USA SOUTH WEST ON THE ROAD 2005

 

Ecco qui il mio diario sul viaggio nel Sud-Ovest degli States nell'agosto del 2005.

Prologo

Sconfinate distese di silenzio interrotte da immense metropoli così diversamente uguali tra di loro. E' stato questo lo sfondo che, per 17 giorni, ci ha accompagnato in questa incredibile ed entusiasmante avventura. Sarà un compito arduo , se non impossibile , tradurre su un pezzo di carta le sensazioni provate , la progressiva scoperta di luoghi remoti dall'incredibile bellezza , quel senso di libertà che solo questo angolo della terra riesce a trasmetterti ; miglia dopo miglia , ti rendi conto che la vacanza si sta trasformando in un sogno.

Alessandro , Elena , Eleonora e Luca.

Itinerario

1. MILANO - LOS ANGELES , Lunedì 01 Agosto 2005
2. LOS ANGELES , Martedì 02 Agosto 2005
Hollywood - Beverly Hills - Universal Studios
3. LOS ANGELES - LAS VEGAS, Mercoledì 03 Agosto 2005
Newport Beach (O.C.) - Kelso Dunes - The Strip (Las Vegas)
4. LAS VEGAS - WILLIAMS, Giovedì 04 Agosto 2005
Hoover Dam - Route 66 - Grand Canyon
5. WILLIAMS - PAGE, Venerdì 05 Agosto 2005
Horseshoe Bend - Lake Powell
6. PAGE - BLANDING, Sabato 06 Agosto 2005
Monument Valley - Goosenecks S.P. - Valley of the Gods
7. BLANDING - MOAB, Domenica 07 Agosto 2005
Canyolands N.P. - Dead Horse Point S.P. - Arches N.P.
8. MOAB - TORREY, Lunedì 08 Agosto 2005
Sego Canyon , Sego Ghosttown , Goblin Valley S.P. , Capitol Reef N.P.
9. TORREY - PANGUITCH, Martedì 09 Agosto 2005
Devil's Garden (Hole in the Rock Road) , Bryce Canyon
10. PANGUITCH - LAS VEGAS, Mercoledì 10 Agosto 2005
Zion National Park
11. LAS VEGAS, Giovedì 11 Agosto 2005
Las Vegas
12. LAS VEGAS - MAMMOTH LAKES, Venerdì 12 Ago. 2005
Death Valley N.P.
13. MAMMOTH LAKES - SAN FRANCISCO , Sabato 13 Ago. 2005
Yosemite N.P.
14. SAN FRANCISCO , Domenica 14 Agosto 2005
Chinatown , Lombard St. , Fisherman's Wharf , Golden Gate Bridge , Alcatraz
15. SAN FRANCISCO - PISMO BEACH , Lunedì 15 Agosto 2005
CA-1
16. PISMO BEACH - LOS ANGELES , Martedì 16 Agosto 2005
CA-1 , Santa Barbara , Malibu , Santa Monica
17. LOS ANGELES - MILANO , Mercoledì 17 Agosto 2005

Giorno 1 - Lunedì 1 Agosto 2005

Ore 6,30 , apro gli occhi. Se fosse stato un giorno normale , l'ennesimo giorno normale , con tutta probabilità mi sarei girato dall'altra parte e avrei continuato a dormire ancora per qualche minuto.

Ma non è un giorno normale.

C'è un aereo con destinazione USA che ci stava aspettando all'aeroporto di Malpensa. Prima a Zurigo , poi a New York e infine Los Angeles , il punto di partenza della nostra avventura on the road. Ritirati i bagagli ci rechiamo all'Alamo per ritirare la nostra auto prenotata dall'Italia attraverso un'agenzia irlandese. Ci propongono un upgrade al SUV ad un prezzo conveniente che noi ovviamente accettiamo. Dopo pochi metri arriviamo in un parcheggio pieno di questi bestioni , si avvicina l'addetto dell'Alamo , controlla il contratto , e dice : “ Prendete quella che volete" Wow!. Optiamo per un Gran Cherokee Blu scuro , nuovo di zecca , con DVD player , ABS , airbag , cruise control , ovviamente con cambio automatico e un baule in cui abbiamo sistemato facilmente le nostre valige.

