Coast to coast, oversize

un racconto di Luca, Sabrina e Federico
Domenica 29 Luglio:
Dopo la “solita” travagliatissima settimana pre-vacanze, con Federico ammalato e
quindi a correre a destra e a manca, fra dottori, prontosoccorso e farmacie,
dopo le inevitabili pratiche lavorative da chiudere ed il provvidenziale
recupero in extremis del piccolo e poi dopo un interminabile matrimonio che ieri
ci ha impegnati fino a notte fonda … dopo tutto questo, seppur leggermente
provati, siamo pronti a partire per un nuovo viaggio, estremamente intrigante ma
tutt’altro che riposante …
Non saremo soli in questa imminente avventura, ma in compagnia dei nonni, così
da ripetere la felice esperienza di tre anni fa, e anche oggi come allora
andremo negli States per fare, questa volta, un incredibile “coast to coast”: in
sole tre settimane una piccola pazzia … Da Washington (la capitale di questo
smisurato stato, grande come un continente), sull’Oceano Atlantico, a Los
Angeles, sull’Oceano Pacifico, attraverso quindici stati, sfiorando a nord il
Canada e a sud il Messico: qualcosa che, con l’aiuto della buona sorte, possa
restare un indelebile segno nella nostra vita di appassionati viaggiatori.
Tre ore di sonno scarse e suona la sveglia, così assonnato ma carico di
adrenalina mi alzo da letto e alle 5:15 sono, in auto, dai nonni … Li accompagno
alla stazione e poi torno a casa … Nel frattempo si sono preparati anche Sabrina
e Federico, così alle 6:00 ripartiamo, accompagnati dall’altro nonno (abbiamo
coinvolto proprio tutti i parenti!) e raggiungiamo in stazione i nostri compagni
di viaggio.
Il treno arriva puntuale al binario 1 e alle 6:30 prendiamo a correre sulle
rotaie per giungere, meno di un’ora più tardi, altrettanto puntuali alla
stazione di Bologna … Da lì, dopo esserci trascinati a fatica tutti i bagagli su
e giù per le scale (viva la modernità!), saliamo sulla navetta che, poco prima
delle 8:00, ci fa scendere di fronte all’ingresso dell’aeroporto Marconi.
Imbarchiamo le valigie direttamente per Boston, facciamo una veloce colazione
poi oltrepassiamo il metal-detector e ci mettiamo in attesa alla porta numero
21.
Tutto procede secondo programmi e non dobbiamo aspettare oltre l’orario
previsto, così, saliti sul volo AF 1229, un Airbus A318 dell’Air France, venti
minuti dopo le 10:00 stacchiamo da terra diretti a Parigi … Prendiamo quota e
attraversiamo la Pianura Padana, dopodiché sorvoliamo le Alpi ancora innevate
(probabilmente la Valle d’Aosta con le imponenti vette del Cervino e del Monte
Bianco ben visibili), quindi sulla Francia ci aspetta una sola grande distesa di
nuvole.
Atterriamo all’aeroporto Charles de Gaulle alle 11:39, in pieno autunno, mentre
piove con insistenza ed il grigiore domina incontrastato, ma non ci curiamo
troppo delle condizioni meteorologiche e ci diamo subito da fare per non perdere
il prossimo volo, visto che il tempo a nostra disposizione di certo non abbonda.
Ci spostiamo dal Terminal D al Terminal A e dopo un mini-interrogatorio, per
motivi di sicurezza, al banco American Airlines oltrepassiamo di nuovo il
metal-detector e attraverso al porta 48A saliamo sul Boeing 767 che,
identificato come volo AA 147, quasi in perfetto orario, rulla sulla pista
parigina e sale di quota per affrontare la trasvolata atlantica che ci porterà
ancora una volta negli States.
Intravediamo per un attimo l’inconfondibile sagoma della Torre Eiffel e poi ci
tuffiamo fra le nuvole, così lo spettacolo oltre il finestrino diventa un’unica
immensa estensione di candido, accecante vapore acqueo … Mai visto tante nubi in
vita mia: la vecchia Europa ne è completamente ricoperta, almeno la parte che
sorvoliamo, e anche un buon tratto dell’Oceano Atlantico. Ne approfitto allora
per sistemare le lancette dell’orologio sul fuso orario di arrivo (sei ore in
meno) … e in un batter d’occhio è di nuovo mattina.
Saltuariamente si scorge qualche sprazzo d’oceano poi, una manciata di minuti
prima delle 15:00, cominciamo a scendere, avvistiamo terra e poco più tardi,
alle 15:12, le ruote del nostro aereo si posano delicatamente sul suolo
americano … e per tutti noi comincia una nuova avventura a stelle e strisce …
Affrontiamo senza problemi la sempre ostica dogana statunitense, ma il tempo
stringe perché ci aspetta un ulteriore volo … Ritiriamo sane e salve le valige e
subito le imbarchiamo per Washington, poi cerchiamo e troviamo la navetta per
trasferirci dal Terminal E al Terminal B … Manca ormai solo mezzora alla
partenza, così ci fanno passare per una corsia preferenziale al metal-detector e
arriviamo alla porta giusto in tempo per sapere che … il volo è in ritardo …
anzi, di lì a poco annunciano addirittura che, come tanti altri, è stato
cancellato causa il maltempo che imperversa sulla costa est.
E’ una disdetta: comincia un’estenuante attesa e solo dopo diverse ore ci
consegnano i biglietti di un nuovo volo, per domani alle 13:15 … ma i problemi
non finiscono qui! … Ci trovano sì, a spese dell’American Eagle, un hotel dove
alloggiare, ma noi dovevamo ritirare l’auto a noleggio questa sera a Washington,
così usciti dall’aeroporto ci rechiamo alla National di Boston, spieghiamo il
problema e loro ci modificano con un piccolo sovrapprezzo la prenotazione,
quindi torniamo al punto di partenza e da lì, con un taxi ed un voucher della
compagnia aerea, raggiungiamo, alla periferia di Boston, l’Homewood Suites, che
ci ospiterà per questa notte fuori programma …
La gentile signora della réception telefona anche a Washington, al Days Inn che
ci doveva ospitare, e dice che arriveremo domani sera, poi ci consegna le chiavi
delle nostre camere e finalmente possiamo andare a riposare: negli States sono
le 21:30, ma sono passate ormai ventiquattrore dalla nostra partenza e siamo
talmente stanchi da non avere neanche più la forza di arrabbiarci per la scomoda
situazione venutasi a creare.
Lunedì 30 Luglio:
Ci svegliamo a Boston, nel Massachusset, laddove mai avremmo pensato di riaprire
gli occhi in questo viaggio … e oltre la finestra della nostra stanza piove a
dirotto, così la preoccupazione corre subito all’aereo che ci aspetta e alla sua
partenza, che potrebbe essere messa nuovamente in discussione.
A causa del fuso orario ci alziamo tutti piuttosto presto e dopo aver saltato la
cena di ieri questa mattina ci concediamo una corposa colazione, prima di
metterci in paziente attesa del taxi che ci riporterà all’aeroporto.
Alle 10:00 in punto si ripresenta lo stesso tassista di ieri sera, al quale
avevo chiesto di tornare, e mezzora dopo siamo di nuovo al Terminal B del Boston
Logan Airport, al banco dell’American Eagle, dove però ci fanno notare che il
nostro volo sostitutivo è uno U.S. Airways …Cambiamo così padiglione e ci
prepariamo ad affrontare una lunghissima coda per il check-in al termine della
quale, sembra, prenderemo finalmente quota …
Dopo due ore arriviamo al cospetto del metal-detector e veniamo sorteggiati per
un controllo più approfondito (che cu …!) … sopportiamo anche questa e subito
dopo guadagniamo la porta numero 18, dalla quale, se Dio vuole, c’imbarcheremo,
alle 13:45, sul volo U.S. Airways 2037 … Sui videoterminali appare però che è in
ritardo: prima alle 14:11, poi alle 14:30, infine, dopo essere saliti a bordo,
alle 15:16, finalmente l’Airbus A319 stacca da terra diretto a Washington!
Saliamo sopra a quelle maledette nuvole che tanti disagi ci hanno procurato e
trascorsa un’oretta, alle 16:27, tocchiamo il suolo del Washington Reagan
Airport … Miracolo: c’è anche un timido sole! … Ritiriamo sani e salvi tutti i
bagagli, usciamo all’aria aperta e con l’apposita navetta raggiungiamo la
National, dove ci consegnano finalmente la nostra auto: una bellissima Toyota
Sienna (targata Florida X84 ECD), e con quella, dopo tutto felici, partiamo per
il nostro viaggio “on the road” negli States.
Non è facile dedicarsi subito, anima e corpo, alle visite in programma, ma non
abbiamo scelta: avevamo a disposizione un’intera giornata per scoprire tutte le
bellezze della capitale americana e invece, purtroppo, sono quasi le 18:00 e ci
restano non più di due ore di luce.
Andiamo subito verso il centro del District of Columbia, dove si trova appunto
Washington, una sorta di città-stato creata ad oc, ovvero una porzione limitata
di territorio che assieme agli altri cinquanta veri stati della federazione
forma di Stati Uniti d’America.
Oltrepassato il Potomac River imbocchiamo il Mall, una striscia di verde lunga
oltre tre chilometri intorno alla quale si trovano quasi tutti i monumenti più
interessanti della capitale.
Siamo inizialmente un po’ spaesati e, trascurato per il momento il Lincoln
Memorial, la prima cosa che ci salta agli occhi è l’imponente sagoma del
Washington Monument che, realizzato nel 1885 a forma di obelisco per commemorare
il primo presidente degli Stati Uniti, è la più alta struttura al mondo in
semplice muratura (quasi 170 metri di altezza). Proprio di fronte si trova uno
degli edifici più noti sulla faccia della Terra: la White House … è una vera
emozione riuscire ad intravederla fra la vegetazione che la circonda, anche se,
purtroppo, un po’ per mancanza di tempo, un po’ per le misure di sicurezza post
11 settembre non riusciamo ad avvicinarla più di tanto.
Proseguiamo allora lungo il Mall, fiancheggiato da storici edifici, con in fondo
la scenografica visione del bianchissimo Campidoglio … Il Capitol è la sede del
Congresso e, apparso in numerose pellicole, è famoso quasi quanto la Casa
Bianca, con la quale condivide il ruolo di edificio politico più importante del
paese.
Scattate le foto di rito riprendiamo immediatamente strada e, passati dalla
monumentale Union Station prima e di fronte al palazzo dell’FBI poi, giungiamo a
parcheggiare nei pressi della parte più occidentale del Mall … A piedi
raggiungiamo così il Veteran Memorial, agghiacciante monumento realizzato per
ricordare i soldati americani caduti nella guerra del Vietnam: 58.022 nomi
incisi in un’immensa V di granito nero.
Nelle vicinanze si trova anche il colossale Lincoln Memorial, che ospita
l’imponente statua, alta sei metri, dell’omonimo presidente, seduto sulla sua
poltrona. Il luogo è molto suggestivo e lo è ancor di più con il sole che
tramonta, inesorabile ma spettacolare, infiammando il cielo alle spalle del
monumento.
Tornati a fare uso dell’auto, ormai nella semi-oscurità, passiamo accanto all’Arlington
Cemetery, nel quale riposano 175.000 soldati americani, oltre all’ex presidente
John Fitzgerald Kennedy, assassinato a Dallas nel 1963.
Transitiamo anche nei pressi del famosissimo Pentagono (l’edificio più grande
del mondo, nonché la sede del Dipartimento della Difesa americano) e giungiamo
in terra di Virginia al Days Inn Arlington Pentagon, che ci ospiterà per questa
notte (a dir la verità anche ieri sera dovevamo essere qui).
Lasciamo i bagagli in camera e corriamo a cenare visto che sono già passate le
21:00, poi rientriamo e andiamo subito a dormire perché domani ci aspetta la
tappa, di solo trasferimento, più lunga di tutto il viaggio.
Martedì 31 Luglio:
La sveglia suona alle 6:00, ma favoriti dal fuso orario non fatichiamo più di
tanto a lasciare le coperte … Consumiamo la colazione compresa nel prezzo della
camera e poi ci avviamo nell’impresa di attraversare in auto gli States, da est
a ovest.
Osserviamo ancora una volta in lontananza la cupola del Campidoglio, idealmente
la salutiamo e andiamo spediti verso la periferia di una capitale che ci
ripromettiamo, un
giorno, di visitare come merita, poi, più facile da dire che da fare, lasciamo
lo stato della Virginia … passiamo, valicando colline, per quello del Maryland …
una collina dopo l’altra tagliamo anche un pezzo di Pennsylvania … e divorando
colline e ancora colline arriviamo in Ohio, dove ci fermiamo a pranzare in
un’area di servizio fra enormi e colorati camion tipicamente americani.
Quando riprendiamo strada il paesaggio si fa più pianeggiante e caratterizzato
da immense piantagioni di mais. Passiamo nei pressi di Cleveland e del Lake
Erie, sulle cui sponde si affaccia anche la regione dell’Ontario e quindi il
Canada.
Siamo praticamente a metà della tappa e l’Ohio sembra non finire mai, poi, nel
tardo pomeriggio, entriamo nello stato dell’Indiana, lo attraversiamo
completamente da est a ovest e arriviamo nell’Illinois, ormai vicinissimi alla
meta, cioè Chicago.
Attraversiamo, nella periferia meridionale della metropoli, lo Skyway Bridge,
impressionante struttura in ferro costruita nel 1958 per scavalcare il Calumet
River, e dalla sua sommità intravediamo lo skyline di Downtown, con i suoi
grattacieli il riva al Lago Michigan. Intavoliamo così una gara con il sole, che
sta scendendo rapidamente verso la linea dell’orizzonte, e arriviamo in tempo
utile al Navy Pier per immortalare il grandioso profilo di Chicago con i
magnifici colori del tramonto.
Stanchissimi ma estremamente soddisfatti per lo spettacolo di fine giornata
andiamo a cercare il nostro hotel che sono già da tempo passate le 20:00 (e
lungo la strada abbiamo anche recuperato un’ora di fuso orario!) … Per fortuna
non dista molto e in breve ci troviamo di fronte all’Howard Johnson Inn che ci
ospiterà per questa notte.
La struttura ricettiva è piuttosto spartana e un po’ retrò, ma va benone, con
una magnifica vista sui grattacieli e persino il parcheggio interno.
Prendiamo possesso dell’unica camera che avevamo prenotato e poi, a piedi, ci
rechiamo a cena da Gino’s Pizza, a qualche isolato di distanza. Degustiamo cibo
vagamente italiano e subito dopo andiamo a riposare, perché i ritmi di questo
viaggio sono davvero frenetici!
