The Golden State e dintorni

Un viaggio di Dario

Due famiglie, otto persone, un’idea non troppo meditata, biglietti aerei a prezzo interessante (720 Euro con Delta) e il viaggio nell’Ovest degli Stati uniti si è concretizzato!!!

 

Lo stato nel quale abbiamo passato la maggior parte del tempo è stata la California (The Golden State), il più popoloso stato degli USA (anche il più vario dal punto di vista etnico) ed il terzo per estensione (una volta e mezza l’Italia con poco più della metà della popolazione).

 

Inizialmente colonia spagnola inclusa nel Messico, divenne uno stato della confederazione messicana dopo l’indipendenza del Messico dalla Spagna (1821). La guerra Messicano-Americana nel 1847 divise in due il territorio e la parte nord fu annessa agli Stati Uniti d’America, nel 1850 come 31° stato, era quello il periodo della scoperta di grandi miniere d’oro e d’argento in California.

 

Stato ricco grazie ad agricoltura selezionata, industria avanzata e terziario sviluppato (cinema, informatica e turismo), è attualmente governato da Arnold Schwarzenegger. Il clima è molto vario sia per l’estensione geografica che per le notevoli differenze d’altitudine, ma anche a causa dell’esposizione sul fresco Oceano Pacifico ed alla disposizione parallela al mare della cordigliera montuosa (Sierra Nevada). Altri stati attraversati : Arizona per la visita del Grand Canyon, Nevada per fermarci a Las Vegas, Utah solamente di passaggio (perché per i famosi parchi –Zion, Antelope, Bryce- proprio non c’era tempo).

 

Una doverosa digressione sulla nomenclatura delle strade extraurbane degli Stati Uniti d’America per un viaggio "on the road".

All’inizio del XX secolo la commissione federale per la viabilità stabilì che le strade con orientamento Est-Ovest avessero numeri pari e quelle Nord-Sud numeri dispari attribuendo le decine a quelle più importanti.

La sigla letterale anteposta ad ogni strada è in relazione alla copertura territoriale, una strada statale viene identificata da "SR" (State Route) o semplicemente "S", se poi il percorso (anche solo in alcune parti) è di particolare interesse, al posto di SR compaiono le due lettere della sigla di stato (esempio "CA" per California).

"IS" (Inter State) o "I" designa invece la viabilità che si estende per più stati, mentre la sigla "US" è utilizzata per le strade che hanno rilevanza per l’intero sistema stradale USA.

Spesso le strade si fondono (mantenendo i nomi separati se poi si separeranno di nuovo), oppure percorsi stradali con nomi preesistenti (specialmente nei tratti urbani) vengono inseriti nel tracciato di qualche highway anche in questo caso mantenendo nomenclature separate. I termini "Historic Route" (come la mitica Route 66) o "Scenic Drive" … sono utilizzati per percorsi turistici di particolare rilevanza che possono interessare strade "declassate" di importanza o l’insieme di più strade .

 

 

 

23 Agosto – Martedì

 

Risveglio mattiniero, volo regolare fino ad Atlanta dove, causa tempesta, è stato chiuso l’aeroporto ed abbiamo atteso in aereo più di due ore prima di partire verso Los Angeles.

Appena fuori dal grande aeroporto abbiamo preso il pullman della Alamo/National per andare a ritirare l’auto a noleggio, un pulmino Chevrolet Astro per il quale ci è stato richiesto un inatteso supplemento per poter disporre di 8 posti. Nonostante l’immensità della metropoli californiana, il traffico intenso e la tortuosità delle strade della zona nord, siamo arrivati in meno di mezz’ora al Crowne Plaza Beverly Hills; stanza deprimente ma hotel onesto sulle colline di Beverly non lontano da Rodeo Drive e Hollywood. Qui abbiamo avuto il primo inquietante contatto con i cartelli, esposti nelle stanze di ogni albergo, che segnalano i possibili effetti cancerogeni dei detersivi utilizzati.

Los Angeles, fondata nel 1781 col nome "Ciudad de la Iglesia de Nuestra Señora Reina de Los Angeles sobra la Porzionucola de Asìs", in un luogo salubre dal buon clima, rimase una città di scarsa importanza del Messico, fino all’annessione dell’attuale California agli Stati Uniti d’America. La grande crescita che ha portato la popolazione dell’area metropolitana ad oltre 16 milioni di persone è iniziata intorno al 1920 ed ora la città (la seconda degli Stati Uniti) si presenta come un disordinato insieme di quartieri e contee molto diversi tra loro, con popolazione cosmopolita e notevoli differenze economiche (cose che hanno provocato molti problemi sociali, ultimo la drammatica rivolta del 1992).

 

 

24 Agosto – Mercoledì

 

Mattinata agli Universal Studios, biglietto di entrata $53. Molto più piccoli di quelli di Orlando, sono disposti su due livelli sfruttando le zone pianeggianti di Hollywood raccordate da una ripida discesa (che si percorre in pulmino durante "Studio Tour") e da una serie di scale mobili.

Tra tutte le attrazioni abbiamo scelto:

 

Usciti dal parco abbiamo fatto il giro delle colline di Hollywood alla ricerca dell’Hollywood Sign (la famosa scritta che campeggia sulla collina più famosa di L.A.), che però si vede da lontano e non è certo un granchè. Le colline desertiche, tagliate da aridi canyons (come il profondo Laurel) e percorse da strade con nomi che ricordano film e libri (Mulholland drive, Sunset boulevard), sono aggredite da ville stupende ma anche da residenze più modeste.

Passeggiata per Hollywood Blv, affollata da aspiranti attori mascherati da personaggi di film che, per sbarcare il lunario, si fanno fotografare con i turisti; punto focale 200 metri di marciapiede tra il Mann’s Chinese Theatre e la "Walk of Fame" con le impronte e le firme nel cemento dei divi cinematografici degli ultimi 50 anni. Una nota a riguardo: in questa zona il parcheggio costa 2,00 $ ogni 15 minuti!

Le colline di Hollywood lasciano il posto, verso ovest, a quelle di Beverly Hills con strade curate e belle ville specialmente sul Sunset blv; per gli appassionati di gossip e fan di artisti è disponibile un tour delle ville delle star (ovviamente si vedono solamente da fuori). Percorrendo tutto il "Viale del tramonto" (Sunset blv) si raggiunge il mare nella zona di Santa Monica: lunghe spiagge di sabbia dorata (gran parte delle quali poco visibile dalla strada a causa delle case costruite direttamente sulla spiaggia), e zone di impervie scogliere con palme e verde, spesso occupate da vagabondi (qualche globetrotter ma per lo più senzatetto, la cittadina si caratterizza infatti per un avanzato programma a favore degli "homeless" degli Stati Uniti). Nota per le frequentazioni di intellettuali, skater, surfer (è l’ambientazione di Baywatch, anche se la maggior parte delle scene è stata girata in Australia!), Santa Monica è anche il punto terminale della mitica Route-66, la prima autostrada americana che collega la costa Ovest con Chicago.

Dopo Santa Monica abbiamo raggiunto Venice: grande spiaggia con un lungo molo sul quale i pescatori sono sempre in azione (all’estremità del molo verso il largo c’è una grande zona con lavandini per pulire il pesce e metri per misurare le prede). Qui abbiamo atteso il tramonto seguendo il consiglio di tutte le guide. Venice è un distretto di Los Angeles costruito nel 1905 da Abbot Kinney (magnate del tabacco e grande viaggiatore) sul modello della Venezia rinascimentale (con tanto di canali e gondole), l’idea era quella di creare un particolare centro turistico. Dopo 15 anni di fortune il declino, causato dall’inquinamento dei canali (dovuto all’estrazione di petrolio nella zona) e poi da uno spaventoso incendio; la riscoperta della cittadina si deve agli hippies negli anni tra il 1960-1970 e poi all’amministrazione di Los Angeles che, dagli anni ’80, ha inteso trasformare la zona in una gradevole località di residenza "alternativa" (bohemien ma molto costosa), votata allo sport (famosa la palestra all’aperto di Muscle Beach) e al relax (con la bella passeggiata dell’Ocean Front Walk). Tornando in albergo, in una zona un po’ buia di Venice, abbiamo intravisto l’edificio a forma di cannocchiale ideato dai famosi "archiscultori" Gehry e Oldenburg.

