USA SOUTH WEST ON THE ROAD 2005
Ecco qui il mio diario sul viaggio nel Sud-Ovest
degli States nell'agosto del 2005.
Prologo
Sconfinate distese di silenzio interrotte da immense
metropoli così diversamente uguali tra di loro. E' stato
questo lo sfondo che, per 17 giorni, ci ha accompagnato
in questa incredibile ed entusiasmante avventura. Sarà
un compito arduo , se non impossibile , tradurre su un
pezzo di carta le sensazioni provate , la progressiva
scoperta di luoghi remoti dall'incredibile bellezza ,
quel senso di libertà che solo questo angolo della terra
riesce a trasmetterti ; miglia dopo miglia , ti rendi
conto che la vacanza si sta trasformando in un sogno.
Alessandro , Elena , Eleonora e Luca.
Itinerario
1. MILANO - LOS ANGELES , Lunedì 01 Agosto 2005
2. LOS ANGELES , Martedì 02 Agosto 2005
Hollywood - Beverly Hills - Universal Studios
3. LOS ANGELES - LAS VEGAS, Mercoledì 03 Agosto 2005
Newport Beach (O.C.) - Kelso Dunes - The Strip (Las
Vegas)
4. LAS VEGAS - WILLIAMS, Giovedì 04 Agosto 2005
Hoover Dam - Route 66 - Grand Canyon
5. WILLIAMS - PAGE, Venerdì 05 Agosto 2005
Horseshoe Bend - Lake Powell
6. PAGE - BLANDING, Sabato 06 Agosto 2005
Monument Valley - Goosenecks S.P. - Valley of the Gods
7. BLANDING - MOAB, Domenica 07 Agosto 2005
Canyolands N.P. - Dead Horse Point S.P. - Arches N.P.
8. MOAB - TORREY, Lunedì 08 Agosto 2005
Sego Canyon , Sego Ghosttown , Goblin Valley S.P. ,
Capitol Reef N.P.
9. TORREY - PANGUITCH, Martedì 09 Agosto 2005
Devil's Garden (Hole in the Rock Road) , Bryce Canyon
10. PANGUITCH - LAS VEGAS, Mercoledì 10 Agosto 2005
Zion National Park
11. LAS VEGAS, Giovedì 11 Agosto 2005
Las Vegas
12. LAS VEGAS - MAMMOTH LAKES, Venerdì 12 Ago. 2005
Death Valley N.P.
13. MAMMOTH LAKES - SAN FRANCISCO , Sabato 13 Ago. 2005
Yosemite N.P.
14. SAN FRANCISCO , Domenica 14 Agosto 2005
Chinatown , Lombard St. , Fisherman's Wharf , Golden
Gate Bridge , Alcatraz
15. SAN FRANCISCO - PISMO BEACH , Lunedì 15 Agosto 2005
CA-1
16. PISMO BEACH - LOS ANGELES , Martedì 16 Agosto 2005
CA-1 , Santa Barbara , Malibu , Santa Monica
17. LOS ANGELES - MILANO , Mercoledì 17 Agosto 2005
Giorno 1 - Lunedì 1 Agosto 2005
Ore 6,30 , apro gli occhi. Se fosse stato un giorno
normale , l'ennesimo giorno normale , con tutta
probabilità mi sarei girato dall'altra parte e avrei
continuato a dormire ancora per qualche minuto.
Ma non è un giorno normale.
C'è un aereo con destinazione USA che ci stava
aspettando all'aeroporto di Malpensa. Prima a Zurigo ,
poi a New York e infine Los Angeles , il punto di
partenza della nostra avventura on the road. Ritirati i
bagagli ci rechiamo all'Alamo per ritirare la nostra
auto prenotata dall'Italia attraverso un'agenzia
irlandese. Ci propongono un upgrade al SUV ad un prezzo
conveniente che noi ovviamente accettiamo. Dopo pochi
metri arriviamo in un parcheggio pieno di questi
bestioni , si avvicina l'addetto dell'Alamo , controlla
il contratto , e dice : “ Prendete quella che volete"
Wow!. Optiamo per un Gran Cherokee Blu scuro , nuovo di
zecca , con DVD player , ABS , airbag , cruise control ,
ovviamente con cambio automatico e un baule in cui
abbiamo sistemato facilmente le nostre valige.
Ormai è tarda sera , quindi cerchiamo il nostro Motel 6
, anch'esso prenotato dall'Italia, poi una breve cena
take-away dal Mc e tutti a dormire.
Giorno 2 - Martedì 2 Agosto 2005
Ci svegliamo presto, troppo presto, il fuso orario si fa
sentire. Verso le 8 usciamo per affrontare la prima
giornata del viaggio e ci dirigiamo spediti verso
Beverly Hills, Hollywood, Sunset Blvd e Rodeo Drive.
Fatta l'inevitabile ma scorrevole coda nel groviglio
delle highway di LA, arriviamo sulla lussuosa Rodeo
Drive. Facciamo colazione e incominciamo a girovagare
per i negozi “italiani" di Rodeo Drive fino a
raggiungere il cuore di Hollywood con le famose stelle
di bronzo sulla Hollywood Boulevard, il Chinese Theatre,
la leggendaria scritta HOLLYWOOD sulla collina di LA e
il Kodak Theatre , sede della notte degli Oscar.
Il tutto ci porta via qualche ora e a metà pomeriggio ci
ributtiamo nel traffico per raggiungere la carinissima
Santa Monica, dove avvistiamo all'altro lato della
strada l'attore Matthew Perry, il Chandler di Friends.
Dopo una cena a base di pizza e una breve camminata
attraverso le illuminate vie di Santa Monica torniamo al
nostro Motel 6 a Bellflower che a fine vacanza risulterà
l'unico alloggio poco raccomandabile.
Giorno 3 - Mercoledì 3 Agosto 2005
Ci svegliamo di buon'ora e ci buttiamo nel traffico di
LA lasciandoci alle spalle il nostro Motel 6 senza alcun
rimpianto. Ci dirigiamo verso Newport Beach per visitare
la città in cui è ambientato il famoso telefilm “The
O.C." dove passeggiamo sul classico lungomare,
delimitato sulla destra da graziose casette in legno e
sulla sinistra dalle splendide spiagge californiane.
Tornati in macchina ci fermiamo da Dennys dove
consumiamo la colazione più abbondante della nostra vita
per una cifra irrisoria.
Riprendiamo l'highway e dopo meno di un'ora il paesaggio
cittadino e caotico della metropoli si trasforma nel più
spettacolare deserto del Mojave National Preserve. Dopo
aver evitato con cura la visita della ghost town di
Calico, definita dal nostro guru, Marco, “una città
fantasma finta come i capelli di Baudo e che è solo una
misera trappola per turisti" e una doverosa sosta a
Barstow, per il primo assaggio di shopping nei
convenientissimi outlet americani , ci addentriamo,
finalmente, nel Mojave Desert, prendendo l'unica strada
che porta verso sud da Baker, un piccolo centro, in
pieno deserto, tutto raccolto intorno alla Main Street e
in cui curiosamente svetta un enorme termometro che
indica le roventi temperature della zona.
Ci accoglie un inquietante cartello che ci avverte che
stavamo entrando in un area dimenticata da Dio, senza
servizi di alcun genere e senza copertura telefonica.
Ottimo. Dietro di noi ci lasciamo alle spalle una lingua
di cemento continuamente divorata dalla sabbia e dal
vento, una striscia nera che ci stava portando nelle
viscere di una delle zone più inospitali della pianeta.
Addentrandoci in una distesa piatta e riarsa, superiamo
il Soda Dry Lake e avvistiamo in lontananza alcuni coni
vulcanici spenti (i Cinder Cones) e puntiamo dritti
verso il nostro obbiettivo: ovvero le Kelso Dunes e la
vera ghost town di Kelso. Purtroppo, parallelamente alla
nostro SUV, correvano dei poco simpatici nuvoloni neri
attraversati qua e la da qualche fulmine e sembrava
proprio che nulla al mondo poteva fargli cambiare rotta
per non incontrare la nostra macchina.
Arrivati proprio al limite del nubifragio avvistiamo da
lontano, direi molto lontano, le Kelso Dunes e dopo
l'ennesimo sguardo preoccupato verso il temporale,
decidiamo democraticamente di tornare indietro alla
svelta ripercorrendo le miglia macinate, modificando
così il nostro itinerario pianificato ma confortati dal
fatto che avremmo incontrato altre vere ghost town nei
giorni successivi. Le Kelso Dunes sono anche famose per
essere state la location di alcune scene del primo
episodio di Star Wars e si dice, addirittura, che ci
siano ancora scenografie e macchinari vari lasciati sul
posto dalla produzione. A voi scoprirlo.
