MANGROVIE, LAMANTINI E
NAVICELLE SPAZIALI
Un racconto di Silvia
Dal 11 al 23 aprile 2005
Tutto prenotato tramite Hotelplan tranne il volo intercontinentale
Spesa totale in due Euro 3,800 (compreso soggiorno alle Bahamas)
Itinerario: Miami – Key West – Naples – Orlando – Miami – Bahamas –
Miami
Guida utilizzata, oltre a varie ricerche su internet: Florida della Lonely
Planet (in inglese, per ora in italiano non esiste.)
11 aprile 2005, lunedì
Partiamo da Malpensa con un lieve ritardo, accompagnati da una pioggerellina
insistente… ma che importa, tra undici ore saremo al caldo sole della Florida!
Il volo Alitalia procede tranquillo, anche perché trascorriamo più della metà
del tempo dormendo, e arriviamo a Miami rilassati e riposati!
Sbrighiamo velocemente le formalità di immigrazione, consegnando i moduli
compilati durante il volo. Devo dire che le mie preoccupazioni circa
l’accoglienza erano del tutto infondate: non ci sono né agenti dall’aria
truce che ci si rivolgono in uno slang incomprensibile, né cani giganteschi e
feroci. Tutti ci parlano in un inglese comprensibilissimo, ci dicono
continuamente “welcome” e rispondono cortesemente alle nostre richieste di
indicazioni. Un’addetta dell’immigrazione rileva le impronte digitali dei
nostri indici e ci fotografa, poi ci spedisce a ritirare il bagaglio, che viene
annusato da teneri cagnolini antidroga (beagles, credo), accompagnati da
poliziotti. All’uscita, dopo un paio di minuti di attesa, una navetta della
Herz ci preleva per condurci a ritirare la nostra vettura. La sede
dell’autonoleggio non è distante, per fortuna, non tanto per la guida
piuttosto sportiva dell’autista ma per l’aria condizionata, da brivido!
(scopriremo ben presto la mania degli americani di tenere l’aria condizionata
a temperature polari).
L’auto che ci viene consegnata è una Ford Focus rossa, dotata di ogni
confort, cambio automatico compreso… e chi ha mai guidato con il cambio
automatico? Un addetto, guardandoci come se fossimo due alieni, ci spiega
l’essenziale: “P” per parcheggiare, “D” per guidare, “R”
retromarcia, il resto, afferma, non ci interessa… Va be’, partiamo, muniti
di una cartina che la ragazza della reception ha scarabocchiato mentre ci
forniva delle spiegazioni (in spagnolo) su come arrivare a Miami Beach.
Apro una parentesi sulla lingua. Molti abitanti di Miami sono di origine
ispanica, quindi lo spagnolo è molto diffuso. Il problema è che gli americani
sono convinti che lo spagnolo sia identico all’italiano (un poliziotto
all’aeroporto mi ha raccontato che sua sorella, che parla bene lo spagnolo, è
venuta in Italia convinta di poter comunicare tranquillamente, e si è trovata
in difficoltà!!!). Io parlo abbastanza bene l’inglese, ma conosco non più di
venti parole in spagnolo… la scena, in genere, è questa (reception
dell’hotel, negozio, ristorante, ecc.): io mi rivolgo in inglese
all’interessato, che mi risponde nel medesimo idioma (nel 90% dei casi siamo
stati scambiati per tedeschi); io traduco in italiano a Matteo; a questo punto
l’interessato esclama: “ma da dove venite? Vi ho scambiato per tedeschi!”
e, appurato che siamo italiani, passa dall’inglese allo spagnolo!
Comunque, spagnolo o no, la ragazza ha dimenticato di indicarci di girare a
destra a un semaforo e, dopo nemmeno cinque minuti di guida, non abbiamo la
minima idea circa la nostra posizione…Ok, accantoniamo la cartina, prendiamo
la nostra guida e seguiamo il nostro istinto!
Tutto sommato, muoversi a Miami non è difficile. La città è una specie di
griglia, con le vie (streets) da est a ovest che intersecano i viali (avenues)
in direzione nord-sud, e dopo un giorno di permanenza si riesce già a muoversi
in scioltezza. Noi non so bene che strade abbiamo percorso, comunque a un certo
punto un cartello che indica il quartiere Art Dèco ci fa capire di essere
vicini alla meta. Avvicinarsi a Miami è entusiasmante: i viali a più corsie
bordati di palme, i grattacieli che svettano in lontananza, le auto americane…
sembra di essere sul set di Miami Vice!
