NEW YORK World Trade Center

Un racconto di Bill 60

 

Per regolamentare l’imponente afflusso di persone che quotidianamente si recano a rendere omaggio alle vittime del World Trade Center, il Comune di New York è stato costretto ad impiantare una specie di Viewing Platform, situata accanto alla St. Paul’s Chapel e direttamente prospiciente all’enorme cratere che rimane dopo il crollo delle Torri.
Ci sono dozzine di agenti della NYPD che molto gentilmente ti spiegano quello che devi fare, adoperandosi, sempre con modi molto garbati, a tenere in ordine la folla. Per accedervi e rimanerci per un periodo di trenta minuti, a gruppi di una cinquantina di persone per turno, occorre munirsi di un permesso gratuito, rilasciato da un botteghino nei pressi del South Street Seaport, in fondo a Fulton St.

Il clima allegro e spensierato che sempre accompagna le passeggiate del turista si è afflosciato già da un po’. Non parliamo nemmeno più tra noi.
Aspettando il nostro turno lungo il marciapiede, rimaniamo in silenzio ad osservare, quasi una a una, le centinaia di fotografie appese tra le migliaia di dediche, ricordi e preghiere che si mescolano tra il biancorossoblu delle bandiere e delle coccarde di tutte le fogge e dimensioni, il bianco predominante dei fiori ancora profumati e il verde delle ghirlande che tappezzano la recinzione di ferro della St. Paul’s Chapel.
Fotografie di persone vere, storie vere, vite vere, spazzate via in interminabili attimi di smarrimento e di terrore.
Messaggi che testimoniano la disperazione e il lutto di chi ha perso il marito, la moglie, il parente, l’amico, in questa tragedia di enormi proporzioni generata dalla follia e dall’odio.



Tocca a noi.
Mentre saliamo sulla lieve rampa dell’impiantito in legno, divisi da una bassa staccionata, incrociamo la gente del turno precedente al nostro che defluisce ordinatamente in direzione opposta. C’è un silenzio irreale. Non sembra il silenzio composto ed educato di chi ha appena recato il proprio dovuto omaggio a persone scomparse. È qualcos’altro. Un silenzio sbigottito, terrificato, angosciato, di chi ha appena rivissuto una tragedia dopo averla testimoniata da davanti al monitor di un televisore in qualche salotto, da qualche parte del mondo. Quante persone in lacrime ho visto?
Siamo sulla terrazza. Inconsapevolmente rallentiamo il passo, quasi esitando ad affacciarci. E man mano che ci avviciniamo alla balaustra, ecco comparire il cratere punteggiato da decine di ruspe e centinaia di caschi gialli, ancora al lavoro per sgombrare i detriti.

Le proporzioni ti sconvolgono. Osservi le dimensioni del buco, cerchi di quantificarne la lunghezza, larghezza e profondità. Alzi lo sguardo ai grattacieli che lo circondano su tutti e quattro i lati. Le due torri erano più alte, molto più alte, quasi il doppio più alte.
E ti passano davanti agli occhi le scene viste e riviste centinaia di volte in televisione. Il primo aereo, poi il secondo. Il fuoco, il fumo. Il crollo. I morti. Tutto è successo qui, a pochi metri da dove sei ora.
Le macchine fotografiche e le videocamere sono quasi tutte inoperose. Sì, hai filmato e fotografato per qualche istante. Ma ora non ne hai più voglia, e non ti chiedi nemmeno il perché. Stai lì in piedi ed osservi. Osservi e pensi, anche se sai che pensare non serve a niente. Non è servito prima che tutto ciò accadesse. Non serve ora.



Non servirà in futuro, quando inevitabilmente altra violenza sarà generata in risposta a questa violenza, che è stata perpetrata in risposta a precedente violenza, e via via così indietro nel tempo, fino a quando nessuno lo sa nemmeno più.
L’11 settembre è stata una tragedia di dimensioni catastrofiche. Quanti altri 11 settembre dovremo testimoniare? Quanti ne accadono tutti i giorni nel pianeta o di quanti altri non abbiamo saputo niente perché la potenza massmediatica non se n’è occupata? Nel mondo la gente muore, per fame o per guerra, affamata e uccisa da altra gente, con il potere, e con le armi, o, peggio, con l’indifferenza. L’evoluzione della specie.

Un ringraziamento particolare a Bill 60 per la concessione del racconto