Lasciamo il Mojave Desert e prendiamo la I-15 che ci
porterà dritti (è proprio il caso di dirlo!) a Las
Vegas. A pomeriggio inoltrato vediamo una palla di
cemento che si erge in mezzo al nulla e non vediamo
l'ora di buttarci nel caos della città dove quasi tutto
è concesso e l'eccesso diventa normale. Prendiamo le
nostre camere prenotate dall'Italia al fiabesco
Excalibur, 2 suite con Jacuzi (eh si, a Las Vegas si va
una volta nella vita e ci si può concedere qualche lusso
no?) e ci buttiamo nel maniaco mondo delle slot machine
e del gioco d'azzardo. Dopo aver investito, e
naturalmente perso, l'astronomica cifra di circa 15$ a
testa ci concediamo un meritato e rilassante
idromassaggio. Ci avevano detto che una delle
caratteristiche di Las Vegas sono i buffet dei
Casinò/Hotel, dove con circa 15$ / 20$ si mangiava e
beveva a volontà : si, tutto ciò corrisponde a verità ,
ci mancava solo che incluso nel prezzo ci fosse anche il
Malox! Dopo un'abbuffata così, ci vuole una bella
camminata: e quale strada si più addice a tale scopo se
non la famosa “Strip" di Las Vegas? Bene, le successive
ore le abbiamo passate nell'entrare e uscire dagli
infiniti e sconfinati hotel/casinò che illuminano a
giorno ogni notte del deserto del Nevada. Nella parte
meridionale, meritano una nota di merito il New York New
York, dove è possibile fare un bel giro sulle montagne
russe costruite in mezzo all'Hotel (12$ a giro), il
Luxor, l'Excalibur e i più lussuosi Paris e Bellagio.
Stanchi, ma molto soddisfanti della giornata, torniamo
alle nostre dimore arrendendoci al sonno in qualche
nanosecondo.
Giorno 4 - Giovedì 4 Agosto 2005
Ci alziamo di prima mattina e dopo una leggera colazione
ci lasciamo alle spalle la pazza Las Vegas dirigendoci
verso l'Arizona.
Dopo poche miglia sulla 515 entriamo nella Lake Mead
National Recreational Area che si sviluppa sulle sponde
del Lake Mead e in lontananza possiamo ammirare le sue
splendide spiagge. La prima sosta della giornata è alla
Hoover Dam, la magnifica e imponente diga artificiale
costruita sul confine tra il Nevada e l'Arizona.
Scattate le foto di rito imbocchiamo la 93 e, circondati
dal suggestivo scenario delle Black Mountains,
raggiungiamo Kingman dove prendiamo la deviazione per
percorrere uno dei pochi tratti originali ancora
esistenti della mitica Route 66. Il paesaggio è
veramente suggestivo, la Route 66 è una rotaia di
cemento in mezzo al niente e dopo gli sfarzi di Las
Vegas ci sembra di essere tornati indietro di un secolo.
Attraversiamo piccolissimi centri abitati dimenticati
dal mondo, tra cui Peach Springs, in piena riserva
Hualalapai dove nelle vicinanze parte la deviazione per
la 18, una strada che porta nella riserva degli indiani
Havasupai. Per ragioni di tempo decidiamo di proseguire
fino a Seligman, una città che conserva ancora alcuni
aspetti originali degli anni '40 e '50, con lo storico
Motel 66 in cui alloggiavano gli attori di Hollywood che
si recavano da queste parti per girare i film. La
piccola cittadina ci piace molto e considerata l'ora di
pranzo, decidiamo di fermarci a mangiare in un locale
caratteristico posto di fronte al Motel 66.
Lasciamo Seligman e la Route 66 prendendo la I-40 East
per raggiungere quella meraviglia della natura che porta
il nome di Grand Canyon National Park. Arrivati a
Williams prendiamo la 64 North che ci porta dritti fino
a Mother Point, luogo del nostro primo indimenticabile
incontro con il Grand Canyon. Lo spettacolo che si ha
sotto gli occhi è qualcosa di inimmaginabile, di una
straordinaria bellezza che per alcuni interminabili
minuti ti impedisce di parlare, di respirare e di notare
tutto ciò che non sia quell'incredibile miracolo della
natura. Scambiandoci alcuni sguardi increduli ci
chiediamo sotto voce come diavolo si fosse formato una
roba del genere. Lasciamo la macchina nei vasti
parcheggi del visitor center dove, considerato che ormai
era prossimo il tramonto, chiediamo indicazioni sul
posto migliore per ammirarlo. Prendiamo lo shuttle
gratuito (in Italia quanto lo avrebbero fatto pagare?)
che accompagna i turisti alla scoperta dei diversi view
point del parco e scendiamo all'Hopi Point insieme ad
altri numerosi turisti. Purtroppo il tempo non è dei
migliori, il cielo coperto e la minaccia di pioggia non
erano certo le condizioni ideali per goderci a pieno lo
spettacolo del tramonto sul Grand Canyon che, tutto
sommato, è stato piacevole. Risaliamo sullo shuttle e
sulla via del ritorno alla macchina decidiamo
all'unanimità di tornarci il mattino seguente, sperando
in condizioni metereologiche migliori e modificando così
il nostro itinerario pianificato.
Appena fuori del parco ci fermiamo per una pizza veloce
da Pizza Hut (stategli alla larga!) per poi tornare
verso Williams dove arriviamo verso le 23 incominciando
la ricerca di due camere per dormire. Con nostro grande
stupore i due Motel 6 della cittadina erano “NO VACANCY",
costringendoci così a ripiegare su un non bellissimo (ma
economicissimo!) Budget Inn. Intorno alla mezzanotte ci
addormentiamo con ancora negli occhi quell'infinita
vista dell'incantevole Grand Canyon National Park.
Giorno 5 - Venerdì 5 Agosto 2005
Anche oggi la sveglia suona di prima mattina e scopriamo
con soddisfazione che il cielo è sereno e sgombro da
nubi. Con il caffà© bollente nell'apposito alloggio,
ripercorriamo per la terza volta in poche ore la 64 che
ci riporta al Grand Canyon Villane, dove prendiamo lo
shuttle “rosso" e ammiriamo Maricopa Point, Hopi Point e
il Mohave Point. Con il cielo sereno lo spettacolo è
ancora più incredibile e meraviglioso, ancora una volta
restiamo affascinati davanti a quel capolavoro della
natura sempre più convinti di aver fatto la scelta
giusta nel modificare l'itinerario prestabilito.
Torniamo al Grand Canyon Village dove risaliamo in
macchina per percorrere la Desert View Drive, la strada
che costeggia la parte orientale del South Rim e che
porta fino al Deset View Point. Anche quest'ultimo punto
di osservazione si rivela molto suggestivo e, come gli
altri, è riesciuto a darci quella sensazione di libertà
che pochi posti al mondo riescono a fare.
Usciamo dal Grand Canyon National Park con la speranza
di tornarci almeno un'altra volta nella vita e magari
riuscire ad avere più tempo per addentrarsi nelle sue
viscere attraverso i numerosi trail che partono dal
South Rim. Percorriamo tutta la 64 East fino al raccordo
con l'89 North, il nostro portale d'ingresso nella
sterminata riserva dei Navajo, o Dineh nel loro idioma,
un luogo nel quale si incontrano piccolissimi e sperduti
centri abitati , composti a volte, ancora dalle
tradizionali case navajo di fango e legno, gli hogan.
Una annotazione importante: la nazione Navajo rispetta
il Daylight Saving Time, cioè l'equivalente della nostra
ora legale, ma in tutto il resto dell'Arizona e dello
Utah, l'ora legale non c'è. Questo vuol dire che quando
si entra in questa zona bisogna spostare in avanti
l'orologio in un'ora. Percorrendo l'89 ammiriamo lo
splendido paesaggio che sorge al di là dei finestrini
della nostra auto, uno spaccato di un territorio tanto
dilaniato da contraddizioni sociali quanto benedetto da
bellezze naturali incomparabili.
Un miglio prima di Page svoltiamo a sinistra su una
strada sterrata, seguendo il cartello che ci indica la
direzione per l'Horseshoe Bend. Dopo pochi minuti
lasciamo la macchina negli appositi parcheggi e
prendiamo un breve sentiero che in poco tempo ci porta
alla scoperta di un luogo tanto meraviglioso quanto
inaspettato; il fiume Colorado disegna un collo d'oca
nella roccia viva qualche centinaia di metri al di sotto
dei nostri piedi e affacciandoci con prudenza allo
spettacolare strapiombo restiamo ancora una volta
ipnotizzati senza proferire alcuna parola ammirando per
l'ennesima volta un capolavoro di luci e colori. Se
passate da queste parti sarebbe un delitto non fermarsi
a visitarlo, un luogo di questo genere entra di diritto
nella ristretta lista delle cose che non si scordano
mai.