 

 

 

25 Agosto – Giovedì

 

Risveglio mattiniero e spostamento fino a Anaheim (60 Km) dove c’è Disneyland, il primo parco giochi Disney costruito e di cui quest’anno (2005) ricorre il 50° anniversario dell’inaugurazione (Remember… Dreams Come True). In meno di due ore abbiamo raggiunto l’Hotel Sheraton dove ci hanno rapidamente consegnato le chiavi delle stanze (nonostante fosse decisamente presto per il check-in) ed illustrato le particolarità dell’albergo: grandi stanze e bella piscina, ma soprattutto la collocazione ad un paio di chilometri dai due parchi Disney (Disneyland e Disney’s California Adventure) e la possibilità di usare la rapida e frequente navetta gratuita che collega l’albergo con l’entrata dei parchi.

California Adventure è l’ultima creazione Disney a L.A., noi abbiamo deciso di evitarlo, sia per lo scarso apprezzamento che gode tra gli appassionati, sia per il poco tempo a disposizione, ma soprattutto perchè le famose rollercoster "California screaming" erano chiuse per manutenzione e Hollywood Tower Hotel era uguale a "Twilight Zone" che avevamo già fatto ad Orlando.

Dopo un quarto d’ora di file per il biglietto d’ingresso a Disneyland (un solo giorno $56), siamo entrati percorrendo la caotica "Main Street" (riproduzione di una strada del XIX sec., con negozi di merchandising dai prezzi elevati) dalla quale si raggiungono le varie aree tematiche in cui è strutturato il parco giochi. All’interno dei parchi il prezzo dei generi commestibili è veramente esagerato (1 Hot Dog di dimensioni microscopiche costa 6,00 $ e lasciamo perdere le bevande!!!) e la folla sempre numerosa (nonostante noi fossimo andati in una giornata lavorativa).

Tra le varie attrazioni abbiamo optato per:

 

 

26 Agosto – Venerdì

Anaheim – San Diego. (180 Km)

Lasciato lo Sheraton, abbiamo percorso la zona esterna ai parchi Disney avendo l’opportunità di vedere, anche in questa piccola città "artificiosa", disparità sociali e diseredati allo sbando (tra cui anche i classici ubriachi che nascondono la bottiglia in buste di carta!). Percorrendo la I-5 verso sud, il panorama si fa un po’ interessante dopo la deviazione per Monte Palomar, sede del famoso osservatorio astronomico; da qui la strada corre parallela al mare in una pietrosa zona desertica.

Una gran parte del deserto costiero del sud californiano è occupata dalla base dei marines di Camp Pendleton, dove in quel momento erano in corso delle esercitazioni militari aereo-terresti con elicotteri che atterravano e decollavano in continuazione e mezzi terrestri che avanzavano veloci alzando un gran polverone (le immagini di Mad Max danno un’idea abbastanza precisa). Primo incontro in un view point sul mare, con gli scoiattoli, visibilmente abituati alla presenza dell’uomo.

Siamo arrivati ad ora di pranzo in albergo, Best Western Bayside INN, con splendida veduta sulla baia di San Diego; cercando un posto dove mangiare abbiamo fatto una passeggiata fino al molo sotto un sole caldissimo e siamo arrivati al Museo Navale con barche antiche ed un sottomarino.

A San Diego abbiamo avuto il primo impatto con la pubblicità che sta prendendo piede in sostituzione dell’uomo sandwich: un "poveraccio" con una freccia di cartone o dei cartelli, gira, capovolge, nasconde le indicazioni pubblicitarie attirando così l’attenzione dei passanti.

Nel pomeriggio giro in auto verso l’area collinosa a nord dove c’è la zona storica: Old Town, un comprensorio di case del XIX secolo, trasformate in piccoli e caratteristici resort e negozi di prodotti artigianali, più a valle la zona ‘artificiale’ dei locali e del merchandising di scarso interesse.

Sulla vicina collina di Mission Hills biancheggia la piccola mole della prima missione costruita in California insieme al vecchio presidio militare (ora tutta zona museale). La missione fu edificata nel 1769 dal francescano spagnolo Junipero Serra, fondatore di nove missioni sulla zona costiera della California, morto nel 1784 e beatificato nel 1988. Le missioni della prima fase della colonizzazione sono in totale 21, unite da un percorso virtuale denominato "Camino Real" dallo stesso Junipero Serra, che aveva progettato l’edificazione di una missione ogni 50 Km circa (la distanza percorribile in una giornata di cammino) .

Più ad Ovest l’ampia spiaggia di Mission Beach ed all’estremo nord l’insenatura vulcanica di La Jolla (che in spagnolo significa "il gioiello" e si pronuncia LA HOJA , "un posto adatto per gli anziani ed i loro genitori", così qualche scrittore descrisse la zona). In realtà La Jolla è una bella zona di scogliere vulcaniche ricoperte da prati verdissimi e soffici (regolarmente innaffiati) che fanno da contorno ad una insenatura sabbiosa non molto grande battuta dalle onde oceaniche, meta ideale per molti surfisti; zona di aperitivo sul mare o di vere e proprie cenette con barbeque portatili oltre che di passeggio, jogging e pesca, propone vari curiosi aspetti della vita dei vacanzieri americani; abbiamo atteso il tramonto prima di tornare verso San Diego e cenare al Red Lobster (una delle più note catene di ristoranti di pesce).

L’aeroporto è praticamente in città, ogni volta che si passa nelle vicinanze, la sagoma dei grossi aerei civili appare improvvisa e rumorosa, di notte l’effetto è amplificato dalla potente luce dei fari degli aeromobili.

 

27 Agosto – Sabato

 

Mattinata di mare a Mission Beach, grande spiaggia bianca che chiude la frastagliata Mission Bay; verso il mare aperto, gelido e con potenti onde, abbiamo osato tuffi e un movimentato bagno sballottati dalle spinte spumeggianti dell’oceano.

Vicino al lungo e caratteristico molo di legno c’erano molti surfisti (che hanno una zona delimitata per le loro evoluzioni).

I bagnini del servizio Lifeguard (immortalati nelle puntate di "Baywatch") vigilano col binocolo dalle caratteristiche torrette di legno scrutando eventuali pericoli, oppure vagano sulle spiagge con moto a quattro ruote o potenti fuoristrada urlando nei megafoni segnalazioni di violazione alle regole della spiaggia; le violazioni più gravi prevedono l’intervento della polizia, ad esempio portare alcolici sulla spiaggia ha provocato l’ammanettamento repentino e un po’ brutale di una ragazza, seguito da una multa, prima che un paio di suoi amici portassero via le due bottiglie di birra incriminate.

Rapido pranzo e giro della baia in battello (20,00 $ a persona per due ore) tra portaerei, incrociatori, sottomarini, tante colorate barche a vela e leoni marini; sullo sfondo la base aeronavale dei Navy Seal (con moltissimi elicotteri ed alcuni caccia) e l’alto ponte (Coronado Bridge) che traversa, percorrendo un’ampia curva, la baia di San Diego dalla penisola di Coronado fino al parco Petco dove c’è il grande stadio dei Padres, la locale squadra di baseball.

San Diego è stata l’ultima città americana dove si è svolta l’America’s Cup (tre edizioni dal 1988 al 1995), la più importante delle sfide veliche mondiali; la competizione ebbe origine nel 1851 (45 anni prima delle Olimpiadi moderne, è quindi il più antico trofeo sportivo per cui ancora si compete) e prese il nome dallo "schooner" (America) che vinse una regata ("Coppa delle 100 Ghinee") indetta dalla regina d’Inghilterra. Dopo essere rimasta per 132 anni a New York la coppa finì in Australia (1983), per arrivare a San Diego con la vittoria (1987) di "Stars & Stripes"; passato in Nuova Zelanda, l’importante trofeo d’argento è ora in Svizzera (!) grazie alla vittoria dell’imbarcazione "Alinghi" (il futuro sfidante –challenger- dovrà affrontare il detentore –defender- nel 2007).

Finito il giro in battello abbiamo raggiunto il gruppetto, 4 di noi, che aveva dedicato un po’ di tempo allo shopping; l’appuntamento era ad Horton Plaza, un’ampia, moderna e movimentata zona commerciale proprio al centro di San Diego al confine con il caratteristico quartiere di Gaslamp con curatissimi edifici vecchio stile.

Passeggiata serale in macchina che ci ha dato l’occasione di vedere lo spettacolo pirotecnico che tutte le serate del sabato chiude la settimana del famoso SeaWorld (uno degli acquari più grandi del mondo che propone i tanto criticati spettacoli di delfini ed orche); tornati in albergo un’altra bella ed inattesa esplosione di fuochi d’artificio tra mare e grattacieli ha salutato la nostra ultima notte a San Diego.

