VIAGGIO NEL NORD - Ovest
Un racconto di Massimiliano
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domenica 22 settembre 2002 .
Dopo l’11 settembre l’ingresso negli Stati Uniti sarà forse diventato più
sicuro, ma di certo è molto più sfibrante. I controlli di sicurezza che
dobbiamo affrontare prima di imbarcarci sul Francoforte – San Francisco ci
obbligano ad una fila interminabile, che si conclude con un minuzioso
controllo, perquisizione personale inclusa, di tutta l’oceanica folla di
viaggiatori. Una volta varcate queste forche finalmente l’aereo e, 11 ore più
tardi, l’America. A bordo, naturalmente, il solito modulo dell’Ufficio
Immigrazione, che ti chiede se sei un terrorista, se spacci droga o trasporti
bombe atomiche. Avendo risposto sempre con grande sincerità, ci hanno fatto
entrare tranquillamente.
Nei controlli, sembra, sono diventati bravi e puntuali, ma l’organizzazione
è sempre la stessa, e così quando mettiamo piede a terra, il nostro bagaglio
non c’è. «E’ finito a New York – dicono -, dovete aspettare fino a
domani». Poco male, siamo a San Francisco.
lunedì 23 settembre 2002 .
23/9, NEBBIA AL GOLDEN GATE
Dopo una notte agitata, per forza, in Italia (e per i nostri corpi) era
giorno, ci alziamo presto e partiamo per la nostra prima effettiva giornata di
ferie. Del bagaglio non ci sono tracce, ma non ci preoccupiamo. Colazione
abbondante e molto calda perché abbiamo già assaggiato il vento gelido che
arriva dal mare sferzando la baia nonostante sia solo il 23 settembre, e poi
visita a Union Square, la piazza centrale di una città che ci appare subito
inconfondibile e bellissima. Questa zona è piena di alberghi lussuosi, negozi
e ristoranti, ma le famose collinette che abbiamo visto tutti in tv rendono
ondulato il paesaggio anche qui, in pieno centro. Per questo primo giro
rinunciamo a prendere la Cable Car, il famoso tram in cui si può salire
praticamente al volo agganciandosi ai corrimano esterni, e decidiamo di
camminare fino al mare. Attraversiamo tutta Chinatown (negozi e ristoranti,
negozi e ristoranti) mentre il sole, finalmente, trionfa e rende l’aria
molto più sopportabile. Anzi, dopo poco cominciamo a sudare, perché per
arrivare al porto bisogna trottare parecchio, su e giù per le colline della
città.
Verso le 11.30 approdiamo al Pier 39, sicuramente il molo più famoso del
porto, dove ci aspettano, come sempre, negozi e ristoranti, ma anche una vista
fantastica: infatti siamo al centro della baia di San Francisco, proprio di
fronte all’isola di Alcatraz, una volta sede del carcere, e a sinistra del
Golden Gate, forse il più ponte più famoso del mondo. Imbarcazioni non
particolarmente costose ma nemmeno particolarmente curate si offrono di
portarti a fare un giro per la Baia a prezzi decorosi, e così decidiamo di
andare. Circumnavighiamo Alcatraz, scattando un bel po’ di foto ai resti del
carcere (non è mai scappato nessuno, raccontano, e non è difficile
crederlo), poi raggiungiamo il Golden Gate. La zona del ponte, ma davvero solo
lei, è preda di una nebbia fittissima che, quando arriviamo con la barca, ci
avvolge completamente. Il sole scompare, il vento si alza e diventa gelido,
mentre il suono sinistro di una sirena impazzita ci avverte che il ponte,
anche se praticamente non si vede più, è ancora lì, proprio sopra di noi.
Conclusa la gita, con mani e nasi congelati torniamo in porto, dove dopo un
meritato pasto a base di pesce (ottimo e non troppo caro, 36 dollari in due)
scattiamo un po’ di altre foto ai leoni marini che sonnecchiano pigri e
litigiosi all’interno dei moli. Prima di salutare il Pier 39 e tornare verso
il nostro Hotel, stavolta utilizzando la Cable, ci fermiamo a comprare un
po’ di frutta: per 4 pesche, 2 pere ed un grappolo d’uva ci chiedono 15
dollari. Affare fatto, purtroppo.
