
Un racconto di Francesco
Abbiamo fatto la Route66 da Chicago a Los Angeles con un Camper
affittato via internet dall'Italia.
Ecco il diario di bordo:
22 agosto Chicago
"...Adesso considera un po' questi qua davanti.Hanno preoccupazioni, contano
i chilometri, pensano a dove devono dormire stanotte,quanti soldi per la
benzina,il tempo,come ci arriveranno...e in tutti i casi ci arriveranno lo
stesso,capisci. Però hanno bisogno di preoccuparsi e d'ingannare il tempo
con necessità fasulle o d'altro genere, le loro anime puramente ansiose e
piagnucolose non saranno in pace finché non riusciranno ad agganciarsi a
qualche preoccupazione affermata e provata e una volta che l'avranno trovata
assumeranno un'espressione facciale che le si adatti e l'accompagni, il che
come vedi, è solo infelicità, e per tutto il tempo questa aleggia intorno a
loro ed essi lo sanno e anche questo li preoccupa senza fine..." Kerouac
La sveglia era puntata per le 10, ma la smania di partire era tanta e sulle
9 e 15 tutti eravamo in piedi (il Franz dalle 6 e 30 !). Una bella
passeggiata per il lungomare di Chicago, poi un taxi e un simpatico fratello
nero ci ha accompagnati a Villa Park, dove BigMama ci aspettava tutta pulita
e bella pronta. Chi è BigMama? Semplice, è tutto. BigMama da oggi è la
nostra casa, la nostra automobile, il nostro Pub, la nostra discoteca, il
nostro ristorante. E' bastato un battesimo a base di Budweiser e ce ne siamo
innamorati.
Pratiche per il noleggio, spesona collettiva, spaghettata da veri italiani
Campioni del Mondo e via, on the road, alla volta di St.Louis. Le regole del
viaggio sono semplici, ma importanti: la casa si chiama BigMama, il pilota
Mateo, il copilota Matia...il resto è libert a 360 gradi. Eh si, è dura qua
in mezzo alle campagne dell'Illinois !!!
Ora c'è tanta strada davanti a noi, è tanta, fidatevi sulla parola. Ma c'è
altro qua...ora c'è un camper, c'è benzina, c'è cibo e roba da bere a
sufficienza, ma soprattutto c'è un gruppo di cinque amici, felici e
consapevoli di essere sulla strada più famosa del mondo, pronti a vivere in
prima persona le emozioni dei loro film preferiti !!!
A domani
(a cura di Nicola)
23 agosto, St Louis (Missouri)
In effetti è un pò strano,suona la sveglia e la prima cosa che abbiamo visto
aprendo gli occhi è che siamo dentro al nostro camper (o meglio la nostra
Big Mama); scostando la tendina dal finestrino si para davanti a noi la
vista di St. Louis e del suo Gateway Arch che domina sulla città.
Il ricordo della notte precedente diventa a poco poco nitido...la situazione
era più o meno questa:siamo arrivati nella tarda notte quì a St Louis in
Missouri dopo aver atraversato l'Illinois,arrivati in città e senza una
destinazione precisa abbiamo girovagato un pò.
La città era incredibilmente deserta ed è stato veramente uno spettacolo
sfrecciare con Big Mama sotto i grattacieli illuminati ed approffitare di
una connessione internet senza fili gratuita davanti ad un hotel per donarvi
le nostre prime emozioni.
Una piazzola di sosta è stato il nostro primo hotel ed ora possiamo
veramente dire di essere stati battezzati alla vita on the road!
La mattina è passata velocemente con una visita della città ed allo stadio
del baseball,mentre nel pomeriggio si è realizzato il sogno che si
nascondava in tutti noi eterni bambini bevitori:la visita alla fabbrica di
birra fra le più grandi del mondo,la fabbrica della Bud quì a St Louis.
Apettando che gli Umpa Lumpa uscissero da un momento all'altro abbiamo fatto
tutto il tour fino al gran finale:una sala per "degustare" gratis qualsiasi
variante di Budweiser,dalla light a quella al mirtillo.
Approfittando forse troppo dell'ospitalità, dopo tre birre a testa (salvo
Nicola,eletto stoicamente ad Mateo della serata) siamo stati gentilmente
invitati ad uscire dove abbiamo meditato a lungo di invertirci i vestiti e
ripetere l'intera visita per un'ulteriore assaggio. (VEDI VIDEO, clicca qui)
Poteva già bastare per essere una giornata memorabile ma abbiamo osato di
più!
Frisbee sotto il Gateway Arch, conquista della sua vetta e la cena finale
sul camper parcheggiato sulle sponde del Mississipi hanno chiuso
egregiamente la giornata.
Adesso siamo nuovamente on the road diretti verso Oklahoma City...
il vecchio West è un pò meno lontano!
I contatti al sito di oggi sono stati tantissimi,grazie a tutti e, se
volete, continuate a seguirci!
(a cura di Fabio)
24 agosto, Oklahoma City
"Rimini, Cesena, Forli, Faenza, Castel Bolognese, Imola, Castel San Pietro,
Bologna"
Mi piace iniziare il racconto di questi due giorni di Viaggio partendo
proprio dallo speaker della stazione di Riccione. Il tono romagnolo lo rende
carico di storia e di orgoglio ma quando si parte da St. Louis e si
raggiunge Oklahoma City guidando Big Mama attraverso l'America intera ci si
può permettere di guardare con un pizzico di sorriso quella piccola stazione
di provincia.
Non è superbia, siamo vittime anche noi di questa pazzia generale che ci fa
valutare la Mother Road in modo "diverso" da tutte le strade del mondo. In
queste 48 ore ho deciso di rimanere molto tempo sul sedile di pilotaggio per
osservare da vicino che cosa la renda davvero così speciale. E' solo
questione di lunghezza o ci sono altri fattori che le donano fascino? Miglia
dopo miglia ti accorgi che questa strada è sempre in posa ma non ne riesci a
cogliere i motivi. Quando a Oklahoma City ci siamo fermati al memoriale per
l'attentato del 1995 ho capito che è tutto connesso, fa parte tutto di un
piano: Route 66, Big Mama, asfalto, storia, passioni e cultura si fondono.
Chicago - Los Angeles non è solo una linea che unisce due punti A e B, è un
medium moderno che si carica di significati. L'impasto gommoso dei
pneumatici stringe un legame tra noi e questa terra molto più complesso del
semplice contatto fisico. La strada è un vettore che ci orienta direttamente
dentro la cultura di questo popolo fino a scoprirne quel lato tristemente
famoso: le paure e l'estrema solidarietà.
Proprio ieri siamo stati sul punto di piangere quando ci siamo resi conti
che una signora, mai vista prima di allora, a nostra insaputa ci ha pagato
il parchimetro durante la nostra assenza, per evitare che prendessimo una
multa. Quando l'abbiamo vista armeggiare davanti alla porta del camper siamo
corsi con i pugni in alto urlando qualcosa di semi minaccioso in americano
ma ci siamo dovuti guardare in faccia l'uno all'altro senza capacitarci del
gesto.
Questa donna, che non ha accettato nulla in cambio se non i nostri
ringraziamenti, ci ha mostrato veramente chi c'è dietro la facciata, forse
un po' troppo famosa, delle politiche estere americane.
In quel momento ho capito che le foto scattate davanti al memoriale
acquistano un significato che prima dell'11 settembre era impensabile, si
caricano di presagi e sembrano alludere a qualcosa che ci inquieta. La
Route66 diventa allora la "storia sociale" di questo paese…presente e
passato si confondono…i big truck, le rest area, le gas station diventano il
miglior monumento da visitare: i rassicuranti miti americani si danno forza
l'un l'altro e ogni miglio è un inno alla libertà.
Per la cronaca…ieri notte abbiamo guidato a turni fino alle 8 del mattino
per passare da St. Louis a Oklahoma City (Oklahoma). Dopo essere stati
fermati dalla police con tanto di lampeggianti e pila puntata in faccia ci
siamo fermati a riposare nel parcheggio di una chiesa battista. Risolto il
problema dell'acqua per il camper, gentilmente offerta dai proprietari
"dolcissimi" di un golf club, ci siamo addentrati nel centro di Oklahoma
City. Qui abbiamo visitato il memoriale costruito dopo il crollo di 3
palazzi a seguito del primo vero attentato all'America. Partiti alla volta
di Amarillo (Texas) ci siamo fermati in un museo della route66 e poi…ancora
in viaggio. Paesaggi, deserti, montagne e alla fine…canyon. Scegliamo di
fermarci in un'area di sosta in mezzo al canyon texano. Di fronte a noi si
apre uno scorcio di mondo mozzafiato. A questo punto, scattate le foto di
rito battiamo in ritirata perché un esercito di bagarozzi e cavallette
circonda il camper. Abbandonata l'idea di farci la barba con il coltello
optiamo di concludere la serata in compagnia di fagiolata e poker! E' tutto
bellissimo!