 

 

28 Agosto – Domenica

Verso il Grand Canyon: San Diego – Needles (600 Km)

Partenza per Palm Spring, un’oasi artificiale in mezzo al deserto con ville, lussuosi resort e verdissimi campi da golf, ma niente di interessante tranne i nomi delle strade che sono quasi tutte dedicate a personaggi dello spettacolo e l’immensa distesa di generatori eolici: migliaia di pale che "animano" la fissità del deserto.

In realtà la zona è un aggregato di "cittadine" (praticamente comprensori privati) come Palm Spring, Cathedral City, Desert Hot Spring, Rancho Mirage, Indio, La Quinta, costruite in una grande vallata completamente deserta circondata da alte montagne.

Prima di arrivare un "piccolo" incidente: mentre percorrevamo la Hwy I-10 è scoppiato un pneumatico posteriore del nostro pulmino; il provvidenziale e generoso intervento di un agente della California Highway Patrol (CHP) ha risolto la situazione, infatti, già avevamo difficoltà a sollevare il pulmino con i "misteriosi" attrezzi forniti, inoltre essendo domenica in mezzo al deserto non era facile trovare un gommista (e sul "ruotino" di scorta si può contare fino ad un certo punto). L’agente, dopo averci aiutato nell’operazione di sostituzione del pneumatico, si è informato su eventuali gommisti aperti e ci ha scortato fino ad una stazione di servizio di turno fortunatamente vicina; i nostri ringraziamenti lo hanno quasi offeso e molto "all’americana" ha detto "Non dovete ringraziare me, ma la Highway Patrol".

I guai sembravano continuare perché la ruota era irreparabile e non c’era disponibilità di copertoni di quel tipo; una telefonata alla Alamo (che gentilmente il padrone della stazione di servizio, un giovane negro statuario, ha avviato fino all’intervento di un traduttore italiano-inglese), ha risolto la situazione: ci sarebbe stato sostituito l’intero automezzo all’aeroporto di Palm Springs a 20 miglia di distanza; anche in questo caso siamo stati fortunati, al posto del pulmino ci hanno dato qualcosa di più simile ad un auto, una Toyota Sienna praticamente nuova (appena 3500 miglia percorse) dotata dell’utile computer di bordo e decisamente più comoda. Il trasbordo dei bagagli nel rovente e assolato parcheggio dell’aeroporto di Palm Sprigs è stato un vero massacro.

Proseguimento verso il Grand Canyon, traversando la Yucca Valley al limite dello Yoshua Tree National Park con i suoi caratteristici alberi di Yucca che ricordarono ai primi coloni le braccia aperte di Giosuè che li accoglieva (da lì il nome di albero di Giosuè – Yoshua Tree). Alcuni chilometri sulla State-62 prima di trovare una interruzione stradale che ci ha imposto una via alternativa attraverso la base militare di Twentynine Palms in una zona desertica (con tanto di biancheggiante lago salato, cittadine abbandonate e tratti di strada messa male). Dopo un lungo tratto parallelo alla ferrovia percorsa da lunghi convogli (anche qui le immagini da film si sprecano), come un miraggio, proprio al tramonto, è apparsa la mitica Route-66, che per alcune decine di miglia abbiamo percorso fino a raggiungere Needles prima del ponte sul Colorado River che rappresenta il confine tra California ed Arizona.

La "historic route 66" è l’attuale denominazione (dal 1985 quando se ne ufficializzò la non rilevanza viaria) della "US-66"; costruita nel 1926 partendo dall’Illinois (Chicago) attraversa Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e termina in California (Santa Monica) per un totale di 2.448 miglia (3.940 km).

Notte al Best Western Royal Inn, ci siamo fermati al primo hotel, ed è stato un prevedibile errore!! Era meglio cercare altro, la catena Best Western propone in effetti degli hotel con il suo marchio, ma di proprietà e gestione privata, che non sempre sono a livello del nome. Cena al Mc Donald’s su una collina che domina quel pochissimo che si vede a Needles nel buio della notte.

 

 

 

29 Agosto – Lunedì

 

Needles – Grand Canyon (500 Km)

Arrampicata all’alba su una collina desertica vicino all’albergo, molte tracce di ruote di moto e fuoristrada che segnano il terreno pietroso e sconnesso fino alle varie zone protette del Mojave Desert (l’immenso deserto che va dalla periferia di Los Angeles a Palm Springs, fino al Grand Canyon, Las Vegas e Mono Lake assumendo decine di nomi diversi).

Partenza verso il Grand Canyon, deludente l’attraversamento del Colorado a Needles, percorrendo la Route 66 che spesso coincide con la Highway I-40.

Prima di raggiungere Flagstaff abbiamo deviato verso Nord sulla State-64 entrando nell’immensa area della Kaibab National Forest che comprende quasi tutto il Grand Canyon National Park; all’incrocio dove la SR-64 si fonde con la US-180 (quest’ultima termina proprio al Grand Canyon, mentre la SR-64 lo costeggia per gran tratto), abbiamo visto i primi cartelli che giornalmente segnalano la percentuale di rischio di incendio. Arrivo in albergo, il Quality Inn & Suites, decisamente buono appena fuori dalla zona del parco nella cittadina "artificiale" di Tusayan.

Entrati nel parco dall’ingresso Sud ($20,00 a veicolo per una settimana) si arriva al South Rim (il versante meridionale), abbiamo lasciato l’auto al parcheggio per visitare la zona verso Ovest che si può percorrere solamente con lo shuttle gratuito che parte dal minuscolo terminale ferroviario della Grand Canyon Railway; questo è anche il punto da cui si può partire (con un lungo percorso a piedi di un paio di giorni) verso il North Rim percorrendo il Brigth Angel Canyon e traversando il Colorado River.

Punti di interesse visitabili in un pomeriggio sono i vari view point dai quali si gode un magnifico spettacolo di rocce mentre il fiume Colorado compare in brevi e tortuosi tratti, lontano e spesso indistinguibile tra i colori del deserto. Il Grand Canyon non è fotogenico nonostante le molte immagini che si vedono e che tutti osserviamo con stupore; nessun obiettivo, infatti, può cogliere l’imponenza ed abbracciare la vastità della zona.

Dalla strada di ingresso, procedendo verso Ovest, si incontrano i seguenti view point: Mather Point il primo spettacolare approccio col Grand Canyon (il punto più alto 2.170 m.slm del South Rim Ovest), Yavapai Point (con piccolo museo e negozietto dalle spettacolari finestre), poi Maricopa, Powell (dal nome del primo esploratore che completò la cartografia della zona), Hopi, Mohave, The Abyss, Pima Point, fino all’estremo ovest del Hermit Rest, con bella costruzione in stile indiano e relativo merchandising (qui siamo al limite della riserva degli indiani Havasapui); all’Hermit Rest abbiamo atteso il tramonto prima di ripartire, nel buio assoluto sull’ultimo shuttle verso il Visitor Centre. Cena all’immancabile McDonald’s arredato però in stile saloon e con qualche insospettabile variante anche al menù.

 

 

30 Agosto – Martedì

 

Mattinata percorrendo la zona Est del South Rim per arrivare al più lontano dei vari view point orientali: il Desert View (2.267 m di altitudine, con il Colorado che scorre limaccioso ed in questa zona ben visibile 1.500 metri più in basso); qui una torre panoramica in stile pseudo-indiano accoglie un costoso negozio di artigianato indiano e souvenir.

La vista è decisamente spettacolare, ad est l’immensa prateria che occupa il vasto altipiano della riserva Navajo, mentre di fronte i colori delle stratificazioni rocciose del Grand Canyon; i pannelli orientativi permettono di identificare le più curiose formazioni rocciose dai suggestivi nomi : Tempio di Thor, Trono di Wotan, Santuario di Krishna, Castello di Freya, Tempio di Vishnu …

Tornando indietro brevi soste al Navayo e al Lipan Point prima delle rovine del villaggio indiano di Tusayan (abbandonato nel XVIII secolo) con annesso piccolo museo.

Continuando la SR-64, che qui assume il nome di Desert View Drive, scorci dal Moran e dal Grandview Point; più tempo e fatica per arrivare allo spettacolare Yaki Point che abbiamo dovuto raggiungere a piedi con un percorso di oltre 1 miglio (c’è uno shuttle, ma non si ferma all’inizio della deviazione o almeno la guidatrice nonostante l’aspetto degli otto "profughi" con passeggino e bimba piccola non si è fermata). Poco prima del view point c’è l’inizio del sentiero denominato "Sout Kaibab trail", all’inizio largo e poi visibilmente stretto e tortuoso che conduce fino al fiume, volendo si può scegliere di effettuare il percorso a dorso di mulo (opzione decisamente costosa e che necessita di un intero giorno); allo Yaki Point ci sono comode piattaforme naturali sulle quali sedersi con i piedi penzoloni sul Colorado, occupate soprattutto da birdwatcher e studiosi. In questa zona, non troppo frequentata, si vedono un gran numero di rapaci dall’affascinante volo e vivaci scoiattoli (indicati dai ranger come gli animali più pericolosi della California a causa delle malattie che possono trasmettere all’uomo).

