di pianura cercando di sfruttare le scie dei potenti
camion americani per guadagnare un po’ di velocità!
Tanto
bella, pulita e ordinata è la cittadina canadese, quanto desolante squallida
e pericolosa – salvo una piccola zona del centro e alcune periferie
residenziali - si rivela Detroit, la città americana da cui riprendiamo il
percorso negli USA, dopo aver scavalcato il Detroit River sull’Ambassador
Bridge e ripassato la frontiera.
Da
qui, e fino alle Badlands in South Dakota, il percorso diventa assolutamente
piatto, chilometri e chilometri di campi coltivati e piccoli paesini graziosi
attraverso Michigan, Indiana, Illinois e Iowa. L’unica vera attrazione in
questo tratto, anche per lo stridente contrasto tra il bellissimo centro e le
periferie da brivido, è Chicago,
con i suoi grattacieli spettacolari affacciati lungo il lago Michigan.
Le
tappe di trasferimento ci permettono di conoscere più a fondo l’America
meno nota, fatta di cittadine ordinate e pulitissime, con villette e giardini
incantevoli e gli immancabili centri commerciali e fast-food.
Andando
verso ovest, avvicinandosi alle Montagne Rocciose e agli altipiani del
mid-west,
Attraversate
le Badlands, zona di particolari formazioni di rocce friabili modellate dagli
agenti atmosferici con panorami lunari, abbiamo raggiunto il famosissimo Mount
Rushmore nelle Black Hills, quello con i quattro presidenti scolpiti nella
roccia in dimensioni gigantesche: al posto degli scalpelli, qui hanno usato la
dinamite per modellare le forme! La visione è spettacolare, e viene da
pensare che una cosa del genere poteva succedere solo in America.
Ancora
qualche giro tra le Black Hills, area che vanta anche numerossime grotte e
caverne da visitare e la nostra strada ha piegato verso sud, tra le sterminate
praterie del Wyoming per raggiungere il Colorado.
Questo
stato della confederazione statunitense è famoso per le montagne (molte delle
cime più alte degli USA sono qui), che si attraversano lungo strade e
autostrade che, a differenza delle nostre, corrono a quote che in Europa non
sono raggiungibili neanche in fuoristrada. La diversità è nella diversa
conformazione orografica di queste montagne, molto più dolci nelle forme
rispetto - ad esempio - alle Alpi, ma anche nel diverso modo di concepire le
strade da queste parti: pochi viadotti, scarsissime gallerie ma incredibili
salite (fino al 7% sulle highways e ben oltre sulle altre strade) e relative
discese per chilometri e chilometri, con apposite piste laterali di fuga per i
camion che dovessero rompere i freni!
Una
prova di forza per i due X9 con cui abbiamo raggiunto prima i circa 3700 mt
del Fall River Pass nel parco delle Montagne Rocciose e gli oltre 4300 mt del
Mount Evans, dove arriva la strada asfaltata più alta del mondo! Una natura
selvaggia e incontaminata, tra scoiattoli, marmotte e cervi che vagavano
indisturbati e senza paura dell’uomo, ha fatto da scenario a queste faticose
ascensioni, con i motori e i nostri corpi che soffrivano per la rarefazione
dell’ossigeno nell’aria.
Lasciate
le verdissime montagne del Colorado, e proseguendo verso il “far west”, il
panorama cambia rapidamente man mano che si scende verso la zona sub-desertica
che arriva poi a lambire l’oceano Pacifico in California, mantenendosi
sempre su altipiani tra i 1500 e i 2300 mt di altitudine, interrotti dalla
Sierra Nevada e dalla grande depressione della Valle della Morte.
Lo
Utah è uno degli stati più ricchi di formazioni naturali e, insieme con la
vicina Arizona, forma una delle aree più spettacolari dell’intero pianeta.
Le
Canyonlands, il Parco Nazionale degli Archi, la famosissima Monument Valley,
il canyon per antonomasia, il Grand Canyon del Colorado, sono solo alcuni dei
più noti siti che si possono visitare, teatri di posa naturali di centinaia
di film, ma non basterebbero settimane per approfondire tutte le spettacolari
zone che arricchiscono questi due stati. In ogni caso, anche se le distanze
tra questi posti sono relativamente brevi (per il metro di misura americano!),
bisogna mettere in conto delle belle “tirate”, anche perché – ad
esempio – la strada da percorrere dentro un parco può tranquillamente
essere di 50/70 miglia (80/110 chilometri), e magari senza neanche visitarlo
tutto!
