Great Northern Highway
Maine-NewHampshire-Vermont
Un racconto di Remo V.

La US-2, conosciuta anche come Great Northern Highway,
attraversa tutta la parte nord degli Stati Uniti collegando così lo stato del
Maine, che si affaccia sull’Oceano Atlantico, con il porto di Seattle posto
sull’Oceano pacifico.
Dalla pianura del Maine si passa alle montagne del Vermont. Si attraversa la
regione dei Grandi Laghi per poi sfociare nelle Grandi Praterie e proseguire
attraverso le foreste del Minnesota. Valicate le Montagne Rocciose, si piomba
nel solitario Idaho e poi su sul grande altopiano Columbia. Ed infine,
attraversato il sistema vulcanico Cascade, si scende a Seattle nello stato di
Washington.
Il nostro viaggio prende avvio all’interno dell’Acadia National Park posto
nell’isola Mount Desert.
Dopo un giro all’interno del parco, prendiamo la direzione per Bar Harbor dove
faremo una abbuffata di aragoste del Maine al Fishermen’s Landing, un
ristorante abbastanza economico specializzato in cucina di pesce e crostacei
(due zuppe di vongole e due aragoste, una bottiglia di Chardonnay della
California, il tutto per soli 30 Euro).
Lasciamo l’isola attraversando il ponte che ci conduce a Trenton e poi
proseguiamo per Ellsworth. Attraversiamo una zona ricca di laghi e di verde. Sul
nostro percorso qualche villaggio e qualche isolata fattoria. Giungiamo a Bangor.
Bangor, che si trova sulle rive del fiume Penobscot, era chiamata Kendusbeag
(posto per la caccia di anguille) dalle tribù dei nativi indiani. Nel passato
fu famosa nell’industria del legno e delle costruzioni navali (anche de
abbastanza distante dal mare). Vide anche il sorgere di saloon, bordelli e case
da gioco.
Di quell’epoca non rimane alcun ricordo. Gli edifici in mattoni rossi nel
centro della cittadina risalgono alla metà del XIX secolo ma non offrono nulla
di interessante per il turista. Solo in periferia troviamo il Cole Land
Transportation Museum che comprende oltre 200 storici veicoli, da carrozze
ferroviarie in legno a moderni trailers a 18 ruote.
Andiamo ora verso ovest. Decidiamo di stare sulla US-2 anche se il fondo
stradale è sconnesso e pieno di buche. La nostra intenzione è di percorrere il
percorso originale della Great Northern Highway il più possibile. Attraversiamo
Newport e proseguiamo attraverso foreste di pini e faggi. La strada sale e
scende seguendo la conformazione del terreno fatto di tante piccole colline, e
ci conduce a Skowhegan.
Skowhegan fu fondata nel 1771 sulle sponde del fiume Kennebec. Ci fermiamo a
visitare la Skowhegan History House che ci racconta la storia di questa piccola
cittadina. E appena fuori dall’abitato ci fermiamo a fotografare una alta
(circa 20 metri) statua in legno raffigurante un indiano. Si dice che la
Skowhegan Iindian sia la più grande statua in legno del mondo.
Ripreso il viaggio, la strada ci conduce per solitarie colline. Attraversiamo il
villaggio di Norridgewock e l’unica indicazione che vediamo ci informa che
stiamo passando vicino ad una fabbrica di scarpe, la New Balance.
La US-2 si snoda fra foreste di conifere. In lontananza scorgiamo dei laghi. I
pini vengono ora sostituiti da faggi, lecci e betulle. Poche case, sparse sulle
colline. Per diversi chilometri non incontriamo anima viva.
Farmington è il primo vero centro abitato che incontriamo dopo un centinaio di
chilometri. Alcune fattorie sulle colline circostanti. Una grossa cartiera
vicino al fiume. Attraversiamo il centro. Le solite case in mattoni rossi che
contraddistinguono il Maine. Lungo la Main Street sono posti un negozio di
barbiere con la classica colonnina colorata all’esterno, un negozio di libri,
un café. Uscendo da Farmington costeggiamo il campus dell’università del
Maine.
La strada inizia a serpeggiare. La guida diventa più impegnativa. Il paesaggio
non cambia. Alberi, alberi, alberi. Dei cartelli ci informano che stiamo
arrivando a Wilton, il paese natale di Sylvia Hardy, la donna gigante del circo
di Barnum (era alta 2,49 metri e pesava 220 chili). Attraversando Wilton notiamo
che vi si trova il museo Wilton Farm and Home che illustra la storia di questo
piccolo villaggio ed anche quella del calzaturificio G.H. Bass Company (che ora
fa produrre in Asia). Notizie che apprendiamo mentre ci gustiamo un cono di
gelato al Dutch Treat.
Ripartiamo da Wilton e seguendo la serpeggiante strada attraversiamo prima il
villaggio di Dixfield e poi quello di Mexico. La strada ora segue il corso del
fiume Androscoggin e ci porta a Rumford , una cittadina non certo turistica in
quanto il panorama è dominato solo da cartiere. E, non certo attratti da tale
vista, proseguiamo senza fermarci.
Ancora una ventina di chilometri percorsi in compagnia del fiume ed entriamo a
Bethel dove decidiamo di passare la notte prima di attraversare in confine di
stato ed entrare nel New Hampshire lasciando così il Maine. Il River View
Resort è la nostra scelta. Un tipico albergo americano di campagna. Grande
camera, pulita, televisore fissato al tavolino con una catena (e sì, negli USA
uno degli oggetti portati via dagli alberghi come souvenir è proprio il
televisore!!!). Bagno piccolo con la doccia posta ad oltre due metri di altezza.
Di fianco al lavandino la classica attrezzatura per farsi il caffè
all’americana. Costo della camera doppia meno di 20 Euro. Sistemati in bagagli
in camera ci dirigiamo al Red Top Restaurant dove per meno di 10 Euro totali
otteniamo uno stufato di manzo con puré, una enorme insalata e due birre, oltre
al classico tazzone di brodaglia nera chiamata caffè.
Il mattino dopo una abbondante colazione visitiamo la Moses Mason House, datata
1813, nel cui interno si trova un piccolo museo che ci racconta la storia di
Bethel durante la guerra contro gli inglesi.
Entrati in New Hampshire, la nostra strada attraversa la White Mountain National
Forest e sulla sinistra iniziamo a scorgere le alture del sistema montuoso
chiamato Presidential Range.
Attraversiamo un bosco di betulle ed entriamo in Gorham, una cittadina
prettamente turistica che vede sciatori in inverno ed amanti dei colori in
autunno. In lontananza, sulla nostra sinistra, si erge il monte Washington
(circa 2000 metri).
Ora la strada inizia a salire e la valle a restringersi. La vista panoramica più
spettacolare.
Non incontriamo centri abitati ma solo degli isolati alberghetti posti al
limitare della nostra strada.
Sulle pendici delle White Mountains ed a picco sul fiume Israel incontriamo
Jefferson (1.003 anime) destinazione di molti turisti, sciatori e no. Entrati in
un bar per una birra rinfrescante apprendiamo che nelle vicinanze ci sono due
attrattive. La prima la scartiamo a priori, si tratta di Santa’s Village, un
luna park di Babbo Natale. Decidiamo invece di visitare la seconda anche se si
tratta della classica “americanata”.
Six Gun City è appena fuori Jefferson ed è una replica di una cittadina del
selvaggio Far West con cowboys e saloon, un museo di vecchi mezzi di traporto. I
12 dollari spesi per entrare sono stati alla fine sprecati. Peccato.
Lasciata Jefferson la strada continua a scorrere in una stretta valle che ci
porta verso il Vermont. Raggiungiamo così l’ultima cittadina dello New
Hampshire, Lancaster. Troviamo delle attraenti case ed una chiesa risalenti
all’epoca dei pionieri, un cimitero posto sulla classica collinetta,
l’edificio in mattoni rossi che ospitava il vecchio tribunale (1887).
Ceniamo al S&S Lancaster Diner, nulla di eccezionale a prezzi onestissimi.
Dopo di che passiamo la notte al Lancaster Motor Inn (25 euro la doppia).
Il mattino dopo, fatta la solita abbondante colazione, riprendiamo la nostra
strada, pronti ad attraversare il confine ed entrare nello stato del Vermont.
Su consiglio del proprietario del motel lasciamo la US-2 e scendendo verso sud
prendiamo la Highway-135. L’attraversamento del fiume Connecticut, che divide
il New Hampshire dal Vermont, avviene percorrendo un vecchio ed attraente ponte
coperto in legno . Una esperienza unica.
Entrati in Vermont riprendiamo la US-2 a Lunenburg, un bellissimo villaggio le
cui case in legno sono tutte disposte attorno alla chiesa. Raggiungiamo poi
l’anonimo villaggio di Concord superato in quale entriamo nella stretta valle
del fiume Moose. Stiamo ora attraversando una zona collinare ricoperta da
conifere e betulle. Accompagnano il nostro viaggio lo scorrere delle acque del
Moose e le poche fattorie che vediamo sparse qua e la sulle colline.
All’uscita della valle incontriamo il complesso Maple Grove Farms considerato
la più grande fabbrica di trasformazione dello sciroppo di acero. Decidiamo di
fare una fermata per visitare il museo dove possiamo imparare tutto sulla
raccolta, trasformazione e commercializzazione di questo prodotto. Passiamo poi
in quella che è chiamata “testing room” dove ci viene data la possibilità
di assaggiare dolci ed altri prodotti. Evitiamo però di farci fare la
fotografia ricordo di fianco alla lattina di sciroppo d’acero più grande del
mondo.
Ripreso il viaggio, dopo qualche chilometro attraversiamo il Memorial Bridge
(costruito nel 1943), posto sopra il fiume Passumpsic ed entriamo in St.
Johnsbury.
La cittadina di St. Johnsbury (7.600 abitanti) era nota fin dal XIX secolo per
la sua fabbrica delle bilance basculanti (quelle usate per pesare gli autocarri)
tutt’ora esistente. Lungo il fiume e la ferrovia vediamo diversi edifici, a più
piani in mattoni rossi, certamente risalenti all’epoca industriale. Sulla
collina invece scorgiamo belle ville in stile vittoriano. L’insegna Faibanks
Museum ci convince a fermarci ed a curiosare.
L’entrata è controllata da due grossi orsi bruni (per fortuna sono
imbalsamati); giriamo diverse stanze dove sono in mostra punte di frecce,
reperti antropologici, fossili, pietre ed anche quadri, statue, oggetti. Sotto
vetro anche una lettera scritta da Robert Louis Stevenson. Purtroppo una fermata
che non ci ha soddisfatto.