Pomeriggio in aereo (un recente De Havilland, bielica da 8 posti con grandi superfici vetrate) per il movimentato e spettacolarissimo sorvolo del Grand Canyon con Cristiano, la parte più bella è l’incontro delle acque del Colorado River con quelle del Little Colorado; la sensazione di vuoto che si prova quando l’altipiano si interrompe per sprofondare nel canyon è impagabile.

Il sorvolo è possibile sia in aereo che in elicottero (un po’ più costoso), i prezzi variano in funzione della durata del volo da un minimo di $90,00 ad oltre $ 200,00 a persona.

Resto del pomeriggio in piscina e poi nella grande Jacuzzi all’interno del "giardino d’inverno" dove si affacciano le stanze. Serata a cena in una steak-house dall’aspetto "western", nella confusione del locale abbiamo visto in televisione le prime drammatiche immagini del Golfo del Messico sconvolto dall’uragano Katrina.

 

 

 

31 Agosto - Mercoledì

 

Grand Canyon – Las Vegas (540 Km)

Partenza seguendo il Colorado attraverso la riserva Navajo fino al ponte sulla 89 Alternate che scavalca il fiume grazie al Navajo Bridge nella zona del Marble Canyon dominato dalle Vermillion Cliffs (una piccola Monument Valley) .

La Kaibab Forest in questa zona è in realtà un deserto che continua oltre l’invisibile confine con lo Utah, inizia poi una zona quasi verdeggiante prima del rientro in Arizona e delle belle gole del Virgin River in Nevada; qui il confine è ben visibile, evidenziato da centinaia di piccoli casinò. Parecchie miglia prima di Las Vegas si vedono convergere verso un unico punto, come miraggi nel deserto, decine di linee elettriche necessarie ad alimentare la capitale del gioco d’azzardo e del divertimento; numerosi cartelloni pubblicitari vivacizzano il panorama.

Dalla I-15 si scende verso la vallata che ospita Las Vegas, la varietà delle costruzioni è tale che l’artificiosità della città diviene, anche da lontano, una delle caratteristiche più interessanti.

Las Vegas, fondata dai Mormoni nel 1855, fu subito abbandonata a causa delle condizioni ambientali sfavorevoli; il tracciato della ferrovia (costruita nel 1905) ridiede interesse alla zona e, quando negli anni '30 fu legalizzato il gioco d'azzardo, il gangster Bugsy Siegel costruì il Flamingo, il primo albergo con relativo casinò; ancor oggi il Flamingo si trova nella lista degli alberghi più famosi.

Arrivando da Nord il Luxor, l’hotel che avevamo scelto per la "folle" notte a Las Vegas, è uno degli ultimi alberghi su "The Strip", l’ampio viale dove sono concentrati tutti i locali e gli hotel più famosi; da lontano si vede la grande sfinge bianca che contrasta con la mole della piramide nera.

Abbiamo scelto le stanze all’interno della Piramide (curiosi gli ascensori chiamati "inclinator" perché salgono seguendo gli spigoli della piramide): con l’interno arredato in stile egizio e la vista verso le colorate guglie del "castello" di Excalibur si ha un’ambientazione decisamente singolare.

Nel caldo del pomeriggio abbiamo percorso a piedi verso nord, The Strip, incontrando la serie di alberghi che caratterizzano la città:

il grande New York New York con le montagne russe che corrono in un "condensato" di Manhattan;

il Bellagio con lo spettacolo delle fontane illuminate e sincronizzate con la musica (molto bello);

l’immenso complesso biancheggiante del Cesar Palace in stile antico romano con il Forum Shops, un centro commerciale con centinaia di negozi e ristoranti ;

il Mirage con l’eruzione vulcanica (un po’ deludente nonostante la tensione che cresce con l’intensificarsi delle grida –registrate- di animali terrorizzati), la gabbia delle tigri (ce n’era una bianca, vera anche se sonnacchiosa) e il sentiero tropicale con palme finte;

l’arcinoto (e sopravvalutato) spettacolo dell’albergo Treasure Island, un musical con molti attori, splendide sirene, acrobatici pirati ed effetti pirotecnici.

Uno dei molti lavoretti che occupa centinaia di persone è la distribuzione di opuscoli con foto osè di "accompagnatrici" e più raramente di "accompagnatori"; altra curiosità le cerimonie nuziali, talvolta fastose che si vedono celebrare nelle cappelle private che possono essere copie di chiesette graziose, semplici negozi o lussuosi spazi negli alberghi (tra le più note "wedding chapel" quella del Bellagio e del Paris).

Ritorno sull’altro marciapiede con:

il Paris (non male la copia della Tour Eiffel e l’ambientazione "parigina");

il lussuoso Venetian con tanto di gondole e procaci rematrici "canterine";

l’Aladdin con il sorprendente Desert Passage;

L’MGM illuminato di verde (famoso per il film Ocean Eleven).

Ovviamente in tutti gli alberghi si può entrare, giocare (ma se siete con dei minorenni non potete prendere nemmeno le fiches per le slot machines), assistere a spettacoli e performance varie.

Rientro al Luxor rendendoci conto di come le dimensioni della piramide non si riescano ad apprezzare dall’esterno, dai lunghi corridoi che danno accesso alle stanze (oltre 4.000), invece la vastità della piramide appare impressionante.

 

1 Settembre – Giovedì

 

Las Vegas - Bishop (650 km)

Partenza dallo sfarzo del Luxor ripercorrendo The Strip, che durante la giornata è quasi irriconoscibile; lo spettacolare Stratosphere, albergo simile ad una altissima torre di controllo aereo, è all’estremità Nord della lunga strada e di giorno i giochi mozzafiato che ospita sono ben visibili (a 300 metri da terra si vedono carrellini verdi slanciati fuori dalla terrazza superiore e vagoncini delle montagne russe correre sul bordo esterno del parapetto). In breve siamo tornati nel deserto al centro del Nevada con la grande base dell’aeronautica militare di Nellis (nota per l’area 51 ed i presunti ritrovamenti alieni), protetta più che altro dalla impraticabilità delle strade che non da sofisticati sistemi di allarme (se ce ne sono, sono comunque ben nascosti).

In poco più di 2 ore si raggiunge Death Valley Junction, ultimo avamposto "civile" prima della Valle della Morte, che la SR-190 traversa per intero da est ad ovest;

Con l’aria condizionata al massimo, il pieno di benzina e una discreta scorta d’acqua ci si avvicina al primo dei mitici punti di interesse: Zabriskie Point, si scende dall’auto assaliti dal caldo, ma l’ascesa verso il belvedere è imperdibile. Zabriskie Point è una meta obbligata anche per gli amanti del cinema, il posto è stato reso famoso, infatti, dall’omonimo film di Michelangelo Antonioni (1970) che trattava i temi del mondo giovanile e della violenza delle forze dell’ordine.

A causa di smottamenti erano chiusi due dei punti di grande interesse, Dante’s View e Artist’s Palette e così abbiamo puntato verso sud nella grande depressione di Badwater (86 m sotto il livello del mare); faticosa la passeggiata sull’accecante lago salato, prosciugato quasi integralmente, con 44° Centigradi all’ombra (ombra che però non esiste). L’unico punto dove resta un po’ d’acqua salmastra che crea concrezioni saline sempre mutevoli, è ai piedi dell’imponente montagna dove si intravede Dante’s View a 1.700 metri di altitudine.

La zona di Devil’s golf course, l’accesso al Golden Canyon e la formazione rocciosa a fungo (Mushroom Rock) sono altri interessanti punti da vedere nella zona sud della Death Valley risalendo verso Furnace Creek (che è l’unico punto di ristoro all’interno del parco e dove, volendo, si può pagare il biglietto di ingresso). Seguendo la strada si passa vicino ad una serie di miniere abbandonate ed al punto più a nord della Death Valley che abbiamo raggiunto: il villaggio di Stovepipe Wells, ancora segnato sulle carte, ma di cui rimangono solamente i caminetti di pietra delle ormai scomparse abitazioni.

Un bivio in mezzo al deserto permetterebbe di deviare verso l’estremo nord della Death Valley, ma la digressione richiederebbe troppo tempo e dalla lettura delle varie guide la zona sembra non offrire molto; abbiamo così proseguito sulla SR-190 tra deserto roccioso e piccole ma spettacolari zone di dune sabbiose dove gli unici riferimenti sono i 5 o 6 serbatoi d’acqua, segnati anche sulle carte, per i radiatori delle auto in difficoltà.