Il nostro hotel è il Riu Florida Beach, e lo consiglio vivamente. E’ situato
in Collins Avenue, a cinque minuti di auto da Ocean Drive, ed è dotato di
camere spaziose, piscina, accesso alla spiaggia e di un’ottima colazione a
buffet, oltre che di personale cortese e di un comodo “valet parking”
(ovvero, davanti all’ingresso dell’hotel un addetto ci apre la portiera,
prende in consegna la nostra auto e la parcheggia) che, dobbiamo ammetterlo, ci
fa sentire un po’ “vip”!
Dopo una doccia rigenerante, siamo pronti per una passeggiata su Ocean Drive.
Pensavamo che parcheggiare sarebbe stato difficile. Errore. Oltretutto i posti
auto sono fatti su misura per le grandi auto americane, e una Focus si
parcheggia comodamente. Per il parchimetro bisogna munirsi di “quarters”
(monete da 25 cent), anche se ci è capitato di trovarne alcuni che accettano la
carta di credito!!!
Ocean Drive è esattamente come la immaginavo: caotica, colorata di luci al neon
che mettono in risalto la particolare architettura dei palazzi, speziata dalla
cucina dei ristoranti di ogni genere che ne occupano totalmente un lato. Di
fronte, la passeggiata, le palme e la spiaggia… Passeggiamo tranquillamente,
osservando la caratteristica architettura art déco dei palazzi, che poi sono
tutti hotel, tranne alcune rarissime eccezioni come Amsterdam Palace, residenza
degli anni ’30 acquistata da Versace nel ’93. Gli edifici sono molto
colorati, spesso decorati con motivi floreali. E’ un po’ strano pensare che
South Beach, che risale ai primi decenni del 1900, venga definita “quartiere
storico”… ma per un paese come gli USA, con una storia piuttosto breve alle
spalle, forse è comprensibile.
Ceniamo al News Cafè, locale alla moda, con numerosi tavolini all’aperto dove
ci accomodiamo nonostante il vento. Mentre mangiamo, osserviamo l’incessante
viavai che sfila a pochi passi da noi. Una delle nostre guide recita, a
proposito dei frequentatori di Ocean Drive: “corpi tonici… abbigliamento
all’avanguardia…” … sicuramente ci sono persone di ogni genere, ma ben
poche corrispondono alla suddetta descrizione!
Dopo cena torniamo alla base. Siamo in piedi quasi da 24 ore, e la stanchezza
comincia a farsi sentire…
12 aprile 2005, martedì
Il fuso orario fa sì che alle 4,30 siamo già svegli. Fortunatamente riusciamo
a riposare ancora un po’, ma alle 7.30 siamo già pronti ad affrontare la
giornata. Dopo una favolosa colazione passeggiamo un po’ sulla spiaggia,
assaporando il profumo di salsedine e il calore del sole sulla pelle. La
spiaggia è veramente immensa, bordata di palme oltre le quali si delineano
palazzi e hotel, delimitata da una passerella affollata di persone che fanno
jogging, pattinano o passeggiano... una delle immagini “classiche”
dell’America che abbiamo in mente, insomma. Scattiamo un paio di foto accanto
a una torretta dei guardaspiaggia (a quest’ora incustodita, naturalmente)…
incredibile, anche la torretta è in stile déco!
A questo punto è ora di avviarci verso la meta odierna: il parco delle
Everglades.
Le Everglades, che occupano buona parte del sud della Florida, sono
caratterizzate da un particolare ecosistema di paludi, acquitrini e canali, e
ospitano una grande varietà di flora (vari tipi di mangrovie, palme, alberi di
mogano ecc…) e fauna (numerose specie di uccelli e alligatori, per esempio).
Vengono definite “il mare di erba” e, effettivamente, non c’è nome
migliore che possa descrivere il particolare paesaggio che ci circonda mentre
percorriamo la US41 (Tamiami Trail). La nostra scelta è caduta, anziché sul
classico giro in air-boat, sulla Shark Valley, dove è possibile partecipare a
un tour in bus di circa due ore, accompagnati da una guida che, nel nostro caso,
parlava così veloce da consentirmi di capire metà delle spiegazioni. E’
stata comunque un’esperienza interessante. Il percorso si snoda tra le paludi,
dove si avvistano con facilità parecchi alligatori, falchi e aironi. La guida
descrive minuziosamente ogni animale e vegetale che ci si presenta davanti, e più
volte fa fermare il bus per consentirci di osservare una particolare ninfea, una
mamma coccodrillo con i piccoli, una tartaruga gigantesca… Circa a metà
percorso si raggiunge una torre da cui si gode una vista a 360 gradi sulle
Everglades… acqua, piante acquatiche e “hammocks”, piccole isole alberate
un tempo abitate da indiani. Inutile dire che restiamo affascinati da questo
paesaggio così insolito, dove il silenzio è rotto solamente dai richiami degli
animali… senza contare l’emozione di trovarsi a pochi metri dai
coccodrilli… veramente una sensazione unica.