Ormai è tarda sera , quindi cerchiamo il nostro Motel 6 , anch'esso prenotato dall'Italia, poi una breve cena take-away dal Mc e tutti a dormire.

Giorno 2 - Martedì 2 Agosto 2005

Ci svegliamo presto, troppo presto, il fuso orario si fa sentire. Verso le 8 usciamo per affrontare la prima giornata del viaggio e ci dirigiamo spediti verso Beverly Hills, Hollywood, Sunset Blvd e Rodeo Drive.

Fatta l'inevitabile ma scorrevole coda nel groviglio delle highway di LA, arriviamo sulla lussuosa Rodeo Drive. Facciamo colazione e incominciamo a girovagare per i negozi “italiani" di Rodeo Drive fino a raggiungere il cuore di Hollywood con le famose stelle di bronzo sulla Hollywood Boulevard, il Chinese Theatre, la leggendaria scritta HOLLYWOOD sulla collina di LA e il Kodak Theatre , sede della notte degli Oscar.

Il tutto ci porta via qualche ora e a metà pomeriggio ci ributtiamo nel traffico per raggiungere la carinissima Santa Monica, dove avvistiamo all'altro lato della strada l'attore Matthew Perry, il Chandler di Friends.

Dopo una cena a base di pizza e una breve camminata attraverso le illuminate vie di Santa Monica torniamo al nostro Motel 6 a Bellflower che a fine vacanza risulterà l'unico alloggio poco raccomandabile.

Giorno 3 - Mercoledì 3 Agosto 2005

Ci svegliamo di buon'ora e ci buttiamo nel traffico di LA lasciandoci alle spalle il nostro Motel 6 senza alcun rimpianto. Ci dirigiamo verso Newport Beach per visitare la città in cui è ambientato il famoso telefilm “The O.C." dove passeggiamo sul classico lungomare, delimitato sulla destra da graziose casette in legno e sulla sinistra dalle splendide spiagge californiane. Tornati in macchina ci fermiamo da Dennys dove consumiamo la colazione più abbondante della nostra vita per una cifra irrisoria.

Riprendiamo l'highway e dopo meno di un'ora il paesaggio cittadino e caotico della metropoli si trasforma nel più spettacolare deserto del Mojave National Preserve. Dopo aver evitato con cura la visita della ghost town di Calico, definita dal nostro guru, Marco, “una città fantasma finta come i capelli di Baudo e che è solo una misera trappola per turisti" e una doverosa sosta a Barstow, per il primo assaggio di shopping nei convenientissimi outlet americani , ci addentriamo, finalmente, nel Mojave Desert, prendendo l'unica strada che porta verso sud da Baker, un piccolo centro, in pieno deserto, tutto raccolto intorno alla Main Street e in cui curiosamente svetta un enorme termometro che indica le roventi temperature della zona.

Ci accoglie un inquietante cartello che ci avverte che stavamo entrando in un area dimenticata da Dio, senza servizi di alcun genere e senza copertura telefonica. Ottimo. Dietro di noi ci lasciamo alle spalle una lingua di cemento continuamente divorata dalla sabbia e dal vento, una striscia nera che ci stava portando nelle viscere di una delle zone più inospitali della pianeta. Addentrandoci in una distesa piatta e riarsa, superiamo il Soda Dry Lake e avvistiamo in lontananza alcuni coni vulcanici spenti (i Cinder Cones) e puntiamo dritti verso il nostro obbiettivo: ovvero le Kelso Dunes e la vera ghost town di Kelso. Purtroppo, parallelamente alla nostro SUV, correvano dei poco simpatici nuvoloni neri attraversati qua e la da qualche fulmine e sembrava proprio che nulla al mondo poteva fargli cambiare rotta per non incontrare la nostra macchina.
Arrivati proprio al limite del nubifragio avvistiamo da lontano, direi molto lontano, le Kelso Dunes e dopo l'ennesimo sguardo preoccupato verso il temporale, decidiamo democraticamente di tornare indietro alla svelta ripercorrendo le miglia macinate, modificando così il nostro itinerario pianificato ma confortati dal fatto che avremmo incontrato altre vere ghost town nei giorni successivi. Le Kelso Dunes sono anche famose per essere state la location di alcune scene del primo episodio di Star Wars e si dice, addirittura, che ci siano ancora scenografie e macchinari vari lasciati sul posto dalla produzione. A voi scoprirlo.