La zona delle ultime piccole dune visibili a nord est è nominata "Playa racetrack", qui si propone il curioso fenomeno naturale dei massi vaganti, macigni che "misteriosamente" avanzano sul fondo sabbioso lasciando dietro di sé una scia profonda; per apprezzare il fenomeno sarebbe necessario fare una "passeggiata" a piedi, ma accontentandosi si può vedere qualcosa dalla strada che inizia a salire ripida e piena di curve.

Usciti dalla zona del parco, il deserto continua verso Panamint springs; un’interessante deviazione sulla sinistra porta in 5 miglia a Darwin, cittadina mineraria abbandonata alcune decine di anni fa con gli edifici in legno ancora ben conservati (l’ufficio postale, la dancing hall, parecchie case) e veicoli arrugginiti ancora ben parcheggiati. La sorpresa più grande è quella di scoprire che in alcune case "periferiche", come un film surreale, si aggirano degli abitanti che sembrano vivere in una realtà ai confini del mondo.

Il deserto lascia infine spazio ad una stentata vegetazione di yucca ed allo sfondo maestoso della Sierra Nevada; la prima cittadina che si incontra dopo aver preso la US-395, è Lone Pine, piuttosto carina, porta d’accesso al Sequoia National Park, stretta tra i monti ed il lago in secca di Owens, dove sbocca (ma viene subito assorbito dal terreno nonostante la portata notevole) l’Owens River che scende da Mammuth Lake.

Arrivo a Bishop dove abbiamo pernottato al Super 8 Motel (non un granchè), un bagno in piscina appena arrivati ci ha un po’ ristorato, più difficile trovare qualcosa da mangiare perché qui alle 9 di sera è tutto chiuso (nonostante proprio in quei giorni ci fosse, proprio a Bishop la stagione dei rodeos con cavalli scalpitanti e giostre illuminate).

 

 

 

2 Settembre – Venerdì

 

Bishop - Yosemite (300 Km)

Lasciata Bishop, puntando verso nord, ci siamo fermati al Mono Lake, lago in via di prosciugamento (soprattutto a causa dell’acqua convogliata verso Los Angeles) con pinnacoli di concrezioni minerali e due isolette rocciose al centro, poi abbiamo iniziato la salita, vedendo sempre più frequentemente zone innevate e ghiacciai permanenti fino al Tioga Pass, il più alto dei passi della California ed uno più alti degli USA (3.031 metri aperto solamente 4 mesi l’anno), accesso est al parco di Yosemite ($20,00 per auto con ingresso valido per una settimana) .

Il parco in questa zona è caratterizzato dagli spettacolari "Dome", alti e lisci massicci granitici che biancheggiano su laghetti e folta vegetazione di pini e sequoie (queste ultime presenti in gran numero nella zona di Tuolumne Meadows). Molti escursionisti e alpinisti si preparano per passeggiate, battute di pesca e scalate….. noi scattiamo foto!

Seguendo la SR-120 si scende sempre tra alberi immensi fino all’ingresso di Arch Rock, fuori del quale c’è il nostro albergo (Cedar Lodge nella zona di El Portal), qui la strada corre parallela all’impetuoso Merced River, il più grande dei numerosi fiumi della zona, il cui rumoreggiante corso è ostacolato da grandi massi bianchi.

Depositate le valigie siamo rientrati nel parco per percorrere il facile sentiero fino alla fantastica Bridalweil fall, una cascata di alcune centinaia di metri che finisce spumeggiante in una piccola conca prima di disperdersi in mille rivoli ed affluire poi nel fiume Merced; di fronte l’alta cima di El Capitan (quasi 1.000 metri di parete verticale dove appariva minuscolo un alpinista che avrebbe impiegato tre giorni per effettuare la scalata, l’arrampicatore era osservabile tramite dei telescopi portati da alcuni altri appassionati); anche il caratteristico e lussuoso albergo Ahwahnee merita una visita. Qualche mammifero attira l’attenzione, ma nonostante i molti cartelli che avvisano della possibile presenza di orsi, si incontrano solamente scoiattoli, coyote e cervi. Al tramonto il nostro giro ci ha portato sotto l’Half Dome, altro spettacolare massiccio granitico che si contrappone al Glacier Point; proprio sotto quest’ultimo incombente monte ci siamo fermati al Curry Village (rustico bar-pizzeria all’aperto) per mangiare al buio sotto milioni di stelle. A parte l’albergo Ahwahnee, nel parco ci sono solamente campeggi ed un paio di posti dove mangiare, la luce elettrica visibile è praticamente solo quella delle torce dei visitatori.

 

 

3 Settembre – Sabato

 

Yosemite – San Francisco (320 Km)

Traversando Yosemite, dopo esserci accertati che altre famose cascate del parco fossero realmente all’asciutto, ci siamo diretti verso ovest percorrendo la SR-120 per poi immetterci nella I-80 che raggiunge la costa nella zona di Oakland. Con un tempo grigio e nebbioso, abbiamo traversato l’enorme e frastagliata baia di San Francisco percorrendo il Bay Bridge (simile al Golden Gate Bridge, ma che "rimbalza" sul "doppio" isolotto di Treasure Island e Yerba buena Island e dal quale si ha una bella vista di San Francisco e dell’isolotto di Alcatraz) e approdando in uno dei quartieri più malfamati (anche se in via di recupero), lo squallido South of Market (SoMa), che prende il nome dal fatto di trovarsi a sud di Market Street, che è la direttrice principale Est-Ovest della città. La parte più interessante di San Francisco è a nord di questa trafficata arteria ed i nomi dei vari quartieri sono decisamente più "poetici".

San Francisco fu fondata nel 1776 intorno al fortino e alla missione di San Francisco de Asis nella zona collinare nord della penisola di San Mateo; il nome originario dell’abitato fu "Yerba Buena" (erba buona?!) e tale rimase fino al 1850 con l’annessione della California agli Stati Uniti. L’importanza della enorme baia separata dall’Oceano Pacifico dal Golden Gate (lo stretto braccio di mare ora scavalcato dal Golgen Gate Bridge), rese la città sempre più apprezzabile come approdo per la corsa all’oro ed all’argento del Far West. Costruita con strade perpendicolari tra loro, che scavalcano ancora oggi le colline con salite e discese vertiginose, la città fu raggiungibile da terra solamente da sud fino alla costruzione, nel 1936, del Bay Bridge che la collega con Oakland. L’anno successivo fu costruito il Golden Gate Bridge, ponte rivoluzionario che, con un’unica campata da 1260 metri ed un’altezza di 67 metri (e i 2 piloni sono alti più del doppio), unisce la penisola di San Mateo (dove c’è San Francisco) con la penisola settentrionale di San Rafael (dove c’è Sausalito).

Nonostante la zona sia ad alto rischio sismico (a causa della Faglia di Sant’Andrea ), dal 1950 sono iniziate le costruzioni di grattacieli in particolare nel Financial District, che stanno mutando l’aspetto di quella che era una città d’impronta europea e dalle ridotte dimensioni. In realtà, ancora oggi, praticamente tutto ciò che vale la pena di vedere in città è raggiungibile a piedi o tramite le caratteristiche carrozze in legno del cable-car, tram a cremagliera molto folcloristico, che si "arrampica" sulle ripide strade rettilinee scavalcando le colline.

Unica nota positiva del nostro hotel, il Powell, è che si trova proprio nella zona centrale, all’inizio di Powell street dove le cable-car invertono la marcia grazie ad una piattaforma di legno fatta ruotare a forza di braccia! La linea Powell-Hyde è sicuramente la più spettacolare delle tre linee di cable-car, la coda di turisti in attesa e la ripidissima salita a due isolati dal capolinea ne sono la conferma. L’albergo si presenta bene al piano terra, ma poi ostenta un lusso che non merita seppure il fascino dei pavimenti e delle scale di scricchiolante legno e l’antiquata atmosfera non lasciano indifferenti. Il prezzo dei parcheggi è veramente esagerato, in albergo 40,00 $ a notte, nei parcheggi pubblici tra i 20 e i 30 $; preso possesso delle stanze (ce ne sono di orribili! Noi, decisamente adattabili, stavolta ci siamo fatti cambiare stanza la mattina successiva……) ed indossati abiti più pesanti ("L'inverno più freddo che ho trascorso, è stata un'estate a San Francisco" Mark Twain), ci siamo diretti verso Union Square (due isolati a nord), grande piazza da poco rimodernata, che rappresenta il cuore economico della città. Con una temperatura decisamente bassa e la nebbia che impediva la vista dei palazzi più alti, abbiamo subito approfittato per fare un po’ di shopping nei grandi siti commerciali al chiuso (NikeTown, Macy’s, Levi’s …) e per curiosare in qualche locale e negozio più lussuoso (Tiffany, Armani, Gucci, Luis Vuitton…). La folla era impressionante, perchè questo sabato iniziava un week-end lungo comprendente il lunedì del "Labor Day", importante giorno festivo negli Stati Uniti. Anche nella zona più centrale di San Francisco la situazione sociale si mostra molto varia e spesso decisamente difficile; ai lussuosi locali e negozi fanno da contrasto stridente i molti mendicanti (che spesso rovistano nei grandi contenitori della spazzatura) e vari personaggi alla ricerca di qualche modo per raccogliere qualche spicciolo (artisti di strada dalle scarse capacità, ma anche organizzate bande musicali).