Terminato il tour, ripercorriamo la Tamiami Trail in direzione Miami. Entrando
in città questa strada si “trasforma” nella 8th Street, meglio conosciuta
come “Calle Ocho”, il cuore di Little Havana, e ci fermiamo a dare
un’occhiata.
Anche se i cubani vivono in tutta Miami, è questo quartiere che si è
trasformato in una sorta di “patria sostitutiva” da quando è iniziata la
loro fuga da Cuba negli anni ’60. Qui lo spagnolo è la lingua dominante,
alcune persone non parlano inglese. In effetti, girando per il quartiere, a
volte si fa fatica a credere di trovarsi negli Stati Uniti. Ci sono negozi di
specialità cubane, bar da cui esce un ritmo di salsa, perfino una piccola
fabbrica di sigari. Io sono particolarmente incuriosita dalle “botanicas”,
negozi che vendono articoli per la santeria, una specie di miscuglio tra
cristianesimo e riti animisti di origine africana. E’ molto bizzarro, ci sono
spray e candele “propiziatori” per tutto ciò di cui si può avere necessità
(fortuna, amore, soldi…). Non faccio acquisti perché i miei interessi sono
altrove e, più precisamente, da “Casino”, un fornitissimo negozio di musica
latino americana!
Il nostro giro prosegue lungo la 13° strada, nota come Cuban Memorial
Boulevard, il cuore “nazionalista” del quartiere, dove la fiamma eterna del
monumento alla brigata 2506 ricorda i cubani periti nell’invasione della Baia
dei Porci. Ultima tappa, Plaza de la Cubanidad, per una foto accanto a una mappa
bronzea di Cuba, di fianco a un albero dalle radici davvero imponenti.
Rientriamo alla base senza sbagliare strada, e ci sentiamo già un po’ come se
fossimo a casa nostra… questa sensazione si rafforzerà ogni volta che
rientreremo a Miami… forse è anche per questo che ne abbiamo nostalgia…
Cena anche oggi tra i suoni e i colori di Ocean Drive, ancora più ventosa di
ieri!
13 aprile, mercoledì
Questa mattina lasciamo la città per dirigerci verso Key West. La distanza da
percorrere non è eccessiva (155 miglia) ma, calcolando che il limite di velocità
si aggira sulle 50 miglia orarie, stimiamo un tempo di percorrenza di
quattro-cinque ore, soste comprese. Percorrendo la US41, ieri, abbiamo notato
che in genere i limiti di velocità vengono rispettati, forse anche a causa
delle numerose pattuglie di polizia disseminate lungo la strada!
Lasciando la città percorriamo alcuni quartieri interessanti come Coral Gables
e Coconut Grove, e ci concediamo una sosta all’American Airlines Arena, dove
scopriamo che domenica ci sarà una partita dei Miami Heat, scoperta che non può
non entusiasmarci (soprattutto Matteo, grande appassionato di basket). Domenica
mattina però saremo a Orlando… riusciremo a essere qui in tempo? Be’, per
ora non pensiamoci e proseguiamo verso la nostra meta!
Fino a questo momento non abbiamo avuto problemi con gli spostamenti. Uscire da
Miami seguendo la US1, invece, è un delirio, e solo ora ci rendiamo conto di
quanto sia veramente immensa questa città. Per più di un’ora non facciamo
altro che fermarci a un semaforo, ripartire, proseguire duecento metri e
fermarci a un ennesimo semaforo… iniziamo ad apprezzare il cambio automatico,
verso cui eravamo così diffidenti!
Si abbandona davvero la città solo quando si arriva a Homestead, dove ci
fermiamo per un pieno di benzina… non ci sembra vero, solo 16 dollari per
riempire il serbatoio di una Focus!