Torniamo alla macchina e decidiamo di andare a Page per
prendere le camere per passare la notte. Puntiamo senza
esitazioni sul fidato Motel 6 dove troviamo
tranquillamente posto e dopo una breve rinfrescata
imbocchiamo l'89 South per raggiungere l'Antelope
Canyon. Arriviamo all'ingresso del canyon e un addetto
sconsolato ci dice che l'ultimo tour della giornata è
partito da 5 minuti e ci consiglia di tornare la mattina
seguente. Dopo un rapido sguardo all'itinerario capiamo
quasi subito che le possibilità di tornare il giorno
dopo erano davvero poche se non quasi nulle, in quanto
le prossime tappe erano molte impegnative e piene di
luoghi da non perdere. Mordendoci le dita (per non dire
altro!!!) ci rassegniamo al fatto di aver perso un posto
davvero unico e bello, col senno di poi avremmo dovuto
puntare subito sul canyon senza preoccuparci delle
camere considerando l'enorme disponibilità nella zona.
Riprendiamo l'89 North un po' sconsolati decidendo di
tornare in albergo per riposare e smaltire la delusione
prima di andare alla vicina Wahweap Marina sul Lake
Powell.
Dopo una bella doccia rigenerante, usciamo dal Motel
verso le 18,30 godendoci un magnifico tramonto sulle
azzurre acque cristalline del Lake Powell. Superiamo il
visitor center sorto proprio sul ponte della diga, una
struttura davvero imponente e principale artefice della
nascita di questo meraviglioso lago. Dopo pochi minuti
entriamo a Wahweap Marina, l'ingresso principale di Lake
Powell dove osserviamo le numerose house boat
ormeggiate.
Ceniamo in riva al lago con una buona ed enorme pizza e
verso le 22 torniamo a Page, al nostro ottimo Motel 6
per il meritato riposo con la consapevolezza di aver
visto posti stupendi e il rammarico di aver perso la
possibilità di visitare qualcosa di unico. Almeno per
questo viaggio! la promessa è di ritornarci un giorno,
non so quando e in quale anno, ma ci torneremo, è solo
questione di tempo.
Giorno 6 - Sabato 6 Agosto 2005
Come di consueto ci svegliamo presto, soprattutto oggi
che abbiamo in programma una tappa molto impegnativa che
prevede molti luoghi da visitare, senza dimenticare però
che guadagneremo un'ora quando entreremo nello Utah per
le ragioni descritte nella tappa precedente. Lasciamo
Page e imbocchiamo la 98 e tiriamo dritti fino alla
congiunzione con la 160, passando per Kaibito, un
piccolo centro Navajo di cui era originaria la ragazza
navajo che, mentre portava il gregge di pecore al
pascolo, scoprì casualmente l'Antelope Canyon. Noi
purtroppo, casualmente, non l'abbiamo nè scoperto nè
visitato e questo mi fa ancora bollire di rabbia! La 98
è una strada di circa sessanta miglia in mezzo al
niente, in piena riserva navajo circondata dalle mesas e
dalla vegetazione brulla dove incrociare una macchina è
paragonabile alla scoperta di un oasi in mezzo al
deserto. Giunti sulla 160 il traffico aumenta
inevitabilmente e poco prima di arrivare a Kayenta
troviamo le indicazioni per il Navajo National Monument,
un parco nazionale che ha delle rovine Ansazi molto
suggestive, ma che possono essere visitate solo se
accompagnati da un ranger e i tour partono ad orari
fissi il che rende impossibile la nostra visita per ovvi
motivi di tempo.
Raggiunta Kayenta, una vera e propria cittadina indiana
con motel e ristoranti, seguiamo le chiare indicazioni
per la Monument Valley seguendo per la 163: sicuramente
questa non è la strada più “panoramica" per arrivare al
parco tribale, è molto più suggestiva quella che arriva
da nord, dallo Utah e da Mexican Hat, ma appena superato
Agathla Peak (anche conosciuto come El Captain) lo
spettacolo è comunque impareggiabile. L'avvicinamento
alla Monument Valley è una lenta e progressiva scoperta,
da quando cominciano ad apparire i primi mittens, prima
lontani e poi sempre più vicini, fino a distinguere
chiaramente le formazioni rocciose che caratterizzano
questa valle incantata e che la rendono un luogo unico
al mondo. Finalmente arriviamo alla deviazione che ci
porta all'interno del parco tribale e al Visitor Center,
dove, dopo aver acquistiamo il biglietto di entrata,
iniziamo la nostra avventura lungo la strada sterrata di
17 miglia che circumnaviga le formazioni rocciose più
suggestive e i punti panoramici mozzafiato di questo
luogo fatato.
La sterrata è molto polverosa e con numerose buche ma il
nostro Grand Cherokee si comporta benissimo
giustificando così la scelta di spendere qualche soldino
in più. Ammiriamo da vicino i meravigliosi Left Mitten,
Right Mitten e Merrick Butte, scopriamo l'incredibili e
divertenti Elephant Butte e Camel Butte, la stranissima
formazione rocciosa Three Sisters e molte altre opere
d'arte della natura. L'atmosfera che si respira in
questa terra è qualcosa di magico, di antico, è come
tornare indietro nel tempo, catapultati nell'assoluta
libertà , con le ombre lunghe della sua gente, che al
tramonto, in sella al proprio cavallo, sembrano
osservarti con quello sguardo alto e fiero, quasi
severo, che appartiene solo a coloro che sanno di essere
nella terra che amano con la certezza che niente e
nessuno al mondo riuscirà a portarglielo via. Ed è quasi
un peccato che tutte queste macchine intacchino questo
luogo così denso di mistero e di storia, penso a quanto
sarebbe magnifico poter restare solo, spiato dal vento e
dal pallido sole del tramonto, e magari, da quell'uomo a
cavallo che ti osserva con sospetto e si chiede il
motivo che mi ha spinto nella sua terra augurandosi che
l'abbandoni il prima possibile e forse, sarebbe giusto
così. Certi luoghi avrebbero il diritto di appartenere e
di essere vissuti solo a chi è cresciuto con loro, per
non intaccarne e disperdere quella magia che li
circonda.
Usciamo da questo mondo ancora una volta contenti e
soddisfatti dello spettacolo ammirato, e riprendiamo la
163 in direzione di Mexican Hat, un piccolo centro
abitato reso famoso dalla sua formazione rocciosa a
forma di cappello messicano. Svoltiamo sulla 261 e poi
sulla 316, il raccordo per raggiungere il Goosenecks
State Park, un viewpoint molto suggestivo in un punto in
cui il San Juan River serpeggia tra alcune mesas, è come
vedere una serie di Horseshoe Bend uno dietro l'altro, è
veramente una vista da non perdere.
Ritorniamo sulla 261 e poco dopo svoltiamo a destra
prendendo una sterrata che si insinua per la Valley of
the Gods, una specie di Monument Valley in miniatura,
con delle formazioni rocciose che ovviamente sono meno
suggestive rispetto a quelle che abbiamo visto poche ore
prima ma, al contrario del parco tribale, siamo in piena
solitudine e per tutto il tragitto, quasi un'ora, non
incrociamo anima viva, regalandoci quel senso di libertà
e nello stesso tempo di inquietudine. Quando sbuchiamo
all'estremità opposta della Valley of the Gods, dentro
di me combattono il sollievo di essere usciti “incolumi"
dalla valle e il rammarico di non essere più nella sua
tranquillità . Torniamo su una strada asfaltata con il
dilemma se prendere in direzione ovest o est non vedendo
cartelli che indicavano quale strada fosse. Estraiamo a
sorte di andare verso ovest e dopo alcune miglia, come
succede sempre in questi casi, ci accorgiamo di essere
sulla 95 e che stiamo andando immancabilmente nella
direzione opposta. Questo ci fa perdere un po' di tempo
e ci allontana da altri due luoghi inclusi nella lista
della tappa di oggi: il Muley Point e il Mule Canyon
.
Comunque sazi di quello che abbiamo visto, decidiamo di
avviarci verso Blanding, dove abbiamo previsto il
pernottamento. Una volta raggiunto il raccordo con la
163, ci dirigiamo in direzione nord ed in poco tempo
arriviamo a Blanding. Prendiamo due stanze nell'ottimo
Super8 e ceniamo in una steak house poco distante dal
motel dove mangiamo dell'ottima carne a poco prezzo
concludendo nel migliore dei modi una fantastica
giornata.