Cena in un simpatico locale della catena Lori’s Diner, in stile anni ’60, con vecchie e pittoresche pubblicità, seggiole in finta pelle metallizzata ed una cromatissima auto d’epoca parcheggiata all’interno.

 

 

 

4 Settembre – Domenica

 

In mattinata giro a piedi di buona parte di San Francisco: abbiamo iniziato traversando il Financial District dove le classiche costruzioni adibite ad uffici in epoca precedente agli anni ’50, contrastano con la modernità e l’arditezza dei moderni grattacieli. Su tutto svetta la Transamerican Piramyd, un originale grattacielo (il più alto della città, 256 metri), con la sommità a forma appunto di piramide; c’erano in corso le pulizie delle grandi superfici vetrate e una decina di addetti stavano sospesi su piattaforme ad altezza vertiginosa, la parte superiore non è più accessibile ai turisti dopo gli attentati dell’11 settembre a New York. Il vicino isolato è occupato dal primo grattacielo costruito a San Francisco: in origine era la sede della Bank of America, ma ora completamente ristrutturato, ospita gli uffici della contea e molti enti statali (seppure la capitale della California sia Sacramento). Senza soluzione di continuità si traversa il "Chinatown gate", una porta in stile orientale, che dà accesso al grande quartiere di Chinatown dove ferve il commercio (soprattutto ad uso turistico) e che ricorda le città asiatiche con tanto di tetti a pagoda, negozi di prodotti tradizionali e stradine sovrastate da lampioncini colorati. Arrivati all’altezza di Columbus Avenue si raggiunge North Beach dove c’è Little Italy (spesso citata nei libri di Jack Kerouac, frequentatore assiduo della zona e "scrittore-simbolo" della beat generation), riconoscibile dai molti ristoranti e negozi dai nomi italiani; durante la mattinata si svolgeva il San Francisco Grand Prix di ciclismo seguito da una folla festante assiepata sui marciapiedi delle strade che qui sono molto più ampie rispetto a Chinatown. Al limite di Little Italy c’è Washington Square una grande e curata piazza caratterizzata dalla chiesa di St Peter & Paul dove le scritte sui marmi ed anche i foglietti della messa sono in italiano. La chiesa, bianca e svettante sul verde della piazza, è la sede dei salesiani di Don Bosco, qui molto attivi nell’evangelizzazione della comunità cinese (originale l’effetto dei santini della Madonna con gli occhi a mandorla!); altra curiosità è il bollettino settimanale della chiesa (scritto in inglese, italiano e cinese) con un buon numero di inserzioni pubblicitarie (advertising) soprattutto di pompe funebri, dentisti e ristoranti.

Percorrendo per un breve tratto la ripida Lombard street verso Est si raggiunge subito Telegraph Hill, una collina dalla quale si gode il panorama di tutta la città; a chi non bastasse può salire sulla Coit Tower (una torre-museo, costruita originariamente per l’avvistamento degli incendi, dalla quale il panorama è ancora più ampio).

Il tempo, fin qui decisamente grigio, ha iniziato ad aprirsi con un sole caldo e luminoso che esalta i colori e permette di apprezzare ancor meglio la veduta. Verso Nord si vede la parte settentrionale della baia con l’ex carcere di Alcatraz; ad Est il lungo Bay Bridge e la zona di Berkley-Oakland; a Sud il Financial District con il movimentato skyline; ad Ovest si vede la zigzagante e ripida Lombard Street e più oltre l’inconfondibile sagoma del Golden Gate Bridge (inizialmente coperto dalle basse nuvole e poi ben visibile grazie al miglioramento della giornata). In 15 minuti si raggiunge il mare all’arcinoto Pier 39; il vecchio molo commerciale è ora sostituito da una "elegante-finto-rustica" meta obbligata del turismo, due livelli di costruzioni in legno che ospitano negozi, famosi locali ed intrattenimenti vari (dall’Hard Rock Cafè al Bubba Gump, dalle giostrine vecchio stile all’acquario), e appena sotto le piattaforme dove da alcuni anni si è installata una numerosa (e maleodorante) colonia di leoni marini.

Dalla parte più estrema del molo l’isolotto roccioso di Alcatraz appare molto vicino: il nome deriva dallo spagnolo "isla de los alcatraces" (isola dei pellicani), perché all’inizio era un luogo disabitato che ospitava una grande colonia di pellicani. "The Rock" divenne poi un carcere di massima sicurezza, garantita sia dalla posizione al centro della baia, sia dall’installazione, fin dalle origini, di docce calde per impedire ai detenuti di abituarsi al freddo dell’acqua che avrebbero dovuto affrontare in un ipotetico tentativo di fuga a nuoto. Ha ospitato molti noti criminali statunitensi (tra cui Al Capone) ed ora è un museo nel quale è anche possibile passare una notte, le code di attesa sono però molto lunghe e per il soggiorno bisogna prenotare settimane prima.

Sosta per il pranzo proprio in uno dei locali con specialità di pesce del Pier 39, poi breve tratto del lungomare, (Fisherman Wharf), con vista delle barche d’epoca del parco storico e delle famose carrozze tramviarie degli anni ’30 provenienti da tutto il mondo ed utilizzate sulla linea F-Link (ce n’è una del comune di Milano, ma la più famosa è quella di New Orleans, la "Streetcar named Desire" -un tram chiamato desiderio– che ci ricorda la commedia di Tennessee Williams trasposta in pellicola da Elia Kazan con Marlon Brando e Vivien Leigh). Siamo poi tornati verso sud alla ricerca del San Francisco Art Institute; questa interessante scuola d’arte è ospitata in un edificio moderno, ma costruito in stile del XVII secolo, con un pittoresco patio, e all’interno si trova un grande murale di Diego de Rivera ispirato alle attività di edificazione di una città. L’istituto era chiuso per restauri, ma gentilmente ci hanno concesso una breve visita. La parte più massacrante del nostro percorso è stata la "scalata" di Nob Hill, quartiere abbastanza elegante con ripidissime strade; riscendendo verso sud siamo passati vicino alla Grace Cathedral prima di tornare in albergo per una breve sosta. Nel tardo pomeriggio abbiamo preso la macchina e ci siamo diretti verso Russian Hill per vedere da vicino il tratto più caratteristico di Lombard Street, ma non abbiamo potuto percorrerlo perchè a senso unico nell’altra direzione; il tratto a zigzag permette alle auto, dal 1920, di superare una pendenza di quasi 40 gradi tra piante fiorite. Raggiunto il lungomare nella zona del Golden Gate National Recreation Area, lungo le strade di Marina boulevard e Mason street, ci siamo fermati sull’ampia spiaggia dove molte tavole a vela sfidano lo sferzante vento e le rapide onde. Lo spettacolo del Golden Gate Bridge al tramonto dal Crissy Field, davanti al Presidio, è decisamente suggestivo. Tornando verso l’albergo abbiamo notato la vita notturna che iniziava ad animare anche i quartieri meno prestigiosi, disseminati ovunque però alcuni "Gentlemen’s Club" accendono luci che di giorno non si notano, ma che assumono forme "provocanti" la sera (in realtà sono locali di spogliarello e ritrovo di accompagnatrici –escort-).

 

 

 

 

5 Settembre – Lunedì

Partenza in auto per la visita dei quartieri Ovest di San Francisco e della zona nord della baia.