Inizia ora un tratto di strada dritta, tanto per cambiare, circondata da
vegetazione (soprattutto mangrovie). Non vediamo l’ora di iniziare a
percorrere le Keys, le famose isole coralline che si protendono nelle acque
turchesi del mare dei Caraibi. L’idea di ponti che collegano isole per
chilometri e chilometri mi ha sempre affascinato. Resto quindi inizialmente
delusa mentre cominciamo a percorrere le Upper Keys. Avevamo immaginato di
vedere il mare, qualche spiaggia e invece, dopo Key Largo, ci aspetta la solita
strada dritta con mangrovie ai lati, con le isolette vicine al punto che i ponti
che le collegano sono veramente minuscoli, ben lontani dalle immagini grandiose
che ho in mente. Per fortuna, man mano che di dirigiamo a sud, constatiamo che
le immagini che vengono pubblicate sui cataloghi sono vere! E’ indescrivibile
la sensazione che si prova percorrendo questa strada, in alcuni punti sembra di
volare sull’acqua… acqua dalle mille sfumature di verde e di blu…Ora sì
che è tutto come immaginavo! Vorremmo continuamente fermarci, ma il tempo è
poco. Facciamo sosta a Islamorada, che si vanta di essere il centro maggiore a
livello mondiale per la pesca. Certo è che queste acque sono veramente ricche
di ogni forma di vita marina. La bellezza delle Keys, infatti, risiede anche
sott’acqua, dove ci sono dei “parchi” lungo la barriera corallina. Noi,
che non siamo subacquei, ci accontentiamo di ammirarne la superficie!
Pranziamo in un locale particolare, su una terrazza di legno dotata di
ombrelloni di foglie di palma, che si affaccia sul mare. Si chiama “Outback”,
offre cibo australiano e credo faccia parte di una catena di locali, dato che ne
abbiamo visti altri durante i nostri spostamenti (ma nessuno carino come
questo!).
Ripartiamo, mentre delle nubi grigie minacciano di arrivare a Key West prima di
noi… ma a Key West deve esserci il sole! C’è la celebrazione del
tramonto!!!
Mentre Matteo guida, osservo, da brava navigatrice, la nostra posizione sulla
cartina. I nomi delle isolette si susseguono velocemente e si ha la
sensazione di muoversi rapidamente, ma la nostra posizione sulla carta è sempre
la stessa. Inizio a temere di avere commesso degli errori quando ho programmato
le tappe del viaggio. Che abbia sottovalutato le distanze e i tempi di
percorrenza?
Comunque, è inutile pensarci ora che è già tutto programmato e, soprattutto,
pagato e prenotato. Meglio distrarsi osservando il paesaggio. Via via che ci si
avvicina a Key West, le isolette sono più distanziate, la superficie del mare
è punteggiata da basse mangrovie e osserviamo numerosi gabbiani, pellicani e
altre varietà di volatili a noi sconosciute, nonostante gli insegnamenti di
ieri della guida al parco delle Everglades.
Finalmente, accompagnati da un pallido raggio di sole, arriviamo all’estremità
sud della US1, il punto più meridionale degli USA: Key West. Non mi sembra
vero, finalmente sono qui! E’ da anni che desidero visitare questo luogo e ora
quasi stento a credere che sto davvero percorrendone le vie.
Per prima cosa ci dirigiamo verso l’hotel, il Casa Marina
(www.casamarinakeywest.com). Un consiglio: andateci, se dovete pernottare
sull’isola. E’ stato il primo grande albergo di Key West, costruito negli
anni ’20 da Henry Flagler, ed è situato su una bella spiaggia. E’ caro,
devo ammetterlo, ma l’atmosfera è molto particolare… e poi, al massimo si
risparmia sulla tappa successiva!
Abbandonati i bagagli, la nostra prima tappa è la casa di Hemingway,
un’abitazione in stile spagnolo coloniale, circondata da un lussureggiante
giardino in cui vivono i discendenti dei gatti dello scrittore!
Il punto più meridionale degli USA (Southernmost Point) non è niente di
entusiasmante, e gli dedichiamo pochi minuti, giusto il tempo di una foto
accanto alla colonna, posta al termine di South Street.
In attesa del tramonto percorriamo Duval Street, la strada principale, e le
stradine che la intersecano… e iniziamo a rimpiangere la decisione di fermarci
solo per una notte! Ebbene sì, questa isoletta ci ha decisamente, e in breve
tempo, conquistati! Non cercherò nemmeno di provare a spiegarne il perché, è
un posto da vivere, un luogo in cui immergersi totalmente… le tipiche cassette
di legno circondate (a volte sommerse) da alberi tropicali e cascate di fiori,
l’atmosfera rilassata, molto “caraibica”, galline (!!!) che razzolano per
le strade, la musica, gli odori… Camminiamo e camminiamo, affascinati da
questo luogo così lontano dalle immagini dell’America che abbiamo in mente…
e così capita che non ricordiamo più dove abbiamo parcheggiato l’auto!