(a cura di Francesco Zazza - Franz)
25 agosto, Albuquerque
L'alba è spuntata troppo presto per i nostri bioritmi e il buon proposito di
svegliarci in tempo per ammirarla illuminare pian piano il canyon è sfumata.
Dopo una fugace colazione (latte e biscotti per alcuni - uova e bacon per
altri) ci siamo rimessi in cammino. Prima tappa: Cadillac Ranch, l'omaggio
di un riccone stramboide americano alla route. Le dieci Cady piantate col
muso nel terreno sono un monumento tanto inutile quanto affascinante.
L'attrazione viene da subito calamitata sulle migliaia di scritte che
ricoprono le carrozzerie…firme che risalgono anche a 60 anni fa. Ovviamente
non potevamo lasciarci sfuggire l'occasione di lasciare il nostro segno.
Sazi di fotografie ci siamo avviati alla volta del BAR-B-Q, un
simpaticissimo ristorante texano situato lungo l'ultimo miglio praticabile
della route texana. Qui, con la bellezza di 7 $ a testa, ci siamo rimpinzati
di manzo e fagioli. Bisogna però ammettere che questi fagioli texani hanno
conseguenze olfattive molto modeste. Quindi, senza bisogno di alcun Arbre
Magic, siamo rimontati a bordo e ci siamo diretti verso Albuquerque (New
Mexico). Dopo una lunga ricerca di un campeggio siamo arrivati all'Arbor RV
Park. Incredibile ma vero: il proprietario, tale Mariano Baldoni, è il
figlio di emigranti italiani originari di Santarcangelo di Romagna. Le
lacrime dell'uomo, quando gli abbiamo detto di essere romagnoli, ci hanno
commossi al punto che abbiamo trascorso l'intera serata a telefonare a tutti
i Baldoni residenti a Santarcangelo per cercare di metterlo in contatto con
parenti che non sente da più di trent'anni. Purtroppo la ricerca è stata
infruttuosa tuttavia è difficile spiegare l'emozione di tutti noi al sentir
dire, ad un anziano signore americano, espressioni tipo "Cum us cièma?",
"Biagio l'è mort" e "Aspèta un sgond" in dialetto romagnolo.
(a cura di Valerio Vincenzi - Vadi)
26 agosto, montagne rocciose
Di nuovo svegli, siamo nel camping del nostro amico Mariano, detto anche Tom,
che gentilmente ci omaggia con un filone di pane italiano appena cotto. Qui
rivalutiamo i nostri programmi di viaggio e votando all'unanimità si decide
di avviarci alla volta di Los Alamos. Questa cittadina si trova all'estremo
sud delle montagne rocciose ed è famosa esclusivamente a causa del progetto
Manhattan. Per i profani la progettazione e la costruzione di Littel Boy e
Fat Man, le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Dopo aver
adeguatamente salutato il buon vecchio Tom ci mettiamo in marcia, il viaggio
non è lungo e con il Mateo di turno al volante vediamo il paesaggio attorno
a noi che cambia progressivamente, la strada sale, usciamo dalla highway e
iniziamo a salire sul fianco di una montagna. Arrivati a Los Alamos ci
dirigiamo al Bradbury Science Museum dove gli americani raccontano a modo
loro la storia della costruzione e dello scoppio delle bombe atomiche. Con
ciò non intendo dire che il museo non sia interessante, tutt'altro; vediamo
le riproduzioni delle bombe, e molta altra documentazione sulla seconda
guerra mondiale. Quello che risulta un po' difficile da mandar giù per noi
latin guys è l'orgoglio nazionalistico che trasuda dal filmato che ci viene
mostrato e dai commenti entusiasti che troviamo sul libro delle firme
all'ingresso del museo. Insomma non è così facile apprezzare le meraviglie
della scienza e della tecnica dopo aver letto la storia di quelle che sono
state le conseguenze di queste incredibili quanto terribili scoperte. Finita
la visita la fame è vigliacca e decidiamo di provare la cucina del New
Messico. Scegliamo un locale dove mangiando Hamburger più o meno carichi
facciamo la conoscenza di quattro simpatiche vecchiette che per la fase che
stiamo attraversando non sono neanche troppo male… Rifocillati ci rimettiamo
on the road. Direzione Four Corner, il punto in cui si incontrano New
Messico, Arizzona, Utah e Colorado. E' proprio qui che quello che sembrava
dovesse essere un semplice spostamento si rivela essere una nuova grande
avventura. Senza averlo preventivato ci addentriamo nel bel mezzo delle
montagne rocciose, dove la temperatura non è certo quella del deserto
Texano, viaggiando per strade sterrate poco più larghe di Big Mama che a 15
miglia orarie ci porta attraverso boschi fiumi e montagne dai colori
indescrivibili dove incontriamo decine di mandrie di pura carne Montana
sotto forma di mucche e i cervi in due diverse occasioni. Pian piano scende
il tramonto con i suoi colori che si riflettono sulla vegetazione e in breve
il cielo si fa scuro. Il viaggio procede tranquillo su strade via via più
grandi ma sempre deserte fino a quando Vadi non butta un occhio al cielo e
ci obbliga a fermarci e a spegnere le luci del camper. Così, in mezzo al
nulla del New Messico rimaniamo estasiati dalla stellata più incredibile che
chiunque di noi abbia mai visto; assolutamente indescrivibile… Ci ritroviamo
così a valutare come in pochi giorni abbiamo ammirato metropoli di
dimensioni spropositate con palazzi che arrivano in cielo, pianure
coltivate, cittadine con nulla attorno, deserto sconfinato e ora ci
ritroviamo in mezzo a boschi, laghi e animali selvatici. Il risultato di
tutto questo pensare è che stiamo attraversando un paese tanto vasto quanto
magnifico e incredibile, stiamo realizzando un nostro piccolo o grande sogno
che sicuramente ci sta dando molto, forse più di quanto tutti noi potessimo
pensare. Chiedo scusa a tutti se questo lungo racconto vi ha annoiato ma è
davvero difficile esprimere tutto quello che questo on the road ci sta
regalando. A presto ragazzi.
(a cura di Pietro Biondi - Pi)
27 agosto, monument valley
"In America 200 anni sono un'eternità, in Europa 200 miglia sono
un'eternità". Non è una citazione, un aforisma tratto da una canzone.
Semplicemente, così ci ha salutati l'ultimo amico incontrato on the road.
L'uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto. Costeggiando il Colorado
sulla sponda sud del Grand Canyon, trovare simpatico un camionista
sconosciuto, parlargli dell'Italia, accarezzare il suo cagnolino, ascoltarlo
mentre invidia la nostra storia e insieme sorride delle nostre piccole
distanze, ha il sapore più intimo di una giornata indimenticabile. Ieri
sera, infatti, dopo esserci lasciati alle spalle le Montagne Rocciose, e
sopra la testa il cielo più stellato della nostra vita, ci siamo diretti
verso i FourCorners, la dove Utah, Arizona, Colorado e NewMexico si
incontrano formando una croce perfetta, simbolica quanto inutilmente
trasformata in attrazione turistica. Trovare un posto dove piazzare il
camper per la notte è stato problematico fin quando, scorgendo all'orizzonte
qualche fioca luce, l'abbiamo raggiunta. Era Teec Nos Pos, posto tanto
sconosciuto quanto surreale ed emozionante. Lo so, è difficile, ma costruite
nella vostra mente una comunità di pochi sparuti indiani nativi in mezzo al
deserto roccioso, accatastati in 20-30 casupole. Ed ora immaginate di
svegliarvici la domenica mattina poco dopo l'alba, e di trovare il nulla,
inteso come edifici abbandonati, cani randagi, polvere spazzata dal vento e
solitari alberi secchi. Il nostro risveglio è stato tutto questo, è stato la
stupefazione, l'impossibilità di rendere a parole. A riportarci con i piedi
sulla Terra, in qualche modo, sono stati i nostri ormoni, che iniziano a
sentire un po' strette le quattro pareti di questa casa semovente, dove non
c'è aria di quella cosa che a ventitre anni è un po' come il pane. Lasciata
la nostra città fantasma, un po' bambini e un po' italiani, non potevamo non
farci una mano di poker seduti attorno ai FourCorners, così come palleggiare
da uno stato all'altro, all'altro, all'altro. Da qui, la nostra BigMama,
senza mai lamentarsi, ci ha accompagnati attraverso scenari marziani alla
celeberrima Monument Valley, là dove l'iconografia non ha eguali nel mondo.