Giorno 7 - Domenica 7 Agosto 2005
La tappa di oggi ci porta nel cuore pulsante della
canyon country, una zona del Plateau in cui sono
concentrati tre parchi, due nazionali e uno statale, di
magnificente bellezza: Arches N.P., Canyolands N.P.,
Dead Horse Point State Park. Lasciamo Blanding verso le
9.30 e dopo un'ora e mezza di guida sulla 191 arriviamo
a Moab, dove passeremo la notte. Essendo troppo presto
per il check-in decidiamo di proseguire verso Canyonalds
National Park, un parco diviso in tre distretti: Island
in the Sky, The Needles e The Maze. La porta d'ingresso
per The Needles è vicino a Monticello, cittadina sulla
191 subito dopo Blanding, ed è un distretto che, per
poter accedere ai luoghi più suggestivi, deve essere
visitato o con una 4wd oppure facendo lunghi tratti a
piedi. The Maze, invece, è raggiungibile solo attraverso
una lunga e impervia sterrata che parte da Green River;
è un'area remota, solitaria e pericolosa, un labirinto
di canyon (maze) tuttora non del tutto esplorati
completamente. Per ovvie ragioni di tempo ci
concentriamo sul distretto di Island in the Sky, un'area
nelle vicinanze di Moab composta essenzialmente da punti
panoramici che si affacciano sullo sterminato e
affascinante territorio circostante, quindi visitabile
con relativa facilità e velocità .
Poco dopo Moab svoltiamo sulla 313 che ci porta
direttamente all'interno di Island in the Sky. Il primo
viewpoint che ammiriamo è Mesa Arch, un magnifico arco
naturale che incornicia una serie di canyon che
rincorrono l'orizzonte, un paesaggio di un'imponente
bellezza e maestosità che certamente resterà scolpito
nei ricordi di tutti coloro che almeno una volta nella
vita hanno provato questa esperienza. Torniamo in
macchina e ci dirigiamo al secondo viewpoint della
giornata, il Green River Overlook; osserviamo in
lontananza il lento scorrere del Green River , il fiume
che con il suo moto perpetuo ha scolpito questa terra,
creando il capolavoro che abbiamo davanti ai nostri
occhi. Identica magia per il Grand View Point Overlook,
il viewpoint successivo dove la sensazione di maestosità
e di grandezza è addirittura amplificata. Island in the
Sky è veramente una serie di piacevoli scoperte, ogni
suo punto panoramico riesce a lasciarti senza fiato,
quindi se siete da queste parti, una visita è d'obbligo!
Lasciamo il parco nazionale e sulla via del ritorno ci
fermiamo al Dead Horse Point State Park, così chiamato
perchè secondo la leggenda il parco un tempo fungeva da
recinto naturale per i cavalli selvaggi e un gruppo di
questi fu una volta lasciato in questo luogo arido, a
morire di sete proprio al di sopra del fiume Colorado.
Le vedute del fiume Colorado e il labirinto di canyon
che si godono dal viewpoint sono davvero
indimenticabili.
Ci lasciamo alle spalle Island in the Sky e il Dead
Horse Point, tornando verso Moab per pranzare e prendere
due camere per la notte. Puntiamo dritti senza
esitazioni al Motel 6 dove troviamo tranquillamente
posto e ci diamo una velocissima rinfrescata. Pranziamo
al vicino Dennys e decidiamo di riposare un'oretta in
motel prima di dedicarci all'ultimo parco di oggi:
Arches N.P.
Intorno alle quattro del pomeriggio lasciamo il motel e
dopo pochi minuti arriviamo al visitor center di Arches.
Arches è un parco unico al mondo, caratterizzato da
alcune formazioni geologiche che disegnano enormi archi
naturali che si spalancano sotto il cielo azzurrissimo
del Plateau. Anche questo parco si rivela magnifico,
pieno di vere e proprie sculture di roccia create dal
vento, dalla pioggia e dal lento scorrere degli anni,
delle vere e proprie opere d'arte. Visitaimo Balanced
Rock e la Windows Section con il magnifico ed imponente
Double Arch, il Turret Arch, North e South Windows. Dopo
di che ci dirigiamo verso il Delicate Arch e decidiamo
di ammirarlo da lontano senza percorrere l'impegnativo e
faticoso trail di 3 miglia che porta alle pendici
dell'arco più famoso del mondo e simbolo dello Utah (se
non tornerò ad Arches, rimpiangerò per tutta la vita
questa scelta....) . Optiamo per il meno faticoso trail
che ci porta all'interno del Devil's Garden dove ci
gustiamo il Landscape Arch, una curva di arenaria lunga
più di 91 metri, forse il più grande arco naturale del
mondo.
Verso le 20 lasciamo il parco e torniamo al nostro Motel
6 a Moab. Dopo una bella doccia rigenerante ceniamo a
base di cibo messicano in un locale sulla main street e
visitiamo la galleria fotografica di Tom Till, uno dei
fotografi di paesaggio più bravi e famosi del Plateau.
Se siete a Moab vi consiglio vivamente di farci un
salto, ne vale veramente la pena, ci sono delle stampe
magnifiche!
E anche questa giornata è giunta al termine, stanchi ma
veramente felici e soddisfatti ci abbandoniamo ai nostri
letti, ma impazienti di proseguire il nostro viaggio per
scoprire altri meravigliosi luoghi.
Giorno 8 - Lunedì 8 Agosto 2005
L'itinerario di questa giornata prevede la visita di due
luoghi molto suggestivi quanto poco frequentati dal
turismo di massa, anche se la diffusione delle notizie
sulla Rete ha ovviamente incrementato sensibilmente il
numero di visitatori che ogni anno si recano a visitare
questi luoghi, il Goblin Valley State Park e Capitol
Reef National Park.
Lasciamo di prima mattina la bellissima Moab,
dirigendoci a nord sulla 191, in direzione della I-70,
un'autostrada ad alto scorrimento. Giunti al raccordo
con l'highway, deviamo in direzione Est dirigendoci
verso il cuore di un piccolo canyon, il Sego Canyon, al
cui interno ci sono i più suggestivi petroglifici
dell'intero Plateau. Usciamo dall'autostrada all'uscita
183, all'altezza di Thompson e seguiamo un piccola
strada che attraversa questo piccolissimo centro abitato
e dopo circa 3 miglia e ½ raggiungiamo i petroglifici,
un'antica arte rupestre. Proseguiamo oltre per circa ½
miglio prendendo una strada sterrata ben tenuta che
porta alla ghost town di Sego, una vera città fantasma,
un tempo sorta intorno alla miniera della zona. Ci
accoglie un luogo spettrale e misterioso reso ancora più
tale dell'antico cimitero alle porte della città con
alcune tombe ancora ben conservate. Girovaghiamo per i
resti di un edificio che un tempo doveva essere popolato
dai minatori della zona, incontrando qua e la qualche
carlinga di antiche autovetture e le vecchie entrate
della miniera.
Lasciamo il Sego Canyon con l'omonima città fantasma
tornando sulla I-70 dirigendoci a ovest, verso Green
River. Usciamo dall'autostrada seguendo i cartelli che
indicano la 24, dove poco dopo troviamo la deviazione
per il Goblin Valley State Park, un parco veramente
caratteristico e unico, con un numero infinito di
bizzarre formazioni rocciose che ricordano dei funghi o,
per l'appunto, dei folletti/goblin. L'area in cui
sorgono queste formazioni rocciose è relativamente
piccola e non ci sono particolari trail o percorsi da
seguire. Ci aggiriamo liberamente tra le rocce
lasciandoci trasportare dall'istinto, dalla curiosità e
dalla voglia di scoperta. Anche qui, come al Sego
Canyon, non si vede anima viva e questa è una delle
ragioni che rendono così particolare questo posto. Il
viaggio nel sud-ovest degli Stati Uniti si sta rivelando
sempre più colmo di luoghi di una straordinaria
bellezza, dove il silenzio incute nello stesso tempo
timore e quella leggera sensazione della libertà . Quasi
inconsciamente ci separiamo prendendo percorsi diversi,
rivolgendoci pochissime parole ma tante espressioni di
soddisfazione e i nostri sorrisi traducono la
consapevolezza che stiamo vivendo un attimo
indimenticabile del nostro viaggio e, perchè no, della
nostra vita.
Lasciamo questa terra colpiti dalla sua silenziosa
magia, tornando sulla 24 seguendo per Hanksville. Una
volta oltrepassato questo centro abitato la strada
diventa molto “scenica", attraversiamo un territorio
lunare e desolato di colline di terra grigia, viola e
nera, location tra l'altro di alcune scene del film “Il
pianeta delle scimmie". Osserviamo ergersi intorno a noi
le pareti di roccia dei canyon che costeggiano il
Fremont River, in una delle zone a più bassa densità di
popolazione degli Stati Uniti, seconda solo alla Death
Valley. Attraversiamo Caineville, un piccolissimo centro
abitato perlopiù da contadini, e proprio a fianco del
ponte che attraversa il Fremont River, parte una
sterrata che porta alla Cathedral Valley (uno dei
distretti di Capitol Reef N.P.), un luogo remoto in cui
sorgono due monoliti di roccia, Temple of the Sun e
Tample of the Moon. Purtroppo la sterrata richiede una
4wd, quindi, a noi inaccessibile. Poco dopo Caineville
parte un'altra lunghissima sterrata, questa volta
percorribile anche dal nostro SUV, che attraversa le
suggestive creste montuose del Waterpocket Fold
arrivando fino a Bullfrog Marina, sul Lake Powell.