Pazienza, la troveremo, ma tra poco il sole tramonta, incamminiamoci verso
Mallory Square.
La piazza, per la verità, non è niente di speciale ma, anche qui, è
l’atmosfera che fa la differenza. Gironzoliamo un po’ tra frotte di turisti,
artisti di strada e chioschetti che vendono la famosa Lime Pie, tipico dolce,
poi ci sediamo sul molo in attesa che il sole scenda sotto la linea
dell’orizzonte. Il sole… sembra sempre più pallido… e si vedono sempre più
nuvole in avvicinamento… ebbene sì, al momento decisivo i nuvoloni che ci
hanno seguito per tutto il giorno oscurano il sole. Niente festeggiamenti,
niente applausi… Ci consoliamo con un’ottima cena cubana, recuperiamo
l’auto e rientriamo alla base. Domani ci aspetta un lungo tratto di strada,
fino a Naples, sul golfo del Messico.
14 aprile, giovedì
Nuvoloso anche oggi, speriamo non piova! Dopo un’abbondante colazione nel
giardino dell’hotel (ormai ci siamo abituati) gironzoliamo un po’ sulla
spiaggia, poi ci rechiamo al famoso cimitero di Key West. Può sembrare un po’
macabro visitare un cimitero, ma questo è particolare… all’ingresso veniamo
addirittura muniti di una piantina per individuare le tombe più interessanti.
La particolarità del luogo è infatti dovuta a lapidi dalle forme inusuali (a
forma di nave per un marinaio, per esempio) e dalle iscrizioni bizzarre (“Te
l’avevo detto che non mi sentivo bene!” ecc.). E’ divertente anche cercare
le più strane senza l’ausilio della cartina ma ci vuole molto, molto tempo…
Per noi è arrivato il momento di ripartire. A malincuore ripercorriamo le Keys
per tornare sulla terraferma, sperando di ritornare in questi luoghi, magari
dedicando il viaggio solo a queste isole.
Il viaggio verso Naples è davvero interminabile, anche perché sbagliamo strada
e allunghiamo ulteriormente il percorso. Fortunatamente, la strada che taglia il
sud della Florida da est a ovest (Tamiami Trail), nonostante sia dritta e
deserta non ci annoia. Tra le mangrovie e i cipressi che ci circondano, si
vedono villaggi indiani (mi incuriosiscono molto, ma non sono ammessi
visitatori), animali (tra cui, naturalmente, coccodrilli) e cartelli che a prima
vista possono apparire decisamente strani (“tra cinque miglia attraversamento
pantere”, che probabilmente significa che in quel punto c’è terra da
entrambi i lati della strada e non solo paludi). Oltrepassiamo anche il più
piccolo ufficio postale del paese, a Ochopee, davvero minuscolo.
A Naples alloggiamo all’Holiday Inn, la più americana delle sistemazioni del
nostro viaggio.
La cittadina, adagiata sul golfo del Messico, è una famosa stazione balneare, a
nostro parere un po’ snob, meta di ricchi pensionati e giocatori di golf (ci
sono ben 54 campi).
Passeggiamo lungo la via principale, affollatissima, e fatichiamo per trovare un
tavolo libero in uno dei numerosi ristoranti (alcuni danno in dotazione una
specie di cercapersone, attraverso cui avvisare il cliente che si è liberato un
tavolo, lasciando così la gente libera di passeggiare nell’attesa). Dopo
cena, diamo un’occhiata ai negozi, tutti molto chic… questo posto non fa per
noi… vogliamo tornare a Key West!!!
15 aprile 2005, venerdì
Lasciamo l’Holiday Inn di buon mattino. Prima di dirigerci verso Orlando,
vogliamo dedicare ancora un po’ di tempo a questa cittadina e alle sue famose
spiagge. La ragazza della reception, cui chiedo informazioni circa il percorso
per Orlando, è così entusiasta all’idea che siamo diretti a Disney World che
non ho il coraggio di dirle la verità: le nostre mete sono il Sea World e il
centro spaziale Kennedy.