Lasciata
l’Arizona, ormai immersi in pieno deserto, siamo arrivati a Las Vegas dopo
una “sgroppata” di circa tre ore nel nulla e con temperature tra i 39 e i
41 gradi, nonostante fosse pomeriggio inoltrato. La capitale del gioco
d’azzardo si rivela subito per quello che è: una gigantesca messa in scena
per turisti in vena di farsi rapinare dai tavoli da gioco, imbambolati da
luci, colori, prezzi convenientissimi di alberghi e ristoranti e… belle
donne pronte ad adescare turisti in “grana” per sfilargli bigliettoni da
cento in cambio di… bè, avrete capito. Ad ogni modo, anche per la
prostituzione, colpisce la spaventosa efficienza organizzativa e
l’impressionante giro di soldi che corre dietro a questa città da film!
Una
sera a Las Vegas è più che sufficiente per soddisfare la curiosità,
mangiare e dormire ottimamente con pochi dollari e poi scappare via da tanto
squallore.
Ci
attende la Valle della Morte, appena entrati in California, con le sue
temperature da brivido, caldo, s’intende. L’avvicinamento chiarisce subito
cosa dovremo aspettarci. Il termometro degli scooter si piazza a 40 gradi e
non scende neanche in velocità, interminabili distese aride ci fanno da
cornice mentre arriviamo a Zabriskie Point, uno dei luoghi più spettacolari.
Siamo ormai a soli trecento metri di altitudine, il caldo è notevole ma
ancora sopportabile. La strada comincia a scendere con decisione, superiamo il
cartello che segnala altitudine zero e dopo poco raggiungiamo il punto più
basso di tutto il tour: 68 mt sotto il livello del mare. In realtà, con una
deviazione di altri 40 chilometri è possibile raggiungere a Bad Water la
massima depressione di tutto il Nord America, 86 mt, ma il caldo è ormai così
asfissiante che decidiamo di proseguire rapidamente verso l’uscita ovest
della Valle della Morte. Restano da percorrere, comunque, ancora una ottantina
di chilometri: durante qualche sosta per le fotografie i termometri degli
scooter raggiungono i 52/54 gradi, dobbiamo camminare con le visiere dei
caschi chiuse per evitare di abbrustolirci il naso. Sembra di respirare
davanti ad un gigantesco asciugacapelli acceso, le riserve di liquidi che
avevamo con noi sono ormai finite! Sulla destra un gruppo di dune di sabbia
finissima esteso per un paio di chilometri ci fa sentire in pieno deserto.
Dopo il villaggio di Stovepipe, dove un provvidenziale distributore di benzina
con annesso negozio ci consente una pausa per buttare giù due litri di
Gatorade, la strada comincia all’improvviso ad inerpicarsi dritta e con una
pendenza da rampa di garage, diciotto chilometri, praticamente in rettilineo,
e ci ritroviamo a 1500 mt di altitudine, con una temperatura di 31 gradi che
mette quasi freddo!
In
serata raggiungiamo la cittadina di Mojave, all’estremità del deserto
omonimo, a due passi dalla famosa base di Edwards, rampa di lancio delle più
spericolate azioni di guerra dei Top Gun dell’aviazione americana.
Il
deserto lascia man mano posto a zone più popolate, le autostrade aggiungono
corsie a corsie. Quando un “chips” ci sorpassa con la sua potente moto,
facendo un cenno di saluto con la mano, abbiamo la certezza: Los Angeles è
vicina.
La
metropoli americana è uno spaventoso agglomerato urbano di città satelliti
che si stende per circa duecento chilometri lungo la costa del Pacifico. Nel
traffico intensissimo, su highway anche a otto corsie per senso di marcia, non
è facile districarsi, anche perché le auto viaggiano ordinate ma veloci e si
può cambiare una corsia alla volta, se non si vuole rischiare di innescare
uno spettacolare incidente con un comportamento che i disciplinatissimi
guidatori statunitensi non si aspettano.
Comunque
non ci perdiamo d’animo e nel giro di poco tempo riusciamo a raggiungere
Santa Monica e Venice Beach, due delle località più alla moda della costa
californiana.
Il
vento che soffia teso dall’oceano porta rapidamente la temperatura intorno
ai 26/27 gradi, ben lontana dal caldo soffocante lasciato pochi chilometri più
all’interno.
Alla
vista delle belle “bay-watch” (finalmente qualche bella ragazza, per il
resto, da questo punto di vista il viaggio è stato piuttosto deludente!)
raggiungiamo le spiagge: il Coast to Coast è virtualmente concluso, abbiamo
lasciato l’oceano Atlantico 15 giorni prima, siamo arrivati sul Pacifico!