Purtroppo per ragioni di tempo e di meteo dobbiamo
desistere anche a questa sterrata puntando decisamente
verso Capitol Reef.
Entriamo nel parco con un occhio ai brutti nuvoloni neri
che sopra di noi minacciano pioggia da un momento
all'altro, facendoci esitare sul percorrere o meno
alcuni trail e/o sterrate del parco. Decidiamo di fare
il breve e facile trail che porta all'Hickamn Bridge, un
imponente arco naturale di pietra che sembra essere in
tutto e per tutto un'ingegnosa opera dell'uomo. Tornati
alla macchina riprendiamo la 24 e, dopo una breve sosta
per ammirare i petroglifici, raggiungiamo l'inizio della
sterrata di Capitol George, alla fine della Scenic
Drive. Come temevamo un ranger ci indica con ampi gesti
di tornare indietro in quanto la strada era stata chiusa
poco ore prima per le forti pioggie che l'avevano resa
impraticabile. Torniamo indietro riprendendo al 24,
fermandoci ad ammirare Chimney Rock, il Panorama Point e
il Goosenecks Overlook. Il tempo non ci ha certo aiutato
a goderci a pieno questo parco, lasciandoci un po' di
amaro in bocca, d'altronde eravamo consapevoli di poter
andar incontro a questo genere di rischi e tutto
sommato, fino a quel momento non ci potevamo certo
lamentare.
Lasciamo Capitol Reef e raggiungiamo poco tempo dopo
Torrey, un piccolo paesino sperduto e inghiottito dalla
natura. Prendiamo due camere al Super 8 e dopo un'ottima
cena a base di carne in una steak house del posto,
andiamo a dormire stremati ma, ancora una volta
contenti.
Giorno 9 - Martedì 9 Agosto 2005
La tappa di oggi ci permetterà di guidare su una delle
strade più suggestive degli Stati Uniti d'America, la
UT-12 Scenic Byway, che incrociamo subito dopo aver
lasciato Torrey. Dopo breve tempo incominciamo a salire
attraversando la Dixie National Forest arrivando fino ad
un altezza di 2800 metri!! La Dixie National Forest è
un'esplosione lussureggiante di alberi, prima pioppi
americani, poi abeti e pini americani. Oltrepassata la
magnifica foresta torniamo in piena canyon country, dove
tornano a circondarci le mesas. Scendiamo poi tra
bianche dune pietrificate fino a costeggiare le pareti
del canyon avendo il Calf Creek come sfondo.
Arriviamo a Escalante, un luogo leggendario, isolato e
remoto dove parte la mitica Hole in the Rock Road, una
sterrata da cui si accede ad alcuni dei più spettacolari
slot canyon del Plateau e che è stata percorsa dai
mormoni nella loro ricerca del paradiso della terra:
proprio alla fine della Hole in the Rock Road, fermati
da uno strapiombo, hanno calato i loro carri dall'alto
passando attraverso a questo “buco nella roccia"
riguadagnandosi così il Glen Canyon e continuando il
loro viaggio che li porterà fino allo Zion National
Park. Per ovvi motivi di tempo non riusciamo a
percorrere tutta la mitica sterrata, ma soltanto le
prime 12 miglia per raggiungere il Devil's Garden, un
piccolo giardino fatato dove sorgono strane formazioni
rocciose e delicati archi di pietra, tra cui il
bellissimo Metate Arch. Chiaramente siamo soli e questo
rende questo luogo ancora più magico e misterioso. Ci
aggiriamo lentamente senza una precisa meta tra le
strane conformazioni di pietra, soltanto con la voglia
di scoprire il territorio in totale beatitudine. Dopo
poco riusciamo a scovare il bellissimo Metate Arch, e
restiamo ad osservarlo per qualche minuto in religioso
silenzio.
Lasciamo il Devil's Garden ripercorrendo le 12 miglia
della Hole in the Rock nel senso inverso tornando così
sulla UT-12 che ci porterà a quella magnificenza del
Bryce Canyon National Park. Passiamo Henrieville,
Cannonville e Tropic prima di raggiungere l'ingresso del
parco nazionale. Ci dirigiamo con tutta fretta al primo
viewpoint , il Sunrise Point, dove abbiamo il primo
magnifico impatto con il Bryce Canyon. Ci sembra
impossibile che la natura possa aver modellato nel corso
dei secoli un luogo così strano, così incredibilmente
bello, dove ogni più piccola formazione rocciosa sembra
essere stata disegnata dal più abile degli artisti. I
magnifici colori, il rosso che si perde nel rosa e che
si stempera nel bianco, rendono questi anfiteatri uno
spettacolo davvero indimenticabile. Passiamo rapidamente
ai viewpoint successivi, l'Inspiration Point e il Sunset
Point, dove parte il Navajo Loop, un trail di 1,3 miglia
che passa attraverso Wall Street, uno slot canyon in
mezzo al quale è cresciuto un pino. All'ingresso del
trail un omone vestito da ranger ci avvisa che il Navajo
Loop è chiuso per lavori di manutenzione e che non
sarebbe stato riaperto prima di qualche mese,
consigliandoci di prendere il Queens Garden Trail al
Sunrise Point, unica strada percorribile per raggiungere
Wall Street. La voglia di scendere nel Bryce Canyon è
talmente alta che l'imprevisto aumento della distanza da
percorrere non ci spaventa più di tanto. Ci dirigiamo
così senza esitazioni al Sunrise Point e, riempiti gli
zaini di cibo, acqua e gatorade, imbocchiamo il Queens
Garden Trail, un piccolo ma ben tenuto sentiero che
scende nelle viscere del Bryce Canyon circondato dalle
meravigliose sculture rosse che poco tempo prima
ammiravamo dall'alto. Il magnifico paesaggio ripaga la
fatica della lunga camminata iniettando nuova energia ad
ogni meraviglioso scorcio del Bryce Canyon, un luogo
davvero unico al mondo. Dopo un'ora e mezza di cammino
raggiungiamo Wall Street, un pino cresciuto
incredibilmente in mezzo a due alte pareti di roccia
distanti fra loro di circa un metro e mezzo. Dopo una
meritata e obbligata pausa per riacquistare le forze,
riprendiamo il trail nel senso opposto, ammirando ancora
una volta un paesaggio che difficilmente dimenticheremo
con il passare degli anni. Raggiunta la macchina ci
accasciamo sui sedili, stanchi dalle tre ore abbondanti
di camminata, ma, credetemi, ne è valsa davvero la pena.
A fine vacanza, a detta di tutti, il Bryce Canyon si è
rivelato come una dei luoghi più belli e incredibili del
viaggio.
Usciamo a malincuore dal parco e riprendiamo la UT-12
fino al raccordo con la 89 che ci porterà a Panguitch,
un piccolo centro abitato dove prendiamo due camere in
un piccolissimo motel (di cui non ricordo il nome) ad un
prezzo estremamente basso. Ceniamo in un carinissimo
ristorante del posto dove mangiamo della squisita carne,
concludendo così un'altra bellissima e faticosa
giornata, passata alla scoperta di luoghi davvero
magnifici.
Inutile dire che ci siamo addormentati non appena
sfiorato il letto.
Giorno 10 - Mercoledì 10 Agosto 2005
Lasciamo Panguitch con il caffè bollente negli appositi
alloggi del nostro SUV seguendo l'89 South, in direzione
di Mount Carmel Junction dove troviamo alla nostra
destra l'indicazione per la 9, strada che ci porterà
allo Zion National Park. Appena imboccata la 9,
cominciamo subito a salire sulla mesa, circondati da
Jupiter Tree, fino ad arrivare all'entrata est del
parco. Oltrepassato l'ingresso dello Zion, entriamo nel
pieno di Checkerboard Mesa, un luogo caratterizzato da
dune pietrificate e imponenti pareti di roccia
circondate da abeti e piccoli Jupiter Tree che svettano
sulle sommità delle strane formazioni rocciose che
l'erosione del tempo ha formato. Ad un certo punto ci
fermano i rangers e capiamo di essere arrivati in
prossimità del famoso tunnel scavato dai ranger nel
ventre della roccia che, essendo a senso unico, deve
essere percorso alternativamente nei due sensi di
marcia. Oltrepassato il tunnel cominciamo a scendere di
nuovo sul fondo dello Zion N.P. fino a raggiungere il
ramo principale del canyon, subito dopo passato il ponte
che scavalca il Virgin River.