Naples, a quest’ora, è più vivibile, con poche persone e auto in
circolazione. Tutto è molto ordinato e curato. A noi sembra di stare sul set di
un classico film ambientato in un’altrettanto classica cittadina americana:
case di legno prive di recinzione, giardini ben tenuti attraversati da vialetti
pedonali e viali più ampi per le auto, marciapiedi con gente che fa jogging…
Le spiagge, cui si accede tramite passerelle di legno immerse nella vegetazione,
corrispondono esattamente alle descrizioni della guida: sabbia fine e soffice,
lambite da acque tranquille e disseminate di conchiglie anzi, in alcuni punti ci
sono solo conchiglie! Questo mi fa pesare meno la decisione, presa a malincuore
a causa del poco tempo a disposizione, di non fare tappa a Sanibel Island dove,
si dice, si possono trovare più di duecento tipi di conchiglie (attenzione,non
tutte si possono raccogliere).
… e proprio ora che iniziamo ad apprezzare Naples è arrivato il momento di
ripartire!
Il tratto di strada per Orlando richiede circa quattro ore. L’unico fatto
rilevante del tragitto è che scopriamo il “Taco Bell”, una catena tipo Mc
Donald’s che offre cibo messicano e che diventerà la nostra meta fissa per il
pranzo durante i successivi spostamenti (perché non aprono anche in Italia? A
volte ne abbiamo nostalgia…).
Arriviamo a Orlando senza uno straccio di cartina (sulla nostra guida sono
indicati solo i parchi e le vie principali della zona di Lake Buena Vista) e,
quindi, senza la minima idea della direzione da seguire. Bisogna, inoltre, fare
attenzione a non confondersi: Orlando, intesa come città, non ha niente a che
vedere con la zona più a sud dove sono collocate le varie attrazioni (Disney e
non) che attraggono i turisti.
Giriamo a casaccio, cercando di ragionare, ma non abbiamo basi per farlo.
Finalmente vediamo una specie di chioschetto per le informazioni, dove veniamo
forniti di una piantina grazie alla quale raggiungiamo il nostro hotel, il Riu
Orlando (non eravamo nemmeno troppo distanti).
L’hotel, naturalmente, è simile al Riu di Miami, il che non ci dispiace.
Ormai è tardi per visitare i parchi e ci rilassiamo un po’ in piscina,
nonostante il vento. Ceniamo in una classica steak house, vicino all’hotel. Io
non amo particolarmente la carne ma devo ammettere che qui in America è davvero
buona, anche quando si tratta di una semplice bistecca alla griglia.
16 aprile 2005, sabato
Di buon mattino ci dirigiamo verso una delle nostre mete più desiderate: il
Kennedy Space Center, sulla Costa dello Spazio. Il tragitto da Orlando dura
circa un’ora, e l’ultima parte si rivela piuttosto interessante; il centro,
infatti, è situato sull’isola di Merrit Island (collegata alla terraferma da
ponti), dove ha sede il Merrit Island National Wildlife Refuge, e sono perciò
visibili molti animali, soprattutto volatili (ho riconosciuto solo i pellicani,
ma le varietà erano davvero molte).
Dopo avere acquistato il biglietto, che comprende il tour in pullman e le varie
attrazioni del centro, ci dirigiamo verso il controllo degli zaini, cui si
accede una persona alla volta, passando attraverso un metal detector. Superato
questo primo ostacolo, ci troviamo davanti a un’agente grande e grossa che ci
rivolge domande che mi fanno dubitare di averne compreso bene il significato…
mi starà chiedendo davvero “cos’è questo?” indicando la videocamera???,
o sono io che non capisco??? Tanto per dare una risposta, sentendomi un po’
stupida, dico “E’ una videocamera”, l’agente mi ordina di accenderla e
spegnerla e poi, sorridendo, continua il controllo dei nostri zaini, facendoci
ripetere la procedura con due telefonini e una macchina fotografica. Finalmente
ci viene consentito di accedere allo Space Center.
Ci dirigiamo subito verso gli autobus, che permettono di visitare il centro in
modo pratico e veloce. Durante il tragitto vengono date informazioni su ciò che
ci circonda e si può salire e scendere a piacere alle varie fermate. Tra le
varie cose, vediamo (dall’esterno, naturalmente) l’edificio in cui vengono
montati i veicoli spaziali e dove si trova l’orologio del count down
ufficiale, le rampe di lancio, una vecchia sala di controllo dai cui computer
venivano seguiti i lanci e, oltre ad altri di dimensioni più ridotte, un razzo
lunare Saturn V, alto 110 metri! Devo dire che fa un certo effetto pensare che
questo è uno dei due luoghi del pianeta da cui gli uomini partono per i viaggi
nello spazio!