Mercoledì 1 Agosto:
Dopo il tour super veloce di Washington e dopo il lunghissimo trasferimento di
ieri finalmente ci svegliamo a Chicago pronti per effettuare la prima visita
come da programma.
Cerchiamo di partire al più presto: già prima delle 8:00 facciamo colazione in
un caratteristico locale attiguo all’hotel, poi, lasciate le valigie in deposito
alla réception, prendiamo il via, utilizzando gli abbonamenti ai mezzi pubblici
acquistati tempo fa in internet, che ci avevano addirittura spedito a casa.
In autobus procediamo verso il centro di Chicago, capitale dell’Illinois e una
delle più vaste metropoli americane, con i suoi tre milioni di abitanti (otto,
considerata la periferia), e seconda solo a New York in quanto a grattacieli e
ad ardite soluzioni architettoniche … La fortuna della città la fece, in qualche
modo, un incendio di proporzioni bibliche che nel 1871 distrusse due edifici su
tre, così, visti i risultati, si pensò bene di ricostruirli adottando strutture
metalliche anziché di legno, e da allora cominciò lo sviluppo in senso verticale
di Downtown …
Percorso un bel tratto di La Salle Street scendiamo dall’autobus appena
oltrepassato il Chicago River e prima di tutto osserviamo, sulle sue rive, il
gigantesco Merchandise Mart, che ospita il negozio con il magazzino più grande
del mondo e attualmente è di proprietà della famiglia Kennedy, poi a piedi
c’inoltriamo nel centro cittadino.
Passiamo sotto alla El, abbreviazione di Elevated: la metropolitana
sopraelevata, traballante e arrugginita che è un po’ il simbolo di Chicago … e
dire che alcuni anni fa è stata salvata in extremis dalla demolizione, e sarebbe
stato un peccato perché è un vero e proprio pezzo di storia di questa città.
Costruita nel 1893 è apparsa anche in diverse pellicole di successo come “Il
fuggitivo”, con Harrison Ford, e più di recente in “Spiderman 2”, come scena
della battaglia fra l’Uomo Ragno ed il malvagio Dottor Octopus …
Nei pressi raggiungiamo il colossale Thompson Center, una delle più recenti
costruzioni del Loop, quella porzione di Downtown delimitata dalla El, eretta
nel 1984 e caratterizzata da un enorme atrio a tutta altezza, quindi ci
dirigiamo, contornati da vertiginosi grattacieli, al Daley Center, gigantesca
costruzione sulla cui piazza, dominata da una grande scultura di Pablo Picasso,
prospettano interessanti edifici.
Continuando nella nostra passeggiata ci rechiamo nuovamente sulle sponde del
Chicago River a vedere le Marina Towers, due torri gemelle dalla curiosa
architettura, che per le loro fattezze sono state soprannominate anche
“Pannocchie di grano turco”… Godiamo di ottimi scorci panoramici, caratterizzati
dal verde di alcuni giardini ben curati lungo il fiume e poi torniamo verso il
centro per salire sulla El e fare il giro del Loop da un punto di osservazione
tutto particolare … Scorrono così ai lati della via sopraelevata i grattacieli
di Chicago e sferragliando finiamo per terminare la nostra corsa proprio nei
pressi di “sua maestà”, la Sears Tower.
L’edificio più alto di Chicago e degli Stati Uniti, con i suoi 442 metri, 110
piani e 100 ascensori, è stato terminato nell’ormai lontano 1974 e per un lungo
periodo è risultato anche al vertice della graduatoria mondiale … In progetto ce
ne è un altro, che dovrà sorgere nei dintorni entro il 2009, ma i 610 metri
dell’avveniristico Chicago Spire non basteranno a riprendersi il record, che
resterà probabilmente all’Asia.
Nel nostro personalissimo Guinnes la Sears Tower invece ci entra a pieno merito,
così ne approfittiamo per salire in ascensore alla terrazza panoramica del 103°
piano, dalla quale la vista è davvero mozzafiato, peccato solo per la densa
foschia odierna.
Rimessi i piedi a terra, con i mezzi pubblici raggiungiamo, quasi sulle rive del
Lago Michigan, il Millenium Park, inaugurato nel 2004 e collocato al centro di
una magnifica quinta di grattacieli, che si specchiano sulla strabiliante Cluod
Gate Sculture, enorme opera di Anish Kapoor, artista contemporaneo al quale
bisogna dare il grande merito di averla inserita in un contesto davvero
eccezionale … Come di grande effetto è anche il vicino ed eccentrico teatro.
Trascorsi attimi indimenticabili nel futuristico Millenium Park, quasi a
mezzogiorno, ci avviamo a piedi lungo il cosiddetto Magnificient Mile, alias
North Michigan Avenue, una delle più interessanti passeggiate dal punto di vista
architettonico della città … Scavalcato ancora una volta il Chicago River,
infatti, si parano davanti ai nostri occhi le belle vedute sul bianchissimo
Wringley Building, innalzato nel 1921, e sulla gotica Tribune Tower, di quattro
anni più giovane e sede della prima testata giornalistica dell’Illinois.
La strada, che corre parallela al lago, è lunghissima, così approfittiamo ancora
una volta del nostro abbonamento e in breve ci troviamo, alcuni isolati più a
nord, ai piedi dell’impressionante Hancock Tower … Il secondo fabbricato più
elevato di Chicago, dall’alto dei suoi 96 piani (344 metri più le antenne)
domina questa zona della città, compresa la strana Water Tower, che non è un
grattacielo, bensì uno dei pochi edifici sopravvissuti all’incendio del 1871 e,
costruito tutto in pietra chiara, in stile gotico rococò, serviva a suo tempo a
distribuire l’acqua potabile.
Completata in pratica la visita del centro di Chicago, sempre in autobus,
torniamo all’Howard Johnson Inn, dove troviamo ad attenderci le nostre valigie,
e caricato tutto in macchina partiamo subito verso la periferia.
Semaforo dopo semaforo, isolato dopo isolato arriviamo nel quartiere di Oak
Park, dove si trova il Frank Lloyd Wright Historic District … Il noto
architetto, che qui aveva il suo studio, fece erigere nella zona, all’inizio del
Novecento, diversi fabbricati tuttora in bella mostra assieme a tanti altri,
caratteristici dell’epoca, fra i quali la casa natale del famoso scrittore
Ernest Emingway.
Scattiamo alcune foto e pranziamo, come al solito velocemente, parcheggiati nei
viali alberati di Oak Park, prima di lasciarci definitivamente alle spalle,
intorno alle 15:00, la bellissima Chicago, che mai dimenticheremo.
Seguiamo le Interstate numero 88 e 80 verso ovest, scavalchiamo il fiume
Mississippi (il più lungo del nord-america) ed entriamo nello stato dell’Iowa.
Percorriamo infinite lande coltivate a girasoli ed arachidi e ormai al tramonto
giungiamo a Des Moines, la capitale di questo stato profondamente continentale e
pianeggiante. Ci andiamo così a fermare al Quality Inn, nella periferia
settentrionale della città, dove, dopo una cena a base di pasta italo-americana,
ci apprestiamo a passare un’altra notte, confortati dal cielo stellato di questo
infinito paese.
Giovedì 2 Agosto:
Ci aspetta un’altra lunghissima tappa di avvicinamento al mitico West, per cui
la sveglia che suona di buon ora è d’obbligo.
Durante la notte il cielo è diventato, purtroppo, nuvoloso e le previsioni non
escludono la pioggia … peccato, perché in programma c’è la visita alla vicina
contea di Madison, con i suoi ponti coperti, resi celebri dal film “I ponti di
Madison County”, con Clint Eastwood e Meryl Streep.
Facciamo colazione e poi una veloce ma indispensabile spesa, quindi imbocchiamo
la Interstate numero 35 verso sud per uscire quasi subito, dopo una manciata di
miglia, mentre, come per incanto, il cielo si apre ed esce fuori il sole.
Poco fuori l’autostrada, già entro i confini della contea, incontriamo il primo
ponte: l’Imes Bridge che, eretto nel 1870, risulta essere il più vecchio fra
quelli tuttora esistenti. La costruzione, interamente dipinta di rosso, è molto
caratteristica, anche se oggi la si può percorrere solo a piedi e a giusta
ragione, vista l’importanza storica. Al suo cospetto viene però da chiedersi
quali fossero, a quei tempi, le ragioni non certo estetiche di coprire un ponte
e la risposta sta nel fatto che il legname usato per la pavimentazione era molto
più costoso di quello utilizzato per la copertura ed i fianchi, tanto da rendere
conveniente proteggerlo dalle intemperie.
Ripresa la strada per Winterset, capoluogo della contea, seguiamo un polveroso
sterrato lungo il quale incontriamo l’Hollywell Bridge, il più lungo della serie
(meno di quaranta metri), quindi, ormai alla periferia dell’abitato, il
Cutler-Danahoe Bridge, immerso nel verde di un piccolo parco pubblico.
Per le vie di Winterset furono girate diverse scene del film che ha reso celebre
la regione, ma la cittadina ha un altro solido legame con il mondo della
celluloide. In una modesta casetta in legno, tinteggiata di bianco, a breve
distanza dal centro, il 26 maggio del 1907 nacque infatti il mitico John Wayne,
vero e proprio mostro sacro del cinema a stelle e strisce: nella sua lunga
carriera non per niente interpretò oltre 250 film, in massima parte western.
Reso omaggio al più famoso abitante della contea andiamo ad ovest dell’abitato,
lungo un’altra polverosa strada, fino a raggiungere il Roseman Bridge, forse il
ponte più noto e scenografico, apparso in diversi spezzoni del film, poi,
avvistato un grazioso capriolo, torniamo in direzione del capoluogo e
continuando il nostro itinerario seguiamo verso nord l’ennesimo sterrato.
Giungiamo così in vista dell’Hogback Bridge, l’ultimo ponte della serie, che
spicca, come al solito, tutto dipinto di rosso nel bucolico paesaggio
circostante.
Estremamente soddisfatti dell’originale tour appena concluso torniamo sulla
strada asfaltata, con l’auto che ha praticamente cambiato colore tanto è
impolverata, quindi proseguiamo fino a riguadagnare anche la Interstate (questa
volta la numero 80), e seguendola prendiamo ad andare spediti verso ovest, visto
che la mattinata è quasi completamente passata e dobbiamo percorrere ancora una
infinità di miglia.
Ormai al confine occidentale dell’Iowa ci fermiamo a pranzare in un’area di
sosta molto ben attrezzata e quando riprendiamo, nel primo pomeriggio,
viaggiando lungo la numero 29, entriamo nello stato del South Dakota.
Raggiunta la città di Sioux Falls ci fermiamo a vedere, più che altro per
spezzare la monotonia dell’autostrada, il Falls Park: niente di eccezionale,
solo cascatelle che scendono fra alcune rocce rossastre … del resto siamo
praticamente in pianura e non ci si poteva aspettare nulla di più spettacolare.
Ripreso quasi subito il nostro tragitto imbocchiamo la Interstate numero 90
verso ponente e poco più tardi usciamo nella località di Mitchell per vedere una
curiosità: il Corn Palace, che si può considerare una vera e propria
americanata! E’ una vasta costruzione, architettonicamente un po’ pacchiana, con
tanto di minareti e cupole a bulbo, che ogni anno viene rinnovata con murales e
decorazioni interamente fatte con parti di cereali, in particolare mais, e
l’effetto che ne deriva è veramente unico e piacevole. Il tutto nacque alla fine
dell’Ottocento per pubblicizzare i prodotti delle terre circostanti e col
passare degl’anni è diventata un’occasione di festa ormai radicata nelle
tradizioni locali.
Restiamo a Mitchell giusto il tempo per scattare qualche foto e poi torniamo a
macinare chilometri sulla numero 90. Scavalchiamo il fiume Missouri e portiamo
le lancette dell’orologio indietro di un’altra ora (adesso sono otto rispetto
all’Italia) … Continuiamo ad andare costantemente verso ovest, mentre muta il
paesaggio e le praterie prendono il sopravvento sulle coltivazioni, conferendo
all’ambiente un aspetto più consono al grande West.
Ormai in serata giungiamo a Kadoka, un remoto villaggio con qualche motel, fra
cui il Best Western H e H El Centro, nel quale prendiamo alloggio … Facciamo una
doccia e poi andiamo a cena mentre i pochi locali nei paraggi stanno già
chiudendo i battenti … Ne troviamo uno ancora aperto, piuttosto spartano, ma
dobbiamo accontentarci, poi andiamo a concederci il meritato riposo, dopo gli
oltre novecento chilometri percorsi anche oggi nel cuore degli Stati Uniti.
Venerdì 3 Agosto:
Quando scosto le tende della nostra stanza mi esce una piccola imprecazione: il
cielo è cupo e scende una leggera pioggerellina … e pensare che ci aspettava una
giornata intensa, con tante belle cose da vedere, ma non disperiamo e confidiamo
in un rapido miglioramento.
Andiamo a far colazione in un locale attiguo all’hotel che sembra uscito da una
puntata di “Happy Days” e Federico ha un piccolo incidente con una caraffa di
sciroppo d’acero … «Oh … Mamma!» … esclama … si stacca il manico e tutto il
contenuto gli finisce addosso e sul pavimento … è l’apoteosi dell’appiccicoso e
non resta altro da fare che andare in camera a cambiarlo dalla testa ai piedi,
ma dobbiamo farlo mentre si scatena anche il “diluvio universale” … e se il
buongiorno si vede dal mattino non credo proprio che questa possa essere una
giornata eccezionale.
In strepitoso ritardo alla fine partiamo e poco dopo ci presentiamo di fronte al
“gate” del Badland National Park, mentre smette di piovere ma il grigio domina
ancora incontrastato. Acquistiamo la Golden Eagle Card, che ci permetterà di
entrare in tutte le aree nazionali protette degli States e poi varchiamo
l’ingresso del primo parco di questo viaggio.
Il Badland National Park, istituito come Monumento Nazionale nel 1939 ed elevato
a Parco nel 1978, ricopre una vasta area di grande interesse geologico e
naturalistico, in particolare offre scenari composti da fantasiosi pinnacoli
corrosi dagli agenti atmosferici, con sfumature di mille colori, e vaste
praterie nelle quali sono state girate alcune scene del film “Balla coi lupi”,
con Kevin Costner.