Danville lo incontriamo pochi chilometri dopo, sulla cima di una collina e
circondato da verdi pascoli. Questo è un classico villaggio del New England il
cui centro è costituito dalla piccola chiesa di fianco alla quale sorge il
classico “general store” che ci ricorda i tempi passati dell’epoca
pionieristica.
Giù della collina ed arriviamo in riva ad un laghetto chiamato “Joe’s Pond”.
Sulle sue sponde si trovano diversi cottages che ci indicano che siamo in una
zona turistica. Passiamo di fianco all’Hastings Store dove sono in vendita
formaggi, sciroppo d’acero, articoli per pescatori, ed altro ancora (questo ci
viene detto dai cartelli posti all’entrata.
Siamo ora in una zona chiaramente agricola. Lo deduciamo da diverse fattorie che
si presentano davanti ai nostri occhi mentre proseguiamo il nostro viaggio.
Intanto le tenebre dalla sera stanno scendendo e quindi decidiamo di fermarci
non appena troveremo un luogo che ci soddisfi. E questo avviene dopo una
trentina di chilometri quando siamo attratti da un cartello che ci indica la
direzione per la Hollister Hill Farm. Una tipica fattoria che ha una decina di
camera a disposizione dei viandanti (40 Euro la doppia per notte). I proprietari
sono una coppia simpaticissima (lei di discendenza italiana, lui irlandese) che
ci mettono subito a nostro agio. La camera è ampia, pulita, arredata in stile.
Il bagno è tipico americano con vasca e doccia posta sul muro ad una altezza
incredibile.
Ci consigliano di cenare poi nel centro del villaggio (ah…dimenticavo siamo a
Plainfield che comprende una decina di case, cinque o sei fattorie con i loro
grandi fienili, un negozio per pescatori, un negozio di libri, una chiesa) al
Maple Valley Country Store. Una combinazione di negozio drogheria-pizzeria-café-fast
food che è anche punto di incontro per i locali. Una fantastica zuppa ed un
burger vegetariano incredibilmente buono, il tutto accompagnato da un paio di
birre (totale 8 Euro in due persone).
Ed ora andiamo a dormire. Domani riprenderemo il nostro viaggio.
Dopo la solita abbondante prima colazione (oggi più che mai
necessaria perché abbiamo deciso di non pranzare per percorrere più strada
possibile) riprendiamo il nostro viaggio e dopo una trentina di chilometri
raggiungiamo Montpelier, capitale dello stato del Vermont.
Montpelier ha due peculiarità: è la più piccola capitale di tutti gli States
(8.200 anume) ed è l’unica capitale dove non c’è Mc Donald’s.
Questa cittadina si estende lungo il fiume Winooski che percorre l’omonima
stretta valle. Fu fondata nel 1787 e divenne capitale nel 1805. Percorrendo la
Main Street notiamo alcune librerie, bar e café, due negozi di vino, e sullo
sfondo si erge la cupola dorata del palazzo di governo (Capitol).
L’attuale Capitol fu eretto nel 1859 sui resti di quello precedente distrutto
da un incendio. Sulla cupola di erge la statua della dea dell’agricoltura. Sul
fronte colonne doriche dietro le quali sta un cannone della guerra di
rivoluzione. Alle spalle del Capitol l’Hubbard Park con la sua torre di
osservazione che rappresenta il punto più alto della cittadina.
Uscendo da Montpelier, verso occidente, facciamo sosta al museo della Vermont
Historical Society dove apprendiamo i diversi aspetti della storia del Vermont e
possiamo vedere diversi mobili del XIX secolo.
La US-2 corre nella valle del fiume Winooski, valle costellata da tante fattorie
dove il latte è il punto principale del business. La strada è stretta,
talvolta angusta ma permette di vedere dei bei panorami (quasi parallela scorre
una nuova autostrada a 4 corsie).
Passiamo per Camp Meade, i cartelli ci informano che qui sono in vendita armi,
uniformi ed altri oggetti “surplus” dell’esercito americano, ma siccome
non amiamo queste cose tiriamo diritto senza dare alcuna occhiata.
La nostra intenzione di percorrere oggi più chilometri possibile va a
“ramengo” quando scorgiamo il cartello “Ben & Jerry’s Ice Cream
Factory” e decidiamo di fare una deviazione come il cartello stesso
suggerisce. Visitiamo la fabbrica (che si trova a Waterbury Center), proviamo (a
pagamento) ogni gusto di gelato, yogurt, sorbetto oggi disponibile. Facciamo un
salto anche a quella specie di Disneyland che circonda la fabbrica (solita
americanata). Ma la parte migliore è senza dubbio il panorama della valle che
si ammira dall’alto della fabbrica.
Ritornati sulla retta via, proseguiamo giungendo così al villaggio di Richmond
dove, come da programma, visitiamo la Old Round Church. Un edifico unico del suo
genere, in legno a 16 lati, posto su due piani, costruito nel 1813 per ospitare
5 differenti chiese di rito Protestante. In seguito l’edificio divenne sede
del municipio di Richmond, mentre ora viene usato come sala per riunioni.
In seguito attraversiamo Williston, una tipica cittadina del New England con
tante belle casette bianche in legno ed aceri allineati lungo le vie.
Ancora una decina di chilometri e giungiamo sulle sponde del lago Champlain dove
si trova la città di Burlington (30.150 abitanti) che è sede della University
of Vermont. Questa città fu fondata dagli inglesi nel 1763 copo aver sconfitto
francesi e nativi indiani che abitavano sulle sponde del lago.
Sul lungolago notiamo diversi cannoni puntati in direzione del lago. Sono quelli
usati dai rivoluzionari americani contro gli inglesi che tentavano di
riconquistare la città nel 1812.
E’ ora di pranzo e, andando alla ventura, entriamo nel primo ristorante che
incontriamo. Il Daily Planet offre una cucina internazionale che però ci delude
(non certo il però prezzo).
Dopodiché riprendiamo il nostro viaggio del quale ci aspetta la parte più
spettacolare per oggi.
Lasciata Burlington, dopo pochissimi chilometri attraversiamo Winooski. Nulla di
speciale salvo gli edifici di una vecchia filatura trasformati ora in centro
commerciale.
Dopo Winooski attraversiamo il Sand Bar State Park. A sinistra le spiagge che si
affacciano sul lago. A destra acquitrini con fauna acquatica. A South Hero
imbocchiamo il lungo ponte a curva che ci porta alla prima delle due isole poste
al centro del lago. Ora la nostra strada corre al centro del lago.
Attraversiamo la cittadina di Grand Isle, una bellissima località che mi
ricordano alcune del nostro lago di Garda.
La nostra strada continua verso nord. A destra ed a sinistra abbiamo le acque
del lago. Davanti a noi, in lontananza, scorgiamo le alture canadesi che fra non
molto raggiungeremo.
Un altro ponte e siamo sulla seconda isola, quella posta più a nord. Scorgiamo
un ristorante, campi da tennis, molte barche ancorate sulla riva. Sembra che
l’isola sia disabitata (ma non lo è). Attraversiamo North Hero (502 abitanti,
recita il cartello posto all’ingresso del centro abitato) formato da una
stazione di servizio, un piccolo tribunale, un cafè-negozio-supermercato e
diverse case (probabilmente di vacanzieri in quanto vediamo la maggior parte
chiuse).
Attraversiamo un altro ponte e siamo sulla terra ferma. Isle La Motte è il nome
del primo villaggio che incontriamo. Fondato nel 1666 dall’esploratore
francese di cui porta il nome, è ora famoso perché nelle sue vicinanze sorge
un santuario (Saint Ann’s Shrine) metà di molti pellegrinaggi durante tutto
l’anno.
Risaliamo tutta la penisola Alburg e poi attraversiamo il ponte sull’ultimo
lembo del lago Champlain ed entriamo nello stato di New York dove rimaniamo per
pochissimi chilometri perché la nostra strada va verso nord. Verso il Canada.
Superata Rouses Point decidiamo di entrare nella Highway-15, una autostrada a 4
corsie, in modo da raggiungere il fretta il confine dove sbrighiamo le formalità
di frontiera in pochi minuti (io ho la residenza negli Stati Uniti e questo
permette di andare in Canada senza problemi). Siamo nel Quebec e tutte le
indicazioni sono sia in Inglese che in Francese.
Pochi chilometri e davanti a noi si para la città di Montreal che decidiamo di
bypassare e quindi ci incanaliamo nel sistema di autostrade che girano attorno
alla città e prendiamo verso ovest, verso il fiume Ottawa.
Lasciamo l’autostrada e proseguiamo per la strada statale che corre in una
valle dormiente disseminata di anonime fattorie. Alla nostra sinistra,
parallelamente alla strada, scorre placido il fiume Ottawa.
Attraversiamo Carillon, un insieme di case che ospitano 193 abitanti ed una
grande centrale idroelettrica sul fiume. Il viaggio prosegue senza intoppi in
una zona ricca di verde e nulla più. In lontananza vediamo sorgere una enorme
costruzione. Non abbiamo alcun riferimento e quindi decidiamo di fare una
deviazione per andare a vedere di cosa si tratta.
Pochi chilometri ed eccoci di fronte allo Château Montebello, un palazzo
ottagonale costruito con tavole di cedro rosso. E’ il più prestigioso hotel
canadese che ha visto e vede conferenze internazionali di uomini di stato e
d’affari. Qualche foto e poi facciamo retromarcia e ritorniamo sulla nostra
strada originale. Attraversiamo dopo un po’ Montebello e poi tanto verde e
nulla più per tanti e tanti chilometri.
Raggiungiamo Hull. Al di là del fiume, in lontananza scorgiamo il profilo di
Ottawa, la capitale canadese, che però non è nostra intenzione visitare.
Hull è una bella città di oltre 60mila abitanti, posta sulle rive del fiume
Ottawa. Nonostante sia stata fondata nel 1800 da un americano, questa è una
città di lingua francese.
E’ ora di pranzo. Lo stomaco reclama. Una breve ricerca ed entriamo in un
ristorante, Cafe Henry Burger, del quale apprezziamo l’ottima cucina francese
(una rarità in nord-america).