Lasciamo il Mojave Desert e prendiamo la I-15 che ci porterà dritti (è proprio il caso di dirlo!) a Las Vegas. A pomeriggio inoltrato vediamo una palla di cemento che si erge in mezzo al nulla e non vediamo l'ora di buttarci nel caos della città dove quasi tutto è concesso e l'eccesso diventa normale. Prendiamo le nostre camere prenotate dall'Italia al fiabesco Excalibur, 2 suite con Jacuzi (eh si, a Las Vegas si va una volta nella vita e ci si può concedere qualche lusso no?) e ci buttiamo nel maniaco mondo delle slot machine e del gioco d'azzardo. Dopo aver investito, e naturalmente perso, l'astronomica cifra di circa 15$ a testa ci concediamo un meritato e rilassante idromassaggio. Ci avevano detto che una delle caratteristiche di Las Vegas sono i buffet dei Casinò/Hotel, dove con circa 15$ / 20$ si mangiava e beveva a volontà : si, tutto ciò corrisponde a verità , ci mancava solo che incluso nel prezzo ci fosse anche il Malox! Dopo un'abbuffata così, ci vuole una bella camminata: e quale strada si più addice a tale scopo se non la famosa “Strip" di Las Vegas? Bene, le successive ore le abbiamo passate nell'entrare e uscire dagli infiniti e sconfinati hotel/casinò che illuminano a giorno ogni notte del deserto del Nevada. Nella parte meridionale, meritano una nota di merito il New York New York, dove è possibile fare un bel giro sulle montagne russe costruite in mezzo all'Hotel (12$ a giro), il Luxor, l'Excalibur e i più lussuosi Paris e Bellagio.

Stanchi, ma molto soddisfanti della giornata, torniamo alle nostre dimore arrendendoci al sonno in qualche nanosecondo.

Giorno 4 - Giovedì 4 Agosto 2005

Ci alziamo di prima mattina e dopo una leggera colazione ci lasciamo alle spalle la pazza Las Vegas dirigendoci verso l'Arizona.

Dopo poche miglia sulla 515 entriamo nella Lake Mead National Recreational Area che si sviluppa sulle sponde del Lake Mead e in lontananza possiamo ammirare le sue splendide spiagge. La prima sosta della giornata è alla Hoover Dam, la magnifica e imponente diga artificiale costruita sul confine tra il Nevada e l'Arizona. Scattate le foto di rito imbocchiamo la 93 e, circondati dal suggestivo scenario delle Black Mountains, raggiungiamo Kingman dove prendiamo la deviazione per percorrere uno dei pochi tratti originali ancora esistenti della mitica Route 66. Il paesaggio è veramente suggestivo, la Route 66 è una rotaia di cemento in mezzo al niente e dopo gli sfarzi di Las Vegas ci sembra di essere tornati indietro di un secolo. Attraversiamo piccolissimi centri abitati dimenticati dal mondo, tra cui Peach Springs, in piena riserva Hualalapai dove nelle vicinanze parte la deviazione per la 18, una strada che porta nella riserva degli indiani Havasupai. Per ragioni di tempo decidiamo di proseguire fino a Seligman, una città che conserva ancora alcuni aspetti originali degli anni '40 e '50, con lo storico Motel 66 in cui alloggiavano gli attori di Hollywood che si recavano da queste parti per girare i film. La piccola cittadina ci piace molto e considerata l'ora di pranzo, decidiamo di fermarci a mangiare in un locale caratteristico posto di fronte al Motel 66.