Ci dirigiamo al Visitor Center dove parcheggiamo la
macchina e prendiamo lo shuttle gratuito per visitare il
canyon principale del parco. Scendiamo alla fermata
delle Emerald Pools, dove inizia il trail che porta alle
sue tre sezioni, Lower, Middle e Upper. Raggiungiamo le
prime due sezioni con un facile sentiero di un miglio e
mezzo, attraversando giardini pensili, cascatelle e
pozze d'acqua verde. Purtroppo la scarsità d'acqua
sminuisce un po' lo spettacolo che resta comunque
piacevole. Dalla cartina scopriamo che con ancora mezzo
miglio (breve si, ma sembrava il Mortirolo!)
raggiungiamo l'ultima sezione, le Upper Emerald Pools,
una cascata che si tuffa dall'alto di almeno 200/250
metri sopra le nostre teste. Purtroppo, come
prevedevamo, anche qui la quantità d'acqua è davvero
scarsa e al posto di una imponente cascata troviamo
qualche goccia d'acqua che si lascia cadere dalla
montagna senza troppa convinzione. Pranziamo “al sacco"
ai piedi della cascata (o per lo meno a quello che ne
rimaneva) approfittandone per riposare e rilassarci
prima di intraprendere la strada del ritorno.
Riprendiamo lo shuttle dirigendoci verso Weeping Rock,
una parete rocciosa su cui è cresciuto un colorato
“giardino pensile" e da cui cadono infinite gocce
d'acqua, una vera e propria “roccia che piange", per
l'appunto.
Tornati sullo shuttle ci informano che la strada che
porta all'imbocco di The Narrows, luogo in cui lo Zion
Canyon si restringe in modo impressionante diventando
stretto e minaccioso e dove le acque del Virgin River si
alzano fino alle ginocchia, è interrotto per lavori di
manutenzione dovuti ad alcune frane dei giorni
precedenti.
Dopo una breve discussione decidiamo di lasciare il
parco sfruttando il tempo “guadagnato" dalla mancata
visita di The Narrows e di raggiungere direttamente Las
Vegas modificando così l'itinerario pianificato che
prevedeva il pernottamento a Hurricane, non prima però,
di una breve sosta al Visitor Center per un po' di
shopping. Ci lasciamo alle spalle lo Zion N.P. un po'
delusi, forse perchè avendo ancora negli occhi lo
spettacolo unico al mondo del Bryce Canyon, questo parco
ci è sembrato più “normale", più simile al paesaggio che
abbiamo in alcune zone dell'Italia.
Dopo due ore di macchina rientriamo nella pazza Las
Vegas e prendiamo due camere al Tropicana, carino ed
economico Hotel&Casinò posto sulla Strip, di fronte all'Excalibur.
Dopo una rilassante doccia e un'abbondate cena ci
ributtiamo nel caos del paese dei balocchi, visitando il
Caesars Palace, il Venetian (un'incredibile
ricostruzione di Venezia) , il Treasure Island e il
Mirage (fantastica la simulazione di un'eruzione di un
vulcano che ripetono ogni mezz'ora circa). L'immancabile
giocata alle slot machine (chiaramente senza vincere
nulla!!) chiude questa giornata, forse non all'altezza
delle precedenti, ma comunque piacevole.
Giorno 11 - Giovedì 11 Agosto 2005
Ci svegliamo un po' più tardi del solito visto che
passeremo l'intera giornata a Las Vegas, approfittando
così per riposarci un po' e per recuperare dalle fatiche
dei giorni scorsi. Dopo una breve colazione facciamo il
check-out al Tropicana in quanto la notte successiva la
passeremo al Treasure Island, l'Hotel&Casinò che abbiamo
prenotato dall'Italia.
Verso le 10,30 del mattino lasciamo l'hotel dirigendoci
verso il Las Vegas Outlet Center, sulla Las Vegas
Boulevard South dove dedichiamo l'intera mattina al
convenientissimo shopping riempiendo di borse il nostro
SUV. Sul posto scopriamo che all'estremità opposta della
città c'è un altro grosso outlet center, il Las Vegas
Premium Outlet. Dopo pranzo attraversiamo la città
percorrendo la Strip in tutta la sua lunghezza e pochi
minuti dopo siamo di nuovo a girovagare per negozi dove
acquistiamo capi della Tommy Hilfiger, Ralph Lauren e
Nike a prezzi a dir poco bassi, comparandoli con quelli
che siamo abituati a vedere in Italia. Ridendo e
scherzando restiamo al LV Premium Outlet fino alle sei e
mezza di sera e dopo una mezz'ora scarsa arriviamo al
Treasure Island dove ci rilassiamo qualche ora.
Ceniamo nel buffet dell'hotel dove con 15$ si mangia e
si beve a volontà finchà© le bocca è in grado di
ingurgitare cibo. Usciti del ristorante scopriamo che da
li a poco tempo iniziava il celebre spettacolo “The
Sirens of TI" dove viene inscenata una battaglia vera e
propria tra una nave pirata e una fregata britannica.
Sullo sfondo di un villaggio caraibico del XVIII secolo,
stuntman e cannonate vanno a tutta birra, fino a quando
i pirati vincono e la fregata sconfitta affonda.
Assistiamo a tutto ciò da una posizione privilegiata in
quanto ospiti dell'Hotel.
Finito lo spettacolo usciamo di nuovo sulla Strip
passando da un Casinò all'altro giocando qualche
dollarone (pochi, veramente pochi) alle classiche Slot
Machine. Passeggiamo per Las Vegas fino a mezzanotte,
ora in cui decidiamo di tornare nelle nostre stanze per
andare a dormire. La giornata odierna è stata
all'insegna del completo relax e del “cazzeggio" e dopo
le massacranti tappe dei giorni precedenti, si è
rilevata quanto mai necessaria.
Giorno 12 - Venerdì 12 Agosto 2005
Al contrario di ieri ci svegliamo molto presto in quanto
la tappa di oggi richiede parecchie ore di guida.
Lasciamo Las Vegas con un po' di malinconia e ci
dirigiamo sulla I-15 South fino al raccordo con la 160,
che prendiamo in direzione Pahrump. Raggiunta la
cittadina, ignoriamo le prime indicazioni per la Death
Valley che portano sulla 372 (che diventa la 178 in
California) e, come consigliato dal nostro guru Marco,
proseguiamo per altre 3 miglia fino ad arrivare alla
deviazione per la 210, la strada che porta direttamente
alla Death Valley Junction e poi sulla 127. La 210
attraversa uno dei territori più desolati e deserti
dell'intero Nevada, lambendo la Devil's Hole e Ash
Meadows National Wildlife Refugee, due distaccamenti del
Death Valley N.P. Giunti a Death Valley Junction
imbocchiamo la 190, riaperta solo pochi mesi prima dopo
un violento flashfood della scorsa estate, che ci
porterà direttamente alle soglie del parco.
Poco dopo l'ingresso al Death Valley N.P. incontriamo il
primo viewpoint, Zabriskie Point, un punto panoramico
che si affaccia su creste di granito dalle infinite
sfumature. Proseguiamo sulla 190, oltrepassiamo il
Fornace Creek Inn e giriamo a sinistra verso il Devil's
Golf Course e Badwater, entrando in un mondo così
diverso dalle grandi metropoli americane e così lontano
dal caos dei claxon delle macchine che corrono verso
mete imprecisate.
Ma siamo in California? Ricontrollo la cartina e! si,
siamo proprio in California. Mai e poi mai avremmo
pensato di trovare un posto del genere in California,
così lontano dall'immaginario di tutti noi (dove sono
Pamela Anderson e le spiagge chilometriche?). Intanto il
cruscotto del nostro SUV minaccia la temperatura esterna
e sembra proprio divertirsi nel vedere le nostre
espressioni ogni qual volta aumentava di un grado.
Arriviamo al Devil's Golf Course discutendo su cosa
diavolo fosse quello strato bianco che ricopriva la
vallata e dopo aver parcheggiato la macchina, apriamo
impazienti le portiere e un'incredibile massa di aria
rovente travolge in pieno i nostri corpi. Il cruscotto
del Cherokee non mentiva, 48° C, e c'erano tutti, uno a
uno, e si facevano sentire. Iniziamo a camminare
titubanti su quelle strane formazioni che dopo qualche
lettura scopriamo essere fatte di borace e con la
sensazione di essere in un luogo in cui il Dio Sole
fosse il Re incontrastato e la pioggia soltanto una
minuscola comparsa. Dopo dieci minuti rientriamo in
macchina, consolati dall'altro Dio della giornata:
l'aria condizionata.
Riprendiamo la strada che percorre la Death Valley
spingendoci fino a Badwater, il punto più basso in tutti
gli Stati Uniti d'America. E il cruscotto, malvagio,
indica 51° C. Scendiamo e ci sembra impossibile che qui
faccia ancora più caldo che al Devil's Golf Course, ma
dopo pochi passo capiamo a nostre spese che è proprio
così. Il caldo è davvero insopportabile, sudiamo tutti
come un keniota che ha appena finito la maratona di New
York, ma noi abbiamo percorso solo qualche metro!! Ci
addentriamo come possiamo nella piatta e arida vallata
di questo incredibile posto riuscendo difficilmente a
tenere gli occhi aperti per il riverbero del sole sulla
crosta di borace. Dopo aver fatto le foto di fianco al
cartello che indica i 282 ft. sotto il livello del mare,
ci incamminiamo verso la macchina e soprattutto verso
quella geniale invenzione, l'aria condizionata.
Di nuovo al fresco raggiungiamo la 190, dirigendoci
verso il Devils Cornfield (ma qui è tutto Devil?!?!?)
dove alla nostra destra avvistiamo le Sand Dunes, un
vero e proprio pezzo di Sahara nel continente americano.
Ci fermiamo giusto il tempo per scattare qualche foto,
riprendendo poi la marcia fino a Stovepipe Wells Village.
Una volta superato il piccolo villaggio incominciamo a
salire sul Panamint Range e notiamo degli inquietanti
cartelli che ci invitano a spegnere l'aria condizionata
onde evitare di sforzare troppo il motore a queste
temperature. Avendo un'ottima macchina, praticamente
nuova, ci limitiamo ad abbassarla al minino.
Oltrepassato il Towne Pass la strada torna di nuovo a
scendere e quando arriviamo in fondo alla vallata
scorgiamo ai due lati della strada il Lake Hill, un lago
asciutto che oggi è una superficie secca e arida, e le
Panamint Dunes. Superato il Lake Hill la strada torna di
nuovo a salire fino ad arrivare in cima al picco che
sovrasta il Rainbow Canyon.
Dopo poche miglia usciamo dalla Death Valley N.P.,
proseguendo poi sulla 136 verso Keeler e Lone Pine, per
poi ricongiungerci con la 395 che ci porterà
direttamente a Mammoth Lake dove abbiamo 2 stanze
prenotate al Motel 6. Per oltre un ora costeggiamo e
attraversiamo le foreste alpine della famosa Sierra
Nevada, un luogo colmo di laghetti, campeggi, pesche
sportive e impianti sciistici.
Arriviamo a Mammoth Lake verso le sette sera, giusto in
tempo per una bella doccia e per mangiare una pizza
gigante con una bella birra (fresca!!) in un locale
proprio di fronte al nostro motel concludendo così
un'altra giornata, pienamente soddisfatti degli
incredibili luoghi che abbiamo visitato.
Giorno 13 - Sabato 13 Agosto 2005
Lasciamo Mammoth Lake riprendendo la 395 in direzione
nord fino alla deviazione per la 120, una strada che
porta a South Tufa, una piccola area di Mono Lake. Il
lago, unico al mondo, è caratterizzato dalle stranissime
formazioni di tufo che emergono dall'acqua innalzandosi
verso cielo. Dopo poche miglia sulla 120, arriviamo in
un ampio parcheggio dove lasciamo la macchina e
imbocchiamo un sentiero che ci porta direttamente sulle
sponde del lago. Con notevole stupore scopriamo che le
sponde del lago sono ricoperte da un numero infinito di
mosche e che un tempo erano il piatto forte della dieta
delle popolazioni native che abitavano queste zone.
Ci lasciamo alle spalle questo stranissimo lago tornando
sulla 395, fino al raccordo con l'altro tratto della
120, poco prima di Lee Vining, in direzione Tioga Pass e
Yosemite National Park. Incominciamo subito l'ascesa
fino ai 3000 metri, da dove godiamo di una vista davvero
mozzafiato. Tioga Pass è il punto d'accesso per lo
Yosemite N.P., uno dei parchi più famosi degli Stati
Uniti. Lo scenario che ci circonda è il tipico paesaggio
montano, con ampie vallate verdi costellate da laghetti
dalle acque azzurrissime in cui le alti vette
rispecchiano tutta lo loro maestosità . Scendiamo
lentamente verso la Yosemite Valley lungo la Tioga Road,
passando per il carinissimo Tenaya Lake e fermandoci ad
ammirarla da lontano al Valley View. Una volta
all'interno della valle, lasciamo la macchina all'inizio
della piacevole camminata che ci porta ai piedi delle
Bridalveil Falls.
Tornati alla macchina, raggiungiamo il Visitor Center,
dove comperiamo tutto il necessario per il pranzo al
sacco (hanno anche l'acqua frizzante!!!!!!!) che
consumiamo in riva al Merced Rver immersi nella natura e
in totale relax. Finto il pranzo decidiamo di lasciare
il parco, forse troppo vicino ai nostri paesaggi alpini
per regalarci quelle emozioni che abbiamo provato, per
esempio, alla Monument Valley o al Bryce Canyon e a
tutti quei magnifici luoghi che abbiamo ammirato nei
giorni precedenti.
Riprendiamo la 120, fino ad arrivare al raccordo con la
I-5 e dopo qualche ora passata a guidare sulle highway
americane giungiamo finalmente al Okland Bay Bridge, la
nostra porta d'ingresso per San Francisco. Come quasi
tutti i ponti che portano nelle grandi metropoli
americane è a pagamento, il che ci obbliga a sopportare
una mezz'ora abbondante di coda.
Superato il ponte ci mettiamo alla ricerca del nostro
albergo, il Grand Plaza Hotel (dal nome sembrerebbe
essere un Hotel a 14 stelle, ma invece è un discreto
alloggio, senza infamia e senza lode) situato poche
centinaia di metri dopo la famosa porta di Chinatown.
Quando scendiamo dalla macchina per chiedere
informazioni restiamo paralizzati dalla temperatura:
siamo passati dai 51°C della Death Valley ai 14°C di San
Francisco! Trovato l'albergo e il parcheggio ne
approfittiamo per riposarci qualche ora prima della
cena.
Ceniamo in un bellissimo locale a Financial Distric e
dopo una breve camminata per i grattacieli di San
Francisco e Chinatown per smaltire l'enorme quantità di
cibo ingerita, torniamo nelle nostre camere per farci un
bella dormita in previsione della lunga passeggiata per
San Francisco che ci aspetta il giorno seguente.
Giorno 14 - Domenica 14 Agosto 2005
Eravamo stati avvisati che il clima a San Francisco non
era dei migliori e che durante la mattinata la città
veniva avvolta da un spessa coltre di nebbia, per poi
lasciare spazio al sole nel pomeriggio. Infatti, quando
usciamo di prima mattina dall'hotel, troviamo
l'annunciata nebbia e la “fresca" temperatura che ci
costringe ad indossare i maglioni e ci invoglia a
fermarci al più vicino Starbucks Coffee per prendere un
caffè bollente.
Con l'americanissimo bicchiere di cartone in mano ci
avviamo per le strade di Chinatown, il quartiere di San
Francisco che richiama alla mente l'atmosfera delle
animate città del sud della Cina. Il potarle di ingresso
a questo quartiere è la famosa Chinatown Gateway sulla
Grant Avenue, una struttura a tre arcate progettata da
Clayton Lee e ispirata alle porte cerimoniali
d'ingresso, tradizionali dei villaggi cinesi.
Lasciamo Chinatown entrando a North Beach, detta anche
Little Italy, celebre per i suoi locali notturni e per
Lombard Street, la famosa strada protagonista in molti
film. Lombard Street è anche conosciuta come la strada
più inclinata del mondo, infatti pendenza naturale della
collina è di 27 gradi. Negli anni venti la sezione più
vicina a Russian Hill è stata modificata con l'aggiunta
di otto tornanti.
Lasciamo Lombard Street e prendiamo il famosissimo Cable
Car di San Francisco per raggiungere il Fisherman'n
Wharf. Il Cable Car è un antichissimo sistema di
funicolare ideato da Andrei Hallidie nel 1873 per
muoversi per la città sfruttando le sue colline. Dopo
qualche piacevole minuto sul Cable Car arriviamo al
Fisherman's Wharf, incamminandoci poi verso il Pier 39,
dove sorge una bellissima struttura in legno con
numerosi ristoranti, negozi e i famosi baracchini dove è
possibile mangiare la specialità del posto, il granchio
di Dungeness, il tutto sullo sfondo splendido della baia
di San Francisco. Dopo aver pranzato in un ristorante
del Pier 39 ci dirigiamo verso il Pier 41 dove ritiriamo
i biglietti prenotati dall'Italia, per il tour
sull'Isola di Alcatraz del 13.45, sede dell'omonimo
penitenziario di massima sicurezza. Il Pier 41 è anche
dimora di un branco di leoni marini che si crogiolano al
sole e che allietano l'attesa per imbarcarsi sul
battello che ci porterà sull'isola.
Salpiamo dal porto poco dopo le 14, godendoci dal mare
il meraviglioso skyline si San Francisco durante la
piacevole navigazione di 25 minuti circa che ci porta
sull'isola.
Nel 1859 l'esercito americano vi stabilì un forte di
sorveglianza fino al 1907, quanto fu trasformata in
prigione militare. Dal 1934 al 1963 divenne
penitenziario federale di massima sicurezza
soprannominata “The Rock" dai carcerati. Ospitò in media
ogni anno 264 dei più pericolosi criminali del paese,
trasferiti qui per cattiva condotta durante la
detenzione in altre prigioni degli Stati Uniti.
Ritiriamo l'audio tour (vi consiglio vivamente di
prenderlo perchè è un elemento indispensabile per capire
a fondo la storia di questo luogo) al Visitor Center,
anch'esso prenotato dall'Italia, e iniziamo il nostro
cammino fra le fredde mura di quello che un tempo è
stato il carcere più duro e temuto degli Stati Uniti
d'America. Il tour inizia passando tra le spoglie celle
disposte su due piani, ricordandoci Al Capone, Robert
Stround, Gorge Kelly e i fratelli Angelin, tra i
detenuti più famosi di Alcatraz. Alcuni racconti ci
fanno accapponare la pelle, al solo pensiero che degli
esseri umani passavano dalle 16 alle 23 ore al giorno
rinchiusi in solitudine in un 1,5 m per 2,5 m ci faceva
rabbrividire, ma d'altronde se sono stati rinchiusi ad
Alcatraz, qualcosa di poco bello dovevano pur aver
commesso.
Proseguiamo poi verso le celle di isolamento, dei
piccoli buchi senza luce protetti da porte blindate dove
venivano rinchiusi i detenuti in punizione. Proviamo ad
entrare in una cella lasciata aperta per i visitatori e,
vi assicuro, la sensazione provata non è stata per
niente piacevole. Visitiamo infine la mensa, il cortile
e luogo dove i detenuti ricevevano le visite dei propri
cari e dopo una breve passeggiata all'esterno della
prigione, lasciamo l'isola un po' pensierosi,
immaginandoci forse lo stato d'animo dei detenuti
rinchiusi al buio in pochissimo spazio con il viso
appiccicato al vetro sporco dei piccoli oblò che si
aprivano sullo skyline di San Francisco e la sua
splendida baia, ricordandogli ogni volta di quanto fosse
bello il mondo la fuori.
Torniamo al Pier 41 e lasciamo momentaneamente il
Fisherman's Wharf, dirigendoci verso la Coit Tower, una
torre alta 60 m costruita in cima a Telegraph Hill.
Superata la Coit Tower ci immergiamo nel pieno centro di
Financial District, circondati dagli imponenti
grattacieli, simbolo del centro economico della città .
Tra gli altri ammiriamo la Transamerica Pyramid, che con
i suoi 48 piani e 260 m di altezza è il palazzo più alto
di San Francisco.
Camminiamo poi fino a Union Square, nel cuore del
quartiere commerciale, dove ne approfittiamo per
“rilassarci" facendo un po' di shopping.
Torniamo in hotel e dopo un doccia e un breve riposino,
riprendiamo la macchina per andare di nuovo al
Fisherman's Wharf, dove abbiamo programmato di cenare al
Bubba Gump, un delizioso (non troppo economico a dire il
vero!) ristorante al Pier 39 dedicato completamente a
Forrest Gump. Soddisfatti della cena e dopo una
brevissima passeggiata al Wharf, torniamo al nostro
Hotel, addormentandoci nel giro di qualche minuto.
Giorno 15 - Lunedì 15 Agosto 2005
Carichiamo le valige in macchina di buon'ora e dopo il
solito caffè da Starbucks ci dirigiamo verso il Golden
Gate Bridge, il terzo ponte a campata singola del mondo
per lunghezza, con un totale di 2,7 Km.
Dopo pochi minuti arriviamo al Presidio, creato dagli
spagnoli nel 1776 come avamposto del loro impero nel
nuovo continente. Nel 1994 divenne parco nazionale e
oggi è un piacevolissimo parco all'interno della Golden
Gate National Recreation Area, dove si può passeggiare
per i sui prati verdi ben tenuti e i suoi boschi ricchi
di fauna. Lasciamo la macchina nel parcheggio
all'estremità nord-ovest del Presidio dove parte il
sentiero che porta a Fort Point, una fortezza di mattoni
che sorvegliava la baia durante la guerra di Secessione.
Oltrepassiamo Fort Point arrivando al viewpoint che ci
permette di ammirare il Golden Gate Bridge in tutta la
sua bellezza e maestosità . Purtroppo anche oggi il
tempo non è dei migliori, infatti la parte superiore del
ponte è completamente immersa nelle nebbia, ma
accentuando così il suo colore arancione acceso,
rendendolo ancora più suggestivo.
Lasciamo il Golden Gate National Recreation Area
prendendo la CA-1, la famosa strada costiera della
California. Percorriamo lentamente la tortuosissima
strada che segue il frastagliato profilo della costa
fino a Big Sur, forse la più lunga sezione di costa
selvaggia californiana. Purtroppo il tempo non è variato
di molto da quello che abbiamo lasciato a San Francisco
e anche il mare non è limpidissimo, offuscando così la
bellezza del paesaggio.
Proseguiamo sulla CA-1 per parecchie miglia, fino a
Pismo Beach, dove abbiamo prenotato dall'Italia due
stanze al Motel 6. Dopo un po' di meritato riposo ci
dirigiamo verso il piccolo molo, da dove vediamo i
famosi surfisti californiani alle prese con le onde
dell'oceano pacifico e, dopo aver goduto del tramonto
sull'oceano, concludiamo la giornata con una bella cena
in un ristorante poco distante.
Giorno 16 - Martedì 16 Agosto 2005
Ci svegliamo con la consapevolezza di essere quasi
giunti alla fine di questo meraviglioso viaggio, infatti
la tappa di oggi ci riporterà a Los Angeles, dove il
giorno seguente prenderemo l'aereo che ci riporterà in
Italia.
Lasciamo Pismo Beach prendendo la US-101 fino a Santa
Barbara, dove ci fermiamo per il pranzo e per una
piacevole passeggiata sul classico lungomare
californiano. Santa Barbara è la tipica cittadina di
mare della California, con un'ampia spiaggia delimitata
delle palme e dalla pista ciclabile.
Dopo pranzo riprendiamo la US-101 verso Malibu, dove
passiamo alcune ore in spiaggia in totale relax sotto il
controllo dei lifeguard in stile Baywatch. Purtroppo la
temperatura dell'oceano non ci permette di fare il bagno
e non ci resta che guardare i surfisti sfidare le onde
del pacifico, dotati di muta, per loro fortuna.
Lasciamo Malibu e decidiamo di passare la serata a tra
le bellissime vie illuminate di Santa Monica. Dopo cena
riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso il Motel 6
nelle vicinanze dell'aeroporto, dove abbiamo due stanze
prenotate dall'Italia.
Al contrario degli altri giorni faccio un po' fatica ad
addormentarmi, la consapevolezza di essere ormai giunti
alla fine di questa avventura mi rattrista molto, la mia
mente torna indietro nel tempo per ripercorrere i giorni
precedenti passati in luoghi meravigliosi, dove la
natura ha scolpito opere d'arte e sembra ricordarti ogni
volta quanto è enorme la sua potenza. Domani prenderemo
un aereo che ci riporterà a casa, ma sono sicuro che i
ricordi di alcuni attimi di questo viaggio non mi
abbandoneranno mai, alcune emozioni resteranno custodite
nel mio cuore, per sempre.
Giorno 17 - Mercoledì 17 Agosto 2005
Ci svegliamo con calma, senza nessuna fretta, per la
prima volta dall'inizio del viaggio non abbiamo nulla da
visitare, o meglio, ci sarebbe downtown di Los Angeles,
ma la cosa non esalta più di tanto il nostro spirito,
abituato nei giorni precedenti a ben altro. Ma dobbiamo
tirare per lo meno le 3 di pomeriggio, il volo che ci
riporterà in Italia è previsto le 7.00 pm.
Decidiamo così di buttarci per l'ultima volta nel
traffico di L.A. per raggiungere il cuore finanziario
della città . Dopo una breve passeggiata per i
grattacieli di downtown, poco soddisfatti dello
spettacolo offerto, decidiamo di recarci all'aeroporto
con tutta calma per sbrigare le pratiche della
riconsegna del nostro SUV.
L'addetto della Alamo controlla minuziosamente la
macchina mentre scarichiamo le nostre valige, e dopo
aver stampato lo scontrino ci chiede gentilmente di
lasciare le chiavi nel cruscotto, ordine che eseguo a
malincuore. Pochi istanti dopo vediamo allontanarsi il
Grand Cherokee, egregio compagno di viaggio di questa
magnifica avventura.
Pranziamo all'aeroporto e alle 7.00 pm l'Airbus A340-300
della Swiss lascia il suolo americano e dentro di noi
molta malinconia ma anche la consapevolezza di aver
vissuto giorni indimenticabili e aver provato quelle
sensazioni indescrivibili che solo questo angolo degli
Stati Uniti d'America riesce a darti.
Qui trovate le foto del viaggio:
http://www.worldreamers.com/?l=IT&p=16&nt=&v=1&MODE=pic
Ciao!
Ale