Ma
il nostro viaggio non è finito. Qualche foto di rito ad Hollywood e via di
nuovo verso la Sierra Nevada con i suoi spettacolari parchi.
Due
giorni se ne vanno tra il Sequoia e lo Yosemite, di nuovo tra una natura
incontaminata e conservata con un rispetto che noi italiani avremmo difficoltà
a mantenere. Sequoie secolari e simpaticissimi scoiattoli ci accompagnano
nella visita, l’organizzazione dei parchi è come sempre perfetta e
curatissima, con parcheggi, attrezzature, aree per pic-nic con bagni ovunque,
visitor center prodighi di informazioni e di materiale illustrativo.
San
Francisco è ormai vicina, percorriamo un tratto della mitica Highway 1 che
corre lungo tutta la costa pacifica degli USA e l’oceano fa sentire forte il
suo influsso. Lo scontro tra le fresche e possenti brezze di mare e il caldo
soffocante delle zone interne della California crea spesso, da queste parti,
incredibili nebbie persistenti che avvolgono ogni cosa, abbassando di molto la
temperatura (San Francisco è una delle poche città dove molti posti non
hanno l’aria condizionata, visto che anche in estate la temperatura
raramente supera i 25/26 gradi).
Ed
infatti, avvicinandoci alla città e alla sua famosissima baia, una fredda
coltre di densissima foschia ci avvolge. Su nel cielo si intuisce la presenza
del sole e pensiamo tranquilli: passerà! La previsione si rivela decisamente
infelice e, come spesso succede a San Francisco, la nebbia non si dissolverà
neanche nelle ore più calde della giornata e delle due seguenti, salvo
qualche po’ di sole sul lato più interno della metropoli, quello che guarda
verso la baia di Oakland. Risultato:
quasi tre giorni a San Francisco e neanche una foto con il mitico Golden Gate,
il ponte sospeso più famoso del mondo che doveva costituire l’ideale punto
di arrivo del Coast to Coast, vista la partenza dall’altrettanto famoso
ponte di Brooklyn a New York tre settimane prima.
La
città californiana è comunque bellissima, con le sue colline e le tipiche
strade a saliscendi con pendenze da mettere in crisi qualsiasi frizione, anche
fino al 27% (fate conto di salire una rampa che scavalca un palazzo di nove
piani in cento metri di percorso!). Purtroppo è anche una delle città più
care degli Stati Uniti, gli alberghi – escludendo New York – costano
mediamente il doppio o anche il triplo che altrove, e in alcune zone,
fortunatamente ben circoscritte e limitate, può essere terribilmente
degradata e molto pericolosa per un turista.
Il
viaggio è ormai al capolinea. Il container che riporterà gli scooter in
Italia ci aspetta presso il magazzino di uno spedizioniere di Oakland. Gli
scooter si sono comportati ottimamente, nonostante un trattamento non proprio
delicato per necessità: alla fine dei circa 8.300 chilometri, percorsi in
soli 19 giorni, gli unici inconvenienti registrati sono stati la bruciatura di
due lampadine anabbaglianti anteriori (una per scooter, considerando che
abbiamo viaggiato sempre con le luci accese corrisponde tranquillamente a
quasi due anni di utilizzo normale) e la rottura di uno specchietto
(prontamente riparato la sera stessa con delle fascette), causata dalla
rovinosa caduta di uno scooter dal cavalletto a causa di un furibondo colpo di
vento.
Il
consumo si è mantenuto entro valori confortanti, quasi 25 km/lt di media,
specie considerando che buona parte del viaggio è stata percorsa controvento,
con le borse laterali a peggiorare l’aerodinamica e molto spesso al massimo
della potenza, con salite chilometriche e carburazione disturbata da
altitudine o temperature asfissianti.
Abbiamo
effettuato un solo cambio d’olio intorno ai 3.500 chilometri di percorrenza,
provvedendo direttamente noi all’operazione con lubrificante sconosciuto
comprato in offerta al supermercato per 76 centesimi di dollaro! La media del
costo di questi prodotti negli USA è comunque, per noi europei, assolutamente
ridicola.
I
due X9 si sono rivelati ottimi compagni di viaggio, sicuri, confortevoli anche
dopo ore e ore in sella, e ovunque hanno suscitato enorme interesse, specie
per il raffinato design italiano. A voler essere pignoli è mancata un po’
di potenza sulle terribili salite delle strade americane o quando il vento
soffiava contro con forza (spessissimo, visto che le correnti dominanti
vengono da ovest, dall’oceano Pacifico); ma per gustare il vero “on the
road” la velocità eccessiva non serve …
Un ringraziamento particolare a Alessandro Cortellessa per la concessione del suo racconto