Lasciamo Seligman e la Route 66 prendendo la I-40 East per raggiungere quella meraviglia della natura che porta il nome di Grand Canyon National Park. Arrivati a Williams prendiamo la 64 North che ci porta dritti fino a Mother Point, luogo del nostro primo indimenticabile incontro con il Grand Canyon. Lo spettacolo che si ha sotto gli occhi è qualcosa di inimmaginabile, di una straordinaria bellezza che per alcuni interminabili minuti ti impedisce di parlare, di respirare e di notare tutto ciò che non sia quell'incredibile miracolo della natura. Scambiandoci alcuni sguardi increduli ci chiediamo sotto voce come diavolo si fosse formato una roba del genere. Lasciamo la macchina nei vasti parcheggi del visitor center dove, considerato che ormai era prossimo il tramonto, chiediamo indicazioni sul posto migliore per ammirarlo. Prendiamo lo shuttle gratuito (in Italia quanto lo avrebbero fatto pagare?) che accompagna i turisti alla scoperta dei diversi view point del parco e scendiamo all'Hopi Point insieme ad altri numerosi turisti. Purtroppo il tempo non è dei migliori, il cielo coperto e la minaccia di pioggia non erano certo le condizioni ideali per goderci a pieno lo spettacolo del tramonto sul Grand Canyon che, tutto sommato, è stato piacevole. Risaliamo sullo shuttle e sulla via del ritorno alla macchina decidiamo all'unanimità di tornarci il mattino seguente, sperando in condizioni metereologiche migliori e modificando così il nostro itinerario pianificato.

Appena fuori del parco ci fermiamo per una pizza veloce da Pizza Hut (stategli alla larga!) per poi tornare verso Williams dove arriviamo verso le 23 incominciando la ricerca di due camere per dormire. Con nostro grande stupore i due Motel 6 della cittadina erano “NO VACANCY", costringendoci così a ripiegare su un non bellissimo (ma economicissimo!) Budget Inn. Intorno alla mezzanotte ci addormentiamo con ancora negli occhi quell'infinita vista dell'incantevole Grand Canyon National Park.

Giorno 5 - Venerdì 5 Agosto 2005

Anche oggi la sveglia suona di prima mattina e scopriamo con soddisfazione che il cielo è sereno e sgombro da nubi. Con il caffà© bollente nell'apposito alloggio, ripercorriamo per la terza volta in poche ore la 64 che ci riporta al Grand Canyon Villane, dove prendiamo lo shuttle “rosso" e ammiriamo Maricopa Point, Hopi Point e il Mohave Point. Con il cielo sereno lo spettacolo è ancora più incredibile e meraviglioso, ancora una volta restiamo affascinati davanti a quel capolavoro della natura sempre più convinti di aver fatto la scelta giusta nel modificare l'itinerario prestabilito. Torniamo al Grand Canyon Village dove risaliamo in macchina per percorrere la Desert View Drive, la strada che costeggia la parte orientale del South Rim e che porta fino al Deset View Point. Anche quest'ultimo punto di osservazione si rivela molto suggestivo e, come gli altri, è riesciuto a darci quella sensazione di libertà che pochi posti al mondo riescono a fare.

Usciamo dal Grand Canyon National Park con la speranza di tornarci almeno un'altra volta nella vita e magari riuscire ad avere più tempo per addentrarsi nelle sue viscere attraverso i numerosi trail che partono dal South Rim. Percorriamo tutta la 64 East fino al raccordo con l'89 North, il nostro portale d'ingresso nella sterminata riserva dei Navajo, o Dineh nel loro idioma, un luogo nel quale si incontrano piccolissimi e sperduti centri abitati , composti a volte, ancora dalle tradizionali case navajo di fango e legno, gli hogan. Una annotazione importante: la nazione Navajo rispetta il Daylight Saving Time, cioè l'equivalente della nostra ora legale, ma in tutto il resto dell'Arizona e dello Utah, l'ora legale non c'è. Questo vuol dire che quando si entra in questa zona bisogna spostare in avanti l'orologio in un'ora. Percorrendo l'89 ammiriamo lo splendido paesaggio che sorge al di là dei finestrini della nostra auto, uno spaccato di un territorio tanto dilaniato da contraddizioni sociali quanto benedetto da bellezze naturali incomparabili.