Una strada panoramica si sviluppa attraverso la zona dei pinnacoli ed è quella
che ci apprestiamo a percorrere. A piedi ci avventuriamo lungo le passerelle di
legno del Window e del Door Trail, ci fermiamo anche ai numerosi overlook lungo
il tracciato, ma purtroppo non riusciamo a gustarci appieno le bellezze di
Badland, che con la presenza del sole ad esaltarne i colori, avrebbe potuto
offrire uno spettacolo davvero di prim’ordine.
Usciamo dal parco quando sono già passate le 11:00 e utilizzando nuovamente la
Interstate numero 90 ci dirigiamo verso Rapid City, ad ovest del South Dakota,
mentre, dispettoso, esce fuori il sole, e poi scompare ancora sotto a grossi
nuvoloni carichi di pioggia … acc … e doppio acc … Stiamo andando in direzione
del famosissimo Monte Rushmore e il cielo non sembra dare scampo … Invece ci
fermiamo ad un supermercato per una veloce spesa e quando usciamo sulla nostra
testa ci sono ampi squarci di azzurro.
Nonostante sia ormai ora di pranzo corriamo verso il Monte Rushmore e quando ci
arriviamo c’è un sole splendido (che tempo pazzoide!) … Parcheggiamo l’auto e
pochi minuti più tardi siamo di fronte ai quattro presidenti scolpiti nella
roccia delle Black Hills: che emozione, sembrano finti e invece sono proprio
loro!
I lavori per la realizzazione del Mount Rushmore National Memorial iniziarono
nel 1927, con quattrocento operai agl’ordini dello scultore Gutzon Borglum e si
protrassero per quattordici anni, fino alla morte dell’artista nel 1941, alla
fine però i volti di George Washington, primo presidente e padre degli Stati
Uniti, di Thomas Jefferson, terzo presidente e autore della dichiarazione
d’indipendenza, di Theodore Roosvelt, ventiseiesimo presidente e fautore dello
sviluppo economico americano all’inizio del XX secolo, e Abraham Lincoln,
sedicesimo presidente e sostenitore della libertà e dell’uguaglianza durante la
durissima parentesi della guerra civile, erano impressi sulle rocce del South
Dakota fino a che (parole di Borglum) «… vento e pioggia non li porteranno via »
…
Percorriamo il viale con tutte le bandiere dei cinquanta stati dell’unione e
arriviamo alla terrazza panoramica sull’enorme monumento. Restiamo per un po’ ad
ammirare ciò che fino ad oggi avevamo visto solo in fotografia e poi,
lasciandoci alle spalle una vera e propria icona degli States, torniamo all’auto
e pranziamo velocemente con i nostri sandwich.
Viste le buone condizioni meteorologiche non perdiamo tempo e al più presto
riprendiamo strada, così non possiamo fare a meno di notare l’enorme
quantitativo di moto (soprattutto Harley Davidson) che circolano … evidentemente
la zona è un cult per gli appassionati di questo genere.
Ci avviamo verso il cuore delle Black Hills, fra sterminate praterie, non a caso
la regione è stata il set di una serie televisiva molto nota alla nostra
generazione, perché “La casa nella prateria” ha fatto decisamente parte della
nostra infanzia.
Saliamo a suggestivi tornanti fra le montagne ed entriamo nel Custer State Park,
una riserva di quasi trecento chilometri quadrati nella quale pare sia molto
facile incontrare fauna selvatica. Infatti percorrendo il Wildlife Loop
incontriamo cervi e antilopi, l’immensa mandria di bisonti per cui il parco va
famoso e i simpaticissimi cani della prateria, così possiamo lasciare le Black
Hills davvero appagati … e scendiamo ancora a stretti tornanti, lungo la Needles
Highway, fra anguste gallerie, incredibili strettoie e le suggestive creste
granitiche delle Cathedral Spires.
Ormai è sera e, mentre il cielo s’incupisce nuovamente, ci accontentiamo di
vedere solo da lontano il Crazy Horse Memorial, un’altra grande scultura che sta
prendendo forma fra queste montagne. Ideata da Korczak Ziolkowski, assistente di
Gutzon Borglum nei lavori di Monte Rushmore, per onorare il capo indiano Cavallo
Pazzo, è stata iniziata nel 1948 e la sua realizzazione è sempre andata avanti
con estrema lentezza e fra mille problemi, soprattutto dopo la morte dello
scultore nel 1982, ma quando sarà completata sarà la più grande scultura al
mondo, larga 195 metri e alta 172 (i quattro presidenti sono alti “appena” 18
metri!). Per il momento, però, si distingue solo il viso del suo fiero
protagonista …
Scattata qualche foto andiamo spediti verso il termine della tappa, perché il
sole, che appare e scompare fra le nuvole, sta rapidamente tramontando.
Lungo l’ultimo tratto di strada ci lasciamo alle spalle il South Dakota ed
entriamo nel Wyoming, quindi, poco dopo le 20:00, arriviamo nella cittadina di
Sundance, dove ci fermiamo per la notte al Best Western Inn. Andiamo subito a
cena in quello che sembra essere l’unico ristorante del paese e poi ci ritiriamo
nei nostri appartamenti: è stata proprio una bella giornata, intensa e ricca di
emozioni, peccato solo per il cattivo tempo al Badland National Park.
Sabato 4 Agosto:
Il sole filtra, all’alba, dalla finestra della nostra camera, e nel contempo
suona la sveglia, perché anche oggi dovremo percorrere oltre settecento
chilometri, completando così la marcia di avvicinamento alle Montagne Rocciose.
Nella zona geografica della Black Hills c’è però ancora da fare un’importante
visita, quindi, sbrigate le faccende mattutine e caricati in auto i bagagli,
andiamo poche miglia a nord-ovest di Sundance per vedere la sorprendente Devils
Tower.
Sei ragazze Sioux stavano raccogliendo fiori quando furono aggredite da alcuni
orsi … Il grande spirito, per aiutarle, sollevò allora il terreno sotto di loro
e gli orsi provando ad arrampicarsi lasciarono il segno degli artigli sulla
roccia, ma dovettero desistere … Così nacque, secondo una leggenda indiana, la
Devils Tower … In realtà, uno dei più grandi monoliti di basalto al mondo, si è
venuto a creare grazie ad un fenomeno vulcanico e si erge, impetuoso, con i suoi
263 metri, fra le dolci colline del Wyoming orientale.
Osserviamo la “Torre dei diavoli” un po’ da tutte le angolazioni … non c’è che
dire, è fotogenica, del resto è apparsa anche nella famosa pellicola
cinematografica “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, per la regia di Steven
Spilberg, nell’ormai lontano 1977 … e poi ci facciamo conquistare dalla simpatia
dei numerosissimi cani della prateria, che brulicano nei prati circostanti e al
nostro passaggio si ergono sulle zampette posteriori.
Già prima delle 10:00 riguadagniamo la Interstate 90, che seguiamo spediti verso
ovest, fra le immense praterie e i numerosissimi cervidi a brucare l’erba sui
bordi della strada … la cui presenza ormai non fa più notizia.
Superata la cittadina di Sheridan usciamo dall’autostrada e c’inoltriamo,
tramite la Highway numero 14, fra le alte montagne della Bighorn National Forest.
Sfioriamo i tremila metri di quota e dopo una sosta per pranzare al fresco
effettuiamo una piccola deviazione, lungo uno sterrato, per andare a vedere il
Bighorn Medicine Wheel, un enigmatico circolo di pietre utilizzato dagl’indiani
per motivi rituali da oltre settecento anni, ma dal parcheggio al termine della
carrareccia ci sono da percorrere ancora tre miglia a piedi e, nonostante la
cosa possa apparire interessante, dobbiamo rinunciare perché, soprattutto, non
c’è tempo sufficiente a disposizione.
Riconquistato il nastro d’asfalto scendiamo rapidamente dalle montagne e
tornati, quasi duemila metri più in basso, alle praterie, la temperatura risale
nuovamente di oltre dieci gradi.
Raggiunta in questo modo la località di Lowell deviamo sulla destra, poco prima
dell’abitato, per andare a visitare la Bighorn Canyon National Recreation Area,
una zona protetta nata nel 1966 attorno ad un lago artificiale e lungo il corso
del Bighorn River.
Appena imboccata la strada del parco il sole, purtroppo, sparisce dietro a
grossi nuvoloni grigi, ma noi non ci perdiamo d’animo e ci rechiamo nel luogo
detto Horseshoe Bend, dove il fiume forma un laghetto contornato da rocce
rossastre … Nel frattempo si alzano dal nulla fortissime folate di vento, che
ripuliscono il cielo in pochi minuti, e come per magia si accendono tutti i
colori del paesaggio … incredibile: siamo nel nord degli States, neanche troppo
distanti dal Canada, e qui l’ambiente è di tipo desertico tanto che pare di
essere in Arizona, invece ci spostiamo poco più a nord ed entriamo addirittura
per alcune miglia nello stato del Montana.
Raggiungiamo così lo straordinario Devil’s Canyon Overlook, vertiginoso punto
panoramico che ci permette di osservare dall’alto la smisurata voragine nella
quale scorre il Bighorn River … bello, molto bello, ma naturalmente non possiamo
soffermarci più di tanto perché si sta facendo tardi.
Ritornati a Lowell e nel Wyoming riprendiamo la strada verso occidente, una
strada disseminata, ai suoi lati, di caratteristiche pompe per l’estrazione del
petrolio, in un affascinante paesaggio, ed è così che, trasportati dallo scattar
fotografie, anziché andare in direzione della città di Cody (fondata dal mitico
Buffalo Bill, alias William Cody), ci troviamo molto più a nord, nel Montana, e
invece di tornare indietro improvvisiamo un percorso alternativo.
L’errore commesso ci è costato non più di una ventina di miglia e poi, forse,
non tutti i mali vengono per nuocere, perché ci troviamo a dover percorrere per
intero la Beartooth Scenic Byway, ardita strada aperta nel 1936 e, a quanto si
dice, una delle più spettacolari del nord-america.
Cominciamo infatti a salire fra altissime montagne, che superano i quattromila
metri di quota, sulle quali qua e là c’è ancora qualche sprazzo di neve e dopo
un’infinità di curve, fra stupendi panorami, tocchiamo quello che quasi
sicuramente sarà il tetto del viaggio: il Beartooth Pass, che si eleva a 10974
piedi (3345 metri!) sul livello del mare … con la temperatura esterna di pochi
gradi al di sopra dello zero e con la nonna, che non lo dà a vedere, ma è un
tantino preoccupata per la sua pressione alta … Per fortuna poi in poche decine
di miglia dimezziamo la quota e, sfiorando anche un incidente con un bambi,
apparso all’improvviso in mezzo alla carreggiata, giungiamo per la sera nella
remota cittadina di Cooke City, ormai alle porte del celeberrimo Yellowstone
National Park.
Ci sistemiamo in un motel della catena Super 8 e subito dopo usciamo per cena in
un locale molto western, con vecchi attrezzi e trofei di caccia alle pareti,
concludendo in questo modo una bella giornata, considerando che doveva essere a
carattere, più che altro, di solo trasferimento.
Domenica 5 Agosto:
A una settimana esatta dalla partenza splende il sole oltre il vetro della
finestra e in cuor nostro sentiamo di aver completato ormai la parte più
difficile del viaggio, con la conquista delle Montagne Rocciose, magnifica
dorsale nord-americana che adesso seguiremo da nord verso sud … non prima però
di aver visitato uno dei simboli a stelle e strisce per eccellenza: lo
Yellowstone National Park.
Fa decisamente freddo nelle prime ore del mattino quando ci lasciamo alle spalle
Cooke City, ma il cielo è terso e confidiamo in un veloce innalzamento della
temperatura. Percorriamo poche miglia e ci troviamo di fronte alla porta
d’ingresso di Yellowstone, che oltrepassiamo rapidamente grazie alla Golden
Eagle Card, così è una grande emozione trovarsi entro i confini del più famoso
parco naturale al mondo.
Frutto di un apocalittico fenomeno vulcanico verificatosi circa seicentomila
anni fa e vasto novemila chilometri quadrati (poco più dell’Umbria!), lo
Yellowstone National Park è stato fondato nel 1872 ed è il più antico Parco
Nazionale degli Stati Uniti e dell’intero pianeta, dichiarato “Patrimonio
dell’umanità” dall’Unesco nel 1978.
Subito ci vengono in mente Yogi, Bubu e il Ranger Smith, celebri personaggi dei
cartoon che qui sono idealmente collocati … ma degl’orsi, per ora, neanche
l’ombra. In compenso, percorrendo la strada che segue la Lamar Valley,
incontriamo numerose mandrie di imperiosi bisonti, che pascolano tranquillamente
nei vastissimi prati ai margini della carreggiata.
Viaggiando spensieratamente, immersi nella natura, in questo verdissimo
altopiano ad oltre duemila metri di quota, giungiamo così al primo luogo di un
certo interesse: il curioso Petrified Tree. E’ il tronco pietrificato di un
albero vecchio di cinquanta milioni di anni … niente di speciale se paragonato
al Petrified Forest National Park in Arizona, ma questo ha la particolarità di
essere ancora bello dritto e radicato al suolo.
Imboccando la strada che va a sud del parco ci fermiamo a vedere il punto
panoramico sullo Yellowstone River detto Calcite Spring, e le vicine Tower Falls,
il salto di 40 metri che fanno le acque del Tower Creek per gettarsi nell’alveo
del fiume che da il nome al parco.
Risaliti in auto sfioriamo il Mount Washburn e arriviamo a Canyon Village per
visitare tutti i punti panoramici sullo straordinario Grand Canyon of the
Yellowstone, perché in questa zona il fiume scorre in una voragine profonda fra
i 250 e i 400 metri, fra pareti dalle incredibili sfumature di giallo … il
motivo per cui il corso d’acqua si chiama, appunto, Yellowstone.
Ci fermiamo a Inspiration Point e poi a Grand View, da dove si vedono le
spettacolari Lower Falls, mentre purtroppo le condizioni del tempo mutano
rapidamente ed il cielo si copre di grossi nuvoloni … Tutto è nell’ombra quando
ci rechiamo all’Upper Falls View e subito dopo dobbiamo addirittura rinunciare a
percorrere l’Uncle Tom’s Trail, fino alla base delle cascate, perché minaccia
seriamente di piovere.
La giornata potrebbe anche essere irrimediabilmente rovinata … è questo il
pensiero che ci passa per la testa mentre andiamo ad ovest, verso Norris, e
scende un piccolo diluvio, ma il temporale passa in fretta e, dopo aver
avvistato in lontananza un bel gruppo di cervidi, ci fermiamo a pranzare in
un’area attrezzata per pic-nic (chissà se Yogi è già in agguato, pronto a
mettere le mani, cioè le zampe sul nostro cestino della merenda?).