Al termine del tour, non possiamo non entrare nel negozio, dove acquistiamo
magliette e cappellini con il logo della Nasa e cibi liofilizzati, per sentirci
anche noi un po’ astronauti!
Lasciato il Kennedy Space Centre, dopo un veloce spuntino da Taco Bell, eccoci
al Sea World dove, finalmente, vedrò i lamantini! Questi animali, di cui molti
ignorano l’esistenza, mi incuriosiscono infatti da quando, alcuni anni fa,
vidi un documentario in tv. Si tratta di mammiferi che possono arrivare a
misurare tre metri, vivono nelle calde acque costiere, nei fiumi e nelle
sorgenti e passano la maggior parte del loro tempo a nutrirsi, prevalentemente
di alghe. Purtroppo ne sono rimasti pochi esemplari (negli USA vivono solo in
Florida) e sono, quindi, in serio pericolo di estinzione. Per dire la verità,
io avrei preferito vederli in libertà, per esempio al Blue Spring State Park
(tra Orlando e Daytona Beach) ma non è la stagione ideale (novembre-marzo).
Comunque, oltre ai lamantini, cui dedico parecchio tempo (bello anche il filmato
su questi animali, ha vinto anche un premio), l’attrazione più entusiasmante
per noi è costituita dai delfini, a cui è consentito, sotto stretto controllo
del personale, avvicinarsi, accarezzarli e dargli da mangiare!
Sea World, oltre al lato divertente, un po’ simile alle attrazioni tipo Disney,
ha anche un lato serio, ha infatti aiutato, in Florida, migliaia di balene,
delfini, tartarughe e lamantini in difficoltà. Gli animali vengono curati e
quelli che si riprendono completamente vengono rimessi in libertà.
Ormai la giornata è al termine. Ceniamo in un ristorantino cubano a poca
distanza dall’hotel e ci prepariamo per il ritorno a Miami, domani.
17 aprile 2005, domenica
Sveglia di buon mattino e partenza per Miami, lungo la Florida’s Turnpike. Non
abbiamo dimenticato che a Miami c’è la partita di basket e abbiamo deciso che
arriveremo in tempo per goderci lo spettacolo di una partita americana. Il
tragitto non è breve ma, escludendo un piccolo imprevisto, il viaggio procede
veloce (a un certo punto un volatile, presumibilmente di grosse dimensioni, ha
deciso di lasciarci un “ricordino” sul parabrezza, che è stato totalmente
ricoperto… lo so, fa schifo, pensate noi che abbiamo dovuto fermarci a
pulire…).
Arriviamo a Miami con la pioggia, il che non mi fa pesare il rinchiudermi
nell’arena per un pomeriggio intero.
Al momento della prenotazione ci vengono proposte molte tariffe, in base al
posto. Dei ragazzi, incuriositi dal fatto che due stranieri vogliano assistere
alla partita, ci consigliano di prenotare, come loro, dei posti da 55 dollari.
Guardando sulla piantina dell’addetta, mi sembra una buona idea, sono posti
centrali, media altezza… Peccato che io abbia ragionato con in mente le
dimensioni del palazzetto di Varese... ci ritroviamo così a un’altezza che a
prima vista ci appare quantomeno vertiginosa! L’arena è decisamente
gigantesca, tipo stadio da calcio, inoltre fa un freddo micidiale.
Apro una parentesi sulla mania degli americani per l’aria condizionata. La
usano ovunque, a temperature pazzesche. Durante le soste da Taco Bell, più
volte abbiamo preferito mangiare in macchina per non subire temperature polari
durante il pranzo. Gli addetti dei “valet parking” ci hanno sempre
consegnato l’auto con l’aria condizionata al massimo, anche se la
temperatura esterna era primaverile. Entrare e dai negozi durante il pomeriggio
è una continua escursione termica (elevata). E così via… aggiungo inoltre
che questa mania per il freddo si estende anche alle bevande. Ordinare una Coca
Cola, per esempio, significa ricevere un bicchiere colmo di cubetti di ghiaccio
con sopra una spruzzatina di bibita, ovviamente già fredda. Negli hotel, le
macchine del ghiaccio, oggetti a noi sconosciuti, vengono utilizzate da tutti,
per rinfrescare le bevande prese dal distributore accanto, che in genere le
fornisce freddissime. ..
Comunque, all’Arena cerco di concentrarmi su ciò che avviene per non pensare
al freddo… Una partita di basket, in America, è completamente diversa da una
partita italiana. Non parlo del gioco in sé, ma di tutto ciò che viene
costruito attorno ad esso. Da noi si assiste a un incontro. In America a uno
spettacolo. In alcuni momenti ho l’impressione che il basket sia solo una
piccola parentesi tra tutto il resto. Bande musicali, ragazze pon-pon, balletti
di bambini, speakers esagitati, gente che fa di tutto per essere inquadrata
dagli schermi giganti durante le pause del gioco, altrimenti usati per mostrare
replay di azioni particolari o per incitare il pubblico al tifo, suggerendo con
dei disegni le frasi da urlare… A tutto questo, il pubblico assiste mangiando.
Avevamo già notato la predisposizione degli americani a mangiare ovunque, e
l’arena non fa eccezione. I miei vicini, per esempio: sono arrivati al termine
del primo quarto con due vassoi stracarichi di cibi allucinanti e hanno
trascorso i due seguenti quarti mangiando…
Freddo e odore di cibo a parte, è stata comunque un’esperienza entusiasmante,
coinvolgente, che mi sento di consigliare agli sportivi in visita negli Usa.
Ritorniamo al Riu Florida, senza bisogno di consultare la cartina… ormai a
Miami ci sentiamo a casa!
18 aprile 2005, lunedì
Ci risvegliamo quasi dispiaciuti al pensiero di partire per le Bahamas… ma che
idea abbiamo avuto??? Il mare (anzi, oceano) c’è anche qui… chi ce lo fa
fare di andarcene da Miami… sempre io, con le mia mania di non stare mai ferma
in un posto…
Mentre attendiamo l’auto sulla scalinata del Riu, mia mamma ci chiama da casa.
Pare che il telegiornale abbia dato notizia di un’onda anomala al largo di
Miami.
La notizia non trova però riscontro, e così lasciamo la nostra città per
quattro giorni di relax a Eleuthera…
22 aprile 2005, venerdì
Dobbiamo ammetterlo: Eleuthera è molto bella, ci siamo divertiti e rilassati…
ma Miami ci è davvero mancata!
Il volo dalle Bahamas parte presto così, con nostra grande gioia, abbiamo quasi
una giornata intera da trascorrere nella nostra città preferita.
Questa volta, il rientro a Miami, è però anche un po’ triste: segna la fine
del nostro viaggio, domani si torna a casa…
Oggi ci godiamo la città, i suoi negozi in zona Ocean Drive, alla ricerca di
souvenir, la spiaggia, il sole, l’oceano… Compriamo un sacco di cartoline e
andiamo all’ufficio postale per acquistare i francobolli. Il commesso è
contento di trovarsi davanti due italiani perché sta cercando di imparare la
nostra lingua, e mi chiede di insegnargli alcune parole…
La sera, di nuovo a cena, e poi a passeggio, su Ocean Drive, dove scattiamo le
ultime fotografie…
Tanto per sottolineare ancora di più che questo rientro a Miami è diverso dai
precedenti, non pernottiamo al Riu Florida, purtroppo al completo, ma al Best
Western, sempre su Collins Avenue. Sarà che ormai eravamo abituati, ma il Riu
Florida ro parere è molto meglio!
23 aprile 2005, sabato
E così è arrivato il momento di partire… prima di dirigerci verso
l’aeroporto, torniamo a passeggiare sulla spiaggia un’ultima volta, per un
ultimo sguardo all’oceano, e ci fermiamo di nuovo all’ufficio postale, perché
ieri ho sbagliato i conti e ci manca un francobollo!!! Il commesso di ieri, ci
riconosce e ci sorride non appena varchiamo la porta. Mi chiede se so leggere
l’inglese e, a risposta affermativa, mi dà quello che resterà il
“souvenir” più bizzarro del viaggio: un libretto su Padre Pio, di cui è un
fedele, e mi dice che il suo sogno è andare in Puglia, per questo sta cercando
di imparare l’italiano!
In aeroporto, riconsegniamo l’auto noleggiata ieri al nostro arrivo e
pranziamo presso un ristorante messicano consigliatoci dall’hostess di
Alitalia, che si ostina a parlarmi in inglese anche se siamo entrambe italiane.
Il volo di ritorno è più breve rispetto a quello di andata, ma a me sembra non
finire mai, forse perché questa volta non riesco a dormire… tengo però gli
occhi chiusi, e vedo sfilare davanti infinite immagini di questo meraviglioso
viaggio, di questo luogo per cui sento già nostalgia…
Un ringraziamento particolare a Silvia per la concessione del racconto