Un miglio prima di Page svoltiamo a sinistra su una strada sterrata, seguendo il cartello che ci indica la direzione per l'Horseshoe Bend. Dopo pochi minuti lasciamo la macchina negli appositi parcheggi e prendiamo un breve sentiero che in poco tempo ci porta alla scoperta di un luogo tanto meraviglioso quanto inaspettato; il fiume Colorado disegna un collo d'oca nella roccia viva qualche centinaia di metri al di sotto dei nostri piedi e affacciandoci con prudenza allo spettacolare strapiombo restiamo ancora una volta ipnotizzati senza proferire alcuna parola ammirando per l'ennesima volta un capolavoro di luci e colori. Se passate da queste parti sarebbe un delitto non fermarsi a visitarlo, un luogo di questo genere entra di diritto nella ristretta lista delle cose che non si scordano mai.

Torniamo alla macchina e decidiamo di andare a Page per prendere le camere per passare la notte. Puntiamo senza esitazioni sul fidato Motel 6 dove troviamo tranquillamente posto e dopo una breve rinfrescata imbocchiamo l'89 South per raggiungere l'Antelope Canyon. Arriviamo all'ingresso del canyon e un addetto sconsolato ci dice che l'ultimo tour della giornata è partito da 5 minuti e ci consiglia di tornare la mattina seguente. Dopo un rapido sguardo all'itinerario capiamo quasi subito che le possibilità di tornare il giorno dopo erano davvero poche se non quasi nulle, in quanto le prossime tappe erano molte impegnative e piene di luoghi da non perdere. Mordendoci le dita (per non dire altro!!!) ci rassegniamo al fatto di aver perso un posto davvero unico e bello, col senno di poi avremmo dovuto puntare subito sul canyon senza preoccuparci delle camere considerando l'enorme disponibilità nella zona. Riprendiamo l'89 North un po' sconsolati decidendo di tornare in albergo per riposare e smaltire la delusione prima di andare alla vicina Wahweap Marina sul Lake Powell.

Dopo una bella doccia rigenerante, usciamo dal Motel verso le 18,30 godendoci un magnifico tramonto sulle azzurre acque cristalline del Lake Powell. Superiamo il visitor center sorto proprio sul ponte della diga, una struttura davvero imponente e principale artefice della nascita di questo meraviglioso lago. Dopo pochi minuti entriamo a Wahweap Marina, l'ingresso principale di Lake Powell dove osserviamo le numerose house boat ormeggiate.

Ceniamo in riva al lago con una buona ed enorme pizza e verso le 22 torniamo a Page, al nostro ottimo Motel 6 per il meritato riposo con la consapevolezza di aver visto posti stupendi e il rammarico di aver perso la possibilità di visitare qualcosa di unico. Almeno per questo viaggio! la promessa è di ritornarci un giorno, non so quando e in quale anno, ma ci torneremo, è solo questione di tempo.

