Da New York a San Francisco in Scooter

 

Due X/9 sulle strade del Nord America per il più mitico dei viaggi su due        ruote: il Coast to Coast. negli USA, da New York a San Francisco

  Di Alessandro Cortellessa

 

“A long travel for a so small engine” (un lungo viaggio per un motore così piccolo): lo sguardo sorpreso del simpatico signore del Minnesota, incontrato con famiglia a seguito davanti ad un Burger King di Rapid City, esprimeva tutta la meraviglia di chi è abituato a considerare 250 cc una cilindrata adatta si e no per un rasaerba!

Per la ennesima volta dalla nostra partenza da New York ci siamo trovati di fronte ad una raffica di domande di persone incuriosite da questi due scooter e da quei due italiani un po’ incoscienti che viaggiavano attraverso gli USA. Puntuale, come in molte altre occasioni, è arrivata la richiesta di scattare una foto.

Il viaggio era cominciato una decina di giorni prima, dalle squallide zone della periferia portuale di Newark, cittadina che ospita il porto e uno degli aeroporti di New York, tra sterminati docks, capannoni industriali e decine di mastodontici trucks, nella più classica iconografia di  tantissimi film polizieschi americani.

Una prima sosta per far benzina ci ha messo subito di buon umore. Il caro petrolio colpisce anche da quelle parti, ma far benzina negli Stati uniti per un italiano può essere una piccola esperienza mistica: i litri, meglio,  i galloni (un gallone corrisponde a 3,78 litri) corrono ma i dollari vanno piano, molto piano. Risultato: il primo pieno, con gli scooter praticamente a riserva azzerata, poco più di sei dollari e mezzo ciascuno (circa 13.000 lire al cambio di allora).

Una rapida occhiata con Marco non ha lasciato spazio a dubbi. Eravamo a due passi da Manhattan, non potevamo non tornare indietro e scattare qualche foto nel cuore della Grande Mela! La cosa, complice anche un caldo umido assassino e il traffico congestionato oltre ogni limite, non è stata per niente facile. Già nel tunnel che passa sotto l’Hudson river la situazione è apparsa problematica: temperatura sui quaranta gradi e traffico praticamente bloccato, fortunatamente gli aeratori funzionavano alla grande.

Nelle via di Manhattan stessa musica, con l’aggravante dei catalizzatori e dei condizionatori delle auto imbottigliate nel traffico che vomitavamo bordate di fuoco su noi e i poveri scooter, sottoposti ad un superlavoro con le ventole del radiatore accese in continuazione.

Scattate le foto di rito a al ponte di Brooklyn e a Times Square, tra gli occhi incuriositi di migliaia di persone e qualcuno che chiedeva dove poter comprare gli scooter (New York è si il cuore del mondo, ma di scooter se ne vedono pochini!), siamo letteralmente fuggiti via da quel girone dantesco di caldo umido (il termometro degli scooter segnava 45/47 gradi), riattraversando sottoterra l’Hudson river.

Appena rientrati in New  Jersey abbiamo rapidamente imboccato una delle autostrade che circondano New York, dirigendoci verso la Pennsylvania.

Questa parte degli Stati Uniti, praticamente tutta la fascia che corre lungo la costa dell’oceano Atlantico, è la più abitata, per cui il traffico, complice anche un orario quasi da fine giornata lavorativa, si è mantenuto intenso per molti chilometri. In ogni caso, sia la densità abitativa che quella automobilistica, escludendo l’area metropolitana di New York, anche in questa zona così popolata per il metro di misura nordamericano, possono essere tranquillamente essere paragonate a quelle di una normalissima provincia europea, neanche troppo grande!

In ritardo sui piani previsti ci siamo fermati per la notte appena rientrati nello stato di New York, a circa trecento chilometri dalla “grande mela” e ormai in pieno paesaggio da provincia americana: piccoli paesi con belle case, quasi tutte villette con splendidi e curatissimi giardini.