Quando ripartiamo, nel primo pomeriggio (senza aver ricevuto la visita di Yogi),
grossi nuvoloni vengono ancora all’arrembaggio e scappiamo da Norris verso nord,
dove il cielo sembra offrire qualche sprazzo d’azzurro in più.
Lungo la strada ci fermiamo a fotografare un bellissimo cervo dalle enormi corna
e poi osserviamo l’interessante Roaring Mountain, uno scosceso dirupo
disseminato di fumarole, e la Sheepeater Cliff, una cresta rocciosa formata da
curiose colonne di basalto dalla forma incredibilmente regolare, infine, mentre
il cielo si va rapidamente incupendo, giungiamo a Mammoth Hot Spring: a quanto
si dice una delle zone più spettacolari del parco.
Sull’intero fianco di una montagna si verifica uno dei più sbalorditivi fenomeni
geotermici di Yellowstone: dalle profondità del terreno scaturiscono numerose
sorgenti di acqua calda che scendendo a valle formano una serie di bacini a
scala, impilati uno sull’altro e fatti di bianchissimo travertino, una roccia
calcarea che a volte si combina con microrganismi, batteri e alghe di ogni
genere assumendo stupefacenti sfumature di colore, dal verde all’arancio,
passando per il giallo, il rosa e il marrone … una vera meraviglia, insomma! …
ma i nuvoloni grigi che stazionano costantemente sulla nostra testa non ci danno
tregua, così decidiamo di attendere nel parcheggio del sito tempi migliori per
la visita.
Aspettiamo oltre un’ora, poi le nuvole cominciamo lentamente a diradarsi
lasciando filtrare qualche timido raggio di sole, allora c’inoltriamo a piedi
lungo le passerelle di legno e possiamo osservare le terrazze calcaree di
Mammoth Hot Spring in tutta la loro straordinaria bellezza: candide cascate di
roccia sulle quali un distratto pittore sembra essersi lasciato sfuggire di mano
bidoni di vernici delle più svariate tonlità. In particolare ci lasciano
esterrefatti le zone denominate Canary Spring e Palette Spring nella Lower
Terrace Area e l’Orange Spring Mound nell’Upper Terrace Area, che si visita
comodamente seduti in auto.
Seppur condizionati dall’estrema variabilità del tempo, armati di santa
pazienza, siamo riusciti a completare positivamente l’esplorazione di Mammoth
Hot Spring e ripreso il nostro itinerario, che abbiamo cercato di adattare agli
eventi, torniamo verso sud per andare a vedere il Norris Geyser Basin, che
avevamo tralasciato qualche ora prima.
Quando si parla di Yellowstone per prima cosa viene in mente la fauna selvatica
e per seconda, sicuramente, i geyser … nel parco ce ne sono oltre trecento (la
più alta concentrazione al mondo!) e nel Bacino di Norris se ne possono già
vedere alcuni (la maggior parte li vedremo domani), assieme a tanti altri
fenomeni geotermici, come le fumarole, le sorgenti d’acqua calda (Hot Spring) e
gli stagni di fango bollente.
Percorrendo così il sentiero del Black Basin di Norris c’immergiamo in un
paesaggio dantesco, al limite del mondo reale, tra sbuffi di vapore e pozze
gorgoglianti, alimentate dal calore del magma, che in questo punto è
particolarmente vicino alla superficie.
Assediati dal solito temporale, che incalza da sud, completiamo appena in tempo
l’intrigante trail nel Norris Geyser Basin e subito dopo partiamo in direzione
di West Yellowstone, cittadina del Montana appena fuori i confini occidentali
del parco, sotto ad un violento acquazzone.
Smette di piovere solo quando ormai siamo giunti a destinazione e veniamo
accolti da uno stupendo arcobaleno, che sembra essere l’ideale porta di uscita
da Yellowstone.
Prendiamo possesso della nostra stanza al Comfort Inn e poi usciamo per cena in
un locale tipicamente western, mettendo la parola fine su questa prima giornata
di visite a Yellowstone, che effettivamente è un luogo straordinario, forse
unico al mondo … peccato solo per i chiaroscuri dettati dalle condizioni del
tempo, che a quanto pare domani non saranno migliori, anzi …
Lunedì 6 Agosto:
Quando ci svegliamo e guardiamo fuori dalla finestra abbiamo la sensazione di
essere nel bel mezzo della Pianura Padana in pieno novembre, con una densa
nebbia che avvolge ogni cosa … Un po’ rattristati facciamo colazione e
mestamente lasciamo in Comfort Inn tornando in direzione di Yellowstone.
Seguiamo la strada che pian piano sale verso il centro del parco costeggiando il
Madison River, le cui acque devono essere molto calde perché fumano
abbondantemente dando l’impressione di generare l’odiosa bruma che ci circonda …
Non disperiamo però, perché sulla nostra verticale ogni tanto s’intravede la
sagoma di un pallidissimo sole.
Giunti all’incrocio di Madison andiamo verso sud, percorriamo in un ambiente
ovattato la Firehole Canyon Drive e poi, poco più avanti, imbocchiamo anche la
Firehole Lake Drive, che s’inoltra nel cosiddetto Lower Geyser Basin, mentre
sono quasi le 10:00 e sopra di noi appare qualche beneaugurante sprazzo
d’azzurro. Ci fermiamo così nei pressi dell’intrigante White Dome Geyser e lì ci
mettiamo in attesa del sole … Aspettiamo una buona mezzora, ma alla fine veniamo
premiati da un bellissimo cielo terso e da una spettacolare eruzione del geyser.
Ripresa finalmente strada accompagnati da buone condizioni meteorologiche,
avvistiamo nella boscaglia ai lati della carreggiata due stupendi coyote che
vagano probabilmente alla ricerca di cibo … Riusciamo in qualche modo ad
immortalarli e poi, completata la deviazione, torniamo sul percorso principale
del parco che riprendiamo a seguire verso l’uscita più meridionale di
Yellowstone.
Tralasciamo la parte del Lower Geyser Basin sulla nostra destra per giungere,
poche miglia più avanti, al ben più interessante Midway Geyser Basin, dove si
trova la Grand Prismatic Spring, la più grande sorgente di acqua calda del
parco, con quasi cento metri di diametro, nonché la seconda al mondo.
A piedi ci avviamo lungo le passerelle di legno e possiamo osservarla da vicino,
con le sue meravigliose sfumature di colore … ma non ci accontentiamo. Saliamo
in auto, percorriamo un altro brevissimo tratto di strada e, oltrepassato il
ponte pedonale sul Firehole River, c’incamminiamo lungo il sentiero che conduce
a Fairy Falls.
Dopo 15 minuti di passeggiata eccoci di nuovo al Midway Geyser Basin, ma
dall’altra parte del fiume, e in prossimità della Grand Prismatic Spring
saliamo, non senza fatica, sulla collina di fronte per vedere il luogo dall’alto
… un incanto, con tutta la vallata ai nostri piedi e la sorgente che pare quasi
un elemento astratto, con la sua forma circolare quasi perfetta ed i bordi
evanescenti, di mille colori, dal verde, al rosso, al giallo, che spiccano fra
enormi stuzzicadenti carbonizzati (il frutto di un incendio che parecchi anni fa
ha devastato il parco) … una scena emozionante … forse la più bella veduta di
Yellowstone!
E’ quasi mezzogiorno quando, riguadagnata l’auto, proseguiamo entusiasti ancora
verso sud e ci andiamo a fermare prima al Biscuit Basin, un’altra zona ricca di
fenomeni geotermici interessanti, che si sviluppa intorno all’azzurrissima
Sapphire Pool, e poi nel grande parcheggio dell’Upper Geyser Basin, il luogo più
famoso di Yellowstone per quanto riguarda le sorgenti termali, con i loro più
svariati brontolii e zampilli d’acqua bollente provenienti dal sottosuolo.
Pranziamo in un’area attrezzata per pic-nic e poi nel primo pomeriggio partiamo
a piedi per esplorare la zona con la più alta concentrazione di geyser al mondo:
75 in un’area di circa sei chilometri quadrati (un quarto di quelli esistenti
sul pianeta), oltre a 600 sorgenti di acqua calda.
Prima di tutto ci fermiamo di fronte a “Sua Maestà”, l’Old Faithful,
probabilmente il geyser più famoso sulla faccia della Terra, la cui eruzione è
prevista fra meno di mezzora, alle 14:55 … Il “Vecchio Fedele” (questa è la
traduzione letteraria del suo nome) è rinomato per la sua puntualità, e scaglia
il suo getto di acqua calda e vapore fino a 55 metri di altezza, a intervalli
compresi fra i 45 e i 110 minuti, con un errore di previsione di circa il 10% …
Infatti poco dopo le 15:00, di fronte ad un folto pubblico, si esibisce nel suo
proverbiale soffio … forse non una delle sue migliori performance (poteva fare
molto di più), ma sicuramente emozionante!
Dopo lo spettacolo dell’Old Faithful continuiamo nell’esplorazione dell’Upper
Geyser Basin scavalcando una prima volta il Firehole River per vagare tra i
gorgoglii e gli sbuffi di vapore di Geyser Hill e una seconda volta per giungere
nei pressi dello stupefacente Castle Geyser, uno dei più antichi e scenografici
del parco.
Il tempo vola e siamo costretti, nostro malgrado, a lasciarci alle spalle anche
l’Upper Geyser Basin per riprendere il tragitto, che è ancora molto, molto lungo
per giungere alla fine della tappa … non prima però di aver dato un’occhiata
anche al vicino Black Sand Basin, nel quale spicca il bellissimo Sunset Lake,
dai riflessi cristallini.
La strada principale dopo Old Faithful sale dolcemente verso il Craig Pass, a
circa 2500 metri di quota, e lì oltrepassiamo, nel giro di poche miglia, per ben
due volte la Continental Divide, quell’ideale linea spartiacque fra Oceano
Atlantico e Pacifico, e subito dopo arriviamo a West Thumb, sulle rive del Lago
Yellowstone, che occupa un antico cratere vulcanico ed è il più grande specchio
d’acqua di montagna di tutta l’America settentrionale.
A West Thumb andiamo a vedere un altro Geyser Basin, ma, forse complice il fatto
di essere ormai ubriachi di fumarole e pozze gorgoglianti, ci delude un tantino
… Non ci ha affatto deluso, invece, lo Yellowstone National Park, che
probabilmente da solo vale il viaggio e che poco più tardi ci lasciamo alle
spalle uscendo dalla sua porta più meridionale …
In mezzo a un bel temporale attraversiamo un altro Parco Nazionale, quello di
Grand Teton, quasi la naturale continuazione di Yellowstone, istituito nel 1929
allo scopo di preservare una zona ricca di fauna selvatica, tempestata di laghi
e disseminata di altissime vette (i Tetons, appunto), che sfilano sulla nostra
destra, ma sono controsole e avvolti dalle nuvole, quindi infotografabili.
Condizioni meteo permettendo, forse, torneremo domani mattina … intanto per la
notte arriviamo nella bella cittadina di Jackson Hole, prendiamo alloggio nel
locale Super 8, ceniamo da Pizza Hut (una catena particolarmente cara a
Federico) e in questo modo concludiamo una strepitosa giornata, che mai
dimenticheremo!
Martedì 7 Agosto:
Dopo un piccolo allagamento in bagno durante la notte, ci alziamo che fuori
splende il sole, così faremo un po’ di chilometri a ritroso per vedere i Tetons
con la giusta luce.
Già prima delle 9:00 siamo in viaggio verso il Parco Nazionale e poco più tardi
in riva al placido Jenny Lake a fotografare la magnifica quinta naturale di
rocce che supera abbondantemente i quattromila metri di altezza.
Nella quiete del mattino torniamo quindi verso Jackson Hole e avvistiamo una
bella mandria di cervidi … poi, in lontananza, un orso che corre verso la
boscaglia … bingo! Proprio l’animale che tenevamo più di tutti incontrare …
Purtroppo però sparisce rapidamente fra la vegetazione e non lo vediamo più:
sono stati solo pochi istanti ma fantastici!
Arrivati nuovamente in città ci dedichiamo alla visita del centro storico, sorto
alla fine dell’Ottocento laddove un tempo si teneva una fiera di cacciatori di
pellicce, e tutto fatto di caratteristici edifici in legno stile western, eretti
lungo le strade a scacchiera che si sviluppano intorno a Town Square, la piazza
principale, caratterizzata ai quattro angoli da monumentali archi fatti di corna
di daini e wapiti.
Ci lasciamo irretire dai numerosi negozi di souvenir e affascinare da un enorme
teschio di bisonte da appendere al muro, ma ci chiedono 600 dollari per la sola
spedizione in Italia, oltre al costo effettivo dell’oggetto, e seppur
contrariati abbandoniamo l’idea … e in tarda mattinata anche Jackson Hole, che
ci lasciamo alle spalle diretti a sud lungo la Highway numero 89.
Ci sono oltre cinquecento chilometri da percorrere ancora quest’oggi e poco più
tardi, quando imbocchiamo la valle del Green River, nonché Highway numero 189,
il paesaggio si fa improvvisamente arido, quasi di tipo desertico. Siamo
praticamente in mezzo al nulla, mentre l’ora si fa tarda e cresce l’appetito, ma
lungo il percorso non c’è neanche un albero per ripararsi dal sole e le località
segnate sulla cartina sono insignificanti, così giungiamo ben oltre le 14:00
nella cittadina di Green River.
Parcheggiati nei pressi di un piccolo parco pubblico possiamo finalmente
pranzare, mentre ci accorgiamo che il sasso scagliato dalla ruota di un camion
lungo l’autostrada ci ha scheggiato il vetro dell’auto … speriamo il crepo non
si allunghi e che il danno sia compreso nell’assicurazione.
Intorno alle 15:00 ripartiamo e poco più a sud dell’abitato entriamo nella
Flaming Gorge National Recreation Area, nata nel 1968 lungo le rive di un tratto
particolarmente interessante del Green River. Lasciamo il Wyoming ed entriamo
anche nello Utah (stato che avevamo già toccato nel viaggio del 2004),
contornati da bellissimi scorci sul fiume e sulle rocce rosse che lo
fiancheggiano. Saliamo quindi a Red Canyon, uno spettacolare punto panoramico
sul Green River che qui scorre, fra alte pareti, oltre trecento metri più in
basso in una quiete primordiale, perché il luogo non è molto conosciuto e siamo,
in pratica, gli unici turisti presenti.