Giorno 6 - Sabato 6 Agosto 2005

Come di consueto ci svegliamo presto, soprattutto oggi che abbiamo in programma una tappa molto impegnativa che prevede molti luoghi da visitare, senza dimenticare però che guadagneremo un'ora quando entreremo nello Utah per le ragioni descritte nella tappa precedente. Lasciamo Page e imbocchiamo la 98 e tiriamo dritti fino alla congiunzione con la 160, passando per Kaibito, un piccolo centro Navajo di cui era originaria la ragazza navajo che, mentre portava il gregge di pecore al pascolo, scoprì casualmente l'Antelope Canyon. Noi purtroppo, casualmente, non l'abbiamo nè scoperto nè visitato e questo mi fa ancora bollire di rabbia! La 98 è una strada di circa sessanta miglia in mezzo al niente, in piena riserva navajo circondata dalle mesas e dalla vegetazione brulla dove incrociare una macchina è paragonabile alla scoperta di un oasi in mezzo al deserto. Giunti sulla 160 il traffico aumenta inevitabilmente e poco prima di arrivare a Kayenta troviamo le indicazioni per il Navajo National Monument, un parco nazionale che ha delle rovine Ansazi molto suggestive, ma che possono essere visitate solo se accompagnati da un ranger e i tour partono ad orari fissi il che rende impossibile la nostra visita per ovvi motivi di tempo.

Raggiunta Kayenta, una vera e propria cittadina indiana con motel e ristoranti, seguiamo le chiare indicazioni per la Monument Valley seguendo per la 163: sicuramente questa non è la strada più “panoramica" per arrivare al parco tribale, è molto più suggestiva quella che arriva da nord, dallo Utah e da Mexican Hat, ma appena superato Agathla Peak (anche conosciuto come El Captain) lo spettacolo è comunque impareggiabile. L'avvicinamento alla Monument Valley è una lenta e progressiva scoperta, da quando cominciano ad apparire i primi mittens, prima lontani e poi sempre più vicini, fino a distinguere chiaramente le formazioni rocciose che caratterizzano questa valle incantata e che la rendono un luogo unico al mondo. Finalmente arriviamo alla deviazione che ci porta all'interno del parco tribale e al Visitor Center, dove, dopo aver acquistiamo il biglietto di entrata, iniziamo la nostra avventura lungo la strada sterrata di 17 miglia che circumnaviga le formazioni rocciose più suggestive e i punti panoramici mozzafiato di questo luogo fatato.
La sterrata è molto polverosa e con numerose buche ma il nostro Grand Cherokee si comporta benissimo giustificando così la scelta di spendere qualche soldino in più. Ammiriamo da vicino i meravigliosi Left Mitten, Right Mitten e Merrick Butte, scopriamo l'incredibili e divertenti Elephant Butte e Camel Butte, la stranissima formazione rocciosa Three Sisters e molte altre opere d'arte della natura. L'atmosfera che si respira in questa terra è qualcosa di magico, di antico, è come tornare indietro nel tempo, catapultati nell'assoluta libertà , con le ombre lunghe della sua gente, che al tramonto, in sella al proprio cavallo, sembrano osservarti con quello sguardo alto e fiero, quasi severo, che appartiene solo a coloro che sanno di essere nella terra che amano con la certezza che niente e nessuno al mondo riuscirà a portarglielo via. Ed è quasi un peccato che tutte queste macchine intacchino questo luogo così denso di mistero e di storia, penso a quanto sarebbe magnifico poter restare solo, spiato dal vento e dal pallido sole del tramonto, e magari, da quell'uomo a cavallo che ti osserva con sospetto e si chiede il motivo che mi ha spinto nella sua terra augurandosi che l'abbandoni il prima possibile e forse, sarebbe giusto così. Certi luoghi avrebbero il diritto di appartenere e di essere vissuti solo a chi è cresciuto con loro, per non intaccarne e disperdere quella magia che li circonda.

Usciamo da questo mondo ancora una volta contenti e soddisfatti dello spettacolo ammirato, e riprendiamo la 163 in direzione di Mexican Hat, un piccolo centro abitato reso famoso dalla sua formazione rocciosa a forma di cappello messicano. Svoltiamo sulla 261 e poi sulla 316, il raccordo per raggiungere il Goosenecks State Park, un viewpoint molto suggestivo in un punto in cui il San Juan River serpeggia tra alcune mesas, è come vedere una serie di Horseshoe Bend uno dietro l'altro, è veramente una vista da non perdere.