Ma non voglio inquinare di parole insufficienti certe sbalorditive immagini.
E' più efficace, forse, riportare la mente ai film di Sergio Leone, di
Stanley Kubrick, di Steven Spielberg. Insomma, i nostri film. Percorrerla di
corsa come Forrest Gump, personalmente, è stato la realizzazione di un
piccolo grande sogno. Spaghettino in amicizia, simpatiche conoscenze tra i
camperisti di passaggio, foto di rito, e via, di nuovo on the road alla
volta del Grand Canyon. La strada è quella dei film, sempre dritta, ma passa
meravigliosamente, e ci ritroviamo a macinare ore su ore su miglia su miglia
senza sentire la fatica, inebriati come da qualcosa che ci accomuna nel
silenzio assordante di questi paesaggi. Ed ora che abbiamo raggiunto il
Grand Canyon, ansiosi come bambini di svegliarci per la prossima indelebile
alba seduti sul suo bordo, ci sentiamo un po' più ricchi. Ci sentiamo un po'
meno impauriti dalle grandi distanze, dalle apparenti irraggiungibilità,
come se il nostro amico camionista, là, ci avesse trasmesso un po' della sua
esperienza. Se me lo permettete, sentiamo di aver messo "un altro mattoncino
nel muro". Questa però, ahimè, è una citazione.
(a cura di Nicola Placucci - Nic)
28 agosto Grand Canyon
Come si fà a raccontare una giornata come questa? Sfogliando mentalmente
l'elenco degli aggettivi possibili l'unico che credo possa descriverla al
meglio è surreale! La sveglia è stata puntata alle cinque del mattino,in
quanto il nostro programma è quello di vedere l'alba spuntare dal Grand
Canyon. Guidando assonnati lungo la strada ancora illuminata dalle stelle
non sappiamo bene cosa aspettarci in quanto il Grand Canyon ancora noi non
l'abbiamo mai visto essendo arrivati ieri durante la notte, sarà quindi come
un'immensa sorpresa, ma non improvvisa, si rivelerà invece lentamente,
minuto dopo minuto. Arriviamo al "Mother Point", una sorta di scoglio a
picco sul canyon che si staglia per 2370 metri di altezza e stupefatti
notiamo una cosa: siamo praticamente soli e ci servono alcuni minuti per
realizzare che il famosissimo Grand Canyon è lì, ancora buio, solo per noi!
Vestiti di tutto punto a causa della temperatura polare e con una tazza di
caffè caldo fra le mani ci sediamo sul ciglio aspettando. Il sole spunta
verso le cinque e mezza e rapidamente illumina tutto lasciandoci senza fiato
e con le vertigini per la bellezza e l'altezza del panorama che ci circonda;
poco più tardi i turisti iniziano ad arrivare a frotte e lì decidiamo che è
meglio andare via, lasciando che il mitico Grand Canyon resti, per quanto
possa sembrare un'ossimoro, un ricordo intimo. Risaliti su Big Mama si
riparte,la direzione è il Nevada passando per il deserto dell'Arizona, ormai
più che vaccinati ai km da percorrere. Il paesaggio è quasi lunare,si
incrociano solo sabbia,asfalto,edifici lasciati a loro stessi e macchine
distrutte lungo le vallate che costeggiano le strade le quali si trasformano
in invitanti bersagli per prove di lanci di precisione. Avvicinandoci poi a
piedi verso una di quelle auto notiamo a poca distanza alcune croci e ci
accorgiamo si tratta di un vecchio cimitero indiano! Si riparte e lungo il
tragitto incrociamo una grande miniera, la Gold Road, sulla cui entrata c'è
un cartello che indica che è visitabile, come resistere? Entrati ed
indossato il canonico elmetto di protezione ci si presenta un uomo che più
americano di così non si può immaginarlo, con la sua sigaretta senza filtro
di ordinanza al lato della bocca, il quale ci trascina sottoterra dentro le
cave della miniera spiegandoci con uno slang che probabilmente già qualcuno
di una contea diversa dalla sua farebbe fatica a capire, figuriamoci noi
poveri romagnoli che ci troviamo così costantemente ad annuire alla fine di
ogni sua frase. Vedere una vera miniera fa spavento e ci fa apprezzare a
tutti il fatto di studiare! Poi si riparte per una nuova tappa,la città
fantasma di Oatman; ecco non sapevamo bene cosa aspettarci ma noi tutti la
facevamo un po' più "fantasma". Era invece una piccola cittadina simil Far
West trasformata in un viale "souvenir" con tanto di muli liberi per le
strade e finti cow boy fuori dai saloon che inscenavano duelli sotto al sole
per qualche dollaro. Fatto un giro nei negozietti puntiamo ad un locale la
cui tappezzeria era fatta da biglietti da un dollaro lasciati dai clienti
con su scritto un messaggio,noi scriviamo l'indirizzo del sito e
l'incolliamo alla parete. Il pranzo è allietato da un signore avvinazzato di
mezza età che fà cover di grandi classici del rock in uno stile tutto suo,
cioè stonandoli a morte. Gli diamo due dollari e facciamo la richiesta di un
grande classico: "Quando quando quando" in versione umplugged, stonature
comprese. Si punta adesso al Nevada, direzione LAS VEGAS! Lungo la strada ci
accorgiamo che è troppo presto per andare dritti a Las Vegas in quanto
vogliamo arrivarci con il buio più totale per apprezzarne le luci, mentre
pensiamo cosa fare passiamo sopra il fiume Colorado, immenso corso d'acqua
che attraversa il Colorado, lo Utah, l'Arizona, il Nevada e alla fine sfocia
in California. Senza neanche consultarci pochi secondi dopo siamo in
costume, bagno e partitella di calcio a bordo fiume da veri italiani
campioni del mondo! Ricapitolo: canyon,miniere,città fantasma e bagno nel
Colorado! Ah,giusto per fare ulteriore invidia adesso stò scrivendo dal
camper parcheggiato a 20 miglia dall'entrata di Las Vegas,stiamo per cenare
e guardare "Paura e delirio a Las Vegas" in modo da essere il più carichi
possibile per l'ingresso in città!
(a cura di Fabio Ferrari - FF)
29 e 30 agosto, Las vegas e Death Valley
Con l'arrivo delle tenebre cominciamo a notare, oltre le montagne, la
miriade di luci che la twilight city spara contro il cielo. E' giunto il
momento. Sottofondo musicale a base di "Viva Las Vegas" di Elvis. Nei
bicchieri uno squisito coctail preparato dal nostro barman personale, Franz.
Si va! Le venti miglia che ci separano, letteralmente volano via. Poi accade
tutto in un istante. Oltrepassiamo un promontorio e Lei è lì… Non è
possibile descrivere a parole la visione che si presenta ai nostri occhi… Un
mare sterminato di luci al neon, del quale non si riesce vedere la fine. Ci
immergiamo nella bolgia luminosa e in una mezzora raggiungiamo la Strip, la
strada principale. Qui è tutto come nei film: hotel immensi, strip club e
cappelle che sponsorizzano matrimoni veloci ed economici. Inghiottiti nel
traffico facciamo subito amicizia con altri automobilisti appena arrivati.
Il consueto giro turistico per la città è un vero spettacolo. Gasati
all'inverosimile cerchiamo subito una stanza. Dopo un paio di tentativi in
hotel dai quali veniamo cacciati dai prezzi improponibili, decidiamo di
accontentarci di una modesta camera in una pensione in pieno centro. Rapido
make-up, brindisi, e siamo in strada. Nonostante l'eccitazione generale ci
sentiamo come provincialotti spaesati. La Strip sembra infinita. I casinò si
presentano come immense città dove una moltitudine di persone delle più
svariate etnie soffrono e gioiscono (in pochi casi) seguendo dadi
capricciosi e roulette dispettose. E non è possibile non citare le slot
machines. A qualunque ora del giorno e della notte le loro luci e i loro
jackpot attraggono facce tristi, incazzate e concentratissime che continuano
a sperare nel colpo grosso. Verso le quattro di mattina ci accorgiamo che,
considerando anche il fuso orario, siamo in piedi da 24 ore. Si opta quindi
per un sonno ristoratore e la giornata si chiude senza neanche una puntata.
Al mattino decidiamo di trasferirci al Luxor, il leggendario hotel a forma
di piramide. L'immensità della hall (la più grande al mondo) ci lascia senza
fiato. Anche qui slot e tavoli da gioco dovunque. Il pomeriggio trascorre
tra shopping e piscina. Con la luce del giorno la twilight city mostra
ulteriormente la sua necessità di sperperare denaro per sopravvivere: tutte
le luci sono accese anche sotto un sole accecante e le pubblicità degli
spettacoli sono affidate ad aerei che, con uno spettacolo stile "Frecce
Tricolore" della durata di pochi minuti ma dal costo esorbitante, avvertono
dell'evento serale. Verso sera, dopo aver aggiornato il sito (pensiamo
sempre anche a voi), decidiamo che è giunto il momento di puntare qualche
dolla alla roulette. Ed è qui che si realizza il sogno americano. Sotto lo
sguardo incredulo degli altri giocatori, alla mia prima puntata in un
casinò, becco il numero sul quale la curiosa pallina si ferma. Il numero mi
era stato suggerito, prima della partenza, da una maga modenese, alla quale
va la mia riconoscenza. Giro di whisky per tutti e si continua a giocare.
Sazi di emozioni d'azzardo ci dirigiamo all'hotel…la mattina seguente ci
aspetta una ardua strada. Go West Young Men!! Dopo l'ultimo bagno in piscina
partiamo alla volta del supermercato per rifornirci d'acqua: 10 litri a
testa… ci servirà!! A questo punto giriamo Mama in direzione Ovest
cominciamo a macinare strada verso la California. Ad attenderci non ci sono,
come si potrebbe immaginare, palme e spiaggie stupende, bensì uno dei luoghi
più inospitali della terra: il deserto simpaticamente chiamato Death Valley.
Oltrepassato il confine di stato spegniamo l'aria condizionata per non
fondere il motore. Ogni trenta minuti è necessario fermarsi per bagnare i
pneumatici per non correre il rischio di una spiacevole esplosione. Dentro
il camper la temperatura ha oramai raggiunto i 50°C e sappiamo che
aumenterà. Verso il tramonto arriviamo a Badwater, il punto più basso
dell'emisfero occidentale (85 m sotto il livello del mare) nonchè uno dei
luoghi più caldi del mondo. Usciamo dal camper e ad accoglierci sulla strada
c'è un vento impetuoso e molto più soffocante di un asciugacapelli. Qui
follia generale: già ridotti in mutande dal clima torrido, leviamo anche
quelle e cominciamo a correre come pazzi nel deserto. Emozioni
indescrivibili capaci al tempo stesso di uccidere e riappacificare col
mondo. La pseudocompetizione dura solo pochi secondi, sufficienti tuttavia a
sfiancarci mentalmente e fisicamente. Stremati, ci rimettiamo in viaggio e
dopo un paio di ore ritroviamo qualche segno di civiltà. Dal lusso frenato e
sfoggiato di Las Vegas al solitario e fatale terreno della Death Valley… non
è facile credere che queste due realtà appartengano allo stesso mondo. La
stanchezza si impadronisce di noi sulla strada per il Sequoia National Park.
Per oggi può essere sufficiente.
(a cura di Valerio Vincenzi - Vadi)
31 agosto, Sequoia national park (california)
Il Sequoia National Forest è una gigantesca foresta che coprende 34 singoli
boschi. Al suo interno si trova il dirupo più profondo d'America, la vetta
più alta d'Amercica e…in teoria la sequoia più grande del mondo. Peccato che
tra la definizione "forest" e "park" passino all'incirca 600 km di strada di
montagna. Ebbene si, per la prima volta in questa vacanza ci siamo
sbagliati…abbiamo dormito di fronte all'ingresso del National Forest e dopo
una 50 di silometri dove un Nik entusiasta si convinceva di vedere sequoie
sempre più grandi, abbiamo digerito l'amara lezione che anche gli Americani
hanno delle regole nel lessico. La nostra vera destinazione doveva essere il
sequia national PARK, non FOREST. Per fare un esempio…ci siamo ritrovati in
veneto invece che in lombardia. Un gruppo di persone normali avrebbe
rinunciato a farsi altre 6 ore di macchina per vedere un albero (destinato a
diventare la più grossa catasta di legna da ardere) ma noi, reduci dalla
corsa nudi nel deserto della morte, abbiamo giurato che quel dannato albero
sarebbe stato comunque lo scopo della giornata, fosse l'ultima cosa che
avremmo fatto, dannazione!
La sveglia ha suonato puntualmente alle 8 e con una mossa da velocisti
l'abbiamo spenta verso le 10 e mezza (la sera prima non siamo andati a letto
presto…per motivi top secret, le morose stiano comunque tranquille! Anzi..orgogliose!)
Abbiamo addentrato Big Mama all'interno di una foresta tanto vasta quanto
inutile ai fini del nostro itinerario e dopo aver fatto 3 o 4 inversioni di
rotta (sempre negli stessi 600 metri) abbiamo realizzato il nostro errore.
Direzione sud, poi ovest e infine nord. Mariano Mariano è impazzito, il
gatto non la smetteva più di saltare da un letto all'altro e Wilson
assisteva impotente a tutto questo trambusto (vedi legenda sotto).
Dopo qualche ora di marcia ci siamo fermati a mangiare in una piazzola dove
dei daini ci guardavano tra il sorpreso e (il più probabile) schifato.
Finito di mangiare li abbiamo salutati e Pietro ha pensato bene di lasciare
sulle rocce un pacco di sigarette altamente infiammabile assieme ad un
bicchiere di Big Mama. Doppio danno. (Ricordo che Pietro ha giù perso le
guide della California poco prima di entrare in California)
La giornata in realtà è passata in fretta sulla strada, abbiamo perso
qualche ora ma eravamo comunque contenti di realizzare il sogno di Nik (e di
fare questa pazzia). Siamo arrivati all'ingresso del parco quasi al tramonto
e il buon Vadi ha salutato la guardia con un "Good morning" sentendosi
rispondere in tono tipicamente yankee "morning??!?". Vadi ha concluso la
simpatica scenetta con una risata. Il ranger invece l'ha guardato in faccia
e ha pensato bene di consegnarli una guida.
Quella che doveva essere una giuda si è rivelata poi un vero e proprio
manuale di sopravvivenza. Fino ad ora le nostre uniche paure erano
rappresentate da ispanici, negri e ragazze ubriache ma ora ci tocca fare i
conti con orsi bruni, puma, coyote, serpenti a sonagli e protozoi
avanguardie di una guerra batteriologica. Da quel che leggiamo (e vediamo in
giro) pare che l'incontro con l'Orso affamato non sia un evento tanto raro e
la guida sta cercando di spiegarci che la nostra immagine mentale di Bubu è
molto distante dalla realtà. "Gli orsi nesi sono attratti dai generi
alimentari consumati dall'uomo e possono causare gravi danni nel tentativo
di ottenerlo. In questi frangenti possono inoltre divante agressivi". A
seguito di questa frase vengono elencati tutti i modi per inscatolare gli
odori dei cibi ma il decalogo non ci tranquillizza. Subito dopo leggiamo
"Nel parco è facile incontrare serpenti a sonagli. Fare estrema attenzione a
dove si mettono i piedi" e "In questi parchi vivono i puma, evitare di
correre da soli. Se si incontra un puma non correre né accovacciarsi.
Rimanere fermi e indietreggiare lentamente, agitare le mani, urlare e
lanciare sassi" (in pratica…fare le checche impazzite) ma poi continua "Se
venite attaccati, difendetevi!" (Guarda la foto di Franz attaccato da un
Puma e difeso da Fabio).
Non ci facciamo intimorire da queste raccomandazioni e carichiamo il Mateo
di turno (Vadi) a piagiare sull'acceleratore. Il nostro obiettivo è il
grandissimo Generale Sherman: l'essere vivente più grande della terra.
Questa particolare sequoia ha tra i 2300 e i 2100 anni e il suo ramo più
grande raggiunge quasi i due metri di diametro; ogni anno la sua crescita
equivale a un albero di proporzioni normali alto 18 metri. La maggior parte
degli alberi della Sierra Nevada muore per malattie, funghi e così via ma
niente colpisce il Grande Albero che sembra immortale. Per tali ragioni
decidiamo di presentarci di fronte al Generale in alta uniforme e dunque ci
vestiamo con la giacca. Durante la corsa solitaria nella foresta (come
raccomandava la guida) incontriamo qualche persona che risalendo verso la
cività apprezza il nostro stile tutto italiano. Finalmente il grande
Generale: imponente, maestoso, sequoioso. Lo apprezziamo così tanto che nel
momento in cui rimaniamo soli, scavalchiamo il recinto che lo protegge e gli
offriamo in dono la nostra urina. Sappiamo che gli alberi la gradiscono e la
sua corteccia ne sarà stata sicuramente ghiotta. Fuggiti velocemente
dall'arresto per vilipendio alla bandiera torniamo su Big Mama per non
diventare cibo di puma, coyote, e quant'altro. Come sempre, siamo
contentissimi anche di questa giornata, non particolarmente entusiasmante ma
di certo unica.
PS: Sento il bisogno di spiegare al mondo intero chi è Wilson, Quinto, il
gatto, ecc.. Ecco la legenda:
Mateo: Dicesi "Mateo" (rigorosamente con tono Checca-Brasiliano) il
guidatore di turno. Il termine nasce dal nome di battesimo del pilota
Londra-Chicago. Il Mateo è inoltre responsabile delle chiavi di Big Mama,
della sua chiusura ermetica durante le soste ed è in generale il
responsabile legale per qualsiasi atto fuori legge commesso dal gruppo.
Dunque il Mateo rimane tale anche fuori da Big Mama fino al momento in cui
non passa le chiavi al nuovo Mateo.
Matia: Dicesi "Matia" chiunque risieda a fianco di Mateo. Le origini del suo
nome si perdono nella notte dei tempi ma delle leggende ci portano a
sospettare che il nome nasca dalla piacevole somiglianza fonica tra lui e il
suo vicino. Il Matia è responsabile dello stato di veglia del Mateo.
Quinto: Dicesi "Quinto" chiunque risieda dietro gli altri. La filologia
riporta le origini del nome a "Quinto Baldoni", antenato del più celebre Tom
Mariano Baldoni.
Mariano Mariano: E' il nome attribuito al Tom Tom (navigatore satellitare
utilizzato in casi di emergenza). Come è facile intuire, il nome deriva da "Tom
Mariano Baldoni", gestore del camping di Albuquerque, nonché cesenate.
Gatto: Dicesi "gatto" il pallone comprato al Wal Mart. Assume questo nome (e
identità) nel momento in cui scivola sotto i piedi di Vadi che lo scambia
proprio per un gatto ed esclama (seriamente) "avete comprato un gatto??!".
Da quel momento il gatto è libero di saltare dentro Big Mama a suo
piacimento.
Biagio: E' la cassa comune. Viene chiamata Biagio dal momento in cui Tom
Mariano ha rivelato che "Biagio l'è muort". (La domanda era "per caso un suo
parente si chiama Biagio?"). Le ragioni per cui la cassa comune (che è
sempre in fin di vita) viene chiamata Biagio sono evidenti.
Tommaso: E' la nostra pila personale. In realtà fisicamente è sempre il
telefono di Franz, nonché navigatore, nonché Mariano Mariano, nonchè Chiara
ma a seconda dell'uso assume un nome diverso. Il nome Tommaso deriva da
Thomas Edison. Chicca: Nel momento in cui Tommaso entra in funzione emette
anche suoni, in particolare Pupo con "Su di noi"
Chiara: E' la voce di Mariano Mariano. A volte si attiva a volte dorme.
Il Tagliagambe: Dicesi "Tagliagambe" il palo di ferro che sorregge il
tavolino. Nel momento in cui il tavolino viene nascosto il palo è libero di
girare orizzontalmente a suo piacimento in cerca di gambe da spezzare. Da
segnalare che a volte litiga col gatto.
Wilson: Wilson è il nostro amico di viaggio preferito. Tecnicamente lo si
potrebbe definire "corteccia di albero a forma di maschera" ma per noi è
semplicemente Wilson. Ci fa compagnia dal giorno del bagno nel colorado e
passa tutto il giorno sul cruscotto a osservare la strada. Ricordo il primo
momento in cui l'abbiamo avvistato e ricordo inoltre Pietro che saltellava
come uno scimpanzé con Wilson a fargli da pettorina. Scene impedibili.
Harrison e robbins: sono i due stracci da pavimento. Vengono chiamati così
in onore dei libri di clinica medica e patologia generale. Da ciò si
dovrebbe intuire lo stato dei nostri pavimenti.
Tina: La nostra calamitino attaccata all'aspiratore della cucina. Ci fa
compagnia da Oklahoma City.
Infine Big Mama…!
(a cura di Francesco Zazza - Franz)
1 settembre, san francisco
Dopo la memorabile visita al vecchio tronco ci siamo diretti ad un campeggio
nelle vicinanze per trascorrere la notte. Piazzato Big Mama nella piazzola
numero 14 (in onore della vittoria di Vadi a Las Vegas) abbiamo deciso di
andare a letto convinti di poterci riposare adeguatamente grazie al fresco
delle montagne. Errore. Non è ancora sorto il sole e siamo già tutti svegli.
Il motivo? Semplice: è un freddo vigliacco! Ciascuno tenta di difendersi
come può; chi usando coperte saggiamente acquistate in Texas, chi indossando
felpe su felpe, e chi svuotando il proprio cuscino (nonché sacco dei panni
sporchi) e indossandone il contenuto. La sveglia è prevista alle 6 per fare
una passeggiata nei boschi ma quando suona siamo già svegli. Come in tutte
le storie è giunto il momento di vedere chi è davvero un duro e chi no. Si
tratta di scegliere se vestirsi e uscire nel gelo mattutino o rannicchiarsi
sempre più sotto le coperte. In tre decidiamo di uscire: io, Nic ed il buon
vecchio Fabio. Due mollano… Appena usciti il freddo è tremendo e non avendo
idea di dove dirigerci chiediamo indicazioni al boss del camping che ci
indica un sentiero della lunghezza di un paio di miglia. Il morale non è
certo alle stelle ma comunque si parte e dopo un centinaio di metri di
strada asfaltata, che alimentano le perplessità di Nicola ("certo che se
dovevamo camminare sull'asfalto potevamo anche stare a letto…"), entriamo
nel sentiero vero e proprio. Camminando in breve ci si scalda, la
passeggiata diventa subito gradevole, e i nostri occhi assonnati si aprono
progressivamente per ammirare tutto ciò che ci sta intorno. Siamo in un
bosco composto in gran parte da pini e sequoie, alberi giganteschi e
magnifici. Ormai è chiaro che è valsa la pena di alzarsi e uscire per
visitare questo posto magnifico, ma dentro di noi c'è ancora un piccolo
sogno del quale nessuno ha il coraggio di parlare: l'incontro con l'orso o
magari con un puma. Il sentiero risale un torrente sino a raggiungere le
cascate, questa è la nostra meta. Stiamo per uscire dalla parte del sentiero
all'interno del bosco per continuare sulle rocce quando vediamo a pochi
metri da noi un animale, anzi due, ma no guarda sono tre; tre grossi cervi
che brucano erba ai lati del sentiero vicino ad una sequoia abbattuta.
Scattiamo subito foto temendo che scappino da un secondo all'altro. Ma va
la, non ci pensano neanche ad andarsene. Così ci avviciniamo fino ad un paio
di metri da loro dove rimaniamo per una decina di minuti ad ammirarli. Mi
era capitato altre volte di vedere animali di questo tipo ma mai di potergli
andare così vicino senza incutergli alcun timore. Poco dopo ci rimettiamo in
marcia, lasciando le bestie alla loro prima colazione, e in breve copriamo
l'ultimo tratto di sentiero e arriviamo in cima. Oltrepassiamo il cartello
che indica la fine della passeggiata e raggiungiamo le cascate dove pensiamo
bene di lasciare un segno del nostro passaggio. Solo qui ci accorgiamo che
siamo fuori da più di un ora e non abbiamo incontrato assolutamente nessuno.
Dovete sapere che il campeggiatore medio americano pesa più di cento chili,
possiede un camper o una roulotte lunghi diverse decine di piedi dentro al
quale si trova l'immancabile sulky o scooter elettrico per gli spostamenti
all'interno del campeggio, nonché un barbecue nel quale cuoce bistecche da
un kg l'una possibilmente condite con litri di salse di vari tipi. Insomma
non il classico camminatore. Sentendoci i padroni del monte e scattata
qualche foto ci rimettiamo in marcia e torniamo da Big Mama senza incontrare
Yoghi ma comunque entusiasti della camminata e dell'incontro con Bambi. Qui
ritroviamo i due dormiglioni in compagnia di Wilson, MarianoMariano e
compagnia bella. Sono solo le 11 del mattino e ci attende una giornata di
viaggio per cui si parte; meta St. Francisco. Le miglia passano,
l'altitudine diminuisce e pian piano la California diventa sempre più
California. Verso metà pomeriggio siamo a poche decine di miglia dalla città
con il morale alle stelle quando ecco che si mostra ai nostri occhi quello
che mai ci si apetterebbe in un highway a sei corsie: fila. Buoni buoni ci
mettiamo in attesa e mentre raccomandiamo agli altri automobilisti la visita
del nostro sito attendiamo impazienti di entrare in città. Ce la caviamo con
un'oretta di fila e il trionfale ingresso in città si rivela assolutamente
al livello delle nostre aspettative. St. Francisco è diversa da tutte le
altre città che abbiamo visto fino ad ora. E' arrampicata su alcune colline
e figuriamoci se questi americani si mettono a costruire strade con le
curve, ciò che ne deriva sono salite e discese mozzafiato. Inoltre le
costruzioni sono basse, eccezion fatta per qualche gigapalazzo nel down
town, e con stili architettonici molto vari e caratteristici. Ci sembra dopo
tanto tempo di rivedere una città Europea. Quello che vediamo attorno ci
prende a tal punto che parliamo concitatamente fra noi di tutto ciò che ci
sta intorno fino a quando in cima ad una salita non appare davanti a noi
un'immagine vista centinaia di volte ma mai dal vivo: il Golden Gate Bridge.
Attimo di silenzio smarrito seguito da urla esaltate. Andiamo. La prima cosa
che facciamo è attraversare il ponte con Big Mama. Entusiasmo alle stelle,
così alle stelle che solo più tardi ci accorgeremo di essere arrivati al
cospetto di niente popò di meno che l'oceano pacifico…. bravi noi. Dopo
qualche foto di rito torniamo in città dove facciamo spesa, ceniamo in un
parcheggio di fronte all'isola di Alcatraz e in tutta calma ci prepariamo
alla nostra prima serata a St. Francisco. Altro errore. Si perché se nella
realtà della riviera romagnola uscire verso mezzanotte il venerdì sera è
assolutamente normale, non lo è a St. Francisco. Scopriamo con somma gioia
che c'è un grande quartiere Italiano a North Bay, in centro, dove sventolano
bandiere tricolore e dove troviamo anche il poster dei campioni del mondo
affisso a qualche vetrina; scopriamo anche che qui tutti i locali sono in
fase di chiusura. Non molliamo. Chiediamo a giovani indigeni che ci indicano
un altro district in cui si può tirare a tardi. Carichi prendiamo un taxi
che ci porta nella strada che ci hanno consigliato. Qui scendiamo, lo
vediamo e ci innamoriamo: il Delirium. Una bettola orrenda. Assolutamente
perfetta. Entriamo e superato il bancone e il tavolo da biliardo entriamo
nel salone da ballo: 5 metri per 4, settanta gradi centigradi, musica rock.
Ci buttiamo subito nella mischia pronti alla lunga notte che ci aspetta ma
dopo un paio di canzoni la gente inizia ad andarsene e dopo mezzora le luci
si accendono e siamo gentilmente invitati ad uscire dal locale. Allibiti
guardiamo l'orologio: sono le 2. Giriamo un po' il quartiere in cerca di
qualcos'altro da fare ma non c'è storia, la serata è finita, tutto chiude.
Alla ricerca di un taxi che ci riporti da Big Mama giungiamo alla
conclusione che per poterci sentire fino in fondo dentro ad uno dei nostri
film preferiti ci manca solo di assistere a una rissa. Subito accontentati.
Una montagna nera tira due o tre cazzotti a un piccoletto, che sicuramente
se l'è cercata, prima che altri fratelli neri intervengano per dividerli. Ok,
la lunga notte a St Francisco è terminata. Torniamo nel quartiere italiano
dove abbiamo lasciato la nostra auto, la nostra casa, insomma la nostra mama,
davanti all'insegna di un locale: "qua se magna". Ci rimettiamo in moto alla
ricerca di un area in cui dormire. In un campeggio fuori dal centro ci
chiedono 55 dolla per notte... il parcheggio del signor Mc Donald andrà
benissimo… sogni d'oro.
(a cura di Pietro Biondi - Pi)
2 settembre, san francisco
Tutto sommato, il parcheggio del signor McDonald è stato più che
accettabile. La sveglia non è stata quella del giorno prima, degna dei
migliori boy scout, ma come al parco delle Sequoie, è per così dire,
condita, da un elemento di quelli a cui non pensi se parli di California: il
freddo. Non dico candele ghiacciate sulla punta del naso, ma pur sempre un
freddo di tutto rispetto. Se vi chiedete come sia possibile potete
immaginare la California come un lungo stato, simile alla buona vecchia
Italia, in cui Los Angeles potrebbe essere la Napule dai mille colori, e San
Francisco qualcosa tipo Trieste, spesso annuvolata e costantemente spazzata
dal vento del Pacifico. L'effetto è unico, infatti le nuvole sfrecciano
sulle nostre teste ad una velocità inspiegabile. Interessante. Abbiamo due
giornate da spendere qui, quindi il programma di oggi prevede ovviamente di
parcheggiare BigMama il più vicino possibile al centro, per poi divorare la
città camminandola in lungo e in largo. E' sabato, e pare noi si sia scelto
il week end del Labour day (uno sorta di primo maggio a stelle e strisce in
cui gli americani fanno visita ai loro parenti, magari nelle grandi città)
per parcheggiare una bestiola da 9 metri e 40 nelle tipiche strade in
saliscendi di San Francisco. Le peripezie sono immaginabili, ma come al
solito a noi non ci ferma nessuno e dopo qualche minuto siamo in strada,
zaino in spalla, alla volta della nostra prima tappa. Trattasi del
Fisherman's Wharf, una sorta di lungo mare in stile nordeuropeo ricco di
ristorantini con una vista eccezionale sull'oceano e, alle spalle, sulle
colline dove si adagia la città. Si fa ora di pranzo quand'ecco
materializzarsi all'orizzonte una specie di miraggio. E' Hooters, locale che
fa parte di una catena di ristoranti, bar e alberghi (c'era persino il
casinò a Las Vegas) con una intelligente particolarità: le cameriere sono
estremamente simpatiche, servizievoli, carine e…praticamente in bikini.
Così, mangiare un hamburger piuttosto che una zuppetta assolutamente
normali, si trasforma in un ottimo pranzo. Il prezzo dite voi? Ma chee,
dettaglii. Solo 15 dollari per un panino e una Coca, praticamente gratuitii.
Sii, tanto il problema non si pone se mentre ti portano il conto sei
ipnotizzato. Bene così. Camminando verso il centro le sorprese non mancano
e, piano piano, ci rendiamo conto di essere in una metropoli incredibilmente
vivibile, sorridente, sobria ma allo stesso tempo trasgressiva. E
districandoci tra i suoi isolati, ci perdiamo nelle mille sfaccettature
culturali di cui si veste. Dopo un caffettino di rito al Vesuvio, locale
storico nel quartiere dove nacque la cosiddetta "Beat Generation", arriva il
momento dello shopping. A zonzo per negozi non può mancare una sosta al
megastore della Apple, semplicemente il negozio più fico che si sia mai
visto. In tutto, questa città somiglia più ad una capitale europea, che ad
una metropoli statunitense. Da segnalare quindi la carenza di quei
supermegaciccioni simpaticoni mangiatori di hamburger a colazione, e la
foltissima fauna femminile di gradevole aspetto e molto ben vestita,
immagine utopica nelle nostre precedenti tappe on the road. L'atmosfera ha
tutto di un sabato pomeriggio che si rispetti, con giro in centro per negozi
ed aria frizzante. Naturalmente, in questi pomeriggi frizzanti, il problema
maggiore, ammesso che lo si voglia definire problema, è quello di stabilire
come e dove passare la serata. Ebbene, abbiamo ormai talmente in pugno
questa città, che sappiamo già cosa ci aspetterà ed il problema è presto
risolto. Così, con ringalluzzito entusiasmo, torniamo da BigMama. Wilson ha
fatto il suo lavoro di guardiano, tutto è ok. Doccia, hotdog quotidiano,
vestizione, e si va. Ah no, non ancora. Prima c'è da dar fondo alle scorte
alcoliche di Franz…e in fretta, sono già le 21…mah, con sti americani sempre
di assistere alla vecchia storia del Carosello, e poi tutti a nanna bambini.
Breve rave party nel camper parcheggiato davanti ad un supermarket, follia
collettiva che tocca il picco della vacanza, e giù in strada alla cerca di
un taxi. La meta è ovviamente il Delirium, che ci riporta alle atmosfere un
po' Vidia e un po' Velvet di casa Romagna. La corsa si rivela una specie di
Montagna Russa urbana, e noi a cantare a squarciagola la nostra canzone del
giorno, il "Ballo di San Vito" di Vinicio Capossela nelle orecchie dello
sventurato tassista cinese, che per un attimo pensa di farsi un regalo,
lasciandoci in strada senza volere il pedaggio, pur di sbarazzarsi di noi.
"Bella l'atmosfera, bella la musica che gira". La nostra catapecchia del
Rock è più che mai carica, ma stasera, signore e signori, l'attrazione sono
gli italiani. Non si sa come, spariscono i dettagli, ma a fine serata ci
conosce praticamente chiunque. Finisce che uno stanco tassinaro cinese,
dall'aria diffidente e dalla guida cantilenosa, ci riaccompagna da mamma,
con lo stomaco che brucia un po', ma arricchiti di memorabili fotogrammi
sfuocati che porteremo sempre con noi.
(a cura di Nicola Placucci - Nic)
3 settembre, san francisco
La giornata di oggi è stata segnata dalla diaspora del nostro affiatato
equipaggio in due fazioni rivali caratterizzate da intenti differenti: i "tuttoquellochevoglioèunpòdirelax"
composto da Pietro, Vadi e Franz, e nei "vogliovederepiùcosepossibili" di
cui faccio parte io con il prode Nicola. Infatti mentre i primi tre hanno
optato per una tranquilla giornata al Golden Gate Park fra un libro ed una
partita di frisbee, noi due ci siamo incamminati di buon ora per scoprire il
più possibile di questa affascinante metropoli. Come prima tappa decidiamo
di girovagare anche noi per il Golden Gate Park, il quale, più che un
normalissimo parco cittadino, è una città nella città essendo lungo più di
cinque Km ed avendo al suo interno musei,laghi e quant'altro. Dopo un giro
del parco decidiamo di portarci verso il centro di San Francisco; non
sapendo bene come arrivarci ci facciamo aiutare da un ragazza cinese la
quale ci accompagna alla più vicina stazione della metropolitana dove ci
saluta con la promessa di andare il prima possibile a visitare il nostro
sito. Arrivati in centro io e Nicola ci sentiamo perfettamente a nostro agio
in questa città così simile ad una qualsiasi capitale Europea e, preso il
classicissimo caffè/beverone take away in bicchiere di plastica, giriamo a
zonzo per i viali principali. Dopodiché decidiamo di dividerci, dandoci
appuntamento per qualche ora dopo. Nic punta alla zona del porto con le sue
sculture ed i mercatini tipici mentre io mi indirizzo nella zona degli Yerba
Buena Gardens per visitare il MoMa, cioè il museo di arte moderna di San
Francisco situato in un bellissimo edificio progettato dall'architetto
svizzero Maria Botta. Passato il primo quarto d'ora a cercare di convincere
la cassiera a farmi pagare il biglietto d'ingresso a prezzo ridotto da
studente pur essendo sprovvisto del badge, cedo e, pagato il prezzo intero,
entro. Passo la maggior parte del tempo al secondo piano in cui si possono
ammirare quadri di Matisse, Frieda Kahlo, Pollock, Picasso e tanti altri; i
restanti piani sono dedicati ad opere d'arte moderna dalla discutibile
bellezza, mostre fotografiche e sale dedicate all'architettura ed al design.
Con le cuffie nelle orecchie mi ributto nel traffico cittadino per andare a
rincontrare Nicola; la sensazione è bellissima, mi sembra di vivere quì da
una vita ed aggiungo alla personale lista mentale dei posti in cui mi
piacerebbe vivere per un po' anche San Francisco. Trovato Nic e consumato un
veloce spuntino in uno Starbucks decidiamo di dirigerci verso la Coit Tower,
una torre alta 86 metri posta su una dei punti più alti da cui ci hanno
assicurato si gode una vista incredibile di tutta la città. La camminata è
un'esperienza strana, sia perché San Francisco è un continuo e terribile
saliscendi, mortale anche per i polpacci più allenati, sia perché si
attraversa il Financial District, North Beach (ossia Little Italy) e
Chinatown trovandoti a passare nel giro di un'ora dall'ambientazione di una
metropoli fatta da manager in giacca e cravatta, ad una sorta di viale
napoletano, fino a trovarti nella Cina più profonda. Arrivati con qualche
polmone in meno in cima alla torre si conferma il consiglio che ci avevano
dato, la vista è mozzafiato: si vedono i grattacieli, le strade con i tipici
saliscendi, Alcatraz, il Golden Gate, i parchi e una miride di persone che
brulica per le strade. Foto di rito e si riparte, prima di tornare dagli
altri decidamo però di passare da Lombard Street in cui c'è la strada più
tortuosa del mondo in cui le macchine passano in un vialetto fiorito fra
curve a zig zag incredibili (vedi foto). Tornando verso il camper distrutti
e contenti ci auto-congratuliamo fra noi per aver avuto la forza e la voglia
necessaria per la lunga camminata di oggi, completamente appagati dei
panorami visti. Arrivati al camper io e Nic crolliamo mentre gli altri
ragazzi un po' più riposati di noi e ligi al dovere della vita on the road
si rimettono al volante. La direzione? Finalmente le famose spiagge
californiane, pronti a mettere un altro tassello nel disomogeneo insieme
paesaggistico che ha caratterizzato l'intera vacanza, o meglio l'intero
viaggio, ben consapevoli dell'immensa diversità di questi due termini.
(a cura di Fabio Ferrari - FF)
4 settembre, Malibu e Los Angeles
Dopo esserci alternati alla guida per tutta la notte, verso le 6 di mattina,
la figura imponente di Big Mama si staglia a pochi metri dalla spiaggia di
Santa Barbara. Finalmente caldo e mare degni del nome California! Dopo
qualche bagno tonificante nell'oceano, un paio di tiri a frisbie e un po di
meritato svacco è già ora di ripartire. Infatti abbiamo deciso di vedere più
spiagge possibili prima di arrivare a Los Angeles. Scorrendo sulla cartina
la costa della California la tappa successiva non può essere che una: Malibu…
In un paio di ore ci siamo.Tuttavia orientarsi non è sempre facile ed
inconsapevolmente ci ritroviamo in una zona più residenziale che turistica.
Qui la vista del mare, nonostante sia a poche decine di metri da noi, è
completamente oscurata da case costruite una accanto all'altra letteralmente
a ridosso del bagnasciuga. Nonostante un po' di difficoltà troviamo un varco
e raggiungiamo una spiaggietta. Dopo pochi minuti dal nostro arrivo ecco che
si materializza ad una ventina di metri da riva uno spettacolo degno di
Quark: un branco di una decina di delfini che nuota tranquillamente in mezzo
ai bagnanti stupefatti. Ci tuffiamo subito, sperando in un incontro
ravvicinato ma oramai è troppo tardi e il branco si è portato al largo.
Tutto ciò che troviamo in acqua sono onde alte anche due metri… peccato non
essere surfisti! A prendere il sole però siamo ancora capaci, e quindi ci
piazziamo sulla sabbia mescolandoci alla fauna locale. Presto si fa ora di
aperitivo e niente è meglio della dispensa di Big Mama in queste occasioni:
tacos e salsa piccante (davvero piccante). Per la serata decidiamo di andare
a farci un giro ad Hollywood. Nonostante tutti gli sforzi possibili non si
riesce ad essere pronti prima delle nove e mezzo. Dopo un'ora e mezzo di
ricerca del parcheggio giungiamo finalmente in Hollywood Boulevard, la
famosa strada i cui marciapiedi sono costellati di stelle di marmo, ciascuna
delle quali dedicata a personaggi famosi. Non c'è niente da fare, coi nostri
orari qua è difficile combinare qualcosa di interessante la sera. Alle 11 ci
vediamo infatti sbattere in faccia un paio di "Sorry, we're closed". Il giro
per Hollywood continua fino ad esaurimento batterie. Per la notte riusciamo
a trovare da parcheggiare lungo una strada a Venice Beach.
(a cura di Valerio Vincenzi - Vadi)
5 settembre, venice beach e los angeles
La vendetta del Generale Sherman non si è fatta attendere a lungo (vedi 31
luglio), in meno di 5 giorni il suo apparato di informazione è riuscito a
istruire tutti gli alberi della California e così alle 8:30 del mattino ci
sembra il momento ideale per scastrare Big Mama dalla morsa fatale di un
piccolo albero di provincia. L'elenco dei danni inizia dallo lo sfiatatoio
del frigo che è vistosamente penzolante ma mettiamo a tacere le nostre paure
convincendoci che quel coperchio è solo un dente da latte. Lo appoggiamo sul
tetto. Spostiamo Big Mama ferita verso un parcheggio di fronte al pontile di
Venice, non più di 3 metri dalla sabbia e decidiamo che quella è la nostra
base per la giornata di mare e turismo.
Di fronte a noi c'è un negozietto che affitta rollerblade, biciclette,
chopper e tandem. Non servono parole, nel giro di 10 minuti (necessari per
distruggerci a vicenda le voglie di affittare un chopper a pedali) abbiamo i
pattini ai piedi! La giornata inizia con i test dell'assicurazione
sanitaria: Nicola è il primo a gustare il cemento del comune di Venice Beach
ma poi anche Vadi preferisce frenare con il ginocchio. Nonostante lo stile
di frenata tutto italiano decidiamo che la giornata a Venice Beach con i
roller è più importante della nostra (e altrui) incolumità e dunque ci
avviamo per il lungomare.
La sensazione è piacevolissima, ad ogni metro ti vengono in mente film su
film…il cortometraggio che si para davanti ai nostri occhi è: palme, sabbia
dorata, ragazze bellissime, artisti di strada, tatuatori, massaggiatori,
sportivi si ogni genere, ecc… Sfrecciare affianco ai guardaspiaggia che dal
loro pickup giallo ti fanno ok con il dito non è da tutti i giorni!
Nella passeggiata di Venice incontriamo incredibilmente un gruppo di amici
inglesi e australiani che abbiamo conosciuto lungo la Monument Valley…a più
di 2000 kilomtri da li!! La coincidenza incredibile ci commuove ma dopo due
minuti decidiamo che evidentemente è molto facile rincontrarli e
dunque…sostituiamo la loro compagnia con quella di 5 ottimi hamburger sul
pontile di Santa Monica! Il pomeriggio continua sui roller ma sappiamo bene
che è arrivato il momento di comprare il regalo per il compleanno di Fabio.
Con una mossa scaltra lo portiamo dentro un negozio di tendenza e osserviamo
che il suo interesse (dopo il cesso) si posiziona su alcuni libri. In
particolare è affascinato dal libro "101 cose da fare prima di morire" che
gli si apre proprio sulla pagina "Route 66"!! Fabio è indeciso se comprarlo
o meno…ci mostra ogni dettaglio di questo libro ma poi decide di riporlo. E'
il nostro momento, glielo compriamo di nascosto! L'operazione sembra
conclusa ma il buon Fabio torna sui suoi passi e accenna a volerlo comprare.
La nostra fantasia ci sostiene e dunque…frottola dopo frottola riusciamo a
scoraggiarlo all'acquisto (dopo 20 minuti di contrattazioni!!).
Torniamo al camper e dopo aver risolto la questione "Nicola E La Truffa Del
Bancomat" sfruttiamo la spiaggia per giocare, prendere il sole e scattare
foto al tramonto. Si sta avvicinando un triste momento per "noi
altri"…sappiamo che dovremo lasciare su questa sabbia il nostro amico Wilson
e il gatto. Prima però c'è l'ennesimo momento di pazzia generale: propongo
di toglierci i vestiti e di fare il bagno nell'acqua gelida sotto onde alte
3 metri. Inizio a correre in mutande verso l'acqua e sento dietro di me i
passi di tutti…è fatta, siamo un gruppo affiatatissimo! Come in tutte le
storie è giunto il momento di vedere chi è davvero un duro e chi no. Si
tratta di scegliere se rimanere nell'acqua gelata in balia delle onde o se
tornare a coprirsi su Big Mama. In due decidiamo di rimanere (e facciamo il
bagno nudi): io e Nic. Tre mollano…(Per capire a fondo questa frase è
necessario leggere la giornata del 1 settembre!).
E' il momento di affrontare la separazione dei nostri valorosi compagni
Wilson e il gatto. Con una cerimonia improvvisata diamo il nostro
arrivederci al "migliore amico di legno dell'uomo" liberandolo sulla
battigia e infine seppelliamo il gatto ormai senza vita. Sono momenti
difficili, duri da superare ma a volte per crescere è necessario affrontare
anche delle salite.
Il morale per la serata è ormai compromesso per almeno 5 minuti e dunque
dopo mezz'ora ci ritroviamo con un cacciavite in mano (aggiustando Big Mama)
a festeggiare la mezzanotte del compleanno di Fabio. Siamo nell'ennesimo
parcheggio di un centro commerciale e aprendo la porta del camper troviamo
dei palloncini sporchi utilizzati nel pomeriggio per inaugurare un qualche
gadget…gli diamo una breve spolverata e li presentiamo a Fabio come se
fossero stati preparati da noi durante il pomeriggio (dimenticavamo però che
quel ragazzo ora ha un anno di più…e infatti non ci crede!). Bravi noi!
(a cura di Francesco Zazza - Franz)
6 settembre, los angeles
Di nuovo svegli. E' presto. Qualche secondo per realizzare. Siamo in una
zona residenziale dalle parti di North Hollywood. La sveglia è suonata di
buon ora per un motivo estremamente semplice: oggi ci attende la visita agli
Universal Studios. Trattasi di un parco dei divertimenti che ha come tema il
cinema, o meglio, i film che hanno fatto la storia del cinema, le cui
attrazioni sorgono esattamente affianco ai set di Hollywood. In pochi minuti
il Mateo di turno (trattasi del buon vecchio Fabio) ci conduce davanti
all'ingresso. Saltiamo giù da Big Mama e carichissimi varchiamo l'ingresso.
Da giovani romagnoli quali siamo ci aspettiamo una Mirabilandia in grande
stile. Non è così. Niente di paragonabile al Katoon dal punto di vista
dell'adrenalina, i giochi qui sono molto più simili a spettacoli teatrali
per la cura dei particolari e i continui colpi di scena. Nel complesso le
attrazioni sono bellissime anche se poco numerose. Ci spostiamo cosi dal
cinema 3D che ci fa visitare la palude di Schrek ai gommoni di Jurassik
Park, attraverso le montagne russe dentro la piramide della Mummia fino al
simulatore, a forma di Delorian a 8 posti, che ci permette di viaggiare nel
tempo con Doc e Martin all'inseguimento di Biff…. (…semplicemente una figata…).
Fra un'attrazione e l'altra ci spariamo anche una visita guidata all'interno
dei più famosi set cinematografici della storia. Tutto questo per alcuni non
sarebbe niente di eccitante. Non per noi. Noi piccoli grandi bimbi di
provincia non riusciamo proprio a non trovare fantastico anche il semplice
fatto di trovarci dove prima di noi sono stati i nostri eroi del grande
schermo, il poter toccare con una mano la "macchina del tempo" o l'auto,
rigorosamente senza accendisigari, dei Blues Brothers. Insomma il morale è
come sempre altissimo e la giornata passa con una velocità incredibile.
Si fa sera. La nostra ultima sera. L'ultima sera dei Big Mama's boys a Los
Angeles, California, Stati Uniti. Inoltre la sera del compleanno di Fabio
dr. Ferrari. 23 anni. Ci sono posti peggiori in cui compiere gli anni. Il
programma è semplice: un locale, musica e voglia di divertirsi. Troviamo
parcheggio corrompendo il cassiere della Tower Records che ci fa piazzare la
Mama nel parcheggio del negozio. Siamo praticamente davanti ad uno dei
locali storici di L.A.: il Viper Room, di proprietà di niente popò di meno
che Jonny Depp (lo stello locale dove ha perso la vita River Phoenix,
trovato steso sul marciapiede davanti all'uscita). Andiamo. Il posto è più
piccolo di come ce lo immaginavamo ma c'è gente e un gruppo suona dal vivo
del buon Rock and Roll. Non entro nei dettagli: musica, birra, festa e
divertimento. Ancora una volta il nostro spirito di gruppo e la nostra
voglia di fare, uniti a tutte le possibilità che questo grande paese ci
offre ci fanno trascorrere una serata alla grande.
Proprio quando la serata volge al termine il buon vecchio Franz prende un
taxi e va a vedere il famosissimo locale di Dan Aykroyd. Dopo mezz'ora è di
ritorno con gli occhi luccicanti come quelli di un bimbo il giorno del suo
compleanno. Viene da noi e ci fa: "Sono stato a vedere la House of Blues!!!
Il posto è bello ma soprattutto c'è il toro meccanico…." Se uno viene da me
e mi dice una cosa del genere io non so proprio come resistere. Andiamo. Io
e lui ci avviamo di buon passo e in 10 minuti siamo li. La macchina mortale
è splendida. Un solo problema: costa dieci dollari con due tentativi. Ci
guardiamo…. e quando ci ricapita??? Dopo aver visto una buona serie di
americani finire al tappeto, senza che nessuno sia riuscito a domare la
bestia, montiamo su. Sbanchiamo. Io al secondo e Franz addirittura al primo
tentativo domiamo il toro per tutti i 25 secondi della durata della giostra.
Conduttore che urla e locale in visibilio. Il resto è storia.
Torniamo dagli altri alla Tower Records. Andiamo a cercare un campeggio.
Bisogna fare bella Mama, domani la salutiamo. Fate le valige, si torna a
casa.
See ya' later alligator
(a cura di Pietro Biondi - Pi)
Il viaggio è stato seguito in diretta da tutti gli amici in Italia
attraverso questo sito: http://www.rut66.it. Nel sito ci sono anche le foto
e i filmati.