Il tempo di posare i bagagli, stipati dentro due comode borse laterali (il vano sottosella è stato destinato a attrezzature varie e ricambi che avevamo appresso, mentre il bauletto conteneva le giacche e il materiale fotografico), e il gestore del motel ci ha annunciato l’arrivo di un “severe thunderstorm”, un temporale di forte intensità che abbiamo sfiorato per pochi minuti. Le previsioni del tempo sono seguite in maniera maniacale, tanto che esiste una televisione (The Weather Channel) che trasmette 24 ore su 24 parlando di previsioni metereologiche e che si rivelerà preziosa per attingere tutte le notizie, anche quelle locali.

Passata la bufera, l’indomani il tempo ci ha assistito nella tappa verso il Canada, raggiunto attraverso il passaggio sulle Cascate del Niagara. Dopo tanti chilometri nella dolce e verdissima campagna del New York (lo stato che confina con il Canada proprio sulle famose cascate) e i suoi bellissimi Fingers Lakes, il panorama si fa piatto e monotono finché, già da lontano, non si scorge la nube d’acqua polverizzata che sale dal fiume Niagara. Obbiettivamente le arcinote cascate sono spettacolari e grandiose, ma una sosta breve è più che sufficiente, a meno che non si desideri usufruire della più grande raccolta di amenità e trappole per turisti che sia stata fabbricata sulla faccia della terra.

La parte più bella delle cascate è quella canadese; il passaggio della frontiera – un ponte con un casello – è questione di pochi attimi, con le stesse domande di rito che ci avevano già fatto all’aeroporto di New York. Gli scooter, merce praticamente inesistente da queste parti, attirano come sempre l’attenzione e fanno allentare il peso delle formalità in uno scambio di battute e sorrisi.

Qualche foto alle cascate, ma senza gli scooter (non è consentito parcheggiare vicino se non invadendo il marciapiede, e la polizia non transige!) e poi via per una veloce tirata fino a Windsor, lungo la parte più a sud del Canada, quattrocento chilometri di pianura cercando di sfruttare le scie dei potenti camion americani per guadagnare un po’ di velocità!

Tanto bella, pulita e ordinata è la cittadina canadese, quanto desolante squallida e pericolosa – salvo una piccola zona del centro e alcune periferie residenziali - si rivela Detroit, la città americana da cui riprendiamo il percorso negli USA, dopo aver scavalcato il Detroit River sull’Ambassador Bridge e ripassato la frontiera.

Da qui, e fino alle Badlands in South Dakota, il percorso diventa assolutamente piatto, chilometri e chilometri di campi coltivati e piccoli paesini graziosi attraverso Michigan, Indiana, Illinois e Iowa. L’unica vera attrazione in questo tratto, anche per lo stridente contrasto tra il bellissimo centro e le periferie da brivido,  è Chicago, con i suoi grattacieli spettacolari affacciati lungo il lago Michigan.

Le tappe di trasferimento ci permettono di conoscere più a fondo l’America meno nota, fatta di cittadine ordinate e pulitissime, con villette e giardini incantevoli e gli immancabili centri commerciali e fast-food.

Andando verso ovest, avvicinandosi alle Montagne Rocciose e agli altipiani del mid-west,

la densità di abitanti e traffico diminuisce vertiginosamente, anche confrontando con le tranquille campagne appena attraversate. Le cittadine distano decine di miglia tra loro, e in mezzo solo praterie e animali al pascolo. Bisogna fare attenzione con la benzina, e anche se i rifornimenti sono ottimamente segnalati, le distanze (specie se calcolate in miglia) sono enormi e possono ingannare. Arrivati a Rapid City è cominciata la parte più spettacolare del viaggio, anche se in una sola volta è praticamente impossibile vedere tutte le bellezze che la natura ha distribuito a piene mani in questo tratto del Nord America.

Attraversate le Badlands, zona di particolari formazioni di rocce friabili modellate dagli agenti atmosferici con panorami lunari, abbiamo raggiunto il famosissimo Mount Rushmore nelle Black Hills, quello con i quattro presidenti scolpiti nella roccia in dimensioni gigantesche: al posto degli scalpelli, qui hanno usato la dinamite per modellare le forme! La visione è spettacolare, e viene da pensare che una cosa del genere poteva succedere solo in America.