Ritorniamo sulla 261 e poco dopo svoltiamo a destra prendendo una sterrata che si insinua per la Valley of the Gods, una specie di Monument Valley in miniatura, con delle formazioni rocciose che ovviamente sono meno suggestive rispetto a quelle che abbiamo visto poche ore prima ma, al contrario del parco tribale, siamo in piena solitudine e per tutto il tragitto, quasi un'ora, non incrociamo anima viva, regalandoci quel senso di libertà e nello stesso tempo di inquietudine. Quando sbuchiamo all'estremità opposta della Valley of the Gods, dentro di me combattono il sollievo di essere usciti “incolumi" dalla valle e il rammarico di non essere più nella sua tranquillità . Torniamo su una strada asfaltata con il dilemma se prendere in direzione ovest o est non vedendo cartelli che indicavano quale strada fosse. Estraiamo a sorte di andare verso ovest e dopo alcune miglia, come succede sempre in questi casi, ci accorgiamo di essere sulla 95 e che stiamo andando immancabilmente nella direzione opposta. Questo ci fa perdere un po' di tempo e ci allontana da altri due luoghi inclusi nella lista della tappa di oggi: il Muley Point e il Mule Canyon
.
Comunque sazi di quello che abbiamo visto, decidiamo di avviarci verso Blanding, dove abbiamo previsto il pernottamento. Una volta raggiunto il raccordo con la 163, ci dirigiamo in direzione nord ed in poco tempo arriviamo a Blanding. Prendiamo due stanze nell'ottimo Super8 e ceniamo in una steak house poco distante dal motel dove mangiamo dell'ottima carne a poco prezzo concludendo nel migliore dei modi una fantastica giornata.

Giorno 7 - Domenica 7 Agosto 2005

La tappa di oggi ci porta nel cuore pulsante della canyon country, una zona del Plateau in cui sono concentrati tre parchi, due nazionali e uno statale, di magnificente bellezza: Arches N.P., Canyolands N.P., Dead Horse Point State Park. Lasciamo Blanding verso le 9.30 e dopo un'ora e mezza di guida sulla 191 arriviamo a Moab, dove passeremo la notte. Essendo troppo presto per il check-in decidiamo di proseguire verso Canyonalds National Park, un parco diviso in tre distretti: Island in the Sky, The Needles e The Maze. La porta d'ingresso per The Needles è vicino a Monticello, cittadina sulla 191 subito dopo Blanding, ed è un distretto che, per poter accedere ai luoghi più suggestivi, deve essere visitato o con una 4wd oppure facendo lunghi tratti a piedi. The Maze, invece, è raggiungibile solo attraverso una lunga e impervia sterrata che parte da Green River; è un'area remota, solitaria e pericolosa, un labirinto di canyon (maze) tuttora non del tutto esplorati completamente. Per ovvie ragioni di tempo ci concentriamo sul distretto di Island in the Sky, un'area nelle vicinanze di Moab composta essenzialmente da punti panoramici che si affacciano sullo sterminato e affascinante territorio circostante, quindi visitabile con relativa facilità e velocità .
Poco dopo Moab svoltiamo sulla 313 che ci porta direttamente all'interno di Island in the Sky. Il primo viewpoint che ammiriamo è Mesa Arch, un magnifico arco naturale che incornicia una serie di canyon che rincorrono l'orizzonte, un paesaggio di un'imponente bellezza e maestosità che certamente resterà scolpito nei ricordi di tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno provato questa esperienza. Torniamo in macchina e ci dirigiamo al secondo viewpoint della giornata, il Green River Overlook; osserviamo in lontananza il lento scorrere del Green River , il fiume che con il suo moto perpetuo ha scolpito questa terra, creando il capolavoro che abbiamo davanti ai nostri occhi. Identica magia per il Grand View Point Overlook, il viewpoint successivo dove la sensazione di maestosità e di grandezza è addirittura amplificata. Island in the Sky è veramente una serie di piacevoli scoperte, ogni suo punto panoramico riesce a lasciarti senza fiato, quindi se siete da queste parti, una visita è d'obbligo!