Ripreso il nostro itinerario valichiamo un passo a 2800 metri di quota e poi
scendiamo, fra belle viste, alla città di Vernal, dove ci fermeremo al calar
della sera, ma non ora … e proseguiamo oltre, per la sezione più occidentale del
vicino Dinosaur National Monument.
Il Monumento Nazionale, istituito nel 1915 per tutelare il più vasto giacimento
al mondo di ossa di dinosauro, si è successivamente ampliato inglobando ampie
aree d’interesse puramente paesaggistico. La zona più famosa del parco, il
Dinosaur Qarry, dove si possono osservare diversi resti fossili ancora
incastonati nell’arenaria, è però chiusa per restauri, e lo sapevamo fin da
casa, così ci dedichiamo alle bellezze naturali e raggiungiamo la cosiddetta
Split Mountain, una scenografica roccia a picco (manco a dirlo) sul Green River.
Parcheggiata l’auto ci avviamo a piedi verso il fiume, dove alcuni appassionati
di rafting stanno riportando in secca i loro gommoni, avvistiamo un serpentello
e pochi istanti più tardi accade un piccolo incidente … A scheggiarsi questa
volta è la testa di Federico, contro la sporgenza di un cassonetto metallico …
un taglio non profondo a prima vista, ma sufficiente a farci rientrare
precauzionalmente a Vernal e all’Econo Lodge che ci ospiterà per la notte.
Prestiamo qualche cura al piccolo e poi usciamo per cena ancora da Pizza Hut,
per consolarlo, quindi trascorriamo un’ora abbondante dentro ad un enorme
supermercato, prima di trascinarci stanchissimi in camera per il meritato
riposo.
Mercoledì 8 Agosto:
Praticamente a metà del viaggio, ma già oltre la metà del percorso, ci svegliamo
nello Utah, la nazione per antonomasia dei mormoni, anche se questa zona dello
stato va soprattutto famosa per i ritrovamenti dei resti fossili appartenuti ai
grandi rettili del Giurassico, così, chiuso il Dinosaur Quarry, ci consoliamo
dedicandoci all’interessante Museo di Storia Naturale di Vernal.
In meno di un’ora ripercorriamo, con l’ausilio di belle ricostruzioni, la storia
geologica e paleontologica della regione, quindi partiamo in auto per vedere la
sezione centrale del Dinosaur National Monument.
Seguendo la Highway numero 40 verso est entriamo nello stato del Colorado e
giunti nel piccolo agglomerato di Dinosaur (dove le poche vie portano i nomi dei
rettili preistorici) ci avventuriamo nel parco lungo la Harpers Corner Drive …
Percorriamo quasi trenta miglia, fino all’Island Park Overlook, ma potevamo
risparmiarci il tragitto, perché qualsiasi altra escursione nella zona ci
avrebbe offerto gli stessi panorami … non brutti, ma neanche entusiasmanti.
Tornati a Dinosaur prendiamo quindi a seguire le strade numero 64 e 139 verso
sud. Oltrepassiamo un valico a quasi tremila metri di quota e arrivati a Grand
Junction scavalchiamo il fiume Colorado, che tanti bei ricordi ci porta alla
mente, per giungere quasi alle 14:00 all’ingresso est del Colorado National
Monument.
Pranziamo in un’area per pic-nic e nel primo pomeriggio prendiamo il via per
visitare il parco, nato come Monumento Nazionale già nel 1911 allo scopo di
conservare uno dei più classici paesaggi del West americano.
Saliamo con gli spettacolari tornanti della Rim Rock Drive su di un altopiano
(il Colorado Plateau) e cominciamo poi a seguirne il bordo, fatto di rocce erose
dagli agenti atmosferici e dagli straordinari colori (rosso, viola, arancio e
marrone) dovuti all’abbondante presenza di ferro e altri minerali.
Ci fermiamo ai vari punti panoramici segnalati lungo il percorso, immersi in un
sublime paesaggio, a partire dal Red Canyon Overlook per arrivare allo stupendo
Artist Point e al Coke Ovens Overlook, caratterizzato da una curiosa sfilata di
rocce, mentre un sole dispettoso gioca a nascondino fra nuvole che sembrano
tanti batuffoli di ovatta … Proseguendo senza fretta arriviamo poi agli
eccezionali Monument Canyon View, Grand View e Indipendence Monument View, tutti
meravigliosi scorci sulla sottostante vallata e sulla più alta guglia del parco.
Oltrepassato il Visitor Center effettuiamo anche la piccola deviazione che porta
a Book Cliff View e al brevissimo Window Rock Trail, percorso il quale possiamo
assaporare la magnifica vista d’insieme su quasi tutte le formazioni rocciose
del Colorado National Monument.
Scendendo a stretti tornanti verso l’ampia vallata del Colorado River,
osserviamo infine il precario equilibrio della Balanced Rock e subito dopo
lasciamo il parco, che ci ha veramente deliziati, con i suoi vasti panorami, e
soddisfatti oltremisura, sotto tutti i punti di vista.
Passate ormai le 18:00 riprendiamo a macinar chilometri verso sud (ormai è
questo il segno cardinale prevalente) e seguendo la strada numero 50 arriviamo
per la sera al Super 8 di Montrose. Usciamo per cena da Denny’s (un’altra buona
catena di fast food) e come al solito ci ritiriamo in camera a meditare sulla
bella giornata appena trascorsa e sul viaggio … fin qui faticoso, ma al tempo
stesso ricco di soddisfazioni.
Giovedì 9 Agosto:
C’è un bellissimo sole quest’oggi in Colorado, e possiamo ritenersi fortunati
perché la scorsa settimana è piovuto tantissimo.
Consumiamo la colazione in hotel e ci lasciamo alle spalle Montrose per andare
nel vicino Black Canyon of the Gunnison National Park … Creato nel 1933 come
National Monument per proteggere le 12 miglia più spettacolari del canyon
formato dal fiume Gunnison prima di gettarsi, a Grand Junction, nelle acque del
Colorado, è stato elevato a Parco Nazionale nel 1999 e forse a giusta ragione
viste le impressionanti dimensioni della voragine, fra le più sbalorditive a
livello mondiale.
Entriamo nel parco seguendo la strada che s’inerpica su di un sistema montuoso
tagliato in due dal fiume e giunti nel South Rim prendiamo a fermarci ai vari
overlook, a cominciare dallo straordinario Gunnison Point e poi il Cross
Fissures View … La luce non è sempre ottimale ed il fondo del canyon spesso
nell’ombra, uno dei motivi per cui si chiama Black, oltre al colore scuro delle
rocce che lo formano … E’ da brividi però il Painted Wall View, la vista sulla
parete più impressionante del parco, striata di magnifiche venature e
praticamente verticale: un salto unico di oltre 700 metri dal bordo fino alla
sottostante ansa del Gunnison River!
Dopo aver percorso anche il breve ma suggestivo trail che porta a Dragon Point
torniamo senza fretta verso l’ingresso del parco e credendo di abbreviare il
percorso scendiamo lungo la ripidissima East Portal Road, fino all’alveo del
fiume, per renderci poi conto che la strada era senza uscita, ma comunque
spettacolare … quindi non una perdita di tempo.
Imboccata la via giusta torniamo, appagati, sulla Highway numero 50 e andando
verso est dopo poche miglia entriamo nella Curecanti National Recreation Area:
qui il Gunnison River, sbarrato da una diga, crea un bellissimo lago, contornato
da altrettanto belle alture, fra le quali spiccano gli scenografici Dillon
Pinnacles, che si stagliano sull’azzurro di un cielo oggi più terso che mai.
Pranziamo in un’area di sosta sulle rive del lago, che poi percorriamo tutto da
ovest ad est, quindi giriamo a destra lungo la strada numero 149, che va a sud
inerpicandosi sulle montagne.
Superata la cittadina di Lake City, a 2700 metri di quota, il nastro d’asfalto
sale ancora, un tornante dopo l’altro, e poi ancora … fino a toccare gli 11530
piedi (3514 metri!) del Slumgullion Pass … credevamo nei pressi di Yellowstone
di essere saliti sul tetto del viaggio e invece ecco battuto il record!
Lungo la discesa scorgiamo, ai bordi della carreggiata, alcune simpatiche
marmotte e poi ci fermiamo a vedere le intriganti Clear Creek Falls, un salto di
cento piedi che l’acqua di un torrente esegue in un magnifico contesto di
verdissime vette sulle quali c’è ancora, qua e là, qualche chiazza di neve.
Scendendo ancora imbocchiamo la vallata del Rio Grande, storico fiume del West,
assieme al Colorado, che termina la sua corsa nel lontano Golfo del Messico, e
arriviamo in un vastissimo altopiano nel quale si trova il Great Sand Dunes
National Park, che ci avviamo a visitare, mentre notiamo sul vetro dell’auto un
secondo crepo dovuto ad un sasso e ci lasciamo uscire di bocca qualche
imprecazione …
Trasformato da Monumento a Parco Nazionale nel 2000, il Great Sand Dunes
abbraccia un’area che si estende ai piedi delle Sangre de Cristo Mountains nella
quale, per una strana combinazione di venti, si sono venute a creare le più
impressionanti dune di sabbia di tutti gli States, che raggiungono un’altezza di
quasi duecento metri … Infatti appaiono all’orizzonte quando sono lontane ancora
diversi chilometri e una volta raggiunte guadiamo a piedi un fiumiciattolo e
proviamo a scalarle … Quanta fatica, ma ne è valsa la pena: anche se non è stata
raggiunta la sommità, per la quale servono diverse ore di cammino, ci siamo
immersi completamente nell’ambiente e abbiamo goduto di bellissimi panorami.
Ormai con le prime luci del tramonto ci lasciamo alle spalle il Great Sand Dunes
National Park, un pezzetto di Sahara fra le Montagne Rocciose, e per la notte
raggiungiamo il Days Inn di Alamosa, città del sud del Colorado. Ceniamo in una
pizzeria con tanti cimeli italiani alle pareti, ma di italiano non c’è altro, a
parte una remota discendenza della ragazza che serve ai tavoli, e poi ci
trasciniamo in camera, mettendo la parola fine su di un’altra bella giornata.
Venerdì 10 Agosto:
E’ un vero piacere alzarsi al mattino mentre il sole splende alto nel cielo del
Colorado, così partiamo, carichi di nuova energia, ancora verso sud, lungo la
Highway numero 285.
Nei pressi della località di Antonito notiamo una vecchia locomotiva che sbuffa
vapore, pronta a partire per il giro turistico sulla storica Cumbres and Toltec
Scenic Railroad e poco più tardi lasciamo il Colorado per entrare nel New
Mexico.
Viaggiando sulla numero 64 attraversiamo il Rio Grande sullo spettacolare Gorge
Bridge, imponente struttura metallica realizzata nel 1966, a quasi duecento
metri di altezza sul corso del fiume, che scorre entro le ripide pareti rocciose
di un profondo canyon … Lì ci fermiamo per qualche istante così da raggiungere a
piedi il centro del ponte da quale c’è una bella veduta e poi per curiosare fra
alcune bancarelle indiane, che sono il preludio alla prossima, imminente,
visita.
Ancora una manciata di miglia e arriviamo a Taos, avamposto spagnolo in epoca
coloniale, nonché patria di una delle più antiche comunità di nativi americani
degli Stati Uniti. Poco più a nord dell’abitato si trova infatti il Taos Pueblo,
dove ci apprestiamo ad andare e dove la popolazione di lingua Tiwa ha vissuto
per almeno mille anni e tuttora continua a vivere.
Ci registriamo all’ingresso del villaggio e subito dopo cominciamo ad esplorarlo
… per quanto possibile, visto che non tutte le zone sono accessibili. Ci avviamo
verso il centro e quando giungiamo sulla Plaza, risalente al XVIII secolo,
restiamo ammaliati: fantasiosi edifici in adobe (una tecnica costruttiva che
prevede l’utilizzo di erba e fango essiccati) ci circondano, a partire dalla
caratteristica chiesa di San Geronimo, per passare alle abitazioni, anche a più
piani, che si stagliano mirabilmente sull’azzurro cielo del New Mexico.
Ci perdiamo volutamente fra i vicoli, alla ricerca di suggestivi scorci, e nei
negozietti di souvenir indiani, così passiamo due ore abbondanti a Taos Pueblo,
completamente immersi in un’atmosfera surreale, nella quale prevalgono le calde
tonalità della terra e i forti contrasti legati alle tradizioni di questo antico
popolo.
Lasciato il Pueblo, ormai in tarda mattinata, ci dirigiamo verso il centro della
Taos coloniale, fondata dagli spagnoli nel 1630, che si sviluppa intorno alla
scenografica piazza sulla quale prospettano fabbricati, anche moderni, in stile
rigorosamente adobe … Non mancano, inoltre, alcuni edifici di interesse storico,
come la casa di Kit Carlson, sull’omonima street: noto personaggio del west
americano, apparso più di una volta anche nei fumetti di Tex Willer.
Mezzogiorno è già passato da un po’, ma non ci fermiamo, perché incalzano alcune
nuvole da ovest e vogliamo completare la visita della zona con la presenza del
sole.
Passiamo a vedere, solo dall’esterno, la Hacienda Martinez, residenza di una
famiglia ispanica del 1800 … niente di entusiasmante … poi ci rechiamo nella
vicina Ranchos de Taos per visitare la splendida chiesa di San Francisco de Asis.
Costruito intorno al 1776 in adobe (rigorosamente originale!), l’edificio
religioso è, a detta della guida, una delle opere architettonicamente più belle
del Nuovo Messico coloniale, con le sue pareti sfuggenti e arrotondate … e a
giusta ragione! … perché, davvero, è incantevole e incredibilmente fotogenico,
tanto che lo immortaliamo dalle più svariate angolazioni, prima di lasciarcelo
alle spalle e proseguire il nostro viaggio verso sud lungo la numero 68.
Si è fatto veramente tardi causa le bellezze di Taos e pranziamo, già nel primo
pomeriggio, in un centro visitatori sulle rive del Rio Grande, poi riprendiamo
la strada e andiamo, incontro a grossi nuvoloni, in direzione di Los Alamos,
cittadina famosa come base dell’esercito americano dove furono assemblate le
bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki … vengono un po’ i brividi a pensarci!
Arriviamo così, sulle alture nei dintorni, al Bandelier National Monument, dove
si trovano i resti di un insediamento indiano risalenti al XII-XIII secolo,
motivo per cui è stato fondato il Parco nel 1916.
Lasciamo l’auto e a piedi ci avviamo all’imbocco del Frijoles Canyon, dove
possiamo vedere, coadiuvati anche da qualche raggio di sole, le rovine di Long
House e delle suggestive Taulus Houses, abitazioni trogloditiche scavate nella
morbida roccia vulcanica della gola, in un accattivante scenario naturale.