Ancora qualche giro tra le Black Hills, area che vanta anche numerossime grotte e caverne da visitare e la nostra strada ha piegato verso sud, tra le sterminate praterie del Wyoming per raggiungere il Colorado.

Questo stato della confederazione statunitense è famoso per le montagne (molte delle cime più alte degli USA sono qui), che si attraversano lungo strade e autostrade che, a differenza delle nostre, corrono a quote che in Europa non sono raggiungibili neanche in fuoristrada. La diversità è nella diversa conformazione orografica di queste montagne, molto più dolci nelle forme rispetto - ad esempio - alle Alpi, ma anche nel diverso modo di concepire le strade da queste parti: pochi viadotti, scarsissime gallerie ma incredibili salite (fino al 7% sulle highways e ben oltre sulle altre strade) e relative discese per chilometri e chilometri, con apposite piste laterali di fuga per i camion che dovessero rompere i freni!

Una prova di forza per i due X9 con cui abbiamo raggiunto prima i circa 3700 mt del Fall River Pass nel parco delle Montagne Rocciose e gli oltre 4300 mt del Mount Evans, dove arriva la strada asfaltata più alta del mondo! Una natura selvaggia e incontaminata, tra scoiattoli, marmotte e cervi che vagavano indisturbati e senza paura dell’uomo, ha fatto da scenario a queste faticose ascensioni, con i motori e i nostri corpi che soffrivano per la rarefazione dell’ossigeno nell’aria.

Lasciate le verdissime montagne del Colorado, e proseguendo verso il “far west”, il panorama cambia rapidamente man mano che si scende verso la zona sub-desertica che arriva poi a lambire l’oceano Pacifico in California, mantenendosi sempre su altipiani tra i 1500 e i 2300 mt di altitudine, interrotti dalla Sierra Nevada e dalla grande depressione della Valle della Morte. 

Lo Utah è uno degli stati più ricchi di formazioni naturali e, insieme con la vicina Arizona, forma una delle aree più spettacolari dell’intero pianeta.

Le Canyonlands, il Parco Nazionale degli Archi, la famosissima Monument Valley, il canyon per antonomasia, il Grand Canyon del Colorado, sono solo alcuni dei più noti siti che si possono visitare, teatri di posa naturali di centinaia di film, ma non basterebbero settimane per approfondire tutte le spettacolari zone che arricchiscono questi due stati. In ogni caso, anche se le distanze tra questi posti sono relativamente brevi (per il metro di misura americano!), bisogna mettere in conto delle belle “tirate”, anche perché – ad esempio – la strada da percorrere dentro un parco può tranquillamente essere di 50/70 miglia (80/110 chilometri), e magari senza neanche visitarlo tutto!

Lasciata l’Arizona, ormai immersi in pieno deserto, siamo arrivati a Las Vegas dopo una “sgroppata” di circa tre ore nel nulla e con temperature tra i 39 e i 41 gradi, nonostante fosse pomeriggio inoltrato. La capitale del gioco d’azzardo si rivela subito per quello che è: una gigantesca messa in scena per turisti in vena di farsi rapinare dai tavoli da gioco, imbambolati da luci, colori, prezzi convenientissimi di alberghi e ristoranti e… belle donne pronte ad adescare turisti in “grana” per sfilargli bigliettoni da cento in cambio di… bè, avrete capito. Ad ogni modo, anche per la prostituzione, colpisce la spaventosa efficienza organizzativa e l’impressionante giro di soldi che corre dietro a questa città da film!

Una sera a Las Vegas è più che sufficiente per soddisfare la curiosità, mangiare e dormire ottimamente con pochi dollari e poi scappare via da tanto squallore.