Tornati in albergo ci avvertono che del bagaglio non ci sono tracce: per
fortuna che in quello a mano abbiamo tutto l’indispensabile (dentifricio,
spazzolini, pettini, ecc.), ed un primo cambio, così possiamo stare
tranquilli per qualche tempo. Ma quando anche il giorno dopo non si trova
niente, «Spiacenti, non sappiamo dov’è» è la laconica risposta
dell’ufficio Lost and found, iniziamo ad innervosirci. Mille telefonate non
portano a nulla, quindi decidiamo di non farci rovinare le vacanze e
ripartiamo. Di nuovo Union Square, qualche negozio (Niketown, stilisti
italiani inavvicinabili, Disney e similari, intanto i soldi cambiano padrone),
poi scegliamo di fare un salto nella Downtown, per scoprire com’è la città
fuori dai classici itinerari turistici. Prendiamo la metro e andiamo a sud,
verso il Golden Gate Park. Poi risaliamo la città a piedi, per oltre un’ora
e mezzo. Un tragitto sfiancante, tutto un su e giù per le colline, ma che
offre uno spaccato indimenticabile della città: strade drittissime, che si
snodano per centinaia di metri tra salite e discese che ti permettono di
ammirare chilometri di paesaggio. Stupende anche le case, alcune
coloratissime, altre pastello, tutte basse, di legno, con piccolo porticato e
scalette d’ingresso. Molte di queste abitazioni, anzi vie intere, esibiscono
la rainbow flag, la bandiera dell’orgoglio omosessuale: disegnata nel 1978
da Gilbert Baker, artista gay nato proprio qui, è immediatamente diventata un
simbolo della libertà sessuale. Concluso il giro, stanchissimi andiamo a
mangiare una pizza e poi torniamo in albergo.
mercoledì 25 settembre 2002 .
25/9, VERSO L’OREGON
Il mattino successivo ancora nessuna notizia del bagaglio: ormai è uno
stillicidio e decidiamo di rinunciare. «Mandatelo in Italia, se lo trovate,
oppure tenetelo a San Francisco fino al nostro ritorno»: con queste parole ci
liberiamo e partiamo. Comprata un po’ di biancheria, due felpe, calzini e
magliette, e noleggiata la macchina (una stupefacente Dodge Intrepid con
cambio automatico, per circa 50 dollari al giorno) puntiamo il muso verso
nord: attraversiamo la città, passiamo sopra il Golden Gate (emozione zero,
troppo traffico e nebbia), costeggiamo Oakland e Berkeley (sede della
notissima università) e iniziamo la corsa verso la California del Nord e
l’Oregon, la nostra nuova meta. Dopo una mezza giornata di macchina e 400
miglia tonde (circa 650 chilometri) arriviamo a Medford, dove dormiamo in un
Motel 6 (una catena poco costosa e di discreta qualità).
Il mattino successivo, dopo un paio d’ore di una strada magnifica, che si
snoda all’interno di un enorme bosco di alberi sempreverdi altissimi,
arriviamo al Crater Lake: un gigantesco vulcano spento, il cui cratere è sede
di un lago al cui centro c’è un’isola. Il lago, di un blu intensissimo
mai visto, ha una profondità media di circa 400 ed al massimo è largo 6
miglia, circa 10 chilometri. Misure, numeri, che non spiegano quanto sia
imponente, maestoso, impressionante.
Esaurita in mattina la visita ci dirigiamo verso est: saranno altre 400 miglia
nell’interno dell’Oregon meridionale. I 650 chilometri più stressanti
della nostra carriera di turisti: la prateria, gialla, piatta e sempre uguale,
dove le strade drittissime sembrano non finire mai, ti inghiotte
letteralmente. Puoi correre quanto voi, e noi lo facevamo, perché niente e
nessuno ci intralciava, ma ti sembra di essere sempre nello stesso punto.
Chilometri e chilometri così, ore trascorse in questa campagna, senza nulla
che rompa la monotonia del paesaggio. Finché, poco prima delle sette di sera,
arriviamo ad Ontario, proprio al confine con l’Idaho. Cena, e poi a nanna.
Non prima però d’aver regolato gli orologi: infatti abbiamo abbandonato la
zona del Pacific Time (nove ore in meno rispetto all’Italia) per entrare in
quella del Mountain Time (un’ora avanti).
sabato 28 settembre 2002 .
28/9, GEYSER A YELLOWSTONE
Il mattino successivo ci alziamo presto e, dopo una pessima colazione,
partiamo: dal parco nazionale di Yellowstone ci separano circa 350 miglia, e
siamo ansiosi di arrivare. La strada è buona ed il paesaggio decisamente più
vario: ondulato, verde, poi giallo, arancione, pure rosso fuoco: le tinte
dell’autunno hanno incendiato la campagna e reso gradevole guidare in questa
zona.
L’Idaho offre un paesaggio interessante ma nessun posto che valga veramente
la pena di visitare: l’unica curiosità è il Crater Moon, il cratere della
luna. Una zona dove la terra è completamente nera e friabile, quasi sabbiosa,
evidentemente di natura vulcanica.
Nel primo pomeriggio entriamo nel Montana, la temperatura e gli alberi
sempreverdi testimoniano che cominciamo a salire: alle 15.30 siamo a West
Yellowstone, stupenda cittadina che ha sede all’entrata ovest del parco, ad
oltre 2.000 metri d’altezza. Altitudine che si sente, anche sulla pelle: il
freddo punge. Dopo un rapido giretto alla parte iniziale del parco (20 dollari
l’ingresso, ma il biglietto vale una settimana), sufficiente per vedere i
primi enormi bisonti americani guadare un fiume, andiamo a cercare un hotel.
Scegliamo il Fairfield Inn: molto tipico, di legno, intimo, soprattutto caldo
perché nelle camere l’aria condizionata spara aria bollente. Rilassati,
andiamo a mangiare. Ci offrono carne di bisonte: è ottima.
Il mattino dopo rientriamo nel parco. Tempo cinque minuti e siamo bloccati in
un ingorgo: colpa dei bisonti, of course, che invece di limitarsi ad
attraversare la strada, decidono di percorrerla nel nostro senso di marcia,
occupando entrambe le corsie. Dopo dieci minuti a passo... di bisonte, in
mezzo a queste bestie che possono raggiungere l’altezza di un uomo,
finalmente riusciamo a farci largo e a ripartire. Sarà una giornata
splendida, dove percorreremo circa 300 chilometri, in parte in mezzo alla
neve, sconfinando nel Wyoming, in una natura selvaggia ed affascinante, tra
boschi, cascate, laghi, animali di ogni tipo (aquile, cervi, alci, avvistiamo
anche un lupo ed un orso nero) e geyser. Già, Yellowstone è famosa per le
sue tantissime sorgenti di acqua calda sulfurea: ce n’è un po’
dappertutto, ma la più impressionante è quella chiamata Old Faithful. Ogni
94 minuti, con larga approssimazione, il Vecchio Affidabile (questa la
traduzione del suo nome) spara un getto d’acqua bollente alto oltre 30
metri. Uno spettacolo che condividiamo con centinaia di altri curiosi.
Esaurita la visita al parco, che porta ancora le cicatrici di un incendio che
nel 1988 ne devastò il 36% della superficie totale, usciamo. Non prima di
aver lottato con altri bisonti, che evidentemente ignorano le norme del codice
stradale, per avere via libera verso il Gate Ovest.
martedì 1 ottobre 2002 .
1/10, ECCO IL NEVADA
Il mattino successivo accantoniamo l’idea di andare ancora verso nord, nel
cuore del Montana, per visitare Little Big Horn, dove gli indiani, alleluia,
le suonarono alle giacche blu di Custer, accoppandone oltre 250. Purtroppo la
storia del bagaglio ci ha fatto perdere tempo, e non possiamo andare ancora ad
est. Così ci dirigiamo verso sud e partiamo per quello che sarà lo
spostamento più lungo di tutto il viaggio: 570 miglia (circa 920 chilometri)
sulla I-15, un’autostrada dritta, veloce e poco trafficata che ci permette
di attraversare nuovamente l’Idaho (ma da nord a sud) e tutto lo Utah
(compresa Salt Lake City, capitale dello stato). Non ci concediamo tappe
intermedie perché lo stato dei mormoni, seppur bellissimo, l’abbiamo già
visitato in un precedente viaggio. Dormiamo a Cedar City, città piccola e
carina del sud dello Utah, e il mattino successivo, dopo aver attraversato il
confine con il Nevada, alle 10.30 ecco Las Vegas. Anche qui eravamo già
stati, ma l’incredibile Las Vegas Boulevard, con i suoi giganteschi e
stravaganti alberghi, non può non stupirci ancora. Decidiamo di alloggiare al
Luxor, hotel in stile egizio. Per 60 dollari a notte (una splendida camera
doppia con due letti matrimoniali) dormiamo nella piramide, al 26° piano. Per
raggiungerlo non si usano gli ascensori, ma gli inclinators, perché,
giustamente, in una costruzione così si sale solo in diagonale. A sorprendere
è invece il fatto che la piramide sia cava e che le stanze siano addossate
alle pareti esterne; quando esci dalla tua camera ti ritrovi in un corridoio
che si affaccia sul vuoto: sotto di te un buco di 70-80 metri, e poi un
villaggio egizio ricostruito dove trovi ristoranti, negozi e, sotto ancora,
l’immancabile casinò. Las Vegas è piena di alberghi come questo, enormi e
surreali, ognuno con la propria caratteristica: il Venezia, con il Ponte di
Rialto, San Marco ed i canali per le gondole (giapponesi in fila per farsi un
giro), il Parigi con la Torre Eiffel, l’immenso Caesar’s Palace in stile
impero romano (cui stanno costruendo a fianco pure un Colosseo), il New York
con la statua della libertà, l’Exalibur con le sue torri colorate (ci
abbiamo dormito nel 1999), l’Isola del Tesoro con un lago e i galeoni, il
nuovo Alladin con il temporale che si scatena all’interno, e tantissimi
altri. Ogni albergo è una specie di città: nel nostro abbiamo stimato ci
fossero circa 4.000 camere (la conferma via Internet, sono 4.200), poi cinque
ristoranti, un self-service gigantesco, una ventina di negozi. Pure una
Wedding Chapel per chi vuole sposarsi in Nevada (abbiamo contato cinque
matrimoni in due giorni), dove tutto è più facile. Anche divorziare,
naturalmente. Ogni albergo ha le immancabili piscine in stile, e noi
approfittiamo delle tre (circondate da colonnati e palme) che sono a
disposizione dei clienti del Luxor per rilassarci e ricaricare le batterie in
vista del ritorno alla base.
giovedì 3 ottobre 2002 .
3/10, VIA DA LAS VEGAS
Il mattino successivo mentre ci prepariamo a partire, in tv dà spettacolo il
solito predicatore che avevamo già notato nei giorni precedenti: si chiama
Benny Hinn (umorismo involontario?), si veste come un dandy, ma tutto di
bianco, e davanti a migliaia di persone compie ogni sorta di miracolo. Fa
camminare le persone sedute sulle sedie a rotelle, ne guarisce altre affette
da malattie mortali. Ma soprattutto si diverte e farle svenire, a decine,
semplicemente sfiorandole sulla fronte. Un grande, atteso pure in Europa,
dicono gli spot, per il mese di novembre.
Salutato per sempre Benny lasciamo Las Vegas, stranamente sotto la pioggia. A
giudicare dall’arido deserto che circonda la città per centinaia di
chilometri, dev’essere un evento raro. Noi ne percorriamo un lungo tratto,
costeggiando una Death Valley, così chiamata anche perché è stata la tomba
di tanti clandestini messicani che cercavano un passaggio sicuro per arrivare
in California, immersa nella nebbia. A mezzogiorno siamo al limitare delle
gigantesche zone militari, dove in passato sono stati effettuati anche alcuni
esperimenti nucleari. Ad un tratto bassissimo e parallelo alla strada ci viene
incontro un enorme aereo militare che porta uno strano dispositivo sotto
un’ala. Ma non eravamo noi il suo obiettivo, perché ci sorvola pigro e se
ne va.
Nel primo pomeriggio raggiungiamo la Sierra Nevada, imponente catena montuosa
che separa la California dal resto del continente americano. Il passo che
scegliamo è dentro allo Yosemite, un altro parco nazionale. Carino, ma dopo
aver visto Yellowstone impallidisce. Qui incontriamo nuovamente la neve, però
la temperatura è accettabile. E diventa decisamente gradevole una volta scesi
dalle montagne ed arrivati in pianura. Dormiamo a Tracy, in un Motel 6
stranamente sporco, dove un gruppo di messicani, disturbandoci, se la spassa
per tutta la notte. La nostra ultima, purtroppo, negli Stati Uniti: il giorno
dopo arriviamo a San Francisco, riconsegniamo la macchina (dopo quasi 4.500
chilometri) e andiamo in aeroporto. Il bagaglio è lì che ci aspetta: tornerà
a casa con noi, ormai inutile, ma sano e salvo.
Un ringraziamento a
Massimiliano per la concessione del racconto
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