Percorrendo Market Street abbiamo in breve raggiunto i quartieri di Haight Asbury e Victorian che si caratterizzano per l’omogeneo stile vittoriano delle costruzioni; zone tranquille dove chi non ama il caos può trovare sistemazioni in alberghetti o guest house, decisamente più rilassanti che non nel centro. La parte più nota è Alamo Square, un piazzale verde circondato dalla "Painted Ladies", le più curate costruzioni in stile vittoriano che si possano trovare, i toni pastello e le strutture eleganti ne fanno un posto di richiamo, favorito anche dalla bella vista che si ha sulla zona del Civic Center; quando è spuntato il sole, la cupola dorata della City Hall (dalla struttura come quella di S.Pietro a Roma, ma ovviamente di diverso materiale) da qui era molto spettacolare.

Il Golden Gate Bridge si raggiunge in breve tempo percorrendo Divisadero Street; sosta al view point, prima dell’attraversamento del ponte che da qui appare nella sua notevole ma "leggera" mole; chi ha tempo può percorrere i due chilometri fino alla penisola di San Rafael a piedi (c’è molto vento anche in buone condizioni atmosferiche) oppure in bicicletta (numerosi sono i posti dove se ne può noleggiare una). Noi lo abbiamo percorso in macchina, al limite minimo di velocità possibile perché il panorama è decisamente bello; uscendo da San Francisco non si pagano pedaggi, in entrata invece ci si deve fermare alla "toll plaza" pagando 5,00 $ talvolta con attese piuttosto lunghe. La strada che "sfrutta" il Golden Gate Bridge è la mitica US-101 fusa con la SR-1.

All’uscita del ponte, inizia la Marine County con il Vista Point dal quale si ha uno spettacolare panorama che va dall’oceano scavalcato dal Golden Gate Bridge (il cui colore è stato classificato secondo una precisa frequenza dello spettro cromatico e definito "International Orange") allo skyline di San Francisco, da Alcatraz fino al Bay Bridge.

Ad una ventina di chilometri si trova un parco naturale, Muir Wood, dedicato a John Muir, naturalista scozzese che alla fine del XIX sec. cartografò tutto l’attuale parco di Yosemite e dedicò lunghi studi ai più antichi esseri viventi originari del Nuovo Mondo: i giganteschi alberi di sequoia (Redwood tree), infatti il Muir Wood si caratterizza per la foresta di grandi conifere (che possono raggiungere un’altezza vicina ai 100 metri) "Sequoia Semprevirens". Purtroppo appena passato il ponte già si vedevano i cartelli luminosi che indicavano la situazione di "completo" dei parcheggi (lunedì di festa del Labor Day), e così non ci è stato possibile fermarci a Muir Wood, ma ci siamo dovuti accontentare di traversare la zona meridionale.

Le grandissime sequoie al limite della tormentata scogliera sono comunque spettacolari, ed il belvedere che sovrasta Muir Beach, spiaggetta incastonata tra rocce affilate e creste che sprofondano in mare, è decisamente impressionante (oltre che, a mio parere, non troppo sicuro, visto che la zona con balaustre protettive è veramente esigua rispetto ai pericolosi punti che si possono raggiungere).

Percorrendo la SR-1 siamo tornati verso sud fermandoci a Sausalito, elegante cittadina di mare (d’impronta quasi mediterranea) di fronte a San Francisco con verdi prati, belle case di due o tre piani, gallerie d’arte oltre ad un porto turistico con yacth e case galleggianti. Sosta per il pranzo sul lungomare di Sausalito, dove si esibiscono numerosi artisti di strada (alcuni con attività molto originali come innalzare sottili ed irregolari colonne di sassi) e poi partenza verso Tiburon incontrando il moderno carcere di San Quentin; da lì abbiamo percorso il Richmond Bridge (il ponte più lungo della baia) raggiungendo Berkley (famosa per l’Università della California) e poi Oakland per traversare nuovamente la baia sul Bay Bridge.

Senza sosta abbiamo poi traversato SoMa nella zona del grande "Moscone Convention Center", per poi raggiungere Mission (il nucleo originale della città, che sembra ancora un quartiere messicano, con tanto di estemporanei murales) e visitare Mission Dolores (il cui nome era San Francisco de Asis ed è la VI missione del Camino Real, che idealmente unisce le missioni fondate da Junipero Serra). L’adiacente quartiere di Castro, noto soprattutto perchè è il quartiere gay di San Francisco, è una zona abbastanza ben tenuta e vivace con molti locali, spesso dalle inequivocabili frequentazioni.

Da qui percorrendo la "Scenic Drive 49 Mile", che è un itinerario e non una strada vera e propria (infatti sfrutta il tracciato di molte delle più spettacolari vie di San Francisco) inizia la ripida ascesa verso Twin Peaks, il gruppo di alte colline che sovrastano San Francisco a sud; una breve escursione che vale veramente la pena di essere effettuata, il panorama è amplissimo, quasi una vista a volo d’uccello sulla città e su gran parte della baia che appare veramente grandissima. Abbiamo aspettato il tramonto e l’accendersi delle luci di San Francisco, torturati da un vento gelido che trasportava velocissime le basse nuvole. Tornando siamo passati davanti all’Opera House ed abbiamo poi traversato il centralissimo, ma dall’inquietante fama, quartiere del Tenderloin.

 

 

 

 

6 Settembre – Martedì

California’s Central Coast: San Francisco – Morro Bay (550 Km)

Dopo aver lasciato l’albergo ci siamo diretti verso la US-101, la grande highway che incredibilmente traversa San Francisco sfruttando il percorso di due trafficate strade urbane (Lombard st e Van Nesse Av).

Procedendo verso sud abbiamo passato la Silicon Valley e la zona di Palo Alto, note per l’altissima concentrazione di industrie ed aziende ad alta tecnologia, qui la strada scorre tra moderni edifici con curati giardini ed in evidenza i marchi delle più note società del settore informatico; alla fine della penisola dove è edificata San Francisco abbiamo deviato sulla SR-1, che corre parallela alla costa.

Raggiunta Monterey ci siamo fermati nella zona della Old Town (si dice che Monterey sia la città con più storia della California), abbiamo parcheggiato la macchina di fronte alla Cotton Hall, l’edificio dove fu siglata la costituzione della California e dove tutto è stato lasciato come nel lontano 1849, compresi arredi, alcuni fogli di appunti le penne utilizzate per le firme dei 48 delegati. Sulla grande e curata piazza dove si trova la Cotton Hall, c’è anche un moderno edificio un po’ tetro, riparato alla vista da piante e muretti, che ospita la sede di una loggia massonica (chiaramente riconoscibile dai simboli come il compasso e dall’orientamento della costruzione).

Abbiamo seguito a piedi il percorso consigliato (denominato Path of history) raggiungendo in breve Larkin house, l’abitazione del console americano presso l’allora Messico, esempio molto bello di stile coloniale. Una stradina dove si possono vedere ancora delle piccole case costruite in adobe (mattoni cotti al sole caratteristici del sudamerica) porta alla casa dove visse Robert Louis Stevenson (l’autore di L’isola del tesoro) e poi alla cappella del Royal Presidio, l’edificio più antico della città (1794); ripresa l’auto siamo passati di fronte al California’s First Theatre, una costruzione incredibilmente piccola in mattoni e legno ad un piano con due finestre, la porta e una veranda sorretta da quattro pali. Usciti dalla Old Town si raggiunge Cannery row (nota fino agli anni ’40 come la principale località del mondo per l’inscatolamento del pesce), immortalata dal premio Nobel John Steinbeck nell’omonimo romanzo (scritto nel 1945, dove usurai, pescatori, ruffiani, giocatori ed emarginati di tutte le razze fraternizzano con un misterioso biologo marino).

Nella zona c’è anche il famoso acquario, che però non abbiamo avuto il tempo di visitare; una breve sosta per il pranzo e poi ci siamo diretti fuori città dove la penisola si fa più frastagliata ed inizia la mitica 17 Miles Drive nella zona di Pebble Beach.

La località era un’ampia proprietà privata acquistata da Samuel F.B. Morse (discendente dell’ideatore del famoso codice Morse) insieme al lussuoso Hotel Del Monte ed all’apprezzato campo da golf. Nel 1916 Morse decise di costruire uno dei campi da golf più spettacolari mai visti con "green" a strapiombo sul mare. Ancora oggi la zona è un comprensorio appartenente ai privati che abitano le stupende ville caratterizzate dall’originalità di ciascun edificio e dalle ampie superfici vetrate. 17 Miles Dr è una strada privata alla quale si accede pagando un pedaggio di 8 $ e che segue il percorso originale che circondava l’Hotel del Monte ed il primo campo da golf. Anche per il turista frettoloso i motivi di interesse paesaggistico sono molti: dal belvedere sulla baia di Monterey al lussuoso albergo sulla Spanish Bay, dai tre spettacolari campi da golf al fotogenico promontorio di "Lone Cypress", per finire con il suggestivo boschetto di alberi sbiancati dall’acqua salmastra di Ghost tree. In sostanza una bella zona, popolata da molti animali in libertà come cerbiatti, scoiattoli, leoni marini e lontre anche se il brutto tempo ha un po’ limitato il piacere della visita; questo però era soltanto "un antipasto" rispetto allo splendore della costa parallela alla SR-1.

