California e parchi
passando da Las Vegas

Un racconto di Elisabetta
21 LUGLIO 2001 ITALIA - SAN FRANCISCO
Questa vacanza negli Stati Uniti l’abbiamo
sognata per dei lunghi mesi. Ed ora è arrivato il momento fatidico della
partenza. Siamo eccitatissimi anche noi ( io e Alex ) che abbiamo gia visitato
gli USA in precedenti occasioni; per i nostri compagni di viaggio ( Giuliano ed
Ornella ) è la prima volta e non stanno nella “pelle”.
Partiamo da casa ( Lavis – TN ) puntuali alle 05:00. Il viaggio verso
l’aeroporto di Monaco è abbastanza tranquillo; noi, invece, siamo agitati
forte… varcato il confine tedesco, ci rendiamo conto che se fossimo partiti un
po’ prima non sarebbe stato male, ma per fortuna arriviamo ugualmente in
orario. Un velocissimo check-in ed in poco tempo ci troviamo imbarcati su un
Boeing della LUFTHANSA.
La puntualità dei tedeschi è incredibile ( altre mie esperienze lo confermano
) : arriviamo a Francoforte in perfetto orario; prima di imbarcarci, però, sul
volo per San Francisco, tutti i passeggeri della UNITED sono sottoposti a
numerose domande relative al bagaglio ( chi ha preparato le valige e se si sono
lasciate incustodite, se si trasportano esplosivi o oggetti pericolosi, dove si
è diretti e per quale motivo,….). Terminato il terzo grado, ci fanno
accomodare ad attendere l’imbarco.
Il volo durerà 11 ore e mezza, interminabili ed estenuanti per via della brutta
disposizione dei nostri posti. Ma a bordo c’è da “divertirsi”: films ( in
lingua inglese o tedesca ! ), pasti, drinks e snack a go-go , cruciverba/ libri
e qualche sonnellino qua e là … Finalmente dagli oblò intravediamo la costa
californiana e dopo pochi minuti inizia la discesa verso l’aeroporto
internazionale di San Francisco. Wow, siamo arrivati !
Dopo un’ulteriore estenuante attesa per le formalità doganali, con relativa
apertura del bagaglio di Ornella, ci dirigiamo verso il bancone della BUDGET per
ritirare l’auto ( che si trova a 15 minuti di autobus dal terminal ). Anche
qui c’è la coda. Siamo stanchi morti. Abbiamo prenotato la macchina via
internet, ma il prezzo iniziale del noleggio viene “gonfiato” a dismisura
dall’applicazione dell’assicurazione. Alle prime rimostranze da parte nostra
per l’esosità del prezzo ( il dollaro ci costa 2.300 lire ), la gentilissima
signorina Mae ci propone un’auto di categoria superiore e noi accettiamo.
Giunti al parcheggio, la macchina a noi designata è un gioiello: una LINCOLN
bianca con interni in pelle candida, ha le fattezze di una Limousine…ma è
troppo - troppo lussuosa. Due “parole” all’addetto del garage e riusciamo
a fare cambio con un mezzo più adeguato al tipo di itinerario che ci siamo
proposti di fare. In poco più di 5 minuti, siamo a bordo di un fiammante
fuoristrada FORD Escape nero in direzione South San Francisco, dove si trova il
nostro hotel. Siamo elettrizzati !
La temperatura esterna ci coglie di sorpresa, ma non siamo impreparati al clima
fresco della costa, così indossiamo i nostri capi pesanti ( pile e giacche
imbottite ). Per fortuna che siamo in pieno luglio.
Sono oramai le 19:30 ( in Italia sarebbero le 04:30 – del giorno dopo - ) e ce
ne andiamo tutti a dormire. La giornata di domani dovrà vederci in piene forze
e rinvigoriti. Sarà difficoltoso smaltire il fuso orario ma non importa…
Down-town San Francisco ci aspetta…
22 LUGLIO 2001 SAN FRANCISCO
Oggi è il mio compleanno ( 32 ! ) e trascorrerlo in America è davvero
speciale.
Dopo una notte quasi insonne a causa dei vicini di stanza “casinisti” (
TV accesa, voci altisonanti ed un via vai
di gente sino all’alba…), alle 07:30 siamo già svegli.
La voglia di “scoprire” la magnifica San Francisco ci ha fatto superare,
almeno così sembra, lo scombussolamento di orario.
Imbocchiamo la HW 101 e poco dopo lo skyline si delinea all’orizzonte; i
grattacieli, tra i quali la famosissima Transamerica Pyramid, si fanno sempre più
vicini. Per errore prendiamo il Ponte che conduce ad Oakland, dall’altra parte
della baia, ma nel ritornare indietro godremo di un bellissimo panorama sulla
città.
Parcheggiata l’auto in Union Square, che è il cuore pulsante di SF, ci
fermiamo a fare colazione ( buonissima ma carissima ) in un simpatico caffè li
a due passi. Da un primo giretto in auto avevamo realizzato la grave pendenza
delle strade, ma quando ci incamminiamo verso il quartiere cinese, la
passeggiata si trasforma in scarpinata… giunti alla sommità, la fatica viene
ampiamente ripagata dalla bellezza della città e della sua baia.
China Town non è particolarmente attraente, forse anche per la puzza di cucina
e di fritto che esce da ogni negozio. La sensazione di disordine e sporcizia è
forte. danno un tocco di gusto solo gli edifici antichi ( dove hanno sede le
banche asiatiche ) con la caratteristica forma arzigogolata e multicolore.
North Beach ( un tempo molti italiani si stabilirono qui ) è un quartiere
elegante e pulito con un bel parco dove numerosi artisti mettono in mostra le
loro opere ed i loro dipinti. Qui tentiamo, senza successo, di telefonare a casa
( le carte telefoniche si possono utilizzare solo dopo aver digitato una serie
lunghissima di numeri… ). Siamo nervosi, anche per la fame !
Primo problema con l’auto: c’è una ruota sgonfia. La portiamo al primo
Auto-Care che troviamo e lì scopriamo che nel pneumatico si è conficcato un
chiodo.
L’avventura prosegue al Fisherman’s Wharf dove pranziamo in un
affollatissimo McDonald’s. troviamo moltissima gente anche sulle strade ( oggi
è domenica ) e questo toglie fascino a questo luogo. Comunque i leoni marini
non sembrano essere disturbati dalla folla che si è assiepata sul Pier 39. Come
sono simpatici !!
Prima di andare a vedere il simbolo di SF, ovvero il Golden Gate Bridge,
percorriamo in macchine alcune zone famose come Lombard Street e le vie di
Russian Hill, il quartiere elegante della città. Anche qui i bei panorami fanno
perdere la testa ai fotografi ufficiali del viaggio: Alex ed Ornella.
Ora non ci resta che vedere i Golden Gate….ma già a qualche chilometro di
distanziasi scorge una fitta nebbia sotto la quale è sepolto il mitico ponte.
Ci illudiamo che sia una situazione temporanea, ma non è affatto così… lo
percorriamo in direzione di Sausalito; è incantevole anche se, oltre alla parte
superiore delle strutture che lo sostengono, non si riesce a vedere
nient’altro. Giunti all’altro capo, facciamo una sosta per immortalare
almeno quel che “rimane” del ponte; il vento gelido fa ridurre ai minimi
termini la fermata. Brrrr…
Visitiamo, passando in auto, la cittadina di Sausalito. E’ una bella località
turistica sul mare che varrebbe la pena di conoscere meglio, ma la temperatura
è “invernale” e preferiamo restare tappati in macchina.
Nel ritornare all’hotel ci imbattiamo nel contro-esodo dei vacanzieri del fine
settimana che se ne ritornano in città. Il traffico scorre comunque abbastanza
fluido e di ingorghi nemmeno l’ombra.
Ceniamo all’IHP ( Int’l House of Pancakes ) che si trova a fianco del nostro
Travelodge
e poi tutti a nanna.
PS I vicini di camera sono gli stessi di ieri notte ed il trambusto va avanti di
nuovo sino all’alba ! I tappi per le orecchie risultano preziosi e ci
permettono un sonno tranquillo e ristoratore.
23 LUGLIO 2001 SAN FRANCISCO /
MONTEREY
A differenza di ieri il cielo è coperto da nubi minacciose e la temperatura è
a dir poco invernale.
Dopo una veloce colazione da McDonald’s a base di apple pie, partiamo alla
volta di Monterey. Per arrivarci percorriamo una parte di HW101 che costeggia la
famosa faglia di S.Andrea ( ogni sua millimetrica movenza origina lo spauracchio
dei californiani: i terremoti ).
Usciti dalla HW101 imbocchiamo la 1, che percorre la costa verso sud. Se la
giornata fosse assolata e calda il panorama litoraneo sarebbe davvero godibile,
ma una fitta nebbiolina e la conseguente umidità lo rendono malinconico e
triste. Peccato !
Arriviamo nella cittadina di Monterey a metà mattina e fin da subito la
troviamo molto attraente. Ci rivolgiamo al Ufficio Turistico dove ci indicano il
campeggio più vicino e subito partiamo alla volta di quest’ultimo. E’ la
prima esperienza camping “americana” dove uno arriva prende il
foglietto/busta, lo compila e allega i dollari, si sceglie la piazzola e la
occupa e fatto questo introduce la bustina sigillata nell’apposita urna
all’ingresso. Non ci sembra vero che qui ci si fidi del prossimo …. ( un
Ranger, comunque, passa ogni tanto a controllare ! ).
Pranziamo in un ristorantino dove è in vigore “all you can eat” e ci
abbuffiamo di ogni sorta di verdura e pasta disponibili al buffet. Dopo di che
andiamo al Fisherman’s Wharf che, rispetto a quello di San Francisco, sembra
in miniatura. Finalmente è uscito anche il sole ma l’aria fresca e frizzante
permane. E’ molto piacevole passeggiare sui moli e rimanere ad osservare i
gabbiani ed i pellicani che si precipitano sui resti della pesca lanciati in
acqua dai pescatori.
Andiamo anche a vedere Pacific Grove ( famosa per i suoi prati fioriti ) dove
abbiamo l’occasione di ammirare le belle dimore affacciate sull’oceano.
Questo è proprio un posto da ricchi e ne abbiamo l’ennesima prova nel
percorrere la 17-mile Drive ( a pagamento ) dove i campi da golf si alternano a
sontuose ville apparentemente disabitate.
Torniamo in città e, vista l’ora e l’appetito, ci fermiamo a mangiare. La
scelta, casuale, cade su un pub il “Britannia Armes” e restiamo delusissimi,
io qui faccio la mia prima degustazione della onnipresente Caesar’s salad (
una mega porzione di insalata lattuga condita con crostini di pane abbrustoliti
e Italian dressing – che in Italia non sappiamo nemmeno cosa sia - ).
Nel ritornare al campeggio intravediamo nel boschetto un cucciolo di cervo che
se ne sta lì tranquillo a brucare l’erba; è troppo tardi ed è quasi buio
quindi non ci è possibile fare delle foto…ogni lasciata è persa, si dice, ma
non sarà così !
La notte in tenda ce la ricorderemo a lungo. L’umidità è così alta che si
può respirare e per questa ragione addormentarsi ci risulta abbastanza
difficile. Nelle tenebre uno stillicidio continuo batte sulle nostre tende e non
sta piovendo ……
Finalmente arriva l’alba ed il gracchiare dei corvi ci sveglia
definitivamente. Smontiamo tutto e decidiamo di partire, ancora una volta verso
sud. La nostra destinazione è Santa Barbara.
24 LUGLIO 2001 MONTEREY – SANTA
BARBARA
Decidiamo di partire presto e, dopo una dolce colazione in un bar sulla strada,
alle 08:30 ci avviamo verso la nostra
prossima destinazione : Santa Barbara.
Questa mattina il cielo è plumbeo e tira un’arietta molto fresca …
L’itinerario corre lungo la strada n°1 che, per buona parte, costeggia
l’Oceano Pacifico. La prima parte fino a Big Sur è molto piacevole;
rallentiamo di frequente per ammirare il panorama e, dove troviamo qualche area
di sosta ci fermiamo per immortalare i bellissimi scorci .
Anche qui la temperatura è “rigida”, quindi riduciamo ai minimi termini le
fermate.
Proseguendo sempre verso sud la strada cambia radicalmente connotati: curve e
saliscendi a non finire, troviamo anche lavori in corso con senso unico
alternato. Questi aspetti negativi, uniti al fatto non si vede il mare per via
dell’altitudine ed al grigiore delle condizioni meteo, rendono questa
trasferta molto stancante e monotona.
Finalmente il tragitto di montagna termina e ritorniamo di nuovo a livello del
mare; il cielo si sta schiarendo e il sole fa la sua apparizione della giornata.
Superiamo la deviazione per il Castello di Herbst ( bellissima dimora
appartenuta al magnate della stampa californiana ) che meriterebbe senz’altro
di essere visitato ma il tempo è “tiranno” e preferiamo proseguire. Poco
dopo intravediamo una numerosa colonia di elefanti marini adagiati sulla
spiaggia nei pressi di San Simeon e, per ammirare più da vicino questi maestosi
mammiferi, facciamo volentieri una pausa. Visto l’orario ci fermiamo anche a
mangiare in un ristorante lì vicino e poi via di nuovo …
A questo punto lasciamo la 1 e, per velocizzare l’andatura, imbocchiamo ancora
una volta la HW 101; a Santa Barbara arriviamo a metà pomeriggio e per
ottimizzare i tempi ci rechiamo nel locale Ufficio Turistico per trovare
l’hotel. Un addetto molto disponibile ci indica un motel carino ed economico
con prima colazione ( un avvenimento piuttosto raro negli USA ! ) . E’ un
po’ lontano dal centro, ma per noi fa lo stesso.
Ci sistemiamo in stanza e poco dopo andiamo alla conquista di questa bella
cittadina, molto nota per la sua architettura ispanica e per la Missione di
Santa Barbara. Quando arriviamo sulla via principale è già tardi e ci resta
solo il tempo di scattare qualche foto al bellissimo lungomare con palme alte ed
esili e aiuole verdissime e curate. La luce del tramonto, come sempre, dà una
particolare suggestione a questo luogo.
Facciamo una passeggiata sul molo e poi decidiamo di cercare un localino dove
cenare. In downtown c’è molto movimento e sulla State St. individuiamo il
ristorante italiano “Bucatini”, il nome, il posto ed il menù ci ispirano
molta fiducia ed, infatti, resteremo pienamente soddisfatti per la scelta: zuppa
di verdure deliziosa e pizza speciale !
Stanchi e felici ritorniamo in hotel e andiamo a nanna.
25 LUGLIO 2001 SANTA BARBARA / SANTA MONICA
Questa mattina ci alziamo con maggiore calma rispetto al solito, facciamo una
gustosissima colazione a buffet e diamo un’occhiata ad alcuni quotidiano
locali ( la nostra attenzione viene catturata dalla prima pagina del Los Angeles
Tribune che mostra una bellissima immagine satellitare del nostro vulcano Etna
in eruzione ). Carichiamo i bagagli in auto e partiamo, prima però di lasciare
Santa Barbara ci fermiamo nella piazzetta della Missione dove scattiamo alcune
foto.
Anche questa mattina il cielo è grigio… il cattivo tempo qui sulla costa deve
essere una costante – questa è la nostra conclusione – Chissà se a L.A.
farà finalmente un po’ di caldo !!
Prendiamo la HW101 per il primo tratto di strada poi la 1 che ritorna sulla
costa verso le spiagge stile “bay-watch” che vediamo sempre alla TV. In
effetti: incontriamo i primi gruppetti di surfisti che cavalcano le onde
(peccato che oggi il mare non sia molto agitato) e sugli arenili si intravedono
le prime torrette dei guarda-spiaggia. Il paesaggio è proprio come si vede nei
film ….
Arriviamo quindi a Malibu. Si sente molto spesso nominare questo posto e adesso
capisco il perché. Qui si trovano le ville più belle dei personaggi noti del
jet-set oppure meno famosi, ma ricchi sfondati. Sono tutte posizionate sulla
collina e guardano l’oceano, alcune sono eccentriche con fogge bizzarre e
fuori dal comune, ma sono ugualmente case da sogno… Che favola vivere qui !
Troviamo ancora gli immancabili surfisti in cerca dell’onda perfetta; ognuno
di loro indossa la muta a testimonianza che l’acqua deve essere veramente
fredda. Qui ci fermiamo ad immortalare alcuni di loro nella fase clou delle loro
imprese sportive.
Arriviamo a Santa Monica, uno dei quartieri importanti di Los Angeles, che si
trova sulla costa. La prima cosa da fare, a questo punto, è di trovare un motel
e decidiamo di fermarci per due notti. La scelta è molto vasta ma ci accorgiamo
subito che i prezzi sono troppo elevati per il nostro portafoglio, comunque,
dopo aver vagato in lungo e in largo per la città decidiamo di fermarci in un
motel che, per l’abbordabile cifra di 100$, ci propone una “suite” con due
stanze da letto, non sono nuove ma almeno sono pulite. L’innkeeper assomiglia
a Norman Bates ( molto più invecchiato e orbo ) celebre protagonista del Psyco
hitchkockiano …
Sistemati i bagagli in camera, ci avviamo in auto verso la spiaggia di Venice.
C’è un bel sole ma la brezzolina è fresca e pungente. Passeggiamo un po’ e
ci rendiamo conto di quanto è piacevole osservare come se la spassano da queste
parti: basket, skateboard, bicicletta, pattini e poi una zona dedicata ai
culturisti … poi mimi, massaggiatori, caricaturisti, chiromanti, cantanti…..
Ci viene un certo appetito e ci fermiamo in un delizioso ristorante con veranda
esterna, così, oltre a gustarci una maxi insalata greca, ammiriamo il via-via
della persone che passeggiano sulla passeggiata di Venice Beach.
Siamo stanchi, così decidiamo di andare in camera a riposarci ( fare la
pennichella in spiaggia non è proprio il caso, vista la temperatura
dell’aria…) e da là usciremo solo all’ora di cena.
Facciamo una passeggiata sulla via principale; questo giretto di prelustrazione
ci permetterà di trovare un bellissimo e buonissimo ristorante italiano dal
nome “Il fornaio” dove faremo una scorpacciata di bontà nostrane (
tagliatelle, pizza, pane e olio di oliva sono speciali ). Roba da non credere,
anche perché il nostro portafoglio non ha pianto….
Sazi e soddisfatti ce ne ritorniamo al Bate’s Motel (!) per fare un’altra
buona dormita.
26 LUGLIO 2001 SANTA MONICA
Oggi il cielo è come tutte le altre volte, e cioè grigio e sembra che inizi a
piovere da un momento all’altro. Ci alziamo abbastanza presto, ma la voglia di
scoprire posti nuovi fa questo effetto, almeno a noi. Trascorreremo, infatti
l’intera giornata ai mitici UNIVERSAL STUDIOS di Hollywood. La zona la
conosciamo già, in quanto ieri pomeriggio abbiamo avuto l’occasione di
trascorrerci qualche ora ( sempre rimanendo in auto ).
Gli STUDIOS sono a nord di Los Angeles e per arrivarci
prendiamo una delle numerose HW che si
intrecciano in questa metropoli. Data l’ora, il traffico è molto sostenuto ma
trascorriamo il tempo divertendoci ad osservare questi americani che, mentre
guidano per andare al lavoro, o si ingozzano di colazioni take-away oppure
pilotano la loro auto con una mano mentre con l’altra sorseggiano del caffè
ultrabollente da appositi bicchieri termici.
Ho notato che il cibo viene consumato quasi sempre mentre si sta facendo
qualcos’altro ( camminare, guidare, essere in coda, … ) e questo spiega
l’ampio utilizzo di contenitori e stoviglie di plastica ai bar e nei
ristoranti e gli orari di apertura estesi fino a tarda notte. Ingerire alimenti
seduti ad un tavolo è un privilegio che in pochi si possono permettere,
probabilmente, visti i ritmi isterici delle grandi città, in compenso negli
Stati Uniti il numero degli obesi è percentualmente più alto che in altri
Paesi industrializzati ed i “ciccioni” li trovi ovunque; a noi hanno fatto
una certa impressione soprattutto i bambini.
Dopo mezz’oretta di strada ( abbiamo acquisito una buona dimestichezza; è
molto più semplice guidare nel centro di L.A. che in una qualsiasi altra città
italiana … ) arriviamo a Universal Center, dove parcheggiamo l’auto. Dopo
aver annotato il numero del settore e del posto macchina, prendiamo gli
ascensori e quindi a piedi fino all’ingresso. Qui si trovano i primi caffè e
ristoranti a tema cinematografico ed un mega Hard Rock Cafè.
Ci fermiamo a fare colazione, nonostante l’ampia scelta di dolci, ci prendiamo
un buon caffè e dei croissant: ancora una volta ci spennano per bene … e il
“bello” deve ancora arrivare ! Alla cassa, infatti, il ticket di ingresso
costa la bellezza di 43$ e con il coupon di sconto arriviamo a 39$ ( quasi
90.000 lire a testa ). Nonostante il salasso, ENTRIAMO.
Per me gli UNIVERSAL STUDIOS non sono cosa nuova; alcuni anni fa in Florida ho
potuto visitare quelli di Orlando; per gli altri, invece, è una novità
assoluta. Ci divertiremo tantissimo !
Le attrazioni sono bellissime. The Mummy ( che spaventi ! ), Waterworld (
effetti speciali come nel film ), Back To The Future ( divertentissimo “alle
lacrime” – vedi Alex- ), E.T. ( simpatico e commovente ), Jurassik Park (
bellissimo con caduta in verticale al cardiopalma e bagno finale! ) ... e molto
altro ancora …
Alle 17:00 la stanchezza comincia a farsi sentire, così, dopo lo spettacolo
degli animali “intellettualmente” superdotati, decidiamo di tagliare la
corda. Ultimi scatti fotografici al mondo, simbolo della Universal, e poi via
verso Santa Monica.
Il tempo di indossare qualcosa di più pesante, perché nel frattempo la
temperatura si è abbassata, e poi dal nostro motel ci incamminiamo verso il
ristorante “Il fornaio” ( lo stesso di ieri sera ) per un’altra abbuffata
made in Italy. Questa volta troviamo un sacco di gente che sta aspettando che si
liberi un tavolo; poco dopo sarà il nostro turno e ci dovremo accontentare di
un tavolo esterno. Peccato, perché è piuttosto frescolino !
27 LUGLIO 2001 SANTA MONICA – GRAND
CANYON
Oggi è venerdì. Ci svegliamo di buon ora; forse perché la nostra stanza è al
primo piano e si affaccia direttamente su Ocean Ave., l’arteria principale di
Santa Monica, dove questa mattina il traffico è parecchio rumoroso. Chiudiamo
di nuovo le valige e ci prepariamo a partire.
La colazione ci attende in un Donuts, dove ordiniamo del caffè (americano)
bollente e dei croissant.
Non riusciamo proprio ad abbandonare le
nostre abitudini alimentari e, per rendere più gustosi le brioches, chiediamo
sempre un po’ di marmellata a parte; a giudicare dagli sguardi stupefatti
degli inservienti non deve essere molto ordinario consumare un breakfast con
della gustosa strawberry jam…!
Partiamo. Prendiamo la HW10 in direzione Barstow. Usciamo quindi da Los
Angeles verso nord-est. Il nostro desiderio sarebbe quello di incontrare i
mulini a vento “giganti”; sappiamo che c’è una zona dove si produce
energia elettrica con lo sfruttamento della forza del vento: centinaia di mulini
rendono il paesaggio irreale. Purtroppo non eravamo sulla rotta giusta e quindi
ci siamo persi questo scenario “spaziale”.
Dopo alcune ore di strada il paesaggio ai nostri occhi cambia radicalmente:
siamo nel Mojave Desert. E’ un panorama bellissimo, anche perché nuovo;
credevamo di dover patire il freddo per tutta la vacanza ? Ci sono piante di
cactus un po’ ovunque e la terra ha un bel colore vivo, è veramente uno
spasso percorrere questa strade lunghissime che passano in mezzo al “nulla”,
il traffico, poi, è rarefatto: qui abbiamo l’occasione di ammirare i truck (
quei auto-articolati di grandi dimensioni con quei musi cromati e lucidi che al
sole scintillano… ). Tutto ciò mi ricorda un po’ “Thelma e Louise” od
altri lungometraggi on the road tipici dei film americani e questo mi dà una
sensazione inebriante.
Sostiamo per cinque minuti lungo questa strada che ci sta portando verso
l’Arizona. Quando scendiamo dall’auto ci accorgiamo del calore dell’aria e
del vento: sembra un phon acceso diritto in faccia … sinceramente, dopo il
freddo e l’umidità patiti nella prima settimana, non posso che essere felice
per questo repentino cambiamento di clima ! Gli altri compagni di viaggio non
sono dello stesso avviso ( soprattutto i due maschietti ).
Sostiamo a Needles per pranzare. Qui siamo esattamente sul confine fra
California ed Arizona e nelle vicinanze scorre il fiume Colorado che, con il suo
naturale fluire, ha originato, in migliaia di anni, una delle più
impressionanti opere della natura: il Grand Canyon.
La strada che stiamo percorrendo, inoltre, è molto famosa in quanto, per alcuni
tratti, è ciò che rimane della nota “Route 66”, la storica via che
collegava Chicago a Los Angeles.
Il paesaggio semi-desertico, comunque, si alterna a pianure verdeggianti e
praterie sconfinate; è incredibile come il territorio cambi così radicalmente;
sicuramente questo aspetto ha reso più piacevole questa lunghissima trasferta
….
A Williams sostiamo per fare alcune fotografie di rito e poi via verso Tusayan.
La fretta di raggiungere la meta di quest’oggi, ha reso un po’
indisciplinato l’autista di turno ( Giuliano ) e così, nel sorpassare
un’auto pilotata da un “pokemon” ( alias giapponese ), incappiamo nello
sceriffo di turno. Il poliziotto è inflessibile e dopo averci appioppato una
salatissima multa da 90$ ( 200.000 lire ca. ), ci mette in guardia sulla
pericolosità di certe manovre e sulle conseguenze fatali – a tale proposito
mi mostra un’immagine di un grave incidente con auto accartocciate e semi
distrutte !! -
Questa esperienza diretta ci fa molto riflettere … mi sono passate per la
mente certe immagini di REAL TV che mostrano poliziotti investiti, aggrediti e
malmenati. Mi ha impressionato la cautela nell’avvicinarsi alla nostra
macchina ( lato passeggero ), nel chiedere di uscire e la severità nel
controllare i documenti
– stando rigorosamente davanti alla
telecamera interna alla sua autovettura - . Per fortuna che l’auto non
risultava rubata e non eravamo dei delinquenti… altrimenti ….
In meno di dieci giorni abbiamo già collezionato due contravvenzioni; una buona
media direi ( abbiamo meritato la prima multa a Monterey per un sosta senza
disco orario: 25$) .
Giunti a Tusayan ci sistemiamo velocemente al Rodaway Inn per 75$ a notte ;
decidiamo di fermarci due giorni. Posiamo di corsa tutti i bagagli e, risaliti
in auto, ci precipitiamo verso l’entrata sud del Grand Canyon.
Ci separano alcuni chilometri ma il tragitto ci sembra lunghissimo. Alle 19:20
arriviamo al Mather Point e ciò che si presenta ai nostri occhi è uno
spettacolo che lascia senza parole e senza fiato; i numerosi turisti presenti
scattano foto come impazziti, ma nonostante la concitazione creata dai magnifici
colori del tramonto e dalla maestosità del canyon , tutto intorno regna un
“religioso” silenzio. Davanti a tanta bellezza, qualcuno si commuove pure
….ma non faccio nomi !
Scattiamo parecchie foto e siamo talmente impressionati da questo posto che la
brutta avventura con lo sheriffo è già nel dimenticatoio .
Ora abbiamo anche un certo appetito, così ci fermiamo nel ristorante di fronte
all’hotel e ci rimpinziamo a volontà con della ottima pizza.
Andiamo a dormire presto, perché domani ci attende una giornata molto intensa.
28 LUGLIO 2001 GRAND CANYON
Sabato. Ci alziamo prestino, ma non troppo e dopo una gustosa colazione nel
vicino MacDonald ci avviamo verso l’entrata del Grand Canyon.
La giornata è magnifica e chissà a quale impatto emotivo dobbiamo
prepararci…ieri sera ci tremavano le gambe !
Per prima cosa ci fermiamo nuovamente al Mather Point, che è il punto
panoramico più vicino all’entrata sud. Anche con la luce del giorno lo
spettacolo che si presenta ai nostri occhi è eccezionale. Inutile dire che la
massiccia presenza di asiatici ( non so mai se cinesi o giapponesi … ) rende
complicato fotografare con la dovuta calma i bellissimi scorci del canyon. I “Pokemon”,
infatti, girano spesso in comitiva e ognuno di loro vuole la foto ( da solo! )
sull’orlo del precipizio; così i tempi di attesa sono lunghi…ci divertiamo
comunque nell’osservare questi soggetti ( sia uomini che donne ) che girano
gli States per turismo senza rinunciare a giacca e cravatta o al classico
tailleur. Really funny !
Ci rechiamo poi in auto al Grand Canyon Village da dove parte
l’autobus-navetta che ci permetterà di visitare tutto il West Rim. Sostiamo
in tutti i punti di visuale dove possiamo ammirare angoli suggestivi e panorami
pittoreschi; inutile dire che i nostri due fotografi ( Alex ed Ornella )
cominciano a dubitare di avere rullini a sufficienza ….
Alle 10:30 la temperatura comincia ad essere insopportabile e costringe molti
visitatori, tra cui io, a sostare sulle panchine all’ombra. Le nostre riserve
idriche si stanno pian piano esaurendo … fortunatamente all’ultima tappa
troviamo ( e non poteva mancare ) una rivendita di souvenir ed un snack bar .
Inutile dire che è stato letteralmente preso d’assalto dall’orda di turisti
assetati. Ci sono anche dei telefoni pubblici e proviamo a chiamare casa;
dovrebbero essere le 21ed è un orario in cui è facile trovare i nostri cari:
infatti riusciamo nel nostro scopo.
Prendiamo di nuovo la navetta che ci porterà direttamente al Village ( senza
soste ) e quando arriviamo, mezz’oretta dopo, abbiamo tutti
una fame da lupi e, su consiglio della
mia guida Routard, ci dirigiamo al self-service che si trova lì a due passi. La
scelta delle pietanze è notevole e, per la prima volta, ci saziamo con gusto
spendendo veramente poco, ipotizziamo perfino errore di battitura alla cassa (
ma non è così ); visto l’ottimo rapporto qualità/prezzo decidiamo di
ritornarci per l’ora di cena.
Ora che abbiamo terminato il nostro giro, dobbiamo decidere cosa fare e restano
due possibilità: vedere il Grand Canyon scendendo a piedi oppure sorvolarlo.
Escludiamo subito la prima condizione ( perché è troppo caldo e fisicamente
molto impegnativo ), resta la seconda opzione e decidiamo di andare a verificare
direttamente sul posto.
Ritorniamo quindi a Tusayan e dopo un “blitz”, senza esito positivo, al
locale ufficio informazioni turistiche ( e la seconda volta che ci passiamo ed
è sempre chiuso ) ci rechiamo in una delle numerose compagnie che effettuano
voli turistici sopra il canyon e, vista la disponibilità di posti, prenotiamo
la nostra trasvolata in elicottero. Qui non ci fermiamo nemmeno di fronte al
salasso che dobbiamo sborsare ( 104$ a testa ) per 25 minuti…
Ci pesano ( un computer decide quale posto assegnare sull’apparecchio ), ci
istruiscono ( con un video in italiano che fornisce alcune nozioni per la
sicurezza in volo ) ed infine ci sediamo nell’accogliente sala di attesa.
Siamo piuttosto emozionati ed agitati per l’esperienza che stiamo per
affrontare, ma nonostante tutto siamo ansiosi di salire a bordo ( un elicottero
tutto per noi ) per ammirare la maestosità e la bellezza del Grand Canyon.
La posizione migliore, che è quella accanto al pilota, tocca ad Ornella; il
posto più sfavorevole tocca invece a me: mi trovo seduta nel senso contrario al
movimento dell’apparecchio e questo mi provoca un certo malessere che, unito
al calore insopportabile, si trasforma in nausea. Tengo duro e cerco di
distrarmi il più possibile contemplando le meraviglie che si vedono sotto di
noi … Terminato il volo e rimessi i piedi a terra, mi sento un po’ meglio;
è stata dura ma ne valeva assolutamente la pena !
Visto l’orario e l’approssimarsi del tramonto, ci spostiamo al Grandview
Point che si trova sulla sponda a est dell’entrata. Arriviamo con un buon
anticipo, ma già un folto gruppo di turisti, fra i quali diversi italiani, si
è già sistemato nelle posizioni strategiche che offrono una veduta ideale nel
canyon. Noi non siamo da meno e ci piazziamo su un ampio sasso piatto che
permette al duo fotografico “National Geographic” di posizionare i
cavalletti per immortalare i magnifici giochi di luce e di colori che le rocce
rifletteranno. Uno spettacolo che ci lascia senza parole !
Per la cena ritorniamo al self-service nel Village e poi ce ne andiamo tutti a
dormire; la nostra giornata è stata ricca di avvenimenti ed emozioni e siamo
davvero “stremati”…. Buonanotte !
29 LUGLIO 2001 GRAND CANYON – CANYON
DE CHELLY
Oggi è domenica. Con calma ci alziamo, risistemiamo i bagagli e lasciamo il
nostro motel. Per la colazione dobbiamo arrangiarci e ritorniamo nel vicino
MacDonald, dove non ci resta che consumare i famigerati apple-pies ( dolci alle
mele caldi ) con del caffè bollente. Ornella e Giuli optano questa volta per
dei cookies ( biscotti ) che trovano deliziosi … per fortuna, perché
sperimentare nuovi menù in America è molto rischioso !
La meta che abbiamo deciso di raggiungere è un altro canyon che si trova, però,
in territorio
Navajo : il Canyon de Chelly ( pron. de
sceii ).
Lasciamo, quindi, Tusayan ed entriamo per l’ennesima volta nel Grand Canyon
Nat’l Park per uscirne in direzione est. Oggi il cielo e terso e limpido e la
temperatura è mite.
La strada che stiamo percorrendo, in alcuni punti, fiancheggia il bordo del
canyon e la smaniosa curiosità di vedere i suoi abissi ci costringe a fermare
l’auto parecchie volte …ancora una volta i fotografi “ufficiali” si
sbizzarriscono.
Wow ! Un coyote ci ha appena attraversato la strada; che peccato,
un’apparizione così fulminea che non ha permesso al nostro autista ( Giuliano
) di frenare in tempo. Speriamo di incontrarne altri ….
Terminata la strada n°64 dopo la cittadina di Cameron, entriamo ufficialmente
nella “Navajo Indian Reservation” verso Tuba City. Il paesaggio ai nostri
occhi si presenta stupendo: le rocce ed il terreno sono carichi di colori, in
tutte le sfumature del rosso e marrone: siamo ne Painted Desert ( il Deserto
Dipinto ). Questa bellezza intorno a noi ci impone varie soste per scattare
delle foto, ma il continuo strombazzare di clacson delle auto in transito, ci fa
intendere che i pellerossa non gradiscono affatto questo genere di cose ( forse
perché non abbiamo chiesto il permesso ? Oppure volevano un compenso in dollari
?? – sono un po’ cattiva … ).
Mentre viaggiamo, mi piace sfogliare e leggere la mia guida Routard; trovo
infatti una nota per noi turisti: nelle riserve indiane ( in modo particolare in
quella degli Hopi ) è assolutamente proibito scattare fotografie a cose e
persone; le telecamere ed i registratori sono banditi !
Lungo la 264, una stretta e poco praticata strada che attraversa le due riserve
( quella Navajo è molto estesa ed abbraccia un’ampia area fra Arizona, Utah,
Montana e New Mexico - nel suo centro si trova quella degli Hopi; questi due
popoli si odiano e sono in eterno conflitto ) entriamo in contatto, per la prima
volta, con la realtà sociale di questa gente.
Negli Stati Uniti i nativi sono uno dei gruppi etnici più poveri e, anche se il
Governo elargisce contributi e facilitazioni fiscali, la miseria è palpabile: i
villaggi sono costituiti da catapecchie o da case-container “incorniciate”
da una sporcizia allucinante ( alcuni di questi tuguri hanno però delle
parabole satellitari giganti degne di una base strategica ! ), le auto con cui
si spostano cadono a pezzi e le strada che percorriamo è delimitata da veri e
propri immondezzai…. In tutta questa desolazione troviamo dei bei scorci
naturali, ma non ci azzardiamo a fermare la macchina per fare foto, pena
l’insurrezione popolare !
Prima della cittadina di Ganado, su suggerimento - richiesta di Ornella, ci
fermiamo al Hubbel Trading Post. Sulla cartina è contrassegnato come National
Historic Site, ma in realtà l’attrattiva principale è un bazar gestito da
indiani deve ci si trova di tutto: dalla Coca-Cola ai fagioli in scatola fino
agli oggetti artigianali. Lo scopo vero e proprio della nostra fermata si
risolverà con l’acquisto da parte di Giuliano ed Ornella di un “rug” di
piccole dimensioni fornito di certificato di garanzia e foto-polaroid
dell’anziana autrice del tappeto in questione. Una spesa notevole direi ( più
o meno 600.000 lire ), ma solo chi è appassionato di questi articoli può
capire !
Fatto ciò ci dirigiamo verso Canyon de Chelly. Arriviamo a metà pomeriggio e
troviamo subito posto nel campeggio adiacente all’entrata con la spesa di 0 $,
insomma gratis, però
ci sono le docce e chiunque può entrare
… Appena terminato di montare le tende, ci accorgiamo che due tipi sospetti si
aggirano fra i campeggiatori nel tentativo di vendere bigiotteria indiana.
Decidiamo di non lasciare nulla in giro e, con il bagagliaio straripante, ci
avviamo verso il South Rim.
Per la prima volta il cielo è nero e minaccia un temporale da un momento
all’altro. La scarsità di luce non permette di ammirare panorami mozzafiato
ma il posto è bello e scattiamo ugualmente delle foto. Sostando nei vari punti
panoramici dell’itinerario suggerito dalla guida, notiamo subito che in ogni
parcheggio si trovano dei cartelli ben visibili che mettono in guardia i turisti
su furti perpetrati alle macchine in sosta. Visto che abbiamo l’auto piena di
roba, visitiamo i siti a turno …
Mentre aspettiamo, oltre ad alcuni cani randagi che ci fanno compagnia, vediamo
arrivare un indiano in pick-up che mette in mostra 4/5 bamboline sul marciapiede
( per venderle ?? ) e, risalito in auto, si guarda intorno: si intuisce che il
personaggio è, in realtà, uno che “ispeziona” se qualche idiota abbia
lasciato incustoditi macchina e bagaglio.
Nel ritorno troviamo un po’ di pioggia, ma oramai il temporale ha cambiato
direzione.
Ceniamo al “Thunderbird Cafeteria” a due passi dal campeggio. Arriviamo alle
20:00 ma in realtà sono le 21:00 ed il locale sta per chiudere… sono gentili
e ci lasciano ordinare ugualmente. Nelle riserve indiane è in vigore l’ora
legale…ora lo sappiano anche noi.
Ce ne andiamo poi a letto con la viva speranza che, con l’ausilio delle
tenebre, gli indigeni locali non facciano man bassa delle nostre cose !
30 LUGLIO 2001 CANYON DE CHELLY -
KAYENTA
La nottata è trascorsa tranquillamente: faceva parecchio caldo ma una fresca
brezza ha reso sopportabile la temperatura e piacevole il sonno; per quanto
riguarda tutte le nostre cose, sono al loro posto ( i ladruncoli ci hanno
risparmiato ! ).
Il tempo questa mattina è decisamente brutto ed osservando il cielo non notiamo
possibilità di schiarite. Togliamo le tende e sgonfiamo i materassini…si
parte.
La nostra meta di oggi è Kayenta, ovvero Monument Valley.
Prima, però, visitiamo il Canyon de la Muerte situato a nord di quello di
Chelly. Terminato il giro dei vari punti di osservazione, visitati a turno per
timore di eventuali furti, puntiamo verso il confine dello stato – la Monument
Valley si estende su una vasta area fra Arizona e Utah -.
Dopo alcuni chilometri di marcia, assistiamo ad un spettacolare incidente
stradale ( ad una decina di metri davanti a noi ! ) che ci costringe a fermarci;
la prima impressione fu quella che qualche svitato, magari ubriaco, simulasse
delle acrobazie di rally.
In realtà scopriamo che alla guida dell’auto, alla quale è scoppiato il
pneumatico, c’è una donna indiana con figlioletto. Decidiamo di fermarci per
aiutare i malcapitati: la donna è sotto shock e noi ragazze cerchiamo di dare
un po’ di conforto; i ragazzi, invece, si prodigano per sostituire la ruota,
viste le condizioni pietose della macchina è già molto che ci sia il rodino di
scorta.
Al termine dei “lavori” veniamo tutti abbracciati, baciati e ringraziati
quasi alle lacrime: aiutare il prossimo in difficoltà, ti fa sentire proprio
bene. Nonostante le nostre raccomandazioni di guidare piano, la donna parte a
tutta velocità; magari il suo appellativo Navajo era: SAETTA SCATTANTE ??? Non
lo sapremo mai…
Dopo alcune ore di
viaggio arriviamo a Kayenta e decidiamo
di fermarci per pranzo in una Cafeteria. Il locale è simpatico ed ha la
caratteristica forma di Hogan: la caratteristica tenda indiana. Qui mangiamo
decisamente piccante con del cibo messicano (!) e beviamo analcolico.
Alla richiesta di una birra, infatti, la cameriera ci da un’occhiata di
traverso e, quasi irritata, ci ricorda che nelle Riserve indiane l’alcool è
proibito. Qualcuno mi può spiegare allora come mai i lati delle strade in
queste zone sono delle pattumiere a cielo aperto costituite esclusivamente da
bottiglie di birra vuote ? Visto il numero di alcolisti fra la popolazione
Navajo, forse dovrebbero cambiare il sistema e le leggi …
Mancano una trentina di chilometri all’ingresso della Monument Valley, così
prendiamo la 163 e poco dopo il confine con lo Utah entriamo nell’immensa
Valle dei Monumenti. Anche qui la gestione è in mano ai Navajo ( si vede
soprattutto dalla cartina che ci consegnano ) ed inoltre non accettano il
National Park Pass, così dobbiamo pagare l’ingresso.
E’ già pomeriggio così decidiamo di accamparci nel campeggio situato proprio
a fianco del Visitor’s Center. Scegliamo una posizione magnifica: davanti a
noi troneggiano i famosissimi Mittens e Merrick Butte e cominciamo il montaggio
di tutto l’ambaradan.
Alle 18:30 cominciamo il giro che ci porterà nel cuore di questo posto
fantastico; la strada che dobbiamo percorrere è sabbiosa ed in certi punti la
macchina sprofonda, ma il bello di questo posto sono anche le piccole avventure
che dobbiamo sormontare per raggiungere i vari belvedere. Fra questi il più
famoso e fotografato è il John Ford’s Point, dedicato appunto al celebre
regista di film western degli anni ’50, se non lo ricordate forse avete in
mente la pubblicità della MARLBORO COUNTRY con il cow-boy in sella al suo
cavallo che ammira il panorama sottostante.
Sta per arrivare il tramonto e per fortuna le nuvole minacciose di questa
mattina sono state spazzate via. Lo spettacolo è inverosimile: le rocce intorno
a noi sembrano prendere fuoco ed i colori del paesaggio sono incantevoli. A me
personalmente questo posto piace di più del Grand Canyon, o forse questi posti
sono tutti belli !
Rientriamo alla “base” che oramai il sole è sparito dietro la linea
dell’orizzonte. Il nostro stomaco reclama una certo appetito e visto che il
Visitor’s Center non ha un snack-bar e del ristorante è rimasta solamente
un’insegna sbiadita e deteriorata, dobbiamo proseguire in auto fino a
Gouldings ( a 10 km. ). Facciamo la spesa in un modernissimo e “carissimo”
supermarket e facciamo il pieno di benzina nell’unico distributore della zona.
La nostra cena, a base di macedonia di frutta fresca e biscotti, la consumeremo
al chiaro di luna seduti su un sasso vicino alle tende. Molto romantico, direi !
Trascorreremo una notte allucinante a causa del vento furibondo che sbatte
pesantemente sulle nostre “alcove”; speriamo che i tiranti siano ben saldi
altrimenti prendiamo il volo … oltre alla fifa di essere “estirpati”, il
ponderoso sibilo disturba a tal punto da costringerci a mettere i tappi per le
orecchie.
Che nottata !
31 LUGLIO 2001 KAYENTA - ARCHES PARK
Martedì. All’alba suona la sveglia… sono i due fotografi che vogliono
immortalare il sorgere del sole. Io me ne sto al calduccio nel sacco a pelo
mentre all’esterno l’attività ferve: cavalletti montati e riposizionati
varie volte in cerca dello scorcio migliore… poi ci si mette
anche un cucciolo di cane randagio che
sembra mettersi in posa per la foto.
Con la spesa di ieri sera abbiamo pensato anche alla colazione. Così, terminati
i lavori di smontaggio, ci sediamo al tavolino della piazzola per un gustoso e
nutriente breakfast a base di succo d’arancia, biscotti, pane e marmellata.
Prima di salire in auto studiamo la cartina: la nostra meta di oggi è il Parco
degli Archi (Utah) con sosta a Mesa Verde (Colorado).
Partiamo e ci dirigiamo verso nord-ovest sulla 163, passiamo da Mexican Hat (
che deve il suo nome ad una roccia la cui silhouette ricorda un messicano con il
sombrero ) e poi verso Bluff. Per arrivare a Mesa Verde allungheremo la strada
di non poco, ma è lo stesso; avremo così la possibilità di percorrere strade
nuove e di vedere paesaggi differenti; infatti la 262 ci porta attraverso
pianure sconfinate e zone di montagna semi-desertiche.
Entrati nel Colorado la stessa strada diventa la n°41 e a Cortez, una delle
poche cittadine incontrate sul nostro percorso, ci fermiamo a pranzo in un
ristorante molto accogliente dove ci abbuffiamo di Caesar’s Salad e patatine
fritte. Questo non è proprio un posto turistico e la nostra presenza nel locale
deve essere un avvenimento inconsueto. Lo si capisce anche dalla cameriera che
ci serve ( molto carina e gentile ) che si fa in quattro per esaudire i nostri
desideri ed esigenze “nazionali” … qui in America si mangia malamente, ma
lo standard del servizio e la simpatia del personale sono eccelsi: almeno di
questo possiamo ritenerci soddisfatti !
Arriviamo a Mesa Verde, all’ingresso del Parco ci rendiamo conto, però, che
per arrivare al sito archeologico ci vuole un’altra mezz’ora abbondante; in
effetti osservando la cartina, consegnataci dal ranger, possiamo ammirare la
vastità di questo posto.
Percorrendo il tragitto possiamo osservare attorno a noi il bosco ( o quello che
ne rimane ) distrutto dalle fiamme. Gli incendi vengono provocati e tenuti sotto
controllo per permettere alla boscaglia di rinforzarsi e di crescere poi più
rigogliosa e folta. Per noi, che a proposito di arbusti non siamo molto eruditi,
questo procedimento sembra un paradosso, ma è un dato di fatto …
Per visitare ad hoc questo parco è necessario essere accompagnati da una guida
e le escursioni esigono tappe di almeno una giornata, ma causa fattore tempo (
è tardo pomeriggio ) e causa auto stipata di bagagli ( anche qua troviamo gli
avvertimenti contro i furti ), decidiamo che la cosa più opportuna è visitare,
a turno, solo la principale attrattiva: le Cliff Houses costruite dagli Anasazi.
Queste popolazioni indiane, oramai estinte, vivevano in case molto organizzate e
costruite all’interno di cavità rocciose, quasi certamente per difendersi
dagli attacchi messi in atto dagli invasori.
Io e Alex, arrivato il nostro turno, approfittiamo più che altro fare due passi
e sgranchirci le gambe. Oltre al sito archeologico, pieno di gente a
quell’ora, ci sono un Museo e relativo Shop, un bar ed un ufficio postale (?).
Viste le difficoltà di scovarne uno, in altre città, senza perdere delle ore,
è proprio il Post Office ad attirare la mia attenzione così sfrutto questa
occasione per acquistare i francobolli e spedire finalmente le cartoline … che
sollievo ! Posso dire che questa visita a Mesa Verde è stata utile, se non
altro, per “sbarazzarsi” della corrispondenza a parenti ed amici.
La nostra amica Ornella, invece, è molto entusiasta del posto ( per forza, ha
insistito tanto per passare da queste
parti… ) e nella boutique del museo ha speso una fortuna in libri e poster.
Forse in questo modo la nostra “archeologa” migliorerà il suo inglese
piuttosto “zoppicante”.
Terminato lo shopping e la commissione all’ufficio postale, partiamo verso
Moab, passando dalle cittadine di Dove Creek ( Colorado ) e Monticello ( sembra
il nome di un borgo toscano, ma invece si trova nello Utah ). Questa regione è
molto bella e soprattutto lussureggiante; predomina infatti l’intenso colore
verde dei campi coltivati e punteggiato qua e là da deliziose fattorie.
Arriviamo a Moab nel tardo pomeriggio e cerchiamo subito una sistemazione in
motel. Dopo un paio di tentativi, troviamo alloggio a prezzo stracciato al
Virginian Motel, sulla Main Street; buttiamo praticamente i bagagli sul letto e
partiamo subito alla volta di Arches Park. La “caccia al tramonto” continua
…
Giungiamo sul posto in tempo per fotografare i pittoreschi scorci naturali che,
ancora una volta, si presentano ai nostri occhi; Park Avenue, Balanced Rock,
Petrifies Dunes … sono bellissimi, ma ora vogliamo vedere gli Archi e puntiamo
quindi verso il Delicate Arch, il più famoso. Parcheggiata l’auto,
realizziamo che questo sito è collocato in cima ad una montagnola e, per
vederlo, è fondamentale fare una bella scarpinata.
Per il timore di perdere l’ultimo bagliore di sole, Alex si avvia a tutta
velocità verso la meta … arriverà giusto in tempo per fotografare il
monumento, tuttavia al nostro arrivo, lo troveremo accasciato al suolo e
totalmente senza fiato ( la corsa in montagna non è il suo forte ! ).
Facciamo ancora un giretto all’interno del parco ( l’itinerario percorribile
in macchina si snoda per 30 / 40 chilometri ) e verso le 20:00 ce ne torniamo a
Moab.
Per cenare diamo retta, per l’ennesima volta, ai suggerimenti della mia fedele
guida Routard ed il locale consigliato in questa città è il Moab’s Brewer
che è anche una birreria molto nota. Mangiamo egregiamente e sorseggiamo la
Dead Horse ( Cavallo Morto – strano nome per la birra della casa ! - ) e poi
stanchissimi ce ne andiamo a dormire.
1 AGOSTO 2001 ARCHES PARK - BRYCE CANYON
Mercoledì. E’ una giornata limpida e meravigliosa.
Dopo due notti in campeggio, ci voleva proprio un materasso vero per ritemprarsi
totalmente ed il Virginian Motel è stato all’altezza della situazione.
Come prima cosa ci rechiamo nel vicino e super-fornitissimo supermarket per
acquistare vivande e liquidi per il viaggio; la scorta idrica deve essere
consistente causa le canicole di queste zone e ancora una volta constatiamo che
il Gatorade costa molto meno dell’acqua ( quest’ultima poi ha veramente un
sapore disgustoso e spesso dobbiamo ripiegare sull’acqua Evian – francese -
).
Questa mattina desideriamo tornare ad Arches Park per “completare” la
visita, però i bagagli possono rimanere in stanza fino alle 12:00, di
conseguenza non possiamo sprecare il tempo a nostra disposizione: 3 ore circa.
Facciamo colazione in macchina con brioches freschissime e succo di frutta e
puntiamo subito verso il Devil’s Garden ( all’estremità settentrionale del
parco ): qui si trova il bellissimo Landscape Arch raggiungibile con una
passeggiata di 15 / 20 minuti. Il caldo è già insopportabile ed in aggiunta il
percorso è sabbioso e ad ogni passo i piedi sprofondano. Intravediamo, poi,
alcune specie di rettili - un serpente e diverse lucertole -, sicuramente
innocui…
Forse ora comincio
a comprendere come mai questa porzione di
riserva si chiami “Giardino del Diavolo” ! .
Ci dirigiamo poi al Window Arch…. I tempi stringono ed ancora una volta
dobbiamo spicciarci. Io, spossata, me ne sto al parcheggio e lascio agli altri
tre la salita verso le due “finestre“.
Terminata la visita-lampo, partiamo per Moab. Il tragitto verso il motel è
interminabile, causa un’atmosfera di malumore che si è diffusa fra gli
occupanti del mezzo: è evidente che ogni parco dovrebbe essere visitato con
calma e distensione, ma purtroppo il tempo gioca un ruolo importante e ce ne
dobbiamo andare.
Ritirati i bagagli dal motel ( alle 12:00 ), partiamo verso la nostra nuova
destinazione: Bryce Canyon. La strada procede verso nord-ovest e il paesaggio
non offre un granchè di particolare. Arriviamo a Green River e sostiamo per il
rifornimento di carburante e per un pranzo veloce ( assaggio i “mozzarella
sticks” – bastoncini di formaggio impanati e fritti – che digerirò solo a
pomeriggio inoltrato ! ).
Da qui imbocchiamo la n°24, una strada che attraversa il Capitol Reef Nat’l
Park. Non ci sono villaggi o città sul nostro percorso e tutto sembra così
selvaggio. L’intenso color vermiglio delle rocce, in contrasto con gli altri
elementi cromatici del paesaggio, è semplicemente incantevole.
Superata la cittadina di Torrey prendiamo la strada n°12 e da qui in poi,
ancora una volta, vari scenari naturali si alternano; zone desertiche con rocce
multicolori, praterie sconfinate e verdissime, infine la zona montana ( che noi
Trentini conosciamo bene ! ): siamo giunti nella Dixie Nat’l Forest.
Chiaramente un temporale fortissimo si era appena abbattuto sull’area, a
giudicare dai cumuli di grandine ai bordi della strada e dai rivoletti d’acqua
e terra che scorrevano sulla carreggiata; ora comunque il cielo si sta
rischiarendo e il pomeriggio sembra promettere bene…
Questo posto è bellissimo , non abbiamo mai visto un pioppeto così vasto; in
certi punti la vegetazione è notevolmente folta ma, nonostante ciò, riusciamo
ad intravedere qualcosa che si muove… sono dei caprioli ! Così vicini non ne
avevo mai visti; naturalmente le bestiole si spaventano all’istante quindi,
per fotografarle, ci dobbiamo avvicinare con molta circospezione; una serie
fortunata di coincidenze permette ad Alex di immortalare mamma capriolo con il
suo cucciolo “bambi” in un quadretto familiare molto emozionante.
Arriviamo a Bryce nel tardo pomeriggio e ci precipitiamo immediatamente al punto
panoramico denominato “Sunset Point” per ammirare la meraviglia del
tramonto. Purtroppo lo manchiamo per un soffio ed il sole è già calato oltre
l’orizzonte, il canyon, con le sue formazioni calcaree piramidali di ogni
forma e dimensione, offre ugualmente uno spettacolo grandioso … sconsolati ce
ne ritorniamo al Village per cercare un posto dove pernottare e lo troviamo al
Best Western Ruby’s Inn.
Ceniamo in un’anonima pizzeria a due passi dall’hotel e, data la confusione
e gli schiamazzi, sembra di essere di nuovo a casa ( una tavolata di italiani
occupa buona parte del locale e fa di tutto perché si capisca che arriva dal
Bel Paese …! ).
Andiamo a letto presto perché all’indomani ci attende una “levataccia”:
l’intenzione è quella di non perdersi l’alba e approfittare della dolce
temperatura mattutina per scendere nel canyon .
2 AGOSTO 2001 BRYCE CANYON – LAKE
POWELL
Giovedì. Ci svegliamo prestissimo, rispetto alle nostre abitudini, ed alle
sciamo dalla nostra stanza. Fa fresco ma
il cielo è limpido e promette una splendida giornata.
Arriviamo al Sunrise Point e, nonostante l’orario, vi troviamo già un bel
gruppetto di turisti ( amanti di albe e tramonti ) appassionati di fotografia
…
Ciò che mi ha colpito di più è stata la quiete che ha contraddistinto i
minuti precedenti all’alba fissata per le 06:40. E’ stata un’esperienza
significativa vedere tutte queste persone attendere in un “quasi” religioso
silenzio il momento fatidico e contemplare con venerazione la nascita del
sole… pace interrotta successivamente dagli scatti, prima flebili e poi sempre
più agitati, delle macchine fotografiche. Uno spettacolo unico !
Terminato lo show naturale accusiamo un certo appetito ed il posto più vicino
dove rifocillarsi è il Bryce Canyon Lodge. Il locale è molto elegante ed
accogliente, con tavoli apparecchiati in modo impeccabile e camerieri in livrea
che passano ogni 5 minuti a chiedere se va tutto bene……va benissimo, dico io
! Mangiamo bene e spendiamo il giusto ( facendo due conti, in proporzione al
supermarket si spende una follia …) e siamo di nuovo pronti a partire.
Alle 08:00 cominciamo a scendere nel canyon a piedi; inutile dire che lo
spettacolo è mozzafiato. Io comincio a pensare che questo è veramente il posto
più bello che abbiamo visitato sino ad oggi; anche Alex e Co. sembrano dello
stesso parere.
I primi scoiattoli escono dai loro rifugi e ci danno il benvenuto, mettendosi
quasi in posa per gli scatti fotografici. Ma che simpatici, sembrano quasi
ammaestrati per intrattenere i turisti; sono abituati alla presenza dell’uomo
e non si impauriscono affatto, si avvicinano e annusano le nostre mani: la
tentazione di offrire del cibo è forte, ma è assolutamente, e giustamente,
proibito dare loro da mangiare…
Questo canyon è una sorpresa continua; i paesaggi naturali che si presentano
sono incessantemente sorprendenti, ma a parole è difficile da spiegare.
Oltre agli scoiattoli, altri “abitanti” del luogo compaiono sul nostro
cammino: un coyote, un capriolo e degli uccelli dal bellissimo piumaggio
blu-azzurro ( sono i Stellar’s Jay ). Per la seconda volta perdiamo
l’occasione di fotografare il coyote … riusciamo invece a scattare delle
foto a tutte le altre specie…pure a noi !
Sostiamo in altri due punti panoramici e alle 11:00, terminato il giro, ce ne
ritorniamo in hotel. Facciamo una doccia veloce, richiudiamo i bagagli e siamo
pronti per partire alla volta di Page.
La strada n°89 è piacevole e sempre in pianura; a metà tragitto ci fermiamo
per pranzo in un ristorante ( pollo – patatine – caesar’s salad ci escono
dalle orecchie… ); l’unica cosa piacevole di questo posto sono dei
simpaticissimi coliblì che “frullano” nell’aria, girando attorno a dei
contenitori trasparenti appesi al tetto riempiti di liquido rosa ( mi sembra
alcool denaturato ! ).
Possiamo ammirare questa scenetta attraverso la vetrata vicino al nostro tavolo:
è un diversivo che dà letizia e ci solleva il morale, visto lo scadente
servizio di questo ristorante…
Terminato il lugubre pasto, partiamo per il Lago Powell.
La strada è pianeggiante e, già a diversi chilometri da Page, si intravede
all’orizzonte l’immensità di questo bacino artificiale. Il Lake Powell,
infatti, ha un’estensione notevole; basti pensare che si estende su una
lunghezza di quasi 300 km., con oltre 3.200 km. di costa ( per capire meglio, la
costa ovest degli USA è più limitata ).
Ci troviamo in Canyon NRA – National
Recreation Area – ma il tipico avvallamento non si vede; la diga, infatti,
terminata nel 1963, ha consentito al fiume Colorado di riempire d’acqua il
canyon impiegandoci oltre un decennio.
Questo è il paradiso degli amanti della nautica; è incredibile il numero di
imbarcazioni che navigano questo lago … ora notiamo anche il porticciolo (
Marina ). Wow !
Giunti a Page, ci rivolgiamo immediatamente all’ufficio Chamber of Commerce
per avere informazioni sui motel e per prendere dei depliants turistici. Il
signor Robert, gentilissimo, ci indica un buon albergo e ci dispensa, inoltre,
di un sacco di utili informazioni su cosa vedere e cosa fare … Fatto questo
andiamo al Lu Lu’s Sleep Ezze Motel dove una deliziosa signora, Lu Lu appunto,
ci attende: la zona è molto tranquilla e la camera è adorabile: decidiamo di
fermarci due notti.
Su consiglio di Robert andiamo a vedere la danza Navajo che si tiene alle 18:00
davanti alla City Hall. Arriviamo alle 18:00, ma in realtà sono le 17:00, in
quanto qui vige l’ora legale e ce l’eravamo scordati; ecco perché non
c’era nessuno…attendiamo così un’oretta sul bel prato all’inglese.
Un bel gruppetto di spettatori si è radunato sull’aiuola e le danze tribali
cominciano: i costumi tradizionali sono coloratissimi e le coreografie sono
affascinanti, peccato che il tutto sia sminuito dalla brutta “location”:
siamo all’incrocio fra due strade molto trafficate e alle spalle c’è un
parcheggio…..
Verso l’ora di cena decidiamo di andare al Ken’s Old West ( sempre su
consiglio di Mr. Robert ). Da fuori questo posto è piuttosto anonimo, ma
all’interno è molto accogliente: tutto in legno e con una piacevole musica
western che rallegra l’ambiente.
Ci dobbiamo accomodare in un tavolo nella zona fumatori, proprio di fronte al
gruppo che sta suonando. Sarà perché siamo qui, ma questi ritmi country sono
veramente coinvolgenti, tanto che al termine di ogni esecuzione applaudiamo ed
acclamiamo molto rumorosamente i musicisti. Non c’è molta gente e siamo gli
unici a “scaldare” l’ambiente.
Questo fatto attira l’attenzione della cantante ( Gladys ) che durante la
pausa si avvicina al nostro tavolo; ci chiede i nostri nomi e da dove veniamo, e
noi a nostra volta le chiediamo di cantarci alcune canzoni – Country Road e
Tequila Sunrise degli Eagles. E non è tutto, sulla pista da ballo ci
improvvisiamo ballerini, anche con Gladys che ci spiega qualche passo di danza
western ( quei balli di gruppo che si vedono anche nei film… ) .
Questa serata ci ha letteralmente elettrizzato ed andiamo a dormire beati e
raggianti.
3 AGOSTO 2001 LAKE POWELL
Oggi è venerdì e la giornata non promette nulla di buono ( meteorologicamente
parlando ). Sembra che piova da un momento all’altro….
Come prima cosa facciamo provviste in un supermercato lì vicino - dove per
l’ennesima volta ci “spennano” per bene -, poi consumiamo una gustosa
colazione al tavolo del piccolo giardino del motel, con caffè e latte offerto
da Lu Lu.
A questo punto dobbiamo affrontare un problema per noi nuovo: cosa facciamo ??
Il, tempo, infatti, non aiuta ed il lago, si sa, è uno di quei luoghi che sono
molto più piacevoli con il sole ed il caldo. Decidiamo, per prima cosa, di
visitare la cittadina di Page ed i suoi dintorni, sperando che il cielo si
schiarisca.
Finalmente verso le 10:00, il sole esce dalle nuvole e forse c’è la
possibilità che la giornata prenda una piega diversa… Approfittiamo subito
del bel tempo per andare a visitare l’HorseShoe
Bend, un posto panoramico a sud di Page, e raggiungibile solo a piedi (
mezz’ora circa ), che permette di ammirare dall’alto la grande ansa a ferro
di cavallo che il fiume Colorado ha formato lungo il suo percorso.
Non ci sono parapetti e, prima di riuscire ad apprezzare questa magnifica
visuale, bisogna abituarsi alla voragine che sta sotto di noi e superare la
forte sensazione di vertigine ! Questo posto è molto selvaggio e desertico ed
ora la temperatura sta diventando insopportabilmente calda; prima di andare a
pranzo, quindi, ci balena in testa l’idea di fermarci in spiaggia a prendere
un po’ di sole e per fare un bagno rinfrescante nel lago. Pessima trovata !
Innanzitutto per raggiungere la riva è necessario percorrere delle strade
sterrate, e questo non è ancora niente; la spiaggia di per sé sarebbe pure
bella ma ci sono sporcizia ed immondizie ovunque. L’aria, poi, è
irrespirabile causa le forti esalazioni di gas, penso si tratti degli scarichi
delle numerose imbarcazioni che transitano; le miscele gassose potrebbero non
riuscire a disperdersi a causa dell’affossamento del lago…. boh !
Siamo così a disagio in questo posto che la voglia di defilarsela è forte.
Solo Giuliano non resiste alla tentazione di buttarsi in acqua, mentre noi lo
attendiamo pazienti a riva lui cerca di convincerci che l’acqua è pulita e
calda…… gli crediamo sulla parola !
Ritorniamo a Page e, visto l’orario, ci fermiamo a pranzare in una pizzeria (
che si chiama Strombolli’s – nome storpiato con due “elle”- ) e poi,
visto il graduale peggioramento del tempo, ce ne ritorniamo in motel per
riposare un poco. Quando usciamo dalla stanza sono le 9 passate e quindi non ci
resta che cercare un locale per la cena.
La scelta cade casualmente sul un ristorante con un nome inequivocabile: Bella
Napoli. Il pasto, a base di zuppa di patate e aglio con fette di salsiccia
galleggiante, ce lo ricorderemo a lungo. Terribile !!!!!
Andiamo poi a dormire con la grande speranza di digerire senza conseguenze….
Tirando le somme della giornata di oggi, posso tranquillamente dire che ci sono
stati diversi momenti “morti” e, visti i ritmi abituali, siamo quasi caduti
in apatia.
Beh …non ci resta che guardare con entusiasmo al domani……che sarà un
altro giorno !
4 AGOSTO 2001 PAGE - GRAND CANYON
Sabato. Ci alziamo di buonora; oggi, per nostra fortuna, il tempo è buono.
Facciamo una buona colazione all’esterno del Dam Plaza ( un piccolo centro
commerciale vicino al nostro motel ) e, per ammazzare un po’ il tempo,
gironzoliamo per le tre - quattro attività, più che altro per curiosare fra
gli oggetti in vendita e comprare alcune cartoline.
Nel negozio di articoli sportivi veniamo, però, presi di mira – in senso
positivo – dalla signora Sandy che ci vuole a tutti i costi far acquistare
degli occhiali da sole ( il modello indossato da Tom Cruise in MISSION
IMPOSSIBLE2 costa la modica cifra di 280 $ !! ). Sono stupendi, però ! Abbiamo
tempo e voglia di contrattare e la facciamo letteralmente impazzire; alla fine
riusciamo a portare a casa quattro paia di scarpette BODY GLOVE ( che si possono
indossare anche in acqua ) con soli 21$ a testa. Negoziare è stato divertente e
l’acquisto ci ha soddisfatto.
Ora ci dirigiamo verso Antelope Canyon. Qui siamo in territorio Navajo e
paghiamo la relativa tassa d’ingresso, dopo di che uno di loro, a bordo di una
sgangherata jeep adattata pick-up,
ci accompagna all’ingresso de canyon
vero e proprio; sarà una trasferta memorabile poiché, nonostante il tragitto
fosse sabbioso e pieno di buche e avvallamenti, il nostro chaffeur pellerossa lo
ha percorso al ritmo stile Camel Trophy, lasciando i passeggeri, noi compresi,
storditi e disorientati … e che mal di schiena !
Sono le 10:25 e abbiamo un’oretta di tempo per visitarlo ( poi la jeep ci
riaccompagna al parcheggio ). Questo canyon è molto diverso dagli altri per il
fatto che è di piccolissime dimensioni; in pratica è una stretta fenditura e
chi la visita deve passare attraverso in augusto percorso naturale. Sembra
impossibile che tutto ciò sia stato creato dalle infiltrazioni d’acqua nella
roccia.
Quello che più stupisce sono i magnifici giochi di colore e di luce riflessi
dalle lisce e sinuose pareti del canyon intensificati, ad un certo punto, dai
raggi solari che penetravano quasi perpendicolari nella fessura di Antelope. Per
chi è un appassionato di fotografia, questo è uno dei tanti posti che ispirano
la creatività.
Terminato il tour ( per fortuna nel viaggio di ritorno guidava una tranquilla
donna Navajo ), ritorniamo in albergo a prelevare i bagagli. Prima di lasciare
Page, ci fermiamo a fare benzina e poi a mangiare in un McDonalds…. L’unica
cosa positiva di questo intervallo è il passaggio di un road-runner ( il
beep-beep di Willy Coyote ) proprio di fianco al parcheggio; e noi che lo
cercavamo fra le radure desertiche; pensando di vedere un animale simile allo
struzzo, non lo avremo mai visto - il beep-beep è più piccolo di una gallina !
Partiamo e percorriamo i 200 km. ca. che ci separano per arrivare al Grand
Canyon North Rim. Io ne approfitto per riposare un po’.
Intuiamo che trovare un posto per dormire sarà arduo; già a 30 miglia ( 48 km.
) dal Village troviamo i cartelli dei campeggi che indicano FULL, ovunque….
Dopo qualche tentennamento, proseguiamo per il nostro cammino, sperando che lo
spazio per due tendine si trovi ugualmente. Illusi !!! Nei campground ci sono
parecchie piazzole libere, ma alla reception ci dicono che è tutto prenotato;
come alternativa ci consigliano di rivolgerci all’ufficio della guardia
forestale. Non conosciamo il nostro destino …
Dopo una chiacchierata ( durante la quale siamo sottoposti ad una lunga serie di
domande da terzo grado ) il ranger ci rilascia un permesso speciale di campeggio
fuori dall’area attrezzata. Ci sentiamo “miracolati”…e, cartina alla
mano, partiamo verso il bosco dove possiamo piantare le tende; dopo un breve
percorso in mezzo al parco arriviamo alla radura a noi destinata; intorno a noi
bosco e nient’altro; solo il canto degli uccelli ed il verso di qualche
animale (!) ci tengono compagnia.
Questa parte del Grand Canyon non è un gran ché rispetto al South Rim, ma
anche qui il posto ha un suo fascino, in modo particolare al Gran Canyon Lodge,
dove ci arriviamo dopo aver montato la “tendopoli”. Questo posto è molto
suggestivo ( siamo nell’orario del tramonto ), è un enorme complesso – e
l’unico - composto da ristorante panoramico sul canyon, saloon, fast-food,
qualche negozio ed ufficio postale. Qui però gli ospiti alloggiano in casette
di legno ( tipo i cottages finlandesi visti la scorsa estate ) veramente belle.
Al ristorante c’è una gran ressa e ci mettiamo in lista d’attesa; dopo
un’ora la prospettiva di un tavolo è ancora lontana e quindi lasciamo
l’ovattata atmosfera del lodge per quella meno graziosa della pizzeria
/ fast-food. Terminato il pasto, ci
laviamo i denti nel bagno pubblico ( molto pulito ) e ci avviamo verso le nostre
dimore solitarie avvolte dalle tenebre….. solo una timida luna rende meno
tetro il nostro arrivo alla radura.
5 AGOSTO 2001 GRAND CANYON – LAS VEGAS
Domenica. Che nottata umida quella appena trascorsa ! In compenso svegliarsi in
mezzo alla natura dà delle sensazioni senza eguali.
Prima di partire facciamo una gustosa colazione sul prato a base di pane e
marmellata e poi via verso la nostra destinazione di oggi: Las Vegas.
Imbocchiamo la 89 e quindi la 389/59 fino ad Hurricane. Da qui a Vegas
percorriamo la 15, un Interstate che attraversa un paesaggio desertico zeppo di
Joshua Trees ( un tipo di cactus molto particolare ); al primo agglomerato
urbano, facciamo una sosta per pranzare da Denny’s – data la forte
escursione termica fra l’esterno con +40° e l’interno glaciale del
ristorante , indossiamo i giacconi imbottiti ( come in baita d’inverno ! ) -
Questa aria condizionata ha proprio rotto le palle !
Alle 15:30 arriviamo a Las Vegas, alias Sin City ( Città del Peccato ). Ora
dobbiamo cercare un hotel dove pernottare, ci addentriamo quindi nel suo
“cuore” percorrendo il famoso Strip da nord a sud. Lasciata la periferia,
molto degradata e sporca, cominciano a sfilare accanto a noi i mega
alberghi-casinò di cui abbiamo tanto sentito parlare e le famose Wedding
Chapels dove si celebrano in un lampo i matrimoni all inclusive ( c’è un
listino prezzi per ogni tasca ).
E’ tutto così esagerato e kitsch che stentiamo a credere ai nostri occhi….
per quanto mi sforzi, descrivere questa città è molto difficile; sembra
irreale e ciò desta in noi delle sensazioni pazzesche ….
Visto che a Las Vegas non ci torneremo più ( ma non si sa mai…) decidiamo di
trattarci bene; dopo un breve consulto optiamo per il Caesar’s Palace, ma alla
reception troviamo una fila di gente in attesa e stanno sparando prezzi
esagerati ( qui il prezzo fisso non esiste, ma è dato dalla semplice formula
domanda = offerta ) ; nel nostro caso chiedevano 299$ ( oltre 650.000 lire ) e
la richiesta era in costante ascesa…. Fosse stata una suite imperiale
l’avremo pure presa. Scherzo !
Optiamo quindi per il “misero” Montecarlo Hotel&Casino, che di
interessante non ha nient’altro che il prezzo: 99,95$ + tax ( 250.000 lire –
non sono poche- ) a stanza. Questa permanenza ha un non so che di speciale e,
per la prima volta durante questo viaggio, ogni coppia avrà la sua
camera….Wow !
Prima di partire alla scoperta della città, ci concediamo un po’ di relax. La
camera è bella ed accogliente, situata al 32° piano ha una bella vista sul New
York- New York Hotel ed il suo spericolato roller-coaster ( le montagne russe ).
Ceniamo al NY-NY e poi, senza sosta, visitiamo gli altri casinò megagalattici:
- LUXOR Logicamente ha la forma di piramide ed al suo esterno troneggia una
sfinge a grandezza naturale. L’interno è sfarzoso all’inverosimile e
predominano le tinte dorate tutto a tema antico Egitto; molto curato nei
dettagli.
- EXCALIBUR Ha l’aspetto di un castello medievale, con torri e ponti levatoi.
Qui Mago Merlino la fa da padrone … assieme a dame, cavalieri e giullari.
- BELLAGIO Questo hotel-casinò ricalca la sontuosità e l’eleganza delle
ville sul Lago Maggiore. L’attrazione principale di questo ambiente è il lago
artificiale antistante l’ingresso. Arriviamo proprio nel momento in cui parte
la musica e uno stupendo gioco di getti d’acqua e di luci animano questa calda
notte. Le fontane danzanti ci hanno letteralmente catturato e ci godiamo lo
spettacolo fino in fondo. Di fronte a noi, una magnifica Tour Eiffel in scala
ridotta rende lo show ancora più piacevole. Dopo di che entriamo nel lobby del
Bellagio dove troviamo delle comode poltroncine: una sosta ristoratrice ci
voleva proprio ! Rimaniamo incantati da questa atmosfera sofisticata, complice
la musica proveniente dal piano-bar… sopra di noi un altissimo soffitto
decorato con giganti e colorati fiori in vetro di Murano…
- CAESAR’S PALACE ovvero l’Antica Roma riprodotta in chiave kitsch, tipico
di Vegas … Mi è piaciuto molto il Forum Shopping con le prestigiose boutiques
del “made in Italy”, cafè e ristoranti; insomma sembrava di passeggiare per
Via dei Condotti o in Piazza di Spagna. A rendere ancora più reale questa
impressione era la presenza del cielo ( finto pure quello ! ) disegnato
sull’immensa cupola-soffitto; i magistrali effetti luce davano la parvenza di
“cielo vivo” con le sue nuvolette spostate dal vento … da rimanere a bocca
aperta !
- VENETIAN Questo hotel-casinò è, per numero di stanze, il più grande del
mondo ed è magnifico ! … Ponte di Rialto, Campanile e Palazzo di Piazza San
Marco copiati nei minimi dettagli; sia i materiali che la manodopera sono
arrivati direttamente dall’Italia … chissà se lo sono anche i piccioni
ammaestrati che animano la Piazza ??
A questo punto della serata siamo stanchissimi, non abbiamo nemmeno la forza di
fare un ultimo giro per visitare anche l’interno, che deve essere favoloso. Ci
sediamo un momento sugli scalini…che si affacciano su un tipico canale
veneziano.
L’aria è insopportabilmente calda anche se sono le 23:00 passate; il continuo
passaggio da questo clima a quello perennemente “surgelato” delle sale da
gioco è un mix pericolosissimo …
Las Vegas fa di tutto per attirare i turisti nei propri casinò ed uno dei tanti
espedienti è l’assenza totale di panchine o qualsiasi altro appoggio dove
potersi sedere un momento durante le passeggiate, nemmeno sui trenini che
collegano alcuni hotel ci sono i sedili…. l’unico luogo dove
“stravaccarsi”, quindi, si trova unicamente davanti alle slot-machine oppure
al tavolo verde….
Sfiniti ce ne ritorniamo in albergo. Un’altra caratteristica degli
hotel&casino: entrando ci si imbatte immediatamente nelle immense sale da
gioco, un vero e proprio labirinto insidioso dove perdersi è un gioco da
ragazzi e trovare l’uscita o la reception diventa un’impresa ardua.
Arriviamo in stanza alle 01:00 ca., io sono sfinita e mi dolgono gambe e piedi,
Alex invece freme per fare una puntatina alla roulette; alla fine convince anche
me e, dopo una doccia ghiacciata e rigenerante, scendiamo al casinò.
Las Vegas non dorme mai e lo si nota dalle sale da gioco che pullulano di
“spiriti” bramosi ( ed illusi ) di vincere.
La nostra trasferta avrà un esito propizio e con la vincita copriremo
interamente la spesa dell’hotel. Soddisfatti e felici ( ma sfiniti ) ce ne
ritorniamo in camera.
Buona notte !
6 AGOSTO 2001 LAS VEGAS - LONE PINE
Lunedì. Vista la notte brava, ci permettiamo il lusso di dormire un po’ più
del solito. Attorno alle 10:00 facciamo colazione in uno degli affollatissimi
caffè dell’hotel e, prima di salire a prelevare i bagagli, non resistiamo
alla tentazione di puntare ancora qualche dollaro alla roulette: questa volta si
aggregano anche Giuliano ed Ornella
latitanti la sera precedente. Inutile
dire che siamo rimasti “in rosso”.
Partiamo e lasciamo definitivamente Las Vegas ed il Nevada e rientriamo in
California. Good bye “Sin City” !
La meta di oggi non è ben definita in quanto non conosciamo i tempi per
l’attraversamento della Death Valley. Percorsa la 95 imbocchiamo la 190;
quest’ultima sembra non avere mai fine…
Ora, però, entriamo nella Valle della Morte. Il nome non è sicuramente un
caso: la temperatura esterna è elevatissima ed i primi scorci di paesaggio sono
desolati. Seguiamo le indicazioni della nostra guida, che consiglia la sosta in
vari punti panoramici: viste le condizioni climatiche limitiamo al minimo le
soste, ma non manchiamo di fermarci a Zabriskie Point.
A turno saliamo su un’altura da dove si gode uno spettacolo naturale unico,
costituito da dune sabbiose compattate dall’attività del vento; la
vegetazione è inesistente e la temperatura è torrida e secca. Ho sentito un
turista italiano che, controllando la temperatura sul proprio orologio, ha
esclamato a gran voce: “…sta salendo ancora…sta superando i 45° … sta
aumentando ancora … !!!” ( lo credo bene, qui si registrano le temperature
più elevate di tutto il pianeta ).
Durante la sosta, la nostra auto è rimasta con il motore acceso, per mantenere
attivo il condizionatore. Non vi potete immaginare lo shock nel passare da un
ambiente all’altro.
Oltre a qualche fermata veloce per fare delle foto, decidiamo di non fare
ulteriori soste e di uscire dalla Death Valley.
Ci troviamo nella depressione più profonda degli Stati Uniti ( -85 metri sotto
il livello del mare ) , a questo punto la strada diventa erta e qui cominciamo a
trovare numerosi cartelli che avvisano di spegnere il climatizzatore,
diversamente si rischia la fusione del motore – ogni tanto lungo il percorso
si trovano delle cisterne con acqua, per qualche malcapitato che non abbia fatto
attenzione alla segnaletica …!
Usciti dalla Valle della Morte ci illudiamo di essere arrivati, ma la strada è
ancora lunga. Il paesaggio è sempre desertico; le uniche forme di vita vegetali
sono i cactus, solo di tanto in tanto si scorge in lontananza qualche casa ( ma
potrebbe anche essere disabitata ).
Finalmente verso le 18:00 arriviamo a Lone Pine, un piccolo paese ai piedi della
Sierra Nevada. Siamo sfiniti e decidiamo di cercare una stanza. Troviamo subito
alloggio al “Mt. Whitney Motel”. Sistemati i bagagli e fatta una doccia
rigenerante, usciamo per andare a mangiare qualcosa e, su indicazione della
innkeeper, ci dirigiamo a piedi al ristorante “Season”.
Oggi abbiamo saltato il pranzo, quindi il nostro appetito è titanico; data una
sbirciatina al menù, prendiamo atto che questo locale fa al caso nostro.
Apprendiamo dalla guida che in questa cittadina si sono girate parecchie scene
da film: da quelli western con John Wayne a quelli di fantascienza come STAR
TREK; ne abbiamo poi la conferma ammirando le fotografie appese alle pareti del
ristorante.
Prima di andare a coricarci facciamo una passeggiata sulla Main St. per dare
un’occhiata ai saloon ed ai piccoli e caratteristici negozi di questo posto,
ognuno dei quali porta il segno tangibile della “colonizzazione
hollywoodiana”. Mi lascio tentare dalla smania di spendere, ma acquisto
solamente una bandana rossa.
Ora siamo sfiniti e ce ne ritorniamo in hotel.
Buonanotte !
7 AGOSTO 2001 LONE PINE – KINGS
CANYON
Martedì. Dopo una buona colazione nella caffeteria sulla Main
St. ( dove ci fanno assaggiare anche
dell’uva locale ), partiamo alla volta di Yosemite. Percorriamo dapprima la
395 verso nord; qui il paesaggio è incantevole con la Sierra Nevada el il monte
Whitney che signoreggiano alla nostra destra. A Lee Vining imbocchiamo la 120.
Per arrivare a Yosemite dobbiamo attraversare la Sierra; appena passato il check
point del parco ci rendiamo conto, mappa alla mano, che il tragitto sarà lungo
e tortuoso, oltre tutto la strada è molto trafficata. Per colpa dei lentissimi
ed ingombranti motor-homes ( i campers ) impiegheremo un’ora e mezza per
raggiungere il Village.
La prima cosa che notiamo, oltre alla somiglianza di questo posto con il nostro
Trentino Alto-Adige, è che c’è una moltitudine di persone…. ed i campeggi
sono al completo…. Proviamo ugualmente a chiedere informazioni e, per la prima
volta, ci imbattiamo in persone di poca gentilezza e cortesia. Persino la
cassiera del self-service ha una faccia da schiaffi ! Non eravamo abituati ad un
simile trattamento e la cosa ci lascia molto perplessi…sigh.
Consumiamo il nostro pranzo ( nelle vaschette to-go ) in un’area pic-nic
attrezzata. Anche qui troviamo un clima inospitale ( con sciami di vespe bramose
del nostro pollo ci infastidiscono all’inverosimile ); nervosismo in parte
placato dalla simpatica presenza di numerosi uccelli dal piumaggio blu-celeste
–chiamati Steller’s Jay – che “ripuliscono” il prato dalle briciole.
Gli avanzi di cibo, comunque, non possono essere lasciati all’aperto ma
buttati in appositi contenitori ( anti - orso ). Fatto questo, decidiamo di
lasciare Yosemite e la ressa quasi ferragostana che caratterizza questo parco.
Siamo talmente smaniosi di uscire dal caos che non facciamo neppure una breve
sosta a Mariposa Grove, nota per le sue sequoie giganti. Oramai ci stiamo
dirigendo verso Kings & Sequoia Canyon ….
Trascorriamo altre tre ore in macchina ( non ne posso più ! ).
Dopo Fresno imbocchiamo la 180; sono dalle 9:00 che siamo in viaggio, e sarà
anche per la stanchezza che ci sta soverchiando, ma questa strada sembra non
aver fine. Ogni tanto questa sofferenze viene alleviata dalla bellezza del
paesaggio; distese di alberi da frutta di prugne e pesche, pascoli giallo oro,
poi boschi e ancora boschi.
Alle 19:00 giungiamo a Grant Grove. Al Visitors Center ci informano che è tutto
FULL, la notizia ci accoppa ma non perdiamo le speranze e decidiamo di fare
ugualmente un giro all’interno del vicino campeggio. Lo percorriamo in lungo
ed in largo ed alla fine troviamo una piazzola vuota….
Non ci sembra vero !!! Prima che arrivi il buio, montiamo le tende e gonfiamo i
materassini; mentre stiamo ultimando i lavori la situazione “precipita”…
una donna al volante di un Westfalia ci si blocca davanti e comincia ad urlare
dal finestrino arrogandosi il diritto di precedenza sul posto da noi già
occupato; la ragione sta dalla nostra parte e questo ci da la forza di replicare
nonostante gli scogli di doversi esprimere in un’altra lingua….. il
contributo definitivo lo porterà comunque Alex che, con la mitica frase “
Sorry, I understand your problem, but time is important for all” –
pronunciato quasi così come si scrive –, riuscirà a sedare gli animi
infiammati dei contendenti.
La donna alla fine si accontenta dello spazio accanto alla nostra macchina,
soggiungendo che, come americana, vuole che i turisti si sentano ben accolti nel
suo Paese e accetta questa soluzione. Allora, doveva proprio aggredirci
in quel modo ????
E’ già notte. Risolto un problema, se ne ripresenta immediatamente un altro:
siamo a corto di benzina… Un addetto del Visitors Center ci assicura che un
distributore è attivo al King’s Canyon Lodge ( andata/ritorno= 50 km. ), ma
arrivati a destinazione ci troviamo davanti ad una pompa modello anni ’60
chiusa con un catenaccio ! Bussiamo alla porta di un lodge ma ci sono solo
turisti e nessuno ci può dare una mano.
Riusciamo comunque a ritornare al V.C. Sono già le 21:30 e siamo pure senza
cena - la cucina del ristorante ha chiuso alle 21:00 ! - non ci resta quindi che
saziarci con dei muffins ed andare a dormire.
Dopo questa giornata “fantozziana”, ci corichiamo con la fifa che nottetempo
passi dalle nostre parti un orso…
Speriamo che domani sia una giornata migliore.
Buonanotte !
7 AGOSTO 2001 LONE PINE – KINGS CANYON
Martedì. Dopo una buona colazione nella caffeteria sulla Main St. ( dove ci
fanno assaggiare anche dell’uva locale ), partiamo alla volta di Yosemite.
Percorriamo dapprima la 395 verso nord; qui il paesaggio è incantevole con la
Sierra Nevada el il monte Whitney che signoreggiano alla nostra destra. A Lee
Vining imbocchiamo la 120.
Per arrivare a Yosemite dobbiamo attraversare la Sierra; appena passato il check
point del parco ci rendiamo conto, mappa alla mano, che il tragitto sarà lungo
e tortuoso, oltre tutto la strada è molto trafficata. Per colpa dei lentissimi
ed ingombranti motor-homes ( i campers ) impiegheremo un’ora e mezza per
raggiungere il Village.
La prima cosa che notiamo, oltre alla somiglianza di questo posto con il nostro
Trentino Alto-Adige, è che c’è una moltitudine di persone…. ed i campeggi
sono al completo…. Proviamo ugualmente a chiedere informazioni e, per la prima
volta, ci imbattiamo in persone di poca gentilezza e cortesia. Persino la
cassiera del self-service ha una faccia da schiaffi ! Non eravamo abituati ad un
simile trattamento e la cosa ci lascia molto perplessi…sigh.
Consumiamo il nostro pranzo ( nelle vaschette to-go ) in un’area pic-nic
attrezzata. Anche qui troviamo un clima inospitale ( con sciami di vespe bramose
del nostro pollo ci infastidiscono all’inverosimile ); nervosismo in parte
placato dalla simpatica presenza di numerosi uccelli dal piumaggio blu-celeste
–chiamati Steller’s Jay – che “ripuliscono” il prato dalle briciole.
Gli avanzi di cibo, comunque, non possono essere lasciati all’aperto ma
buttati in appositi contenitori ( anti - orso ). Fatto questo, decidiamo di
lasciare Yosemite e la ressa quasi ferragostana che caratterizza questo parco.
Siamo talmente smaniosi di uscire dal caos che non facciamo neppure una breve
sosta a Mariposa Grove, nota per le sue sequoie giganti. Oramai ci stiamo
dirigendo verso Kings & Sequoia Canyon ….
Trascorriamo altre tre ore in macchina ( non ne posso più ! ).
Dopo Fresno imbocchiamo la 180; sono dalle 9:00 che siamo in viaggio, e sarà
anche per la stanchezza che ci sta soverchiando, ma questa strada sembra non
aver fine. Ogni tanto questa sofferenze viene alleviata dalla bellezza del
paesaggio; distese di alberi da frutta di prugne e pesche, pascoli giallo oro,
poi boschi e ancora boschi.
Alle 19:00 giungiamo a Grant Grove. Al Visitors Center ci informano che è tutto
FULL, la notizia ci accoppa ma non perdiamo le speranze e decidiamo di fare
ugualmente un giro all’interno del vicino campeggio. Lo percorriamo in lungo
ed in largo ed alla fine troviamo una piazzola
vuota….
Non ci sembra vero !!! Prima che arrivi il buio, montiamo le tende e gonfiamo i
materassini; mentre stiamo ultimando i lavori la situazione “precipita”…
una donna al volante di un Westfalia ci si blocca davanti e comincia ad urlare
dal finestrino arrogandosi il diritto di precedenza sul posto da noi già
occupato; la ragione sta dalla nostra parte e questo ci da la forza di replicare
nonostante gli scogli di doversi esprimere in un’altra lingua….. il
contributo definitivo lo porterà comunque Alex che, con la mitica frase “
Sorry, I understand your problem, but time is important for all” –
pronunciato quasi così come si scrive –, riuscirà a sedare gli animi
infiammati dei contendenti.
La donna alla fine si accontenta dello spazio accanto alla nostra macchina,
soggiungendo che, come americana, vuole che i turisti si sentano ben accolti nel
suo Paese e accetta questa soluzione. Allora, doveva proprio aggredirci in quel
modo ????
E’ già notte. Risolto un problema, se ne ripresenta immediatamente un altro:
siamo a corto di benzina… Un addetto del Visitors Center ci assicura che un
distributore è attivo al King’s Canyon Lodge ( andata/ritorno= 50 km. ), ma
arrivati a destinazione ci troviamo davanti ad una pompa modello anni ’60
chiusa con un catenaccio ! Bussiamo alla porta di un lodge ma ci sono solo
turisti e nessuno ci può dare una mano.
Riusciamo comunque a ritornare al V.C. Sono già le 21:30 e siamo pure senza
cena - la cucina del ristorante ha chiuso alle 21:00 ! - non ci resta quindi che
saziarci con dei muffins ed andare a dormire.
Dopo questa giornata “fantozziana”, ci corichiamo con la fifa che nottetempo
passi dalle nostre parti un orso…
Speriamo che domani sia una giornata migliore.
Buonanotte !
8 AGOSTO 2001 KINGS CANYON - SEQUOIA
Mercoledì. Ci svegliamo di buonora, smontiamo le tende e lasciamo il camping…
ora dobbiamo proprio trovare un distributore di benzina … Scrutiamo la cartina
e ne troviamo uno ad una distanza di 18 chilometri. Ce la faranno i nostri eroi
?
La strada per arrivare a Hume Lake è fortunatamente in discesa, quindi se si
presenterà la necessità di spingere l’auto, ne saremo avvantaggiati.
Per buona sorte riusciamo ad arrivare a destinazione, ma siamo completamente a
secco. Dopo il pieno, ci sentiamo più rilassati ed ora, che la nostra vitalità
è riapparsa, sentiamo anche un certo appetito ( per forza, ieri siamo rimasti
senza cena ! ). Facciamo colazione in un bar con veranda, dalla quale si gode un
bel panorama vista lago.
Questa piccolissima località nel cuore della Sierra Nevada è proprio graziosa
e ben organizzata; ci sono alcuni negozi, un camping e persino una grande chiesa
con annesso un centro-congressi cristiano. Non tardiamo a capire che Hume Lake
non è propriamente un centro turistico californiano, ma piuttosto un posto dove
sorge uno dei più importanti campi estivi per gruppi religiosi.
Lasciamo questo ambiente spirituale e puntiamo verso LodgePole nel Sequoia
National Park. Visto che siamo di passaggio, facciamo anche una sosta per
ammirare una delle sequoie più famose: il Generale Grant che, con i suoi 11
metri di diametro e 62 di altezza ( es. un condominio di 17 piani ), è una
delle piante più imponenti della terra e lascia a bocca aperta chiunque la
visiti. Anche l’età di questa sequoia è strabiliante: si stima fra i 1.500 e
2.000 anni.
Arriviamo a destinazione in tarda mattinata e, fortunatamente, troviamo subito
posto nel campeggio
adiacente al Visitor’s Centre. La
piazzola è spaziosa ed attrezzata con tavolo, panche e box metallico dove
devono essere assolutamente stivati tutti quei prodotti che possono attirare gli
orsi ( dal dentifricio alla crema solare e tutti i prodotti alimentari ).
Nei pressi c’è pure un ruscello così, terminate le operazioni con
l’accampamento, ci concediamo un po’ di relax. L’acqua è pulitissima ma
molto fredda, Alex e Giuli cedono alle tentazioni e si tuffano nel rio. Brrr…
io immergo solo i piedi, ma non ho il coraggio di andare oltre !
Pranziamo con dei gustosi sandwiches e decidiamo di visitare l’altro monumento
naturale: il Generale Sherman che, in quanto a “misure”, supera la sequoia
Generale Grant, ovvero diametro alla base = 12 m., altezza = 64 m. e ha le
veneranda età di 2.300/2.700 anni. Questo è in assoluto l’essere vivente più
anziano del pianeta. Inutile dire che le foto che abbiamo scattato non rendono
assolutamente l’idea dello spettacolo e della maestosità delle sequoie, per
fotografare l’albero nella sua totalità sono necessarie apparecchiature
speciali, che noi non disponiamo.
Continuiamo il tour e visitiamo Moro Point, un belvedere raggiungibile a piedi.
Percorriamo la salita costituita da 400 gradini; il panorama sulla valle ci
ricompensa totalmente per la faticosa scarpinata compiuta.
Non sembra vero di visitare questi posti in pieno relax, ma forse ne abbiamo
bisogno visto l’avvicinarsi della fine del viaggio.
Sulla strada del ritorno, per fotografare altri interessanti scorci naturali,
facciamo ulteriori soste; durante una delle quali un daino solitario fa la sua
apparizione: che simpatico !
Tornati al camping, cerchiamo di farci una doccia, ma c’è una coda
interminabile e noi ragazze dobbiamo rinviare alla mattina seguente. Qui gli
orari sono molto rigidi ed alle 20:00 sia il Deli che lo Snack Bar chiudono;
ceniamo, quindi molto presto e poi ce ne ritorniamo alle nostre tende.
La pace notturna viene disturbata dai nostri vicini ( un gruppo di ragazzi che
ha acceso il fuoco, cucinato e chiacchierato fino a notte fonda ! ). Grazie ai
tappi per orecchie , per fortuna, riusciamo a dormire ugualmente.
9 AGOSTO 2001 SEQUOIA – SAN
FRANCISCO
Giovedì.
Oggi comincia il nostro ultimo giorno di viaggio.
Dopo esserci rifocillati con una buona colazione, attorno alle 10:00 lasciamo il
Parco delle Sequoie per dirigerci verso la nostra ultima meta: San Francisco.
Dopo parecchi chilometri tra la natura selvaggia della riserva, incontriamo
Three Rivers. Sono giorni che non vediamo dei centri abitati e questo migliora
un pochino il nostro umore che, per ovvie ragioni, è sotto tono. Sostiamo
brevemente sulla strada per ammirare e fotografare lo splendido scenario che
stiamo lasciando alle nostre spalle: un suggestivo miscuglio di colori, tipico
di queste zone collocate fra le zone montuose ( verdi ) e quelle semi-desertiche
( gialle oro ).
Abbandonata definitivamente la Sierra Nevada, ora il nostro percorso è
unicamente in pianura ma non mancano di certo i bei scenari; siamo colpiti in
modo particolare da un vastissimo campo coltivato interamente a fiori.
L’elemento cromatico dominante è l’arancione e si sposa a meraviglia con le
nuances del paesaggio circostante e con l’azzurro cristallino del cielo…
Alex ed Ornella scatenano la loro esuberanza fotografica !
Per pranzo ci fermiamo in un ristorante sulla strada a Los Banos. Il menù è
molto vario ma non ci facciamo prendere
per la gola; ci accontentiamo di un pasto
leggero visto che trascorreremo in auto le prossime 3-4 ore ! La cameriera è
molto carina e simpatica, scambiamo qualche parola e ci racconta che le
piacerebbe un giorno visitare il nostro Paese dato che suo nonno è stato uno
dei tanti emigranti italiani che ha cercato fortuna in America.
Dato che abbiamo famigliarizzato con l’oriunda, approfittiamo della sua
cordialità e chiediamo informazioni su come pagare le due multe che ci hanno
appioppato i poliziotti. Facciamo quindi un “money order” di 90$ allo
sportello postale lì vicino e consegniamo la ricevuta alla cameriera, che con
spirito magnanimo si è offerta disponibile a spedire la busta… speriamo in
bene !!
Spassionatamente ci consiglia di non onorare la multa da 20$ per l’overtime-parking
a Monterey; noi seguiamo il suggerimento, ma ho sentito che chi non paga le
multe rischia anche la pena detentiva ( se la polizia ti becca di nuovo…).
Saranno le solite leggende metropolitane ??
San Francisco è sempre più vicina…
Sulla HW1 assistiamo a due pazzi che si rincorrono in auto a folle velocità,
zigzagando sulle quattro corsie fra i numerosi veicoli che transitano in quel
momento; sembra un inseguimento stile telefilm, ma la scena non è proprio così
divertente…
Alle 17:30 arriviamo a South San Francisco e ci rechiamo subito al Travelodge (
lo stesso di venti giorni fa ). Ci facciamo una bella doccia rigenerante ed
andiamo a cena al IHP proprio dietro l’angolo del nostro motel. La temperatura
è davvero fresca, sembra quasi autunnale; non dovremo essere sorpresi, dato che
abbiamo già fatto la conoscenza di questo clima bizzarro, ma la cosa ci prende
di nuovo dalla sprovvista.
Terminato il pasto, ce ne ritorniamo in motel, guardiamo un po’ di TV e poi
tutti a nanna.
Addormentandomi penso al Golden Gate Bridge; avrei voluto tanto vederlo di nuovo
e questa era l’ultima occasione per farlo … magari oggi era pure sgombro
dalle nubi e si poteva ammirare tutta la sua bellezza !
Buona notte San Francisco e buona notte California !
10 AGOSTO 2001 SAN FRANCISCO - MONACO
Venerdì.
Ultimo giorno.
Quando le vacanze terminano l’emozione dominante è lo sconforto, ma la
convinzione di aver intrapreso una delle più grandiose e memorabili avventure
di viaggio, ci dà quella marcia in più per affrontare il lungo volo di
rientro…
Ora la voglia di essere già a casa è immensa.
Facciamo una veloce colazione a base di “strudel” americano ( il buonissimo
apple pie ) e poi via verso l’aeroporto, che si trova nelle immediate
vicinanze. Prima però dobbiamo riconsegnare al parcheggio BUDGET la nostra
compagna di avventure: la mitica Ford Escape.
Ancora una volta rimaniamo sconcertati dalla sollecitudine con la quale vengono
sbrigate le formalità di ritiro; al nostro arrivo, infatti, due addette
aspettano al varco noi ed altre decine di clienti, controllano la vettura sia
all’interno che esternamente e con un computer portatile rilasciano una
ricevuta. Terminata questa fase e tolti i bagagli, osserviamo malinconici
l’uscita di scena della nostra jeep…
Prendiamo il bus-navetta ed un batter d’occhio ci ritroviamo al Terminal
LUFTHANSA. Terminato il check-in, non ci resta che attendere la chiamata del
volo; siamo parecchio in anticipo, quindi inganniamo il tempo girovagando fra i
numerosi shops ( senza acquistare nulla se non un settimanale italiano ) e
mangiando dei deliziosi sandwich.
Ci imbarchiamo puntualissimi
alle 13:40 e, dopo un’ora circa, siamo
già in volo verso casa.
Rispetto al viaggio di andata, siamo un po’ più fortunati con i posti e
quindi ciò rende più confortevole la nostra permanenza a bordo. Riusciamo
anche a fare un sonnellino….
Alle 09:40 del giorno dopo ( sabato ) atterriamo a Monaco.
Qui la vacanza è proprio finita; non ci rimane che sviluppare i numerosi
rullini fotografici, che, oltre alle importanti sensazioni che ognuno di noi ha
sperimentato, rimangono l’unica tangibile testimonianza di questo stupendo
viaggio negli Stati Uniti.
Un ringraziamento
particolare a Elisabetta per la concessione del racconto