Seppur breve, ma interessante, la visita al Bandelier National Monument ci ha
impegnati per più di un’ora e sono quasi le 17:00 quando ripartiamo in direzione
di Santa Fe, capitale del New Mexico e storica città di epoca coloniale …
Vorremmo superare l’abitato e andare a vedere il Pecos National Monument (un
altro bell’insediamento indiano), prima di tornare a Santa Fe per la notte, ma
giunti proprio nella capitale ci rendiamo conto che si sarebbe fatto veramente
troppo tardi … peccato!
Ci fermiamo subito all’Econo Lodge e una volta tanto facciamo le cose con calma:
accontento Federico portandolo in piscina, riordiniamo le nostre cose, ci
rassettiamo a dovere e poi per cena andiamo da Hiop (una buona catena di fast
food che avevamo già avuto modo di provare in Florida), concludendo degnamente
una giornata dedicata, in massima parte, al fiero popolo indiano del Nuovo
Messico.
Sabato 11 Agosto:
Malgrado le previsioni annuncino nuvole su Santa Fe splende un bel sole.
Facciamo colazione e poi andiamo a visitare il centro storico della città,
fondata dagli spagnoli nel 1604 e quasi subito eletta capitale del New Mexico …
Nonostante questo appellativo, però, Santa Fe non è mai diventata una metropoli
e tutt’oggi conta poco più di sessantamila abitanti … La sua Plaza così è
rimasta intatta e contornata da caratteristici edifici, fra i quali il Palazzo
del Governatore, che riempie completamente il lato settentrionale e che, pur
apparendo meno degl’altri esteticamente, risulta essere il più antico edificio
degli Stati Uniti (eretto nel 1610).
Anche alla vicina chiesa di San Francis di Asis spetta un primato: quello di
essere stata la prima cattedrale edificata ad ovest del Mississippi, ma ogni
angolo di Santa Fe è interessante, perché curato nei minimi particolari (anche i
parcheggi multipiano sono costruiti rispettando lo stile architettonico), così è
piacevole passeggiare per i porticati in legno e sbirciare dentro i
numerosissimi atelier e negozi di artigianato, seppur inavvicinabili per i
prezzi che espongono … Non a caso ci troviamo in una delle città più alla moda
degli States.
A metà mattinata lasciamo la capitale e, incrociando per un attimo la storica
Route 66, andiamo a sud lungo la strada numero 14, nota anche come Turquaise
Trail. Nella zona, infatti, si trovavano diverse miniere di turchese, ma
l’attività estrattiva non è più quella di un tempo e un certo degrado è
l’inevitabile conseguenza, così desta particolare curiosità la cittadina di
Madrid, rimasta nell’aspetto alla metà del secolo scorso … in pratica un piccolo
spaccato di un’altra epoca.
Riguadagnata la Interstate arriviamo ad Albuquerque, la metropoli del New
Mexico, e nella sua periferia andiamo a visitare l’interessante Petroglyph
National Monument, nato nel 1990 per preservare una zona ricca di incisioni
rupestri eseguite dagli indiani fra il 1300 ed il 1650.
Nella parte del parco chiamata Boca Negra Canyon c’inoltriamo a piedi, lungo il
Mesa Trail, in una collina disseminata di nerissimi macigni di roccia vulcanica
sui quali si trovano impressi alcuni semplici ma suggestivi disegni … nulla di
trascendentale, ma un bell’intermezzo sulla lunga strada che ci porterà al
termine della tappa odierna.
Pranziamo entro i confini del Petroglyph e poi ripartiamo, con sollecitudine, in
direzione sud, seguendo la Interstate numero 25, che corre fra lande desolate,
così come corre il road runner che all’improvviso ci attraversa la strada …
forse inseguito da Willy il coyote.
A San Antonio imbocchiamo la strada numero 380 verso est e, scavalcato un
piccolo sistema montuoso, passiamo per la Valley of Fires Recreation Area,
balcone panoramico su di un impressionante e nera colata di lava lunga oltre 45
miglia, fuoriuscita circa 1500 anni fa da chissà dove, visto che coni vulcanici
non se ne vedono all’orizzonte.
Strada facendo arriviamo nell’abitato di Carrizozo, dove prendiamo a seguire la
numero 54 verso sud, mentre scoppia un brevissimo quanto improvviso acquazzone e
nel contempo si accende una spia di manutenzione dell’auto … Proseguiamo col
cuore in gola, sperando che sia solo quella del normalissimo tagliando … e dopo
il vetro, il cui crepo sta crescendo ogni giorno di più, dobbiamo sorbirci anche
questa, a circa 1600 miglia dal traguardo.
Ci lasciamo sulla sinistra la deviazione per Roswell, piccolo centro rinomato
come il luogo in cui una nave spaziale aliena sarebbe caduta la notte del 4
luglio 1947, e arriviamo ad Alamogordo, che lega il suo nome al primo (triste)
test nucleare della storia dell’umanità.
Seguendo la Highway numero 70 ci approssimiamo quindi, ormai nel tardo
pomeriggio, al White Sands National Monument, una vasta area di bianchissime
dune di gesso, riconosciuta Monumento Nazionale fin dal 1933.
Oltrepassata la porta d’ingresso c’inoltriamo lungo la Dunes Drive, con i
candidi cumuli di sabbia inizialmente ricoperti da parecchia vegetazione e poi
completamente spogli … anche la strada diventa bianca e il paesaggio si fa
altamente suggestivo … La sensazione è straordinaria: pare abbia appena nevicato
e invece fuori ci sono 37 gradi … sopra lo zero!
Scendiamo dall’auto e andiamo a camminare in quello scenario quasi irreale, con
le accecanti colline che si stagliano sull’azzurro del cielo e le creste
modellate dal vento … Si dipanano così davanti ai nostri occhi scene bellissime,
che non dimenticheremo mai, in un silenzio ancestrale, fin quasi al tramonto,
quando riprendiamo la strada e percorriamo l’ultimo tratto della tappa, fino
alla città di Las Crucis e al Super 8 dove alloggeremo.
Poco prima delle 20:00 prendiamo possesso della nostra stanza e dopo una cena da
Pizza Hut ce ne andiamo a riposare, con la mente ancora alle sublimi vedute del
White Sands National Monument.
Domenica 12 Agosto:
All’alba della terza settimana di viaggio cerchiamo di prendere il via con
sollecitudine, visto che abbiamo una prenotazione per visitare una miniera a
mezzogiorno e per arrivarci ci sono quasi 400 chilometri … Naturalmente, però,
partiamo in ritardo e la tappa mattutina diventa una corsa contro il tempo,
sempre sul filo dei severi limiti di velocità statunitensi.
Andando ad ovest sulla Interstate numero 10, dopo quasi due ore usciamo
dall’autostrada e prendiamo a seguire la Highway numero 80 verso sud. Lasciamo
il New Mexico ed entriamo in Arizona prima di giungere nella cittadina di
Douglas, a pochissimi chilometri dal confine con il Messico, le cui alture si
vedono in lontananza.
Toccato il punto più meridionale dell’intero viaggio proseguiamo e arriviamo a
Bisbee, la sospirata meta, mentre sono le 11:45 e ci mettiamo alla ricerca della
Qeen Mine Tour. La troviamo nella periferia dell’abitato: parcheggiamo l’auto,
indossiamo abiti più pesanti per entrare nell’ex miniera di rame, ci presentiamo
all’ingresso e scopriamo che il tour di mezzogiorno partirà fra un’ora, questo
perché sono solo le 11:00 e ci eravamo completamente dimenticati del cambio di
fuso orario fra New Mexico e Arizona! … Come non detto: con molta più calma
acquistiamo i biglietti e poi, nell’attesa, ci rechiamo a vedere, nei dintorni,
la Lavander Open Pit Mine, che si trova proprio in fregio alla strada numero 80
ed è una delle più grandi miniere di rame a cielo aperto del mondo, chiusa nel
1975 … un buco davvero impressionante!
Poco prima di mezzogiorno (quello vero) torniamo alla Queen Mine. Ci fanno
indossare casco da minatore e cerata, poi, con l’ausilio di uno sferragliante
trenino, raggiungiamo il cuore della montagna, dove ci sono meno di dieci gradi
centigradi e dove, fino agli anni settanta, vennero scavate decine di chilometri
di gallerie per estrarre più di 3,6 milioni di tonnellate di rame, oltre ad oro,
argento, piombo e zinco, in quella che fu una delle più ricche miniere degli
States … Un ex minatore ci accompagna e ci spiega in quasi un’ora tutti i
segreti del mestiere, con grande entusiasmo … peccato, però, che riusciamo a
capire solo una parola su cento, così, seppur interessante, la visita si rivela
(per colpa nostra) anche un po’ noiosa.
Usciti di nuovo agli oltre trenta gradi dell’aria aperta cerchiamo un po’
d’ombra per pranzare, quindi passiamo per le vie della vecchia Bisbee, rimaste
come aspetto all’epoca in cui le miniere rivestivano un ruolo di primaria
importanza e la città, con oltre ventimila abitanti, era la più popolosa
dell’Arizona … ora tutto è decadente, ma affascinante.
Ripresa la strada numero 80 percorriamo una manciata di miglia e arriviamo nella
vicina cittadina di Tombstone, il cui nome (Pietra Tombale) è tutto un
programma. Troviamo l’Holiday Inn Express che ci ospiterà per la notte e visto
che siamo un po’ «stanchini» (come disse Forrest Gump in un famoso film), dopo
oltre due settimane di viaggio a ritmi frenetici, ci concediamo un paio d’ore di
relax in piscina, poi ci rassettiamo e andiamo a visitare il villaggio.
Tombstone è sicuramente la più rappresentativa e genuina espressione del
selvaggio west. Fondata del 1878 nei pressi di una miniera d’argento,
irrimediabilmente persa per un allagamento dopo qualche anno, è praticamente
rimasta immutata nel tempo e le sue storie di fuorilegge e regolamenti di conti
sono ormai diventati leggenda … non a caso uno dei luoghi più emblematici è il
Boothill Graveyard, il piccolo cimitero, chiuso nel 1884, che ci apprestiamo a
visitare nella periferia nord dell’abitato: quasi nessuno dei suoi 276
silenziosi ospiti è morto di morte naturale, almeno stando agli epitaffi
riportati su parecchie delle lapidi … tipo “Ucciso da un indiano” o “Impiccato
per sbaglio”. Ma Tombstone va soprattutto famosa per un’epica sparatoria: la
cosiddetta “Sfida all’Ok Corral”, da cui anche una nota pellicola, con Kirk
Douglas e Burt Lancaster, e nel cimitero, fra gli altri, ci sono anche gli
sfortunati protagonisti dell’evento …
Dopo il suggestivo Boothill Graveyard andiamo a vedere il centro cittadino, che
si sviluppa soprattutto lungo la polverosa Allen Street, fiancheggiata da
caratteristici e storici edifici … davvero eccitante: sembra di essere nel bel
mezzo di un set cinematografico e invece è tutto incredibilmente originale!
Peccato solo si sia fatto tardi (se si può dire tardi le sei del pomeriggio) e
parecchi locali siano ormai chiusi: in particolare il Bird Cage Theater, che
doveva essere proprio interessante, ed il Rose Tree Inn Museum, con il roseto
più grande del mondo.
Possiamo comunque consolarci con il bel Crystal Palace (tipicamente western),
con l’americanissimo Big Nose Kate Saloon e soprattutto con il luogo nel quale
si tenne la vera “Sfida all’Ok Corral” … il tutto in una meravigliosa
ambientazione, con la calda luce del tramonto e le ombre lunghe della sera
sull’arida terra dell’Arizona.
Pian piano si fa buio e le stelle si accendono nel cielo di Tombstone … allora
quale modo migliore di terminare la giornata se non in una Steak House,
all’angolo fra Allen Street e la quinta strada, davanti ad una succulenta
bistecca e ad una grossa patata al cartoccio! …
Lunedì 13 Agosto:
Dopo una faraonica colazione abbandoniamo l’Holiday Inn salutati, sulla porta
dell’hotel, da un grosso ragno peloso (probabilmente una tarantola!), che
spaventa terribilmente Federico. Ci lasciamo così alle spalle l’incredibile
Tombstone e riguadagnata la Interstate numero 10 torniamo, poco più tardi, al
“mondo reale”.
Giunti quasi a Tucson, seconda città dell’Arizona, usciamo dall’autostrada
seguendo le indicazioni per il Saguaro National Park, ovvero la sua sezione più
orientale, già Monumento Nazionale nel 1933 ed elevato a Parco nel 1994 assieme
a quella più occidentale, distante una trentina di miglia.
Il parco, come si può intuire dal nome, preserva una zona ricca di monumentali
cactus saguaro, che sono un po’ il simbolo del far west, con i loro tronchi
verde carnoso e colonnari e con le classiche ramificazioni che a volte ricordano
due braccia alzate nell’intento di salutare … Subito ne incontriamo alcuni
esemplari lungo la strada … Quando poi varchiamo i confini dell’area protetta i
grandi monumenti della natura, che possono superare i dieci metri di altezza, si
fanno più fitti e conferiscono al luogo un aspetto davvero intrigante.
Ci avventuriamo lungo la Cactus Forest Drive, che s’inerpica fra le colline
completamente ricoperte di piante grasse (non solo saguaro), alcune delle quali
fiorite, ed è un vero spettacolo. Facciamo numerose soste e anche il breve
Desert Ecology Trail … avvistiamo diversi road runner e anche una lepre dalle
enormi orecchie chiamata Jack Rabbit, quindi, completato l’anello stradale,
usciamo da questa sezione del parco davvero entusiasti.
Continuando nella visita della regione tralasciamo il centro di Tucson e ci
rechiamo nella sua periferia meridionale, dove si trova la Mission San Xavier:
chiesa cristiana fondata da un gesuita spagnolo nel 1692. L’attuale edificio
religioso risale però al 1783 e a quanto pare è uno dei meglio conservati e più
affascinanti di tutti gli Stati Uniti.
Quando s’intravede in lontananza il suo bianco accecante spicca sul paesaggio
circostante, ma spiccano anche alcune vistose impalcature che preannunciano un
copioso restauro … per fortuna però la facciata turrita è coperta solo per metà
e ci lascia immaginare come possa essere per intero … molto bella, in stile
barocco, con dettagli moreschi. Splendidi sono anche gl’interni, riccamente
decorati … non paragonabili a quelli di una chiesa europea, ma comunque
estremamente caratteristici.