Appena usciti dal comprensorio di Pebble Beach si raggiunge Carmel elegante cittadina dal costoso shopping di cui per alcuni anni Clint Eastwood è stato sindaco.

Per mantenere l’omogeneità architettonica di Carmel nulla viene trascurato, anche i distributori di benzina debbono essere in stile con la principale costruzione storica che è la Missione.

Il lungomare diviene sempre più spettacolare con l’innalzarsi della costa, che da altezze impressionanti sovrasta il mare pieno di scogli schiaffeggiati dalle onde oceaniche e spesso coperti da nebbia che brilla al sole; dopo Carmel esistono solo mare, rocce e la State-1, impossibile descrivere la bellezza del deserto costiero Big Sur e del parco Los Padres (denominato National Forest, ma di alberi non e n’è nemmeno uno), che per 200 Km si traversano percorrendo la strada strapiombante sulla frastagliatissima linea di costa. La strada è piuttosto pericolosa ed i limiti di velocità imposti dagli scarsi cartelli, per la prima volta ci sono sembrati decisamente troppo alti.

Dopo ore di solitudine e stupenda desolazione appare improvvisa una costruzione bianca che domina da un aspro colle la baia di San Simeon: è l’ Hearst’s Castle che da lontano sembra una cattedrale. La folle e lussuosissima costruzione (che ora è un museo) fu voluta dagli Hearst come residenza di famiglia; gli Hearst, arricchitisi grazie all’editoria e all’allevamento, balzarono agli onori della cronaca a metà degli anni ’70 a causa della lunga vicenda del rapimento (con controverse implicazioni politiche, terroristiche, sociali e psicologiche), di Patricia ad opera del SLA (Symbionese Liberation Army organizzazione terroristica alla quale poi Patricia aderì col nome di battaglia di Tania) conclusasi solamente nel 2001 col "perdono" da parte del presidente Clinton della ereditiera-ex terrorista.

Dopo San Simeon, il primo insediamento che si incontra venendo da Carmel, il lungomare diventa più piatto con grande spiagge, al largo delle quali enormi affioramenti di alghe smorzano l’impeto delle onde.

In breve, abbiamo raggiunto Morro Bay, caratterizzata da una isolata formazione rocciosa vulcanica "el Morro" (il naso) che chiude l’ingresso della baia e viene denominata la "Gibilterra del Pacifico". Con un’altitudine di quasi 300 metri, impone la sua mole sul porticciolo dalla vecchia e caratteristica atmosfera; ora è un’area protetta per la presenza di molti animali tra cui il falco pellegrino, ma le grandissime ed assurde ciminiere proprio di fronte creano un contrasto incomprensibile.

Abbiamo trovato senza difficoltà due camere all’economico e discreto 6 Motel proprio all’ingresso di Morro Bay, poi siamo andati a cena in uno dei caratteristici locali in stile marinaro sul bel molo di legno.

 

 

 

 

7 Settembre – Mercoledì

 

California’s Central Coast: Morro Bay-Los Angeles (350 Km)

Partenza per Los Angeles percorrendo un breve tratto della SR-1 per poi allontanarci un po’ dalla costa e riprendere la US-101 verso sud.

Per gli amanti degli spazi aperti e dei lunghi viaggi on the road, questa strada è un mito; da un lato si infrange l’oceano, dall’altro si susseguono foreste di conifere, praterie e deserto.

La costruzione della US-101 (detta Redwood Highway, autostrada delle sequoie) è iniziata nel 1926 e percorre la costa da Olympia (stato di Washington) all’estremo nord ovest degli USA, fino a Los Angeles. In California si sovrappone per gran parte all’originale "Camino Real" (più spesso riportato sulle odierne carte come "El Camino"), che alla fine del 1700 era un sentiero tracciato dal conquistatore spagnolo Juan Gaspar de Portola e che il francescano Junipero Serra aveva sviluppato per unire le missioni cattoliche.

Ora la US-101 rappresenta parte della dorsale nord-sud del sistema viario dell’intero continente americano nota come Carretera Panamericana/Panamerican Highway che collega l’Alaska con il Cile (anche se in USA ed in Canada la denominazione non è ufficiale).

Due ore di viaggio e siamo arrivati a Santa Barbara, famosa cittadina dall’elegante architettura coloniale mantenuta grazie a severe norme edilizie ed una vera e propria selezione dei nuovi residenti. Le colline che sembrano formare un grande anfiteatro, si affacciano sulla baia punteggiate da ville bianche dai tetti rossi; il lungo molo (Stearns Wharf uno dei più antichi della California), le grandi spiagge orlate di alte di palme e prati verdissimi danno un aspetto omogeneo alle tante località marine della costa californiana. La missione di Santa Barbara è sicuramente una delle più belle tra quelle incontrate (alcune strutture, come la lavanderia e la fontana esterna risalgono alle origini, mentre a causa dei terremoti la chiesa è stata ricostruita più volte), si trova nella parte alta della città oltre il Presidio. In origine la zona era abitata dagli indiani Chumash, tra i primi ad accettare la religione cristiana ed unici abili navigatori tra i nativi americani.

Ripartiti verso Malibu, nota per i 30 chilometri di coste sabbiose e per essere uno dei quartieri residenziali inclusi nella contea di Los Angeles residenza di molti personaggi dello spettacolo, ci siamo fermati per pranzo prima di arrivare al nostro albergo di Los Angeles. Siamo tornati al Crowne Plaza Beverly Hills, ma stavolta la stanza aveva una spettacolare parete vetrata verso downtown dove ben visibili svettavano i grattacieli ambientazione di molti film (tra tutti l’immaginaria sede del Daily Planet di Superman della città di Metropolis) .

Poggiate le valigie ci siamo diretti subito a Rodeo Drive dove i lussuosissimi negozi chiudono alle 5 del pomeriggio (Victoria’s Secret e pochi altri alle 7); in poche decine di metri di strada ordinata, pulita ed opulenta si trovano concentrati tutti i marchi più famosi della moda internazionale (soprattutto italiana e francese) ed alcuni negozi offrono la consegna a domicilio con lucidissime Rolls Royce. Le auto parcheggiate sembrano selezionate per un film da sogno e all’incrocio tra Rodeo Drive e Wilshire Blvd si trova il Regent Beverly, l’albergo dove è ambientato "Pretty Woman" (in stile rinascimentale italiano appare decisamente migliore sul grande schermo che dal vivo). Beverly Drive la sera è piuttosto spopolata, per cena ci siamo fermati al RJS, buon locale con prezzi accettabili simile ad un pub ma con ottimi piatti di pesce.

 

 

8-9 Settembre – Giovedì-Venerdì

 

Los Angeles – Roma

Abbiamo lasciato l’albergo piuttosto presto per immergerci nel caotico traffico di un giorno lavorativo di Los Angeles, diretti verso l’aeroporto; il nostro volo sarebbe partito alle 10:50. Ancora ci ha colpito il contrasto tra zone degradate ed "inquietanti" affiancate senza logica a lussuose strade ed eleganti comprensori. Con qualche difficoltà in più rispetto all’arrivo abbiamo raggiunto l’aeroporto (non contate sulla segnaletica stradale, il primo cartello che indica l’aeroporto è praticamente sulla pista di decollo!) e lasciato l’auto con la consueta rapidità ed efficienza dei noleggi USA. E’ così iniziata la lunga sequenza di controlli prima di entrare nell’area degli imbarchi; la prima parte del volo L.A. – Cincinnati (Ohio) ci ha offerto la vista della costa e dei grandi canali di L.A. che sboccano in mare, poi l’attraversamento dei deserti dell’ovest, spettacolari anche dall’alto; quando ci siamo riaffacciati agli oblò ci avvicinavamo a Cincinnati tra il verde di coltivazioni e boschi e l’azzurro del grande fiume Ohio. Il lungo volo intercontinentale è stato piuttosto movimentato dal maltempo, che ci ha anche imposto la rotta più settentrionale (Labrador-Irlanda) anche se l’arrivo (la mattina del giorno successivo) è stato puntuale.

 

Un ringraziamento particolare a Dario per la concessione del racconto

 

 Per altri racconti e foto http://utenti.lycos.it/dario_cima/

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