Seguendo il suggerimento della cameriera del ristorante, visitiamo il Canadian
Museum of Civilizations che si trova lungo il fiume. Nelle diverse sale abbiamo
il modo di osservare “totem” e canoe fatte dalle diverse tribù di nativi
indiani. E poi documenti ed oggetti che ci illustrano la vita dei balenieri del
Labrador e dei pionieri delle praterie del lontano west canadese. Per visitarlo
in modo completo ci vorrebbe un giorno intero, purtroppo noi non possiamo andare
oltre le tre ore e quindi la nostra è una visita parziale limitata alle sezioni
per noi più importanti od interessanti.
Usciti dal museo e lasciata Hull, attraversiamo il fiume Ottawa e proseguiamo la
nostra strada percorrendo la Highway-17 che ci porta lontani dal percorso del
fiume. La strada è piatta, qualche fattoria sparsa qua e la lungo il percorso.
Saremmo tentati di andare veloci ed invece guidiamo con molta cautela perché su
questa strada vige il limite massimo di 90 chilometri/ora e le Giubbe Rosse sono
sempre in agguato. La strada è abbastanza stretta e solo occasionalmente
troviamo una terza corsia centrale che ci permette di superare i numerosi camion
che trasportano tronchi.
Purtroppo il tempo passa e siamo in ritardo sulla nostra tabella di marcia
avendo fatto delle fermate non programmate, fermate per le quali però ne è
valsa la pena. Decidiamo quindi di fermarci a pernottare al primo paese che
troviamo.
E così la scelta cade su Arnprior, un piccolo villaggio fondato nel 1823 da un
dispotico Lord Scozzese che arrivò qui con al seguito uno stuolo di uomini e
donne scozzesi. Introdusse un regno di terrore che terminò quando il suo
seguito decise che fosse ora di buttare lui fuori dal villaggio. Troviamo un
piccolo motel proprio nel centro del villaggio (meno di 30 euro la doppia) e
ceniamo, in piedi nei pressi di un chiosco sul viale principale, con hot-dog e
patatine fritte (le migliori di tutto il nord-america).
Il mattino successivo lasciamo presto il nostro motel. Il sole sta sorgendo e
noi desideriamo assistere a questo giornaliero fenomeno percorrendo la pianura
che si stende verso ovest.
Nel frattempo siamo entrati in Ontario. Attraversiamo Renfrew, una cittadina
fondata dagli scouts che esploravano queste terre alla ricerca principalmente di
animali da pelliccia. Poi Cobden, un villaggio posto sul sponde di un minuscolo
lago chiamato Muskrat (topo muschiato).
La Highway va ora verso nord riportandoci sulle rive del fiume Ottawa che
raggiungiamo a Pembroke, una città la cui economia è basata sull’industria
del legno proveniente dalle foreste che circondano questa zona.
Facciamo sosta attirati da diversi cartelloni che promuovono le bellezze locali.
Lungo il fiume abbiamo il modo di ammirare quello che è considerato il totem più
alto del mondo. Il museo Champlain Trail ci illustra la vita dell’esploratore
francese Samuel de Champlain oltre che quella della città stessa. Giriamo poi
il centro per poter gustare la bellezza dei vari murales che decorano molti
edifici.
Ripreso il nostro viaggio, dopo pochi chilometri attraversiamo Petawawa, una
località sede di molte unità militari canadesi. I diversi cartelli trovati
sulla strada ci informano che molte zone della località sono vietate ai civili
e quindi decidiamo di tirare dritto anche se, attraversando Petawawa, scorgiamo
un cartello che ci invita a visitare alcuni musei presenti nelle basi militari.
Arriviamo a Chalk River dove ha sede il centro di ricerche nucleari del Canada
ma non essendo interessati a visitare i suoi laboratori proseguiamo per Deep
River che raggiungiamo dopo una decina di chilometri.
Deep River è considerata la prima “Città Atomica” del Canada e fu
praticamente costruita per ospitare i tecnici impiegati nei laboratori di Chalk
River.
L’attraversiamo senza notare alcunché di attrattivo.
Ora la strada continua verso occidente snodandosi fra il fiume Ottawa, che sta
alla nostra destra, e l’Algonquin Provincial Park che si estende alla nostra
sinistra.
Per un centinaio di chilometri siamo accompagnati solo dall’azzurro delle
acque dell’Ottawa e dal verde delle foreste dell’Algonquin Park.
Incontriamo ed attraversiamo il piccolissimo villaggio di Deux Rivières e poi
ancora un centinaio di chilometri nella più assoluta solitudine fino a che
arriviamo a Mattawa.
Mattawa si trova alla confluenza dell’omonimo fiume nel più importante
Ottawa. La cittadina è un insieme di piccoli edifici in mattoni rossi,
raggruppati lungo le sponde del fiume e diverse case in legno sparse nell’area
circostante.
La strada continua lungo il fiume Mattawa. Segue la sinuosità del fiume. Sale e
scende le colline che incontra. Attraversa foreste di betulle e pini. Costeggia
laghi e laghetti. A fatica incontriamo essere umani.
Dopo una giornata trascorsa in zone poco popolate arriviamo finalmente in una
città (non che ami i grandi agglomerati ma ogni tanto fa bene vedere un po’
più di case).
North Bay è una cittadina di oltre 55mila abitanti. Una volta posto di
frontiera e luogo d’incontro di cacciatori di pellice, oggi è sede della più
importante sede di asta di pellicce e punto di partenza di itinerari diretti al
“mondo selvaggio”.
E’ sera e quindi decidiamo di alloggiare al Lincoln Motel (l’equivalente di
20 Euro la doppia) e ci facciamo una abbuffata di delizioso “prime rib”
cotto perfettamente al sangue che ci viene offerto al Churchill’s Prime Rib
House (l’equivalente di 25 Euro in totale per due persone).
La mattina successiva prima di lasciare North Bay, seguendo il suggerimento
della cameriera del ristorante della sera prima, visitiamo il Dionne Quintuplets
Museum. Una vecchia casa in legno dove nel 1934 nacquero cinque gemelli
(avvenimento straordinario allora, un po’ meno oggigiorno). All’interno
fotografie, ritagli di giornali ed oggetti che ricordano quell’evento.
Usciti da North Bay la nostra strada prosegue costeggiando il lago Noising per
parecchi chilometri. Ritorniamo in una zona pianeggiante e quasi disabitata.
Attraversiamo villaggi sconosciuti. Sturgeon Falls, Verner, Hagar tanto per
nominarne qualcuno.
Dopo qualche centinaio di chilometri giungiamo a Sudbury. Qualche chilometro
prima della città, attratti dai cartelli pubblicitari incontrati lungo la
strada, facciamo sosta al Science North, un museo che offre interesse e
divertimento sia a bambini che ad adulti. All’esterno una riproduzione del
nickel canadese (la monetina di un centesimo) alta ben 10 metri.
Sudbury è una città di oltre 150mila abitanti che basa la propria fortuna
sulle numerose miniere di rame che si trovano nell’area circostante. In questa
città si produce l’85% del fabbisogno di nickel mondiale.
Dopo Sudbury ancora una zona inabitata. Pinete, laghetti, aria fresca. Mi chiedo
chi si prende cura dei boschi e dei prati che circondano la strada che stiamo
percorrendo in quanto non scorgiamo alcuna casa o fattoria.
Un centinaio di chilometri ed arriviamo a Massey, villaggio posto alla
confluenza dei fiumi Sauble e Spanish. Facciamo una breve sosta lungo le sponde
del fiume Sauble in una zona dove ci sono alcune cascate.
Ora la nostra strada va verso sud, verso il lago Huron. Il territorio è
prettamente pianeggiante. Non fosse per l’abbondanza di verde e di aria fine
il viaggio risulterebbe noioso.
Attraversiamo altri anonimi luoghi. Sanish, Serpent River, Blind River sono i
nomi delle località poste sulle sponde del lago Huron. Poi ancora Thessalon e
Bruce Mines.
Superata Bruce Mines decidiamo di prendere il lungo ponte che ci conduce alla St.
Joseph Island. Seguiamo poi la strada verso sud e raggiungiamo Fort St. Joseph
National Historic Park. Qui sorgeva un forte eretto dagli inglesi nel 1796 come
avamposto. Durante la Rivoluzione Americana, gli americani conquistarono e
bruciarono questo forte. Oggi possiamo vedere solo alcuni resti della
costruzione originale.
Dopo il periplo dell’isola che ci prende poco più di un’ora ritorniamo
sulla terra ferma.
Superiamo Bar River ed ecco che entriamo in Sault Ste. Marie.
Sulla parte superiore in un cavalcavia ferroviario vediamo un graffito che dice
“questa è terra degli Indiani”.
Stanno scendendo le ombre della sera. Un altro giorno è passato. Non abbiamo
voglia di attraversare il confine che ci condurrebbe di nuovo negli States, o
meglio non abbiamo intenzione di farlo stasera.
Alloggiamo in un motel molto normale (15 Euro la doppia) e ceniamo in un bar
serviti da una cameriera di origini italiane. E’ lei che ci suggerisce ci
fermarci anche il giorno dopo e provare l’emozione di un viaggio in treno
verso il nord dell’Ontario.
La mattina successiva, di buon ora (ore 7 del mattino) ci rechiamo alla stazione
ed acquistiamo i nostri biglietti per l’Agawa Canyon Wilderness Tour
(abbastanza costoso essendo circa 35 Euro a testa ma ne è valsa la pena). Alle
8 in punto il nostro treno parte per questo viaggio che dura l’intera
giornata. Una giornata spesa bene. Sono circa quattro ore di viaggio in una zona
selvaggia dove l’unica via di comunicazione è il treno. Non ci sono case, non
ci sono strade, non ci sono abitanti. Davanti ai nostri occhi passano solo
paesaggi stupendi. Montagne. Pinete. Boschi di betulla. Stretti canyons dove
scorrono impetuose e schiumose le acque di torrenti. Giungiamo ad una specie di
capolinea, posto proprio su di un pianoro che si affaccia su di un profondo
canyon. Ci informano che il treno farà una sosta di due ore per permettere ai
passeggeri di fare un pic-nic. Non conoscendo bene il programma non ci eravamo
premurati di conoscere se e dove avessimo potuto mangiare e quindi ci limitiamo
a passeggiare nelle vicinanze raggiungendo così una bellissima cascata. Passato
il tempo a disposizione, ritorniamo al treno che lentamente ci riporta a Sault
Ste. Marie.