Il caldo comincia a farsi sentire in questa zona del paese e i gradi sono già
37, in tarda mattinata, quando giungiamo nei sobborghi occidentali di Tucson
agli Old Tucson Studios.
Il più famoso set cinematografico del vecchio west è stato costruito nel 1939 e
fra le sue polverose strade sono stati girati oltre sessanta film (quattro solo
quelli con il mitico John Wayne) … Il ricordo di quei giorni è però ormai
piuttosto lontano nel tempo ed il luogo, seppur suggestivo, è un po’ decadente,
nonostante la ricostruzione di quasi la metà degli edifici, andati distrutti in
seguito ad un incendio nel 1995.
Passiamo agli Old Tucson Studios un paio d’ore roventi durante le quali
pranziamo con un enorme gelato e assistiamo alla più classica delle sparatorie
western in Main Street, poi ci spostiamo di qualche miglio al vicino Sonora
Desert Museum.
Fra giganteschi saguaro è stato allestito un bel museo sul deserto e su tutto
ciò che madre natura può offrire in Arizona, così seguendo un percorso, che
parte dai minerali, passiamo in rassegna un’esauriente carrellata di magnifiche
piante e tristi animali in gabbia, tornando al punto di partenza in circa due
ore, arricchiti di un’esperienza tutto sommato positiva.
Trascorse all’aria aperta le ore più calde della giornata, e quindi piuttosto
provati, risaliamo in auto per visitare la sezione più occidentale del Saguaro
National Park.
Percorrendo la sterrata Hohokam Road passiamo in una foresta di meravigliose ed
imponenti piante grasse, poi, mentre monta da sud un temporale, lasciamo la zona
di Tucson, che ci è piaciuta tantissimo, e ripresa la Interstate numero 10 prima
e la 8 poi andiamo spediti ad ovest, con la temperatura che sale
vertiginosamente fino a +43!
Nel tardo pomeriggio arriviamo a Gila Bend, una cittadina in mezzo al nulla, che
sarebbe niente senza motel e distributori di carburante, ma lì abbiamo deciso di
passare la notte, nel locale Travelodge.
Ceniamo con un piatto di buona pasta a Little Italy, un ristorante gestito da
una coppia di siciliani … C’è solo la moglie che ci chiede come mai siamo finiti
proprio a Gila Bend … ma più che altro ci verrebbe da chiedere a lei come siano
finiti in quel posto, visto che noi siamo solo di passaggio … E con questo
interrogativo ce ne andiamo a dormire, mentre la temperatura è ancora,
saldamente, a +37!
Martedì 14 Agosto:
Per fortuna esiste l’aria condizionata: quando usciamo dalla nostra stanza, poco
dopo le 7:00, a Gila Bend ci sono già 33 gradi!
Fatta colazione prendiamo a seguire la Highway numero 85 verso sud, seguendo le
indicazioni per il Messico. Scorriamo così lande desolate, battute dalle Border
Patrol, la polizia di frontiera americana che sorveglia il confine onde evitare
l’ingresso di clandestini, e lungo la strada osserviamo anche qualche avvoltoio,
sinistramente appollaiato sui pali della luce.
Attraversiamo la caratteristica cittadina di Ajo, con le sue bianche chiese dal
sapore già ispanico, ed arriviamo, oramai a metà mattinata, nell’Organ Pipe
Cactus National Monument … Situato nel cuore del Deserto di Sonora il Monumento
Nazionale, istituito nel 1937, si concentra in particolar modo, come si può
dedurre dal nome, sui cactus a canne d’organo, che non si trovano in nessun
altro luogo degli Stati Uniti.
I primi a darci il benvenuto lungo la strada principale del parco sono però
numerosi saguaro, poi, giunti al visitor center, imbocchiamo la Ajo Mountain
Drive, un percorso sterrato di 21 miglia che s’inerpica sulle vicine alture, nel
regno delle piante grasse. Il tracciato è piuttosto accidentato e la nostra
Toyota Sienna è tutto tranne che un fuoristrada, ma non disperiamo e con estrema
cautela continuiamo nell’esplorazione, del resto i paesaggi sono splendidi e non
si può certo rinunciare … Impieghiamo così oltre due fantastiche ore, in
completa solitudine, fra monumentali saguaro e bellissimi organ pipe, oltre a
terribili cholla cactus, che ho avuto anche il piacere di toccare: un dolore
atroce, per qualche istante!
Pochissimi turisti si spingono fin quaggiù (il Messico è a sole cinque miglia),
ma ne vale assolutamente la pena. Certo, mi ha sfiorato per qualche istante il
pensiero che se si fosse fermata l’auto … con quel caldo, in mezzo al deserto …
ma alla fine torniamo sani, salvi e felici al visitor center e alla strada
asfaltata, quindi, invertita la rotta, riprendiamo subito a macinar chilometri,
perché la tappa è ancora lunghissima.
Sulla via del ritorno a Gila Bend ci fermiamo a pranzare ad Ajo, superiamo il
posto di blocco della Border Patrol e proseguiamo spediti verso nord.
La temperatura aumenta fin oltre i quaranta gradi, mentre osserviamo in
lontananza i grattacieli di Phoenix, capitale dell’Arizona, poi cominciamo a
salire sulle montagne, a più di mille metri di quota, ma il caldo non accenna a
diminuire. Andiamo incontro a grossi nuvoloni e comincia a piovere, allora sì
che il termometro scende, di oltre dieci gradi, anzi venti! … in pochi istanti!
… Poi smette e risale a +30, ma non oltre.
Arriviamo così al Montezuma Castle National Monument dove, sopra ad un’ansa del
Beaver Creek, si trovano i suggestivi resti di un insediamento indiano Sinagua,
risalenti al 1400 … L’edificio principale, molto ben conservato, si trova
incastonato fra le rocce a diverse decine di metri d’altezza, ma non è
accessibile al pubblico per cui, seppur interessante, la visita del sito ci
impegna per non più di mezzora.
Ripresa la Interstate numero 17 prima e la Highway numero 179 poi in breve
giungiamo a Sedona, fra i magnifici picchi rossi che la incorniciano e che
l’hanno resa celebre, ma è nuvoloso e la mancanza del sole li sminuisce un po’ …
Speriamo non sia così domani quando andremo alla loro scoperta … Intanto
arriviamo al Days Inn che ci ospiterà per ben due notti e visto che è abbastanza
presto mi concedo, con Federico, un bagno in piscina, poi usciamo per cena in un
locale per il quale avevamo trovato una pubblicità con il 20% di sconto alla
réception: il Red Planet Dinner. Mangiamo decentemente e poi, come al solito, ci
ritiriamo in camera anche perché, nonostante Sedona sia un luogo molto
turistico, alla sera tutti i negozi sono rigorosamente chiusi.
Mercoledì 15 Agosto:
E’ un meraviglioso Ferragosto il potere aprire gli occhi fra i rossi picchi di
Sedona ed un cielo più limpido che mai … in più, per la prima ed ultima volta in
questa vacanza, lo facciamo con calma perché dovremo passare nella zona l’intera
giornata.
A noi dunque Sedona, capitale della “new age”, disseminata di “vortex”: presunti
punti, sparsi nel territorio, dove si concentrerebbero energie psichiche ed
elettromagnetiche e dove si può trovare, dicono alcuni, l’armonia personale e
planetaria … Ma soprattutto, a noi Sedona, cittadina immersa nel più tipico
paesaggio del far west americano.
Prima di tutto imbocchiamo la Dry Creek Road per vedere le conformazioni a
nord-ovest dell’abitato, poi seguendo le indicazioni per l’aeroporto saliamo,
appunto, ad Airport Mesa, da dove si gode di una strepitosa vista sulla verde
vallata sottostante, dalla quale emergono i caldi colori delle rocce che si
fondono con l’azzurro intenso del cielo … un quadro perfetto, ancor più bello se
osservato dal vicino “vortex”, un picco raggiungibile in soli cinque minuti a
piedi.
Scesi da Airport Mesa ci avventuriamo in Schnebly Hill Road: un’infernale strada
sterrata che s’inerpica, fra eccezionali scorci panoramici, sulle alture ad est
di Sedona … Per coprire otto interminabili miglia impieghiamo quasi due ore, ma
è un’esperienza alla quale non si può certo mancare!
A mezzogiorno, riguadagnata la strada asfaltata, andiamo a nord, lungo la
Highway numero 89A, allo Slide Rock State Park, mentre purtroppo montano
rapidamente minacciosi nuvoloni all’orizzonte. Pranziamo nell’area attrezzata di
fianco al parcheggio del parco, poi andiamo a vedere il tratto di fiume attorno
al quale è stata istituita la zona ricreativa e dove, volendo, si può anche fare
il bagno, ma l’acqua dell’Oak Creek è gelida ed il sole assente, così Federico
si accontenta di passare un po’ di tempo a costruire una diga con i sassi del
torrente.
Le rosse rocce di Slide Rock sono accattivanti, peccato solo per le condizioni
meteorologiche non proprio ottimali, che non accennano affatto a migliorare e
che finiscono per rovinarci un po’ tutto il pomeriggio … Andiamo a vedere il Red
Rock Crossing, famoso guado sull’Oak Creek River, sullo sfondo delle fantastiche
formazioni rocciose di Cathedral Rock, che ha rivestito più volte il ruolo di
set naturale per diversi film western hollywoodiani. Ci spostiamo quindi,
sull’altra sponda del fiume, ai piedi dei Twin Buttes, dove si trova Holy Cross,
chiesetta realizzata nel 1956, su progetto di Marguerite Brunswing Staude,
allievo di Frank Lloyd Wright, e mirabilmente incastonata fra le rocce. Ci
rechiamo a vedere, infine, anche Bell Rock, un picco in cima al quale si trova
il più famoso “vortex” di Sedona … ma il sole resta per tutto il tempo dietro ad
un odioso strato di nuvole.
Piuttosto delusi dalle cupe visite del pomeriggio ce ne andiamo a passare un po’
di tempo fra i negozietti del centro, prima di tornare in hotel e subito dopo
uscire per cena da Oxaca, un delizioso ristorante messicano … E a fine serata
tutti a letto perché domani ci aspetta una delle tappe più lunghe e faticose del
viaggio, che ci porterà fin sulle rive dell’Oceano Pacifico.
Giovedì 16 Agosto:
Il buon giorno questa mattina (molto presto, alle 6:00) ce la dà un virgulto
cinghiale, che passa davanti alla finestra della nostra camera.
Facciamo colazione e poco dopo le 7:00 partiamo, con davanti a noi oltre
seicento miglia (quasi mille chilometri) per giungere sull’oceano e completare
in pratica, fisicamente, il tanto sospirato “coast to coast”.
Splende un bellissimo sole quest’oggi per cui, prima di tutto, passiamo a
scattare qualche foto laddove le nuvole ieri avevano in qualche modo fermato il
nostro rovente dito indice: a Holy Cross, a Cathedral Rock e a Bell Rock, anche
se la luce non è quella giusta (le visite, infatti, non erano previste a caso
nel pomeriggio).
Subito dopo prendiamo a seguire la strada numero 89A verso nord, che sale
rapidamente di quota e ci fa tornare sopra i duemila metri, con la temperatura a
18 gradi.
A Flagstaff imbocchiamo la Interstate numero 40 in direzione ovest e,
lasciandoci sulla destra le indicazione per il Grand Canyon, ci apprestiamo a
percorrere l’unico tratto di strada che coincide con il nostro itinerario del
2004.
Scendiamo dal Colorado Plateau e la temperatura torna a salire di nuovo in
maniera impressionante verso i +40, quindi, continuando a macinar chilometri,
scavalchiamo ancora una volta il Colorado River e lasciamo l’Arizona per la
California (quindicesimo ed ultimo stato in ordine cronologico di questo
viaggio).
Nel bel mezzo del Mojave Desert usciamo dall’autostrada seguendo verso sud le
indicazioni per Amboy … La località si trova scritta sulla cartina stradale, ma
in pratica è solo un incrocio con poche case … per lo più disabitate … del resto
chi oserebbe viverci? … Lì, infatti, battiamo il record del caldo con +44!
Proseguiamo per Twentynine Palms, a cinquanta miglia di distanza, e nel centro
abitato ci fermiamo a pranzare: la temperatura è quasi la stessa, ma sembra un
altro mondo, con un bel parco pubblico e fresca erbetta verde … la vicinanza di
Palm Spring, cittadina del jet-set, si fa sentire.
Nel primo pomeriggio c’inoltriamo sulle colline limitrofe nel Joshua Tree
National Park, una vastissima area protetta, già Monumento Nazionale nel 1936 e
dichiarata Parco nel 1994. Sempre vissuto all’ombra dei suoi più noti parigrado
californiani e quindi un po’ bistrattato, il Joshua Tree National Park crediamo
invece possa valere il tempo che abbiamo intenzione di dedicargli.
Appena oltrepassato l’ingresso ecco ai margini della strada i primi stranissimi
alberi che danno il nome al parco: si trovano solo in questa zona del pianeta e
sono un’insolita specie di yucca, della famiglia delle agavi, oltre ad essere
bellissimi ed estremamente caratteristici, con i loro rami contorti e in cima ad
ogni ramificazione un verdissimo caspo di foglie che assomiglia vagamente ad un
pon-pon.
Ad ogni chilometro i Joshua Tree sono sempre più numerosi e sparsi fra
meravigliose rocce granitiche levigate … un vero spettacolo, che raggiunge la
sua apoteosi a Hidden Valley, un luogo nel quale, secondo la leggenda, i ladri
di bestiame nascondevano le loro prede.
Più avanti la strada per Keys View (punto panoramico) è chiusa per lavori e
proseguiamo oltre, mentre gli alberi diminuiscono di numero e di dimensioni,
fino a sparire completamente all’imbocco della Pinto Basin Road.
Subito dopo vorremmo vedere il White Tank Arc, un’ardita formazione rocciosa, ma
la carrareccia che dà accesso all’area dove si trova è chiusa con una sbarra
metallica, senza che vi siano spiegazioni … maledizione! … Allora ci consoliamo
con l’impressionante distesa di spini del Cholla Cactus Garden, dove un cartello
mette in guardia sulla pericolosità delle piante … grazie, ma già lo sapevo!
Attraversata tutta la parte più orientale del parco, dall’aspetto prettamente
desertico, ci fermiamo per qualche istante al boschetto di palme di Cottonwood
Spring e poi ci lasciamo alle spalle il sorprendente Joshua Tree National Park
dal suo ingresso più meridionale.
La temperatura è sempre oltre i quaranta quando, percorsa la vallata del Salton
Sea, imbocchiamo la strada S22, che sale verso l’Anza Borrego Desert State Park,
una zona in teoria anche interessante, ma la densa foschia presente non ci
permette di godere appieno degli scorci panoramici che incontriamo lungo il
percorso.
Valichiamo una montagna e come per incanto il deserto lascia il posto a verdi
vallate … Affrontiamo un’infinità di curve e saliscendi, mentre il sole tramonta
inesorabilmente e in lontananza s’intravede l’oceano, ma ci sono ancora diversi
chilometri da percorrere in questa interminabile giornata e arriviamo col buio
completo alla periferia di una metropoli come San Diego … Per fortuna non
perdiamo la bussola e, seppur stanchissimi, rintracciamo anche il Super 8 che ci
ospiterà per questa notte … Ceniamo nei paraggi, un po’ provati (ma sotto, sotto
soddisfatti anche per la tappa odierna) e poi ci trasciniamo in camera a
consumare il meritato riposo.
Venerdì 17 Agosto:
E’ l’ultimo giorno intero del viaggio che passeremo negli States e ci svegliamo
al Super 8 di San Diego, secondo agglomerato urbano per numero di abitanti della
California.
Facciamo colazione, lasciamo le valigie in deposito alla réception e poi
partiamo per far visita al famoso Zoo di San Diego, aperto nel 1915 e, per
dimensioni, il numero uno al mondo.
Lasciata l’auto nell’immenso parcheggio antistante facciamo i biglietti
(piuttosto cari), entriamo e c’immergiamo immediatamente nel mondo animale, ma
anche vegetale vista la magnifica ambientazione.
Per tutta la mattinata vaghiamo per i sentieri dello zoo osservando tantissimi
degli oltre quattromila animali presenti, alcuni dei quali a noi completamente
sconosciuti. Fra i più emozionanti in testa a tutti il panda, e poi il koala, il
tapiro, orsi, scimmie, felini, ungulati e via dicendo … Non c’è che dire:
bellissimo zoo, fantastici animali, stupenda l’organizzazione e l’ambientazione
… ma che tristezza vedere tutti quegli esseri in gabbia … molto meglio vederne
anche uno solo, ma in completa libertà, e probabilmente di questo viaggio
ricorderemo più volentieri i pochi secondi di avvistamento dell’orso al Grand
Teton National Park piuttosto che lo sfavillante Zoo di San Diego.
Consci di questo cerchiamo comunque di goderci la visita e viste le dimensioni
dell’area facciamo anche un giro in teleferica, quindi col bus panoramico,
infine assistiamo ad un simpatico spettacolo il cui protagonista è un leone
marino … Pranziamo all’interno del parco e poi usciamo che sono già passate le
14:00.
Tornati al Super 8 e ritirate le valigie, ce ne andiamo alla scoperta di quel
che resta da vedere a San Diego.
Tralasciamo il parco di Sea World, che abbiamo già visto ad Orlando, in Florida,
e attraversata tutta la città giungiamo sulle rive della baia nella quale questa
s’affaccia. Da lì, per mezzo di uno spettacolare ponte, approdiamo sulla
dirimpettaia Isola di Coronado, che chiude la baia alla forza dell’oceano e che
riveste un ruolo di primaria importanza nel turismo balneare del paese. Proprio
in faccia all’Oceano Pacifico si trova infatti il vittoriano Hotel del Coronado,
stravagante edificio considerato monumento storico, giacché dalla inaugurazione,
avvenuta nel 1888, ha sempre legato il suo nome ai più svariati intrecci della
politica, del denaro e del cinema.
Facciamo una passeggiata lungo la spiaggia, con la scenografica sagoma
dell’hotel sulla destra e a sinistra il mare, che ci rechiamo a toccare quasi in
maniera rituale quale simbolo della riuscita spedizione attraverso il continente
americano, poi torniamo sulle nostre tracce e riaffrontiamo il ponte che ci
riporta a San Diego.
Scorriamo in lontananza lo skyline di Downtown, che non è nulla di eccezionale
se paragonato ai ricordi di Chicago, e prima di lasciare la città andiamo a dare
un’occhiata anche a Old Town, il primo nucleo abitato di San Diego e fra i più
vecchi di tutta la California, creato nel 1820 … I sei isolati, tutti di
attempati e caratteristici edifici, che si sviluppano intorno alla centralissima
Washington Square, sono una vera e propria sorpresa: deliziosi angoli in stile
messicano e bei negozietti nei quali ci perdiamo volutamente … col rischio
concreto di fare tardi anche questa sera!
Quasi alle 18:00 partiamo per Los Angeles … La strada da percorrere non è tanta,
ma tanto è il traffico (davvero impressionante vedere sette corsie di auto ferme
in coda nella stessa direzione!), così arriviamo al Rodeway Inn di Cottonwood,
nei pressi del LAX, da dove spiccheremo il volo domani mattina, col buio, poco
dopo le 20:00.
Portiamo in camera i bagagli e andiamo a cenare in un fast food messicano, poi
torniamo a sistemare le valigie per la partenza e a riposare un po’, visto che
la prossima notte la passeremo sulle scomode poltrone dell’aereo.
Sabato 18 Agosto:
Si va a casa: alle 5:00 suona la sveglia, facciamo una risicata colazione in
camera e poi lasciamo il Rodeway Inn. Percorriamo la breve distanza che ci
divide dalla National e riconsegniamo l’auto con la quale abbiamo percorso,
negli Stati Uniti, 6176 miglia (pari a 9881 chilometri) e tutto è andato liscio,
nonostante il vetro rotto (compreso nell’assicurazione) e la spia di
manutenzione accesa, che ci ha dato qualche preoccupazione.
Alle 6:30 siamo al Terminal 4 del LAX (Los Angeles International Airport) e ci
mettiamo subito in coda per il check-in. La fila di persone davanti a noi è
impressionante e ci armiamo di tantissima pazienza, ma intanto il tempo passa e
il volo è previsto per le 9:00. Chiedo informazioni ad un addetto e questo ci
spedisce nella coda dei biglietti elettronici, ma la macchinetta preposta
risponde picche … Ci spostano allora in una terza fila … e intanto il tempo
passa: sono le 8:00 e comincio ad innervosirmi! … Lo faccio notare e mi dicono
di stare al mio posto! … Incredibile, siamo nel paese numero uno al mondo e la
disorganizzazione è totale: un’unica fila per tutti i voli, sia per chi è in
largo anticipo, sia per chi ha i tempi ormai stretti come noi.
Arriviamo al banco che sono le 8:40 … e ci dicono che non c’è più tempo per
imbarcarsi … fantastico! … Grazie American Airlines! … In più la prossima
occasione per volare verso casa pare ci sia solo domani alla stessa ora: siamo
sconcertati, ma dobbiamo accettare la situazione!
Usciamo dall’aeroporto, bagagli alla mano, saliamo sul bus dell’autonoleggio e
ci rechiamo alla Alamo. Chiediamo così un’altra auto per un giorno: sono le
10:30 e qualcosa dovremo pur fare, oltre che andare alla ricerca di un hotel per
la notte.
Ci consegnano una Chevrolet Uplander bianca (targata California 5VAE 234), con
la quale torniamo al Rodeway Inn, visto che il prezzo era buono ed è nelle
vicinanze, quindi, preso nuovamente possesso delle nostre stanze, pranziamo con
qualche cibaria acquistata nel vicino supermercato.
Nel primo pomeriggio partiamo in auto e andiamo a nord lungo la costa fino alla
nota località di Malibu, che non avevamo visto nel viaggio del 2004, e troviamo
le classiche case sulla spiaggia, molto ambite e dai prezzi esorbitanti, ma il
morale è sotto ai tacchi e non ci entusiasmano affatto.
Mentre si accende anche in questa auto la spia di manutenzione andiamo allora,
passando accanto al Pier di Santa Monica, a Venice Beach … la cosa migliore che
ci sia capitata in questa infelice giornata … Come tre anni fa il luogo è
stupendo, ricco di colori e di gente di ogni tipo, un vero e proprio spaccato di
vita made in U.S.A. … Il caso vuole che troviamo anche tutte le targhe
automobilistiche degli stati che abbiamo attraversato, delle quali siamo
collezionisti, e anche questo è un aspetto positivo …
Passiamo tutto il pomeriggio a Venice Beach, riacquistando un pizzico di buon
umore, poi torniamo al Rodeway Inn, usciamo per cena ancora una volta da Pizza
Hut e torniamo in camera a riposare, visto che domani mattina partiremo molto,
ma molto prima per non incappare in una nuova disavventura.
Domenica 19 Agosto:
La sveglia suona alle 3:40 … A quest’ora dovevamo già essere a Bologna e invece
eccoci ancora a Los Angeles.
In larghissimo anticipo, alle 4:30, scarico tutti al Terminal 4 del LAX, si
mettono in coda e io vado a riconsegnare l’auto alla Alamo: con quella abbiamo
percorso altre 77 miglia, che sommate alle 6176 precedenti diventano 6253, pari
a 10004 chilometri … è vero, volevamo superare i diecimila e abbiamo perso
apposta il volo ieri … ma in realtà è molto presto, ho tanto sonno e sto
vaneggiando.
Con la navetta raggiungo gli altri in aeroporto, che nel frattempo sono stati
fatti spostare al check-in elettronico … La macchinetta risponde anche oggi
picche, ma la signora che fa assistenza, a differenza di quella di ieri, va
dietro al banco e in un attimo ci sistema (anche in America le persone non sono
tutte uguali e spero solo alla sua collega vengano forti dolori al basso ventre
…).
Imbarchiamo le valigie (per le quali dobbiamo pagare 25 dollari a causa di un
soprappeso di 6,5 chili … tolleranza zero!), oltrepassiamo il metal-detector e,
se Dio vuole, ci sediamo in attesa del volo alla porta 49A … Questa mattina in
poco più di un’ora siamo riusciti a fare ciò che ieri non è stato possibile fare
in oltre due, e adesso dovremo aspettare per tre lunghissime ore la partenza del
nostro aereo, intanto però possiamo finalmente distendere i nervi.
Si fa quasi l’ora del decollo e ci accorgiamo che c’è un ritardo di mezzora … e
i nervi cominciano di nuovo a contrarsi, visto che dobbiamo prendere un volo per
Bologna in coincidenza piuttosto stretta a Bruxelles. Pare ci sia brutto tempo a
Chicago, dove faremo uno scalo, e la partenza viene spostata ulteriormente:
prima di 45 minuti, poi di un’ora, infine di un’ora e mezza!
Alle 11:19 stacchiamo finalmente da terra (volo AA88) e il Boeing 767
dell’American Airlines vira subito verso Chicago, ma prendere la coincidenza per
Bologna sarà quasi impossibile … ci vorrebbe un miracolo, visto che c’erano due
ore di tempo a disposizione … quasi quanto il ritardo.
Lungo il tragitto perdiamo due ore di fuso orario e tutto va per il meglio,
nonostante qualche innocua turbolenza, solo atterriamo nella capitale
dell’Illinois alle 16:40, in ritardo mostruoso sulla tabella di marcia, mentre
oltre il finestrino il tempo è orribile, di tipo autunnale, e il sole di venti
giorni fa durante la nostra visita a Chicago sembra solo un lontano ricordo.
Chissà quando ripartirà l’aereo? …Ci chiediamo mentre stiamo sbarcando, ma senza
quasi rendercene conto ci troviamo immediatamente imbarcati, attraverso una
porta attigua, su di un altro aereo, con lo stesso numero di volo (un altro
Boeing 767), che alle 17:58 rulla sulla pista dell’Ohare Airport e prende quota
in direzione dell’Europa … Goodbye America, e a presto … E nello stesso istante
si riaccende in noi anche la speranza di prendere la coincidenza per Bologna.
Dopo poche ore di volo, a tutta velocità verso il tramonto, è già notte fonda.
Riporto così le lancette dell’orologio sul fuso orario di Bruxelles e
dell’Italia e in un batter d’occhio è …
… Lunedì 20 Agosto:
Questa data non doveva neanche apparire sul diario di viaggio, e invece eccola
qua … Procediamo nella notte atlantica lasciandoci il continente americano alle
spalle e, passando poco più a sud della Groenlandia, ci affacciamo sull’Europa
mentre comincia ad albeggiare.
Fuori dal finestrino ci sono tante nuvole, ma sotto di noi c’è l’Irlanda, poi
cominciamo la discesa verso Bruxelles, dove atterriamo, mettendo a segno un buon
recupero, alle 8:18 di una mattinata uggiosa.
Usciamo dall’aereo e cominciamo la corsa per l’ultimo volo, ma non siamo negli
States e le complicazioni sono minori, così in 35 minuti facciamo dogana,
check-in e metal-detector e ci presentiamo alla porta A54 per l’imbarco … ancora
qualche problemino con i biglietti e poi saliamo sull’Avro RJ 85 della Brussel
Airlines e la smettiamo di litigare con gli aerei!
In perfetto orario, finalmente, il volo SN 3123 prende quota diretto in Italia …
Saliamo sopra alle nuvole e praticamente rivediamo terra solo a Bologna, dove
atterriamo felicemente alle 11:18 … Ora resta da prendere solo il treno.
Ritiriamo tutti i bagagli (e non è poco!), saliamo sulla navetta per la stazione
e quando ci arriviamo sentiamo annunciare il treno locale per Rimini in partenza
dal binario 8: gran corsa con le valigie in mano e saliamo al volo sul terno
delle 12:09, così ci avviamo immediatamente in direzione del traguardo.
Arrivati a Forlì troviamo qualcuno di buon cuore che è venuto a prenderci, in
questo modo salutiamo i nonni, che anche questa volta sono stati buoni compagni
di viaggio, e alle 13:22, oltre ventiquattrore dopo la sveglia a Los Angeles,
siamo di nuovo di fronte al cancello di casa nostra.
E’ stato un viaggio meraviglioso, un’epica cavalcata dall’Atlantico al Pacifico
attraverso gl’immensi spazi e i sublimi paesaggi nordamericani, ma è stato anche
un viaggio durissimo, perché diecimila chilometri in venti giorni sono davvero
tanti e non ci hanno lasciato molto tempo per assaporare e per meditare su
quanto ogni giorno scorreva davanti ai nostri occhi, così solo dopo aver
riordinato con calma i pensieri e i bellissimi ricordi potremo veramente dire
quanto meraviglioso si stato questo “coast to coast” e annoverarlo, come merita,
nell’Olimpo delle nostre avventure.
Dal 29 Luglio al 20 Agosto 2007
Da Washington a Los Angeles km. 10004