Ci attende la Valle della Morte, appena entrati in California, con le sue temperature da brivido, caldo, s’intende. L’avvicinamento chiarisce subito cosa dovremo aspettarci. Il termometro degli scooter si piazza a 40 gradi e non scende neanche in velocità, interminabili distese aride ci fanno da cornice mentre arriviamo a Zabriskie Point, uno dei luoghi più spettacolari. Siamo ormai a soli trecento metri di altitudine, il caldo è notevole ma ancora sopportabile. La strada comincia a scendere con decisione, superiamo il cartello che segnala altitudine zero e dopo poco raggiungiamo il punto più basso di tutto il tour: 68 mt sotto il livello del mare. In realtà, con una deviazione di altri 40 chilometri è possibile raggiungere a Bad Water la massima depressione di tutto il Nord America, 86 mt, ma il caldo è ormai così asfissiante che decidiamo di proseguire rapidamente verso l’uscita ovest della Valle della Morte. Restano da percorrere, comunque, ancora una ottantina di chilometri: durante qualche sosta per le fotografie i termometri degli scooter raggiungono i 52/54 gradi, dobbiamo camminare con le visiere dei caschi chiuse per evitare di abbrustolirci il naso. Sembra di respirare davanti ad un gigantesco asciugacapelli acceso, le riserve di liquidi che avevamo con noi sono ormai finite! Sulla destra un gruppo di dune di sabbia finissima esteso per un paio di chilometri ci fa sentire in pieno deserto. Dopo il villaggio di Stovepipe, dove un provvidenziale distributore di benzina con annesso negozio ci consente una pausa per buttare giù due litri di Gatorade, la strada comincia all’improvviso ad inerpicarsi dritta e con una pendenza da rampa di garage, diciotto chilometri, praticamente in rettilineo, e ci ritroviamo a 1500 mt di altitudine, con una temperatura di 31 gradi che mette quasi freddo!

In serata raggiungiamo la cittadina di Mojave, all’estremità del deserto omonimo, a due passi dalla famosa base di Edwards, rampa di lancio delle più spericolate azioni di guerra dei Top Gun dell’aviazione americana.

Il deserto lascia man mano posto a zone più popolate, le autostrade aggiungono corsie a corsie. Quando un “chips” ci sorpassa con la sua potente moto, facendo un cenno di saluto con la mano, abbiamo la certezza: Los Angeles è vicina.

La metropoli americana è uno spaventoso agglomerato urbano di città satelliti che si stende per circa duecento chilometri lungo la costa del Pacifico. Nel traffico intensissimo, su highway anche a otto corsie per senso di marcia, non è facile districarsi, anche perché le auto viaggiano ordinate ma veloci e si può cambiare una corsia alla volta, se non si vuole rischiare di innescare uno spettacolare incidente con un comportamento che i disciplinatissimi guidatori statunitensi non si aspettano.

Comunque non ci perdiamo d’animo e nel giro di poco tempo riusciamo a raggiungere Santa Monica e Venice Beach, due delle località più alla moda della costa californiana.

Il vento che soffia teso dall’oceano porta rapidamente la temperatura intorno ai 26/27 gradi, ben lontana dal caldo soffocante lasciato pochi chilometri più all’interno.

Alla vista delle belle “bay-watch” (finalmente qualche bella ragazza, per il resto, da questo punto di vista il viaggio è stato piuttosto deludente!) raggiungiamo le spiagge: il Coast to Coast è virtualmente concluso, abbiamo lasciato l’oceano Atlantico 15 giorni prima, siamo arrivati sul Pacifico!

Ma il nostro viaggio non è finito. Qualche foto di rito ad Hollywood e via di nuovo verso la Sierra Nevada con i suoi spettacolari parchi.

Due giorni se ne vanno tra il Sequoia e lo Yosemite, di nuovo tra una natura incontaminata e conservata con un rispetto che noi italiani avremmo difficoltà a mantenere. Sequoie secolari e simpaticissimi scoiattoli ci accompagnano nella visita, l’organizzazione dei parchi è come sempre perfetta e curatissima, con parcheggi, attrezzature, aree per pic-nic con bagni ovunque, visitor center prodighi di informazioni e di materiale illustrativo.