Una doccia rilassante e piombiamo, affamati, nel bar della sera prima. Veniamo
serviti dalla stessa cameriera che scherzando rimproveriamo di non averci
consigliato di portare con noi del cibo. Parliamo poi nel nostro viaggio, delle
tappe che ci attendono prima di arrivare a Seattle. Ed ecco che Linda (questo è
il nome della cameriera), memore della generosa mancia della sera precedente, ci
dice che una volta rientrati negli USA per attraversare il Michigan ci sono due
possibilità. La prima è rappresentata dalla US-2 che costeggia la sponda nord
del lago Michigan; la seconda è l’Highway-28 che corre lunghe le sponde
meridionali del lago Superiore. La seconda è la più breve (comunque circa 500
chilometri). Entrambe sono molto belle e che è difficile dare un consiglio.
Parliamo e discutiamo ed alla fine prendiamo una soluzione salomonica:
percorreremo la Highway-28 verso ovest e poi ritorneremo al punto di partenza
con la US-2, ed infine riandremo ad ovest lungo la strada che avremo gustata di
più. 1000 chilometri in più del previsto ma alla fine ne sarà valsa la pena.
La mattina successiva, dopo la consueta abbondante colazione, lasciamo Sault
Ste.Marie in Canada ed attraversando il lungo ponte in ferro arriviamo a Sault
Ste. Marie, Michigan. Le operazioni di controllo passaporto e dogana sono
velocissimi e dopo pochi minuti siamo pronti alla nostra lunga cavalcata
attraverso questo stato pieno di laghetti, acquitrini, stagni, fiumi e canali.
Lasciata Sault Ste. Marie, guidiamo verso sud per una cinquantina di chilometri
e poi giriamo verso ovest. La nostra strada attraversa la grande Hiawatha
National Forest per altri cinquanta chilometri e poi siamo attratti dal un
cartello che indica la strada per il paradiso o meglio per il villaggio di
Paradise. E’ fuori dal nostro percorso ma decidiamo di modificare ancora il
nostro itinerario. Quindi prendiamo la strada che ci porta verso nord e la
devizione ci ripaga con dei paesaggi mozzafiato. Stiamo attraversando il
Tahquamenon Falls State Park. Gli Stati Uniti sono disseminati da una infinità
di parchi ma gli itinerari turistici includono sempre quelli importanti e si
dimenticano di moltissimi altri altrettanto se non addirittura più belli.
Facciamo una sosta alla Upper Falls, una cascata alta solo 15 metri ma grazie ai
suoi 80 metri di larghezza è molto spettacolare. Arriviamo poi a Paradise, un
villaggio posto sulle sponde del lago Superiore. Bellissime ed isolate spiagge.
Un vecchissimo faro che guidava e tuttora guida coloro che naviga sulle acque di
questo grande lago.
Ritornati sui nostri passi, proseguiamo sulla Highway-28 attraverso una zona
piatta ricca di acquitrini. Daini, lepri, porcospini e tanti uccelli acquatici
sono i nostri compagni di viaggio.
Ed arriviamo a Munising dove decidiamo di salire su di un battello che ci porterà
a fare una minicrociera di tre ore sulle acque del lago Superiore. Nulla di
particolare ma molto rilassante dopo tanti giorni di auto.
Superata Munising la strada segue l’andamento della costa meridionale del lago
Superiore. Sulla destra abbiamo l’azzurro delle acque del Superiore ed alla
nostra sinistra i terreni che nel passato avevano visto il proliferare di
miniere di ferro a cielo aperto.
Arriviamo a Marquette una cittadina di 23mila abitanti ed importante porto
industriale sul lago Superiore. La superiamo come pure non ci fermiamo nel
vicino villaggio di Negaunee nonostante un cartello. che indica il museo
dell’industria del ferro, ci inviti a farlo.
E’ sera. E’ ora di fermarci e lo facciamo al Thunder Bay Inn, un grazioso
alberghetto di Big Bay, dove ceneremo ed alloggeremo. Domani ci attende
un’altra lunga tappa.
Lasciamo il Thunder Bay Inn al mattino, rinunciando alla colazione (ogni tanto
bisogna fare finta di fare la dieta). La strada corre diritta in una zona
inabitata per chilometri e chilometri. In lontananza le montagne Huron. L’area
circostante è proprietà privata e quindi non possiamo accedervi. Attraversiamo
la parte superiore dell’Ottawa National Forest e costeggiamo la riva nord del
lago Gogebic. Siamo nella zona che fu uno dei più grandi giacimenti di ferro
negli anni ’20. Oggi anziché miniere troviamo impianti di risalita per le
piste di sci (qui in inverno la coltre di neve raggiunge quasi sempre i sei
metri) anche se l’altezza dei monti, anzi meglio chiamarle colline non supera
i 650 metri.
La città principale non poteva chiamarsi che Ironwood. Nel centro troviamo
l’edificio in art deco che una volta ospitava l’Ironwood Theater.
Siamo arrivati alla boa di ritorno e quindi, come ci eravamo prefissati,
imbocchiamo la US-2 per ritornare verso il Canada. Ora la strada corre nella
parte meridionale della zona.
Ci riaddentriamo nella Ottawa National Forest (questa volta è la parte
meridionale). In lontananza sulla nostra sinistra scorgiamo l’appendice sud
del lago Gogebic.
Attraversiamo il villaggio di Watersmeet e dopo altri 50 chilometri giungiamo a
Crystal Falls. Una piccola e carina cittadina posta sul limitare del Paint River
proprio dove le acque incontrano un piccolo salto. Una cittadina dove il tempo
si è fermato ed è rimasta intatta l’atmosfera dei tempi dei pionieri in
corsa verso ovest, verso l’oro. Pionieri che qui trovarono solo rame e ferro.
La strada va verso sud snodandosi fra la Copper Country State Forest,
sconfiniamo per una ventina di chilometri nel Wisconsin ritornando in Michigan
subito dopo il piccolissimo villaggio di Spread Eagle.
Il primo abitato in Michigan è la cittadina di Iron Mountains, città mineraria
ai piedi delle omonime montagne. E’ dal mattino che guidiamo, siamo un po’
stanchi e lo stomaco comincia a reclamare. Scorgiamo un cartello e decidiamo di
fermarci a rifocillarci. “Bimbo’s” è l’insegna, siamo nel Michigan ma
all’interno sembra di essere, per le fotografie sulle pareti e per i piatti
del menù, in qualche località del Lazio. Noi mangiamo dell’ottima porchetta
affettata al momento da un maialino posto vicino alla graticola, e la
accompagniamo con qualche bicchiere di un fresco Frascati.
Dopo aver soddisfatto le esigenze del nostro stomaco visitiamo il Cornish Pump
and Mining Museum dove, oltre a documenti sulla storia locale, ammiriamo la più
grande pompa a vapore del mondo (alta 20 metri, pesa 700 tonnellate).
Riprendiamo il viaggio. In lontananza scorgiamo un alto trampolino dove pensiamo
si svolgano gare di salto con gli sci nella stagione invernale, ma noi tiriamo
diritto per la raggiungere la vicina Norway, una cittadina ora di tremila
abitanti.
Norway è stata più volte più volte rasa al suolo per poter scavare una nuova
miniera di carbone. Ricostruita più in la per poi essere di nuovo distrutta
qualche anno dopo. Ora che le miniere sono state chiuse la sua è una
collocazione definitiva.
Ci attrae la sua atmosfera di ex-città mineraria, le sue case, il verde che la
circonda. Decidiamo di fermarci per fare un’escursione nell’area
circostante. Prendiamo alloggio all’Edgewater Resort posto proprio in riva al
fiume Menominee. Una serie di piccole casette in legno con 1,2, 3 camere da
letto ed una piccola cucina. E’ chiaramente un luogo frequentato da
vacanzieri.
Ci muoviamo poi lungo il fiume scoprendo una bellissima gola, profonda 4/5 metri
dove il Menominee scorre per qualche chilometro creando così anche un confine
naturale fra il Michigan ed il Wisconsin.
La mattina successiva abbondante colazione e via verso est, verso il sole che
sorge.
Vulcan, Canard, Hermansville sono le località che attraversiamo prima di
giungere ad Escanaba una gradevole cittadina posta sulle sponde del lago
Michigan. Raggiungiamo il vecchio faro Sandpoint Lighthouse, costruito nel 1867
e recentemente restaurato. Ci fermiamo per visitarlo e salire in cima da cui si
ha una visione che va dal lago Michigan al lago Superiore.
Ora la strada segue la costa del lago Michigan. Alla nostra destra l’azzurro
delle acque del lago. Alla nostra sinistra il verde della parte meridionale
della Hiatwatha National Forest. Attraversiamo minuscole località lacustri di
vacanza con le loro minuscole spiagge. Scorgiamo alcuni fari, alberi da frutto e
ci accompagna tanta tranquillità.
Dopo un centinaio di chilometri la strada è costeggiata da infiniti cumuli di
ghiaia. Il cielo è solcato da molte ciminiere. Nell’aria il pungente odore
della carta. Siamo arrivati a Manistique uno dei maggior centri di lavorazione
della cellulosa del Michigan. Transitando per il centro scorgiamo l’insegna
del museo Imogene Herbert.
Dopo Maniquiste la US-2 abbandona momentaneamente le sponde del lago per salire
verso nord in un paesaggio di pini e betulle. Gulliver, Blaney Park sono i
villaggi che incontriamo sulla nostra strada. Poi la US-2 ci porta nuovamente
verso est, verso le sponde del lago Michigan che raggiungiamo a Naubinway.
Proseguiamo per Epoufette e Brevort ed infine raggiungiamo St. Ignace, una
cittadina di circa tremila anime.
Posta all’estremo lembo di una piccola penisola ci offre una stupenda vista,
al di la del piccolo stretto, del territorio del Lower Michigan. Cerchiamo un
motel per la notte che arriverà fra qualche ora, lasciamo l’auto e ci
avventuriamo a piedi nel vecchio centro di questa località una volta
franco-canadese.
Il centro si presenta interessante e pulito. Il lungo lago ci offre una bella
visione delle acque e del territorio circostante. Visitiamo il museo Ojibwa
Culture che ci racconta la vita delle due tribù originarie della zona, gli
Ojibwa e gli Huron.
Ceniamo al Lehto’s, un semplice e pulito ristorante e mentre divoriamo la
gigantesca fetta di succulento prime-rib il cameriere ci suggerisce di visitare
il giorno dopo la vicina isola Mackinac.
Il mattino successivo ci alziamo presto, lasciamo l’auto in motel e
raggiungiamo in una ventina di minuti l’isola Mackinac col battello
(sull’isola si può girare solo a piedi od in bicicletta). Questa isola fu
prima francese, poi inglese ed infine americana. Qui si combatterono molte
battaglie per il suo possesso. Per visitare i luoghi storici ci viene detto che
occorre almeno una giornata piena ma non è nostra intenzione rimanere così a
lungo e quindi ci limitiamo ad una generale passeggiata dal molo d’arrivo del
battello al centro. Visitiamo un negozio che vende un dolce tipico dell’isola:
un dolce al cioccolato ricoperto di zucchero caramellato. Ne acquistiamo uno e
poi ci dirigiamo al Grand Hotel che ci dicono famoso per la sua veranda lunga
oltre 200 metri. Ci dicono che la camera costa 350 dollari a notte e che per
entrare l’hotel se non si è ospiti costa 7 dollari. Questa richiesta ci
appare assurda ed allora giriamo i tacchi e ripreso il battello ritorniamo a St.
Ignace.
Recuperata la nostra auto, rifacciamo il percorso inverso senza sosta lungo la
US-2 raggiungendo così ancora una volta Ironwood.
Proseguendo attraversiamo il confine di stato ed entriamo in Wisconsin. Stanchi
della giornata, passata per la maggior parte in auto, ci fermiamo al primo motel
che incontriamo per passare la notte.
Ripartiamo a metà mattinata e percorriamo la US-2 che in questo tratto diventa
una semplice strada ad una sola carreggiata. Stiamo attraversando il territorio
della riserva degli indiani Ojibwa. Scorgiamo un cartello che indica la
direzione per raggiungere un casino (oramai tutte le riserve indiane degli USA
hanno almeno una casa da gioco che fornisce il sostegno economico agli indiani
stessi).
Raggiungiamo le sponde del lago Superiore dove sta Ashland una cittadina di
quasi 10mila abitanti che si dispiega sul territorio che delimita in questo
punto il lago. Dopo una passeggiata sul lungo lago ed una escursione nel vecchio
cuore della località, visitiamo il Northern Wisconsin Interpretive Center un
museo che ci racconta la storia della zona con particolare riferimento a quella
della ferrovia.
Arrivata nel frattempo l’ora di pranzo decidiamo di provare “The Depot”,
un elegante ristorante all’interno del restaurato vecchio deposito delle
ferrovie. Ottima cucina ed ottimi prezzi. Come al solito la cameriera capisce
che non siamo americani e ci chiede da dove arriviamo e che facciamo in quella
sperduta località del nord Wisconsin. Spiegato che stiamo cercando di
raggiungere la costa del Pacifico percorrendo la US-2, la ragazza ci consiglia
di fare una deviazione lungo le sponde del lago anziché tirare diritto per la
US-2 che in questa zona non ha nulla da offrirci.
E noi terminato il pranzo seguiremo i suoi consigli.
Lasciato The Depot risaliamo in auto ed usciamo da Ashland decisi di seguire il
suggerimento di quella gentile cameriera. Imbocchiamo quindi la Highway-13
diretti a nord. La strada costeggia la costa sud del lago Superiore. Abbiamo una
stupenda vista del lago. La strada è abbastanza rettilinea fino a Washburn, un
piccolo villaggio di pescatori. Poi diventa abbastanza sinuosa. In lontananza,
nel lago, scorgiamo i contorni dell’isola Madeline. Ancora una decina di
chilometri e giungiamo a Bayfield. Un altro piccolo villaggio di pescatori (le
cui origini risalgono al 1856) dove la velocità massima imposta è di soli 15
chilometri all’ora (d’altra parte le strade sono così strette e sinuose che
è impossibile guidare più veloci). Il nostro sguardo è attratto dalle forme
delle isole degli Apostoli che scorgiamo nel grigio di questo pomeriggio. Sulle
acque si notano le scie lasciate dalle barche e dai battelli diretti verso
queste isole. Se giriamo la nostra testa verso l’interno possiamo vedere le
ville in pietra grigia che si stagliano sulla collina che delimita Bayfield ad
occidente.
Subito a nord di Bayfield troviamo Red Cliff, una cittadina abitata dai
discendenti degli indiani Ojibwa (lo deduciamo dalla presenza di un casino.
Attraversandola notiamo decine di vecchie Chevrolet che riportano la nostra
mente a film americani degli anni ’50.
La strada va ora verso ovest, verso l’interno. L’azzurro delle acque del
lago è sostituito dal verde dei pascoli e delle foreste che popolano questa
zona. La strada sale e scende da piccole colline e ci riporta sulle sponde del
lago Superiore, e più specificatamente nella piccola e pittoresca comunità di
Cornucopia.
Il luogo ci piace e decidiamo che per oggi abbiamo viaggiato troppo e quindi è
ora di fermarsi. Ci sediamo ad un tavolino all’aperto del Fish Lipp’s dove,
con qualche paio di birre davanti, assistiamo al calare del rosso globo solare
nelle azzurre acque del Superiore.
Qualche ora dopo ceniamo con dell’ottimo pesce di lago a Village Inn
Restaurant (ci dormiamo pure; camera doppia a 45 Euro).
Il mattino successivo, dopo la solita colazione paragonabile ad un pranzo,
ripartiamo. La strada costeggia il lago Superiore. Su e giù, a destra ed a
sinistra, ma il blu del lago non ci abbandona. Boschi o semplici cespugli;
fattorie o semplici case di campagna che comunque richiamano tempi passati. Per
un centinaio di chilometri siamo immersi in questa atmosfera. Qualche cartello,
al lato della strada, ci avvisa che qualche orso potrebbe attraversarci la
strada.
Giungiamo così a Superior (nel frattempo siamo ritornati sulla US-2), una
cittadina di circa 30mila abitanti. Il paesaggio cambia. Ora vediamo solo
montagne di carbone pronte ad essere caricate sui barconi che solcano le acque
del lago. Attraversando la cittadina abbiamo modo di ammirare, da lontano,
Fairlawn Mansion, una grande villa di ben 42 locali ora trasformata in museo.
Superiamo il lungo ponte sul lago e siamo in un altro stato, il Minnesota, e
siamo in un’altra cittadina, Duluth, un poco più grande ma per nulla
differente. Le guide americane la chiamano “un villaggio lillipuzziano in un
mastodontico giardino di pietre”. Infatti si trova schiacciata verso le sponde
del lago da una parete granitica alta oltre 300 metri. Diversi cartelli stradali
ci informano di musei ed altra attrattive ma noi tiriamo diritti. Neanche
l’insegna del “Grandma’s Saloon”, che promette il meglio della cucina
italiana in America, ci convince a fermarci.
La US-2 prosegue attraversando la pianura ricca di acquitrini, paludi, laghetti.
Siamo nella “Fond du Lac Indian Reservation”. E dobbiamo percorrere
moltissimi chilometri prima di incontrare un centro abitato (non con questo ci
dispiaccia visto l’aspetto “selvaggio” della zona che attraversiamo) che
è Grand Rapids posta sul Mississippi da noi visitata in precedenza quando
risalimmo il grande fiume dalla Louisiana alle sorgenti.
Continuiamo la nostra corsa. Laghi vicini e montagne a distanza ci accompagnano.
Anche questa zona ha pochi centri abitati. Ogni tanto scorgiamo sulle rive dei
laghi che costeggiamo qualche chalet adibito quasi certamente a casa di vacanza.
Vediamo anche delle cabine in legno che vengono usate durante il lungo inverno
per effettuate la pesca sui laghi ghiacciati. Attraversiamo due piccoli
villaggi: Bena, prima e Bernidji, poi posti sui laghi che portano i rispettivi
nomi.
Ci fermiamo invece a Bagley (1.388 anime) attratti dai cartelli che indicano la
presenza di un museo dedicato alla vita “selvaggia” della zona. Siamo in
un’altra riserva indiana, White Earth. Il museo ci offre la vista di orsi
polari, orsi bruni ed altri animali che hanno e tuttora popolano la zona.
E’ tutto il giorno che viaggiamo e non abbiamo neanche pranzato ma a Bagley
niente ci attrae, e quindi dopo aver lasciato il museo riprendiamo la nostra
corsa verso ovest. La strada si snoda fra coltivazioni di barbabietole da
zucchero, soia, patate e frumento. In lontananza scorgiamo l’azzurro delle
acque del Red River. E dopo una cinquantina di chilometri, quando oramai abbiamo
perso ogni speranza di rifocillamento e di riposo per le nostre stanche membra
ecco apparire, alla fine di un lunghissimo rettilineo (se dico 10 chilometri
sono quasi certo di sbagliare per difetto), l’abitato di Erskine. In effetti
sono quattro case (sapremo dopo che ci sono 422 abitanti) ed una specie di
ristorante (uno dei tanti che si vedono nei film americani ambientati nel
MidWest) chiamato Joe DiMaggio’s Pizza. Non siamo molto attratti ma lo stomaco
reclama e quindi scendiamo dal cavallo…ops dall’auto ed entriamo. Ci
accoglie Mr. D che è proprietario, cuoco, cameriere, guida turistica. Il locale
è pieno di oggetti che ricordano che Mr. D è un fan del baseball ed era tifoso
del grande campione Joe Di Maggio (che fu marito anche di Marilyn Monroe). Non
ci sono menu e ci viene proposto hamburger, patatine fritte, pizza, insalata. Va
a finire che ordiniamo tutto. Sarà stata la fame ma abbiamo vuotato il piatto.
Mr. D ci ha fatto compagnia raccontandoci tutto lo scibile sul baseball ed anche
alcuni aneddoti sugli abitanti del luogo.
Dopo aver saldato il conto ed aver salutato Mr. D raggiungiamo un tipico motel
americano delle zone rurali. Camere semplici, il televisore fissato alla parete
con una catena per evitarne il furto, aria condizionata a manetta anche in pieno
inverno. Siamo stanchi e cadiamo immediatamente nelle braccia di Morfeo non
curandoci troppo dell’ambiente.
Ben riposati ritorniamo, il mattino successivo, da Mr. D che ci serve una
robusta colazione: uova strapazzate, bacon, salsicce, fagioli fritti, patate e
peperoni in padella, frittelle con sciroppo d’acero, toast con burro
d’arachidi, melone, anguria, pesche sciroppate, prugne secche, succo
d’arancia e tanto caffè (che io faccio solo finta di bere per non
offenderlo). E così ancora una volta i nostri programmi saltano. Riusciamo a
lasciare Mr. D quando l’orologio segna già le 11.
La strada prosegue piatta nel susseguirsi del rosso delle barbabietole al verde
della soia. Giungiamo così a Crookston, una cittadina posta sulle sponde del
fiume Red Lake il cui percorso è qui sinuoso come un serpente. Lo attraversiamo
alcune volte prima di giungere nel centro della cittadina. Sul percorso
scorgiamo la statua di un esploratore (colui che scoprì questo luogo? oppure
qualcuno nato qui?) e le indicazioni per raggiungere il Polk County Museum.
Proseguiamo. Stiamo ora attraversando Malmberg Praie, una delle praterie più
selvagge e meglio conservate, oltre che protette, degli Stati Uniti.
Dopo diversi chilometri un dolciastro odore assale nostre narici. Sono i fumi
che provengono dalle industrie che lavorano le barbabietole da zucchero e che
circondano il piccolo villaggio di Fisher i cui 413 abitanti traggono appunto da
questa attività il loro sostentamento. Fisher è l’ultimo agglomerato urbano
del Minnesota. Ancora una trentina di chilometri e, attraversato il Red River,
lasciamo il Minnesota per entrare nel North Dakota.
Superato il confine di stato siamo in North Dakota ed incontriamo subito Grand
Forks, una città di circa 50mila abitanti considerata la più vecchia e la
seconda come popolazione del North Dakota. Nonostante la città abbia subito nel
corso degli anni diverse ricostruzioni (a seguito di distruzioni causate da
alluvioni e tornado), la città conserva il fascino di “vecchia città di
frontiera”. E’ giorno di mercato e così ci mischiamo ai locali che girano
fra le bancarelle poste lunghe lungo il fiume. In vendita ci sono i prodotti
agricoli della zona: verdure e frutta. Ma ci sono anche punti di vendita di
dolci e cibi pronti. E così passeggiando e scattando fotografie le ore passano
veloci e le prime ore della sera scendono veloci.
Entriamo al Whitey’s Cafe and Lounge, un luogo unico. Il bar è una imponente
scultura in acciaio inossidabile a forma di ferro di cavallo circondato da tanti
separé con divanetto e juke-box. Ci accomodiamo in uno di questi ed ordiniamo
della birra che viene prodotti in un locale adiacente al bar. Decidiamo anche di
cenare e ci viene portato del pesce di fiume fritto (non male), una imponente
insalata mista e della torta al formaggio.
Più tardi andremo a riposare in un piccolo motel posto poco fuori la città.
Il mattino successivo ripartiamo prestissimo, il sole sta sorgendo ed il suo
innalzarsi ci accompagna in questa landa desolata. Lunghissimi rettilinei
disegnati, senza soluzione di continuità, fra dolci alture. Nessun segno di
vita se non qualche uccello che pigramente si muove nel cielo. Per alcune ore
siamo gli unici viandanti in questa parte del mondo. E dopo tanti, tantissimi
chilometri scorgiamo finalmente un centro abitato: è Devil’s Lake, una
piacevole cittadina posta sulle rive dell’omonimo lago. Lo specchio d’acqua
è chiamato cos’ perché non ha ne immissari ne emissari e quindi si dice che
sia stato il diavolo a riempire il buco con dell’acqua. Purtroppo in tempi
abbastanza recenti ci sono state diverse alluvioni dovute all’anormale
innalzamento delle acque del lago, fenomeno più che mai misterioso in quanto i
geologi non sono ancora riusciti ad individuare la sorgente che dovrebbe
alimentare il bacino lacustre.
La cittadina è un insieme di deliziosi edifici in mattoni rossi che ricordano i
tempi della corsa verso ovest.
Seguendo i cartelli segnalateci prendiamo la direzione sud per visitare i
territori della riserva dei Sioux. La prima attrazione che incontriamo ci lascia
perplessi in quanto è una moderna casa da gioco, il Dakotah Sioux Casino (serve
a creare i fondi per la comunità indiana). Proseguiamo e raggiungiamo Fort
Totten, un vero forte militare del XIX secolo (come quelli che si vedono nei
film western) ben conservato con museo e teatro. Ci fermiamo per visitare questo
luogo interessante. Peccato che siamo arrivati il giorno prima altrimenti
avremmo potuto assistere ad un rodeo. Dopo una visita al museo ed al forte,
decidiamo di noleggiare cavalli e guida per visitare il Sully’s Hill National
Game Preserve. Una riserva ed un parco naturale ricco di alberi secolari e tanta
altra vegetazione tipica del luogo. Durante la nostra cavalcata, o meglio
passeggiata su due addormentati ronzini, abbiamo modo di vedere bisonti, alci,
daini, lepri.
Lasciato Fort Totten ed usciti dai territori della riserva degli indiani Sioux
riprendiamo la nostra strada, fatta di lunghissimi rettilinei, verso ovest,
verso l’oceano Pacifico. Stiamo attraversando le Grandi Pianure (Great Plains)
ad ovest del Mississippi. Pianure caratterizzate principalmente da immensi prati
di foraggio con qua e la qualche coltivazione di dorati girasoli. Attraversiamo
piccoli villaggi i cui nomi ci ricordano città più importanti
dell’Inghilterra (Leeds, York). Raggiungiamo Rugby che il centro abitato più
vicino al centro geografico del nord America (lo apprendiamo da un cartello
posto sopra un cumulo di pietre alto almeno 3 metri). Mezzogiorno è passato da
alcune ore e lo stomaco reclama (non avevamo fatto colazione stamattina) e
quindi ci fermiamo al Cornerstone Café per uno spuntino a base di “chicken
wings” (per chi non lo sapesse sono ali di pollo fritte e ricoperte da una
salsa piccantissima) e birra. Chiacchierando col barista apprendiamo che
nonostante il nome inglese dei villaggi e delle cittadine della zona la
maggioranza della popolazione è di origine scandinava. Terminato lo spuntino
(durato in effetti due ore) decidiamo di visitare, su suggerimento del barista,
il Pioneer Village Geographical Center Museum un insieme di vecchi edifici
restaurati risalenti all’epoca dei pionieri che avanzavano verso ovest. Un
deposito di treni, una scuola, ed altre tipiche costruzioni recuperate (smontate
e rimontate) nei villaggi circostanti. All’interno del museo vero e proprio
oltre alla storia dei primi pionieri e dello sviluppo della zona, conosciamo la
vita di Clifford Thompson, un abitante di Rugby che era alto più di due metri e
mezzo.
A questo punto si è fatta sera e decidiamo di passare la notte qui a Rugby e
prendiamo alloggio al Hub Motel.
Il mattino successivo lasciamo il motel prestissimo in quando desideriamo
recuperare il tempo perso nei giorni precedenti. I lunghi rettilinei deserti ci
invitano a schiacciare il chiodo ed infatti stiamo andando ad 80 miglia
all’ora (130 km/h) in una zona dove il limite è di soli 55 (85 km/h) e noi
speriamo nella buona stella ed infatti non incontriamo alcun poliziotto. In poco
più di un’ora raggiungiamo Stanley, dopo aver attraversato Minot (un
bellissimo villaggio da noi visitato due anni prima quando dal Messico siamo
andati in Canada seguendo la US-83).
Subito dopo Stanley la strada cambia fisionomia. Ora è un susseguirsi di dolci
curve disegnate attorno a delle scure rocciose alture. Attraversiamo Ross
(all’entrata un cartello ci informa che ci vivono 61 persone) un delizioso
insieme di casette in legno che ci ricorda qualche cosa già visto in film
western.
Ancora un ora di guida fra le rocce e giungiamo ad Epping e ci fermiamo per il
brunch al Buffalo Inn Café. Per soli 8 dollari possiamo mangiare tutto quanto
vogliamo da un enorme buffet. Dopo di che visitiamo il Buffalo Trails Museum che
altro non è che un insieme di edifici restaurati che stanno a significare
l’epoca passata dei cacciatori di bisonti che proprio nelle Grandi Pianure
ebbero la loro fonte maggiore di lavoro e quindi di guadagno. Una polverosa Main
Street sulla quale si affacciano un emporio (general store), una ferramenta, la
prigione, un saloon. Da notare che l’area del museo è più grande del
villaggio vero e proprio di Epping (55 abitanti).
Lasciamo Epping poco dopo mezzogiorno. E’ un caldo giorno ma la nostra
convertibile ci permette di viaggiare con i cappelli al vento e non sentire così
i bollenti raggi del sole. Velocemente raggiungiamo ed attraversiamo, senza
fermarci, la cittadina di Williston. Siamo oramai al confine con il Montana.
Attratti dai cartelli decidiamo di fare una deviazione ed invece di andare ad
ovest e quindi direttamente in Montana, ci dirigiamo a sud e raggiungiamo Fort
Union.
Fort Union si trova alla confluenza dei fiumi Yellowstone e Missouri. Nonostante
il nome non è mai stato una postazione militare ma solo il più grande
avamposto commerciale nella parte alta del fiume Missouri. Fort Union era
collegata a St. Louis (lontana 2700 chilometri) con una linea di battelli a
vapore che percorrevano il Missouri. Fort Union efu anche la base di partenza
per molte spedizioni di esplorazione dei territori posti ad ovest, verso il
Pacifico.
Fort Union è stata ricostruita, secondo lo stile ed il progetto originale, nel
1980 ed ora include anche un museo che comprende oggetti e documenti che narrano
la storia del luogo.
Continuiamo verso sud e giungiamo a Fort Budford, questa volta un vero forte
militare (si dice che fu costruito con il materiale depredato a Fort Union).
Fort Budford era il quartiere del reggimento di cavalleria formato da soldati di
colore che i Sioux chiamavano “Buffalo Soldiers”. Fu proprio questo
reggimento che portò a termine l’opera di sterminio dei nativi indiani. Ed è
proprio a Fort Budford che Toro Seduto si arrese all’esercito americano; e qui
fu portato, dopo la sua cattura in Montana, anche il capo dei Nasi Forati,
Joseph.
Un luogo da visitare per conoscere e meditare sulle stragi che talvolta si
compiono nel nome del progresso o del potere.
Dopo questa deviazione decidiamo di ritornare sul nostro percorso originale e,
attraversato il confine di stato, lasciamo il North Dakota per entrare in
Montana.
Il primo centro abitato che incontriamo è Culbertson (796 abitanti).
L’attraversiamo velocemente. Nel passaggio notiamo un paio di ristoranti ed un
motel.
Ora la nostra strada corre parallela al fiume Missouri, ma mentre il corso del
fiume è sinuoso come un serpente la nostra strada è tutto un rettilineo. Ecco
quindi che talvolta il Missouri e a pochi metri da noi e talaltra è lontano
qualche centinaio di metri. Siamo nella Fort Peck Indian Reservation (tribù
degli Assiniboine e Yanktonai Sioux) il cui territorio si estende per oltre 150
chilometri.
Dopo Culbertson incontriamo il piccolissimo centro di Poplar che attira la
nostra attenzione che richiede una nostra fermata. Visitiamo il piccolo ma
interessantissimo Assiniboine/Sioux Tribal Museum. Fra i tanti oggetti e
documenti esposti, la nostra attenzione è attirata da quelli che documentano la
battaglia di Wounded Knee dove Custer ed il suo 7°Cavalleggeri fu sconfitto in
uno scontro impari.
Oramai la sera sta scendendo e quindi iniziamo la ricerca di un luogo dove
fermarci per la notte. Dopo una ventina di chilometri, all’ingresso di Wolf
Point, ci accoglie il Sherman Motor Inn, un piccolo motel con ristorante molto
carino (30 Euro la doppia e 10 Euro la cena per due e le diverse birre che
l’ha accompagnata).
La mattina successiva, dopo una veloce colazione lasciamo
Wolf Point diretti sempre verso ovest. Siamo terribilmente in ritardo sulla
nostra tabella di marcia ma le bellezze che abbiamo visto lungo la strada lo
giustificano abbondantemente.
La nostra strada scorre sempre nelle vicinanze del fiume Missouri. Raggiunta
Nashua deviamo verso sud e raggiungiamo le sponde del Fort Peck Lake, un lago
artificiale creato poco prima della seconda guerra mondiale con la costruzione
di una enorme diga in terra (lunga circa 6 chilometri e considerata la seconda
al mondo) a sbarrare il corso del Missouri. Il lago servì a creare il serbatoio
di acqua necessario per azionare le turbine della centrale elettrica costruita a
ridosso della diga. Ora la centrale non è più in funzione ed è stata
trasformata in museo che anche noi visitiamo. Veniamo così a conoscenza che
oltre 10mila lavoratori confluirono qui per attendere ai lavori; che il loro
salario era di 50 centesimi di dollaro all’ora; che molti di questi lavoratori
a lavori finiti rimasero sul luogo e trasformarono le baracche dove vissero per
7 anni in case e fondarono così l’attuale villaggio di Fort Peck (300
abitanti).
Lasciamo Fort Peck e ritorniamo sulla US-2 a Glasgow, una piccola cittadina
posta sulle rive del fiume Milk. Ora la nostra strada prosegue seguendo il corso
del fiume Milk che attraversiamo e riattraversiamo diverse volte durante il
nostro viaggio. Siamo nei territori del Lake Bowdoin National Wildlife Refuge ed
abbiamo occasione di vedere fagiani, anatre, starne volare sopra le nostre
teste. Sulle sponde del fiume vediamo sostare aironi, pellicani ed ibis.
Superiamo il piccolissimo villaggio di Saco famoso per le sorgenti di calde
acque termali delle Sleeping Buffalo Hot Springs.
Giungiamo a Malta, una cittadina di allevatori di bestiame, all’ora di pranzo
e scendiamo dai nostri cavalli, pardon dalla nostra auto e mettiamo le nostre
gambe sotto un tavolo del ristorante annesso al GN Hotel. Dicevo che siamo in
una cittadina di allevatori di bestiame e quindi sul nostro tavolo appaiono due
grosse costate (1 chilo ciascuna) al sangue accompagnate dalle solite “french-fries”,
due birre e per finire due fette di crostata di ciliegie (il tutto per 10
dollari complessivi).
Rifocillati riprendiamo la marcia. Sul nostro cammino incontriamo piccoli
villaggi e cittadine i cui nomi ci ricordano città europee: Harlem, Zurich,
Havre, Kremlin, Dunkirk (sapremo poi che tali villaggi furono fondati e così
nominati dai lavoratori impiegati nella costruzione della Great Northern Railway,
la ferrovia che collega tutt’ora Chicago a Seattle e Portland).
Siamo nella Fort Belknap Indian Reservation, una zona ricca di rocce, boschi,
cespugli. Una zona che vide le gesta di famosi fuorilegge quali Butch Cassidy e
Kid Kurry e la banda conosciuta come “Hole-in-the-Wall”.
La riserva ospita i discendenti degli indiani Gros Ventre e Assiniboine che
combatterono a fianco delle “Giubbe Blu” con gli indiani “Piedi Neri”.
Fra Harem e Havre incontriamo la cittadina di Chinook il cui nome è la
storpiatura dialettale locale del vento caldo che nei mesi di Gennaio e Febbraio
spira da sud e che scioglie anticipatamente la neve dando così modo al bestiame
di pascolare in anticipo sulla stagione primaverile. Chinnock è famosa perché
proprio qui il famoso capo indiano Chief Joseph si arrese alle truppe americane
nel 1877. Ci fermiamo per visitare il Blaine County Museum con la sua collezione
di fossili (ritrovati nella zona) e di oggetti risalenti ai nativi indiani ed ai
primi pionieri; ed inoltre una presentazione sugli eventi che precedettero la
resa di Chief Joseph.
Nelle vicinanze si trova il Chief Joseph Bear Paw Battlefield National Historic
Park che è poi il vero luogo dove avvenne la resa (ma che noi non abbiamo
visitato perché avremmo dovuto fare una deviazione che avrebbe allungato la
nostra strada di oltre 50 chilometri).
La nostra intenzione era di proseguire ad oltranza per recuperare un po’ del
tempo perduto, ma giunti ad Havre tutte le nostre buone intenzioni vengono
cancellate. L’atmosfera che si respira in questa cittadina di circa 10mila
abitanti è troppo particolare. Nel centro troviamo molti “casino” e
tantissimi bar frequentati da veri cowboy che riportano ai tempi del selvaggio
Far West. Pensiamo che fra questi edifici, a quei tempi, ci fossero anche
bordelli dove i pionieri, cercatori d’oro ed anche fuorilegge trovavano dello
svago.
Oramai sono scese le ombre della sera e quindi cerchiamo un luogo dove far
riposare i nostri cavalli, pardon posteggiare la nostra auto. E troviamo
alloggio al Great Northern Inn (60 dollari la doppia) e mangiamo cinese al
Canton Restaurant.
La mattina successiva facciamo un tour nel centro dove si trovano i saloon ed i
casino. Visitiamo il museo H. Earl Clack Memorial dove si trovano in esposizione
gli oggetti preistorici e dell’epoca indiana ritrovati al Wahkpa Chu’gn
Archeological Site che si trova alla periferia ovest della cittadina (vorremmo
visitare anche questo luogo ma è il giorno nel quale le guide sono a riposo e
non sono ammesse visite private). E prima di ripartire facciamo una visita a
quello che rimane di Fort Assiniboine che fu il più grande complesso militare
costruito in Montana durante la conquista del West. Oggi purtroppo rimangono
solo due edifici in legno ed una parte della palizzata difensiva.
Lasciata Havre la strada si snoda per oltre 150 chilometri fra desolate lande
ove saltuariamente appare qualche allevamento di bestiame, una fattoria e
diversi silos a ricordo dell’epoca della “Guerra Fredda”, silos ove erano
alloggiati i missili a lunga gittata orientati verso la Russia.
Shelby è il successivo centro abitato che incontriamo. L’attraversiamo senza
notare nulla che possa attirare il nostro interesse.
E dopo Shelby eccoci arrivare a Cut Bank, una cittadina ai piedi delle Montagne
Rocciose. Dopo tanto viaggiare fra pianure e dolci colline avevamo proprio
bisogno di cambiare panorama. Questa cittadina è considerata la località più
fredda degli Stati Uniti anche se forse questa nomea è dovuta solo al fatto che
qui si trova una delle stazioni di rilevamento del servizio meteorologico degli
USA. Cut Bank non offre nulla di particolare al viaggiatore ma noi ci fermiamo
ugualmente ma solo perché è ora di pranzo e l’aspetto esteriore del Golden
Harvest Cafe attira la nostra attenzione. E’ il posto ideale per poter parlare
con i locali, infatti i tavolini sono così vicini uno all’altro che non solo
saprete gli affari del vostro vicino ma potrete anche assaporare il profumo del
piatto che viene a lui servito. La classica bisteccona da un chilo a testa,
stavolta accompagnata da una purea di patate con pancetta fritta. Stavolta
l’accompagniamo con dell’ottimo Cabernet proveniente dai vigneti dal non
lontano stato di Washington. La sosta è due volte produttiva: per l’ottima
carne e per le informazioni che riceviamo sulla zona prossima meta del nostro
viaggio. E così decidiamo che anziché proseguire unicamente lungo la US-2
faremo una deviazione in modo da circumnavigare il Glacier National Park.
Lasciata Cut Bank la strada inizia a salire entrando nella Blackfeet Indian
Reservation (i famosi Piedi Neri di tanti fumetti e film western). Il quartiere
principale degli indiani Piedi Neri si trova a Browning, che è la prima
cittadina che incontriamo nella riserva indiana. E qui ci fermiamo per visitare
il Museum of the Plains Indian che ha una interessante collezione di oggetti di
arte indiana, gioielli e coperte sempre provenienti dalle varie tribù della
zona. La visita richiede non più di un’ora e quindi ripartiamo diretti a East
Glacier Park, un villaggio di poche case che funge da porta principale al parco
nazionale dei ghiacciai. Un bar, una pizzeria, una stazione di servizio ed una
ventina di case. C’è anche un grande albergo, il Glacier Park Lodge, che da
solo potrebbe accogliere cinque volte la popolazione del villaggio. Un albergo
da evitare, od almeno così ci era stato consigliato a Cut Bank, perché la
qualità non è pari al costo (oltre 100 dollari la doppia). Comunque noi
deviamo verso nord, verso il ghiacciaio principale.
Dopo una cinquantina di chilometri incontriamo St. Mary, un altro piccolo
villaggio che può essere una buona base per escursioni sul vicino ghiacciaio,
ma noi non siamo attrezzati per questo e quindi ci limitiamo ad attraversarla e
godere la bellissima vista del ghiacciaio e dei monti che lo circondano.
Ora la strada è tutta un serpeggiare in quota. Montagne e ghiacci sono i nostri
compagni di viaggio. Per chilometri e chilometri non incontriamo anima viva.
Forse non è stagione di turismo. Per fortuna abbiamo fatto il pieno di
carburante a Cut Bank altrimenti ora avremmo qualche problema in questo
bellissimo bianco deserto. Scendiamo leggermente di quota costeggiando un
piccolo lago alpino e finalmente raggiungiamo un centro abitato, Apgar (15
abitanti, o così almeno diceva il cartello all’ingresso dell’abitato).
Ancora pochi chilometri e raggiungiamo West Glacier, un tranquillo agglomerato
turistico. E’ quasi sera e rifare, come programmato, il percorso inverso per
ritornare ad East Glacier Park sarebbe abbastanza lungo e pericoloso e quindi
decidiamo di pernottare al Vista, un discreto hotel che ci offre una doppia per
soli 30 dollari.
Alle 6 del mattino successivo siamo già in viaggio. Ora il ghiacciaio è sulla
nostra destra, illuminato dal sole che sta sorgendo, le montagne sono alla
sinistra. Il viaggio è piacevole. Strada deserta, libera. Possiamo schiacciare
l’acceleratore e volare a 70 miglia all’ora dove il limite è di 45.
Ripassiamo da St. Mary e giungiamo ad East Glacier Park dove riprendiamo la US-2
diretta ad occidente.
La strada riprende subito a salire seguendo i tornanti che ci portano ai 1620
metri del Marias Pass. Superato il passo scendiamo verso Essex. Sulla nostra
destra il bianco dei ghiacciai, sulla nostra sinistra il verde della Flathead
National Forest. L’ambiente mi ricorda molto il nostro Passo del Gavia.
Superiamo Essex e dopo circa settanta chilometri siamo nuovamente ad West
Glacier. In circa tre ore abbiamo circumnavigato il ghiacciaio.
Proseguiamo ed in pochi chilometri siamo ad Hungry Horse, posta sulle rive del
fiume Flathead, e facciamo sosta all’Huckeberry Patch per fare colazione.
Questa volta niente uova e pancetta ma favolose torte (ai mirtilli, alle more,
alle nocciole e l’immancabile cheesecake), freschissime fragole
e”spremuta” di ciliegie. E mentre facciamo colazione la cameriera ci dice
che ad Hungry Horse dobbiamo assolutamente visitare la House of Mystery che si
trova all’ingresso del Bad Rock Canyon dove “le leggi della fisica sono
stravolte, dove gli uccelli non volano e dove gli alberi crescono storti”. Ma
non siamo pronti ad incontri ravvicinati con extra-terrestri e quindi terminata
la colazione ripartiamo secondo il nostro programma originale.
Lasciata Spokane la US-2 si snoda in una zona desertica dopo il livello di
pioggia caduta non supera i 3 centimetri all’anno. Nonostante questo attorno a
noi vediamo immense distese di campi coltivati a grano, e questo grazie ai
canali di irrigazione costruiti dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Davenport, una piccola comunità di un centinaio di abitanti, ci invita a
fermarci offrendoci la visita del suo Lincoln Country Historical Museum che
include anche una ben conservata scuola risalente ai tempi della corsa
all’oro.
Dopo Davenport è tutto un susseguirsi di altre piccole comunità rurali. A
Creston un grosso cartello ci ricorda che questo villaggio è "Home of 1982
and 1984 Girls State B Champions" (non chiedetemi di che sport perché non
ci siamo fermati per appurarlo).
A Wibur usciamo dal nostro percorso e deviamo a nord verso la Grand Coulee Dam,
la più grande diga al mondo in cemento. Alta 180 metri, spessa 145, lunga 1
chilometro e mezzo. Sbarra le acque del fiume Columbia creando così la forza
motrice per le tre centrali elettriche costruite nelle vicinanze. Purtroppo
quando arriviamo l’orario delle visite alle centrali elettriche è terminato e
quindi ci limitiamo all’osservazione di questa mastodontica opera dell’uomo.
Poi costeggiando le sponde del Banks Lake ritorniamo verso la US-2. Raggiungiamo
Coulee City (600 abitanti) che all’epoca dei pionieri era il terminale della
ferrovia e qui si fermava a dormire coloro che il giorno dopo proseguivano in
diligenza verso ovest, verso la costa del Pacifico.
Attratti dai cartelli segnaletici ci dirigiamo verso Dry Falls. Una altissima e
lunghissima parete di basalto che creava la più grande cascata del mondo
(immaginate le cascate del Niagara moltiplicate per tre in altezza e disposte su
di una lunghezza di circa cinque chilometri). Ho detto “creava” perché con
la costruzione della Grand Couluee Dam le acque del Columbia sono stata deviate
ed ora questo percorso del fiume è ora asciutto. Per avere le comodità moderne
(in questo caso elettricità) si è sacrificata una bellezza della natura.
E’ sera e ritornati a Coulee City decidiamo di prendere alloggio in un piccolo
ma pulito motel. E mentre ceniamo apprendiamo che questa piccolissima cittadina
è considerata la “Friendliest Town in the West”.
Riprendiamo il nostro viaggio la mattina successiva. La US-2 attraversa l’area
del bacino del fiume Columbia. Una zona piatta, deserta, caratterizzata da
cespugli di erica. Poi il paesaggio cambia. La strada scende, la sabbia della
pianura è sostituita da alte pareti da bruno basalto. Stiamo entrando nel Moses
Coclee, una gola profonda circa 250 metri. Raggiunto il punto più basso della
gola, la strada risale lungo il lato opposto ritornando nella zona piatta e
desertica.
Ancora una decina di chilometri ed il paesaggio cambia ancora: da deserto a
terreno fertile. Immensi campi di frumenti ci accompagnano fino a Waterville,
una piccola cittadina il cui centro è un museo a cielo aperto.
Passeggiando nella zona, caratterizzata da vecchi edifici in mattoni rossi
risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, incontriamo una banca che ci
ricorda quelle dei film western, un negozio di alimentari, un saloon. E visto
che ci siamo fermati decidiamo di dare un’occhiata anche al Douglas County
Historical Museum posto all’estrema periferia ovest della cittadina. Una ampia
collezione di oggetti che spaziano dall’epoca indiana a quella della corsa
all’ovest.
Lasciata Waterville, proseguiamo verso ovest raggiungendo Orando, un
piccolissimo villaggio posto sulle rive del Columbia. Ora la strada va verso sud
e segue il percorso del fiume. Raggiungiamo così Wenatchee, una città che trae
sostentamento per i suoi abitanti dalla coltivazione di mele e pere (produce da
sola il 50% della quantità di tutti gli Stati Uniti). Notiamo una cartello che
indica la direzione per The Washington Apple Commission Visitor Center ma non è
il nostro business e quindi evitiamo di visitarlo.
Proseguiamo costeggiando il fiume Wenatchee che percorre l’omonima valle.
Valle popolata da coltivazioni di mele e pere.
Giungiamo a Cashmere, una cittadina famosa per la produzione di un dolce
composto da frutta e nocciole chiamato Aplets and Cotlets, o almeno dice così
il cartello posto all’entrata del centro abitato. E tale cartello ci informa
anche che si può visitare la fabbrica ogni giorno.
E’ ora di pranzo e noi preferiamo qualcosa di più sostanzioso di un dolce e
quindi optiamo per il Rusty’s Drive-In dove soddisfiamo la nostra fame con la
classica bisteccona alla griglia accompagnata da ottima birra.
Prima di ripartire facciamo una breve visita al Chelan County Historical Museum
che non si discosta molto da quello visitato qualche ora prima a Waterville.
Proseguiamo con la strada che serpeggia lungo il fiume Wenatchee ed attraversa
verdi conifere e pioppeti. Raggiungiamo ed attraversiamo la cittadina di
Leavenworth ((2074 abitanti) continuando poi nella foresta di Tumwater Canyon.
Una zona che conserva nel tempo il suo aspetto selvaggio fatto di rocce ed
alberi abbarbicati al terreno scosceso. Ora la strada inizia a salire verso gli
oltre 1200 metro dello Steven Pass, il passo più alto della catena montuosa
delle Cascades. Giunti in cima ci fermiamo per poter godere il magnifico
panorama che si gode da questo punto. Inoltre siamo prossimi al tramonto e
possiamo così ammirare il rosso globo che inizia a scendere giù verso le
lontane acque del Pacifico.
Iniziamo poi a scendere verso Everett, verso la oramai non molto lontana costa
dell’oceano Pacifico, ed arriviamo così al piccolissimo villaggio di
Skykomish formato da quattro case ed un grande albergo, Hotel Skykomish, dove
decidiamo di fermarci per cenare e trascorrere la notte (40 dollari la doppia).
Il mattino successivo, dopo l’ennesima abbondante colazione, riprendiamo il
viaggio, Sarà la nostra ultima tappa.
Scendiamo verso valle seguendo il serpeggiante percorso del fiume Skykomish.
Incontriamo il villaggio di Index, è l’ultimo della zona montagnoso. Da qui
in avanti il terreno sarà pianeggiante.
Gold Bar è il primo villaggio che incontriamo in pianura ed il nome stesso dice
che nel passato qui c’erano miniere d’oro, che sono ora abbandonate perché
esaurite.
Superata Sultan giungiamo a Snohomish, posto sulle sponde dell’omonimo fiume.
Scorgiamo delle vecchie segherie oramai abbandonate da tempo. Ci fermiamo a
visitare il Blackman Museum che ci accoglie con una collezione di antichi mobili
e di oggetti che ci illustrano la storia della zona. Facciamo anche una
passeggiata nel centro dove una serie di negozi di antichità, vecchi palazzi,
saloon e cafè ci riportano indietro nel tempo.
Ripreso il cammino giungiamo infine ad Everett, la meta finale del nostro
viaggio. Everett è una città di circa 100mila abitanti posta circa 50
chilometri a nord di Seattle. E’ una città industriale con le sue cartiere, i
cantieri navali della base della US Navy e la fabbrica della Boeing da dove
escono gli aerei più famosi del mondo. Questa località non offre nulla di
particolare salvo che siate come me amanti del mondo aereo ed allora in questo
caso fate un giro all’interno della Boeing (ogni giorno dalle 9 alle 15).
Il nostro viaggio termina al tavolo del Ray’s Drive-In davanti ad un enorme
piatto di “fish ‘n’ chips”.
Il viaggio è durato quasi il doppio del previsto ma ne è valsa la pena. Ogni
luogo visitato ha lasciato dentro di noi un ricordo.
Un ringraziamento particolare a Remo V. per la concessione del racconto