Lasciamo il parco nazionale e sulla via del ritorno ci fermiamo al Dead Horse Point State Park, così chiamato perchè secondo la leggenda il parco un tempo fungeva da recinto naturale per i cavalli selvaggi e un gruppo di questi fu una volta lasciato in questo luogo arido, a morire di sete proprio al di sopra del fiume Colorado. Le vedute del fiume Colorado e il labirinto di canyon che si godono dal viewpoint sono davvero indimenticabili.

Ci lasciamo alle spalle Island in the Sky e il Dead Horse Point, tornando verso Moab per pranzare e prendere due camere per la notte. Puntiamo dritti senza esitazioni al Motel 6 dove troviamo tranquillamente posto e ci diamo una velocissima rinfrescata. Pranziamo al vicino Dennys e decidiamo di riposare un'oretta in motel prima di dedicarci all'ultimo parco di oggi: Arches N.P.

Intorno alle quattro del pomeriggio lasciamo il motel e dopo pochi minuti arriviamo al visitor center di Arches. Arches è un parco unico al mondo, caratterizzato da alcune formazioni geologiche che disegnano enormi archi naturali che si spalancano sotto il cielo azzurrissimo del Plateau. Anche questo parco si rivela magnifico, pieno di vere e proprie sculture di roccia create dal vento, dalla pioggia e dal lento scorrere degli anni, delle vere e proprie opere d'arte. Visitaimo Balanced Rock e la Windows Section con il magnifico ed imponente Double Arch, il Turret Arch, North e South Windows. Dopo di che ci dirigiamo verso il Delicate Arch e decidiamo di ammirarlo da lontano senza percorrere l'impegnativo e faticoso trail di 3 miglia che porta alle pendici dell'arco più famoso del mondo e simbolo dello Utah (se non tornerò ad Arches, rimpiangerò per tutta la vita questa scelta....) . Optiamo per il meno faticoso trail che ci porta all'interno del Devil's Garden dove ci gustiamo il Landscape Arch, una curva di arenaria lunga più di 91 metri, forse il più grande arco naturale del mondo.

Verso le 20 lasciamo il parco e torniamo al nostro Motel 6 a Moab. Dopo una bella doccia rigenerante ceniamo a base di cibo messicano in un locale sulla main street e visitiamo la galleria fotografica di Tom Till, uno dei fotografi di paesaggio più bravi e famosi del Plateau. Se siete a Moab vi consiglio vivamente di farci un salto, ne vale veramente la pena, ci sono delle stampe magnifiche!

E anche questa giornata è giunta al termine, stanchi ma veramente felici e soddisfatti ci abbandoniamo ai nostri letti, ma impazienti di proseguire il nostro viaggio per scoprire altri meravigliosi luoghi.

Giorno 8 - Lunedì 8 Agosto 2005

L'itinerario di questa giornata prevede la visita di due luoghi molto suggestivi quanto poco frequentati dal turismo di massa, anche se la diffusione delle notizie sulla Rete ha ovviamente incrementato sensibilmente il numero di visitatori che ogni anno si recano a visitare questi luoghi, il Goblin Valley State Park e Capitol Reef National Park.
Lasciamo di prima mattina la bellissima Moab, dirigendoci a nord sulla 191, in direzione della I-70, un'autostrada ad alto scorrimento. Giunti al raccordo con l'highway, deviamo in direzione Est dirigendoci verso il cuore di un piccolo canyon, il Sego Canyon, al cui interno ci sono i più suggestivi petroglifici dell'intero Plateau. Usciamo dall'autostrada all'uscita 183, all'altezza di Thompson e seguiamo un piccola strada che attraversa questo piccolissimo centro abitato e dopo circa 3 miglia e ½ raggiungiamo i petroglifici, un'antica arte rupestre. Proseguiamo oltre per circa ½ miglio prendendo una strada sterrata ben tenuta che porta alla ghost town di Sego, una vera città fantasma, un tempo sorta intorno alla miniera della zona. Ci accