La grande avventura

 

La costa ovest e l'interno, tra Parchi naturali, deserti e città inventate per il divertimento.
È un'esperienza da fare in auto tra la natura vergine e paesini che sembrano usciti da un western
Oakland, San Leandro, strade e autostrade che declinano il numero 5. Da queste parti hanno inventato sia il chip che reinventato il vino. Manteca, Modesto: da queste parti cominci ad apprezzare come mangiano gli americani on the road. In una parola, dopo un po' del loro menù, quando incontri un ristorante messicano ti sembra vegetariano e dietetico. Yosemite Park: da queste parti cominci a capire quantità e qualità della storia naturale del continente.

Acqua, roccia, vento, erosione: tutto ha lavorato in grande, il Parco è un sogno ad alta quota. Un luogo accessibile per gli umani ma in cui ogni umano sente il sapore di avventura. E poi giù: Fresno, verso Bakersfield, la California delle vallate che non finiscono mai di finire, ma prima, a Visalia, devii verso le Sequoia, di nuovo verso la montagna. Catene ai pneumatici, neve, per strada un lupo con le zampe anteriori vestite di un colore altro dal pelo. Sì, "due calzini", quello di Balla coi lupi. E un rifugio tra alberi immensi, qualcosa che sembra l'hotel di Shining. Ghiaccioli dal tetto, orsi che fanno la posta a quel che lasci in macchina o in camera. E gli alberi, cento metri e tantissimi anni di vita. Corteccia morbida e spugnosa come fosse sughero: è il Wuksachi Lodging, 150 dollari per dormire e 50 per mangiare dentro, nel cuore di una catena montagnosa che nessuna strada valica. La puoi solo aggirare scendendo a sud verso il deserto Mojawe (ottima la birra omonima). Deserto vero e lago salato che pare rubato alla Luna. A Lone Pine, due case, forse tre, ci sono dieci motel, uno sceriffo e un ristorante dove servono bistecche che mangi accanto a una giostrina sul tavolo che potrebbe stare a Vienna e invece qui se vuoi ti compri la tenuta da film western. Da Lone Pine strada 136 verso la Valle della Morte, 55 metri sotto il livello del mare e Zabriskie Point che non è un film ma un belvedere sul pianeta come fu al tempo della lava primigenia o come potrebbe essere dopo una vetrificazione da atomica. Poi attraversi il confine, sei in Nevada, via Pahrump dove il maxi cartello che annuncia il primo Casinò si allinea con quello che pubblicizza le ventisei chiese e religioni disponibili in città.

Corri, scivoli fino a Las Vegas. Quando, tra migliaia di anni, gli archeologi scaveranno qui, dio solo sa cosa penseranno della civiltà che qui costruì. Troveranno resti di una piramide, di Piazza San Marco e del Ponte di Rialto, della Fontana di Trevi e di quella del Tritone, di un Circo romano, dell'Empire State Building e di vascelli corsari. Di piscine a centinaia dove l'acqua non c'era, di edifici grandi come aeroporti dove erano macchine che erogavano e ingoiavano gettoni e tavoli a chilometri e tappeti di cerchietti di plastica. Las Vegas, il più grande Parco di divertimenti per adulti sulla Terra, dove ogni vizio o piacere, gola, sesso, gioco, shopping, può, anzi, deve essere soddisfatto. Al Bellagio, l'hotel di Ocean's Eleven, una stanza costa poco più di trecento dollari. Ve li potete procurare con pazienza in un paio di ore al tavolo del poker caraibico. È un po' come giocare alla carta più alta invece che a poker davvero, ma per perdere dovete essere davvero incauti. Oppure andare a giocare in altre sale e altri giochi. Comunque il Casinò per gli americani non è quel luogo esclusivo o di cui diffidare come in Europa, più pericoloso del tavolo è il frigo bar: è a sensori a peso, se toccate e spostate la bottiglia, il biscotto o il cioccolato, il computer ve lo mette in conto ed è difficile spiegare che toccare non è consumare. Attenzione al ristorante italiano: vale la pena solo se è costoso, di alto livello, altrimenti è delusione più o meno come il cinese. Allora, se si vuole stare sicuri, meglio il pub irlandese. E adesso avvertenza vietata ai minori: sulla pubblicità esplicita diffusa in ogni modo in città di allegre serate ci sono prezzi che comprendono solo il guardare, senza toccare. Un po' come il frigo bar.

Ma è già tempo di Grand Canyon, comincia presto, a sud di Las Vegas, comincia con l'Hoover Dam, il ponte nella gola tra Nevada e Arizona dove cambia il fuso orario. Comincia e continua per centinaia di chilometri, scavato dal fiume Colorado e a chi lo guarda da duemila metri di altezza da terrazze naturali appare come uno scavo profondo un chilometro e più, largo dai venti ai quaranta e con in mezzo il vasellame lavorato nel laboratorio dei giganti: torri e guglie scavate, intagliate dalle dita di ciclopi. Ci puoi andare dentro a piedi, ma ci vogliono polmoni, garretti, salute di ferro, esperienza e organizzazione. Ci puoi andare in aereo o in elicottero. Ci puoi stare sopra in auto, piazzola, dopo piazzola per cento chilometri. Ci puoi dormire a fianco per cento dollari. Comunque, portarsi un maglione, anzi un giaccone, perché, qui nel West, dove non è deserto è altopiano.

E anche a Tuba City, Cow Spring, Kayenta, nomi, cartelli stradali e poco più sulle strade già di Tex Willer che portano alla Monumental Valley, quella con i roccioni dei film e spot tv, tira aria fredda. Fredda come la vita degli indiani contemporanei: reddito e condizioni socioculturali sono visibilmente depressi, basta avere occhi per guardare. Ma la valle è davvero monumentale e il Lodge, l'albergo, il Guolding's sotto i roccioni color ocra è meglio che nei film. Cibo a parte, è un regalo: cento dollari per dormire con gli indiani mille volte meglio che gli indiani. Poi la terra dei Navajos si estende nell'Utah, una grande curva da Mexican Hat fino a Chinle, porta del Canyon de Chelly, immense catacombe naturali a cielo semiaperto dove gli indiani coltivavano, abitavano e dove furono regolarmente massacrati prima da spagnoli e poi da anglosassoni. È l'Arizona con il deserto dipinto, sabbie e rocce dai colori cangianti e la foresta pietrificata, legno, alberi che si sono mineralizzati e oggi sono dischi lucidi e lisci. Siamo alle porte di Flagstaff, sulla 40, dopo Hoolbrok, Winslow. Flagstaff c'è e non c'è: una strada principale, lunghissima e decine di hotel e motel. Poco o null'altro. Nonostante quello che abbiamo visto al cinema, non è una città assolata nella prateria, è invece la retrovia di una regione dedita agli sport montani.

È un luogo meravigliosamente improbabile, deserto al tramonto, dove mangi tortillas e pimento mentre fuori c'è la neve e da dove te ne vai per una strada di montagna, scavata nella roccia e nei boschi che scende fino alla conca di Sedona tra ruscelli e strapiombi. Sedona, un villaggio-gioiello per la natura che ha intorno, un po' sgradevolmente adattato a supermarket. E da Pedona giù, a Sud, verso quell'immensa marmellata di grattacieli e ranch che è Phoenix. Qui è tutto: i cactus che sembrano pali del telegrafo o spaventapasseri giganteschi e spinosi, i tramonti, la polvere delle piste. E, come in tutta l'Arizona e in Utah, insediamenti umani che hanno la struttura del vecchio West: una main street, pochi edifici intorno, un cerchio più ampio di roulottes, caravan e case mobili. Da Phoenix autostrada numero 8 verso San Diego, di nuovo verso la California. Ma prima c'è Yuma, quella del treno. Di treni ce ne sono sempre, lunghissimi. Affiancano l'auto più o meno alla stessa velocità: motrice Southern Union, container due su tre made in China. Yuma, enorme deposito di tutto: umani e merce. Aria condizionata ovunque che tiene fuori il deserto, polizia di frontiera ovunque che non tiene fuori i chicanos, gli immigrati messicani e centro americani. È tutto bello e molto west, ma c'è nell'aria e in terra un sapore di violenza. Il blocco di polizia sull'autostrada dove, al confronto con quel che accade ad altri con la pelle abbronzata come la tua, comprendi il valore inestimabile di un passaporto europeo.

L'ultima catena montuosa e poi ecco San Diego. Bella, dolce, quasi languida. Le casette fronte oceano, sono in affitto, ti vien voglia di prenderle, costano relativamente poco. Il parco giochi con le orche, quelle grandi e vere che giocano con loro. Ti piace pensare lo facciano come sottile rivincita verso gli umani. A guardarle anche famiglie con gli uomini vestiti come tre secoli fa e donne con cuffietta e gonnelline: sono quelli che hanno fermato l'orologio della tecnologia giudicandola alleata del diavolo. Ci sono davvero e risultano meno familiari di orche e delfini. La portarei Midway alla fonda che puoi visitare con i suoi aerei da guerra. Due centri storici, uno finto per turisti e uno vero, vivo, animato, meridionale e caldo. Cucina che già si è fatta più complice del tuo palato, San Diego racconta, forse mentendo un po', quel "sognando California" che era la canzone di tanti anni fa.

Venti miglia a sud, neanche: Tijuana, Messico, quella di Traffic. Se vieni dagli Usa il confine non c'è. Non ti accorgi di averlo superato, non una sbarra, un gabbiotto, una divisa. Ma all'improvviso buche, lavavetri, venditori ambulanti di tutto, doppie file in parcheggio, clacson. Siamo a casa, o quasi. Garage e studi radiografici si contendono spazio sulle insegne e nei portoni. E farmacie dividono gli spazi con i bordelli, entrambi operativi 24 ore su 24. Tijuana è un ambulatorio a buon prezzo fuori dell'uscio di casa degli americani e un efficiente mercato di carne umana. Condito di folklore, finto come quelle chitarre di strade suonate da finti Zapata, vero come quello del rito, onnipresente, della tequila.

Quando rientri negli Usa, invece, il confine c'è, eccome. Una coda di ore, con ai margini un'umanità intera che prova a venderti di tutto, dall'inginocchiatoio portatile, alla croce del Golgota a grandezza naturale, dal poncho all'acqua minerale. E poi la perquisizione, degli umani e delle macchine. E quindi la sensazione di essere stati riammessi a fatica. Riammessi là dove la sera scovi un negozio con le "repliche", perfette, auto d'epoca che gli americani riproducono e vendono a prezzi relativamente accessibili. Là dove la churrascaria brasiliana è brasiliana davvero e la carne è ottima. Là dove una strana logica dei prezzi fa sì che due caffè con le solite cose di contorno costino più o meno come due bistecche. Là dove l'hotel a cinque stelle costa 250 euro a notte. Là, in quel mondo dove tutti fanno la fila, sempre, per qualsiasi cosa. Riammessi negli Usa, anche se l'auto che avete noleggiato in Messico non la potevate portare, non è consentito dalle assicurazioni. Riammessi in questa terra dove viaggiare è sfogliare un atlante con, in rapida e serrata sequenza, ogni pagina e meraviglia e manifestazione estrema e grandiosa della natura: oceani, deserti, montagne, fiumi, metropoli, orsi, lupi, balene...Là dove anche l'ultimo motel è un luogo pulito ed efficiente e dove l'ultimo motel non è mai l'ultimo perché questa è la terra dove tutto si trova. Ad ogni ora del giorno e della notte.
Mino FuccilloForumViaggiatori.com Forum viaggi di 45 Parallelo Nord Claudio e Francesca

Fonte http://periodici.kataweb.it/viaggi/index.jsp?num=444&page=38

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