San Francisco è ormai vicina, percorriamo un tratto della mitica Highway 1 che corre lungo tutta la costa pacifica degli USA e l’oceano fa sentire forte il suo influsso. Lo scontro tra le fresche e possenti brezze di mare e il caldo soffocante delle zone interne della California crea spesso, da queste parti, incredibili nebbie persistenti che avvolgono ogni cosa, abbassando di molto la temperatura (San Francisco è una delle poche città dove molti posti non hanno l’aria condizionata, visto che anche in estate la temperatura raramente supera i 25/26 gradi).

Ed infatti, avvicinandoci alla città e alla sua famosissima baia, una fredda coltre di densissima foschia ci avvolge. Su nel cielo si intuisce la presenza del sole e pensiamo tranquilli: passerà! La previsione si rivela decisamente infelice e, come spesso succede a San Francisco, la nebbia non si dissolverà neanche nelle ore più calde della giornata e delle due seguenti, salvo qualche po’ di sole sul lato più interno della metropoli, quello che guarda verso la baia di Oakland.  Risultato: quasi tre giorni a San Francisco e neanche una foto con il mitico Golden Gate, il ponte sospeso più famoso del mondo che doveva costituire l’ideale punto di arrivo del Coast to Coast, vista la partenza dall’altrettanto famoso ponte di Brooklyn a New York tre settimane prima.

La città californiana è comunque bellissima, con le sue colline e le tipiche strade a saliscendi con pendenze da mettere in crisi qualsiasi frizione, anche fino al 27% (fate conto di salire una rampa che scavalca un palazzo di nove piani in cento metri di percorso!). Purtroppo è anche una delle città più care degli Stati Uniti, gli alberghi – escludendo New York – costano mediamente il doppio o anche il triplo che altrove, e in alcune zone, fortunatamente ben circoscritte e limitate, può essere terribilmente degradata e molto pericolosa per un turista.

Il viaggio è ormai al capolinea. Il container che riporterà gli scooter in Italia ci aspetta presso il magazzino di uno spedizioniere di Oakland. Gli scooter si sono comportati ottimamente, nonostante un trattamento non proprio delicato per necessità: alla fine dei circa 8.300 chilometri, percorsi in soli 19 giorni, gli unici inconvenienti registrati sono stati la bruciatura di due lampadine anabbaglianti anteriori (una per scooter, considerando che abbiamo viaggiato sempre con le luci accese corrisponde tranquillamente a quasi due anni di utilizzo normale) e la rottura di uno specchietto (prontamente riparato la sera stessa con delle fascette), causata dalla rovinosa caduta di uno scooter dal cavalletto a causa di un furibondo colpo di vento.

Il consumo si è mantenuto entro valori confortanti, quasi 25 km/lt di media, specie considerando che buona parte del viaggio è stata percorsa controvento, con le borse laterali a peggiorare l’aerodinamica e molto spesso al massimo della potenza, con salite chilometriche e carburazione disturbata da altitudine o temperature asfissianti.

Abbiamo effettuato un solo cambio d’olio intorno ai 3.500 chilometri di percorrenza, provvedendo direttamente noi all’operazione con lubrificante sconosciuto comprato in offerta al supermercato per 76 centesimi di dollaro! La media del costo di questi prodotti negli USA è comunque, per noi europei, assolutamente ridicola.

I due X9 si sono rivelati ottimi compagni di viaggio, sicuri, confortevoli anche dopo ore e ore in sella, e ovunque hanno suscitato enorme interesse, specie per il raffinato design italiano. A voler essere pignoli è mancata un po’ di potenza sulle terribili salite delle strade americane o quando il vento soffiava contro con forza (spessissimo, visto che le correnti dominanti vengono da ovest, dall’oceano Pacifico); ma per gustare il vero “on the road” la velocità eccessiva non serve …

 Un ringraziamento particolare a Alessandro Cortellessa per la concessione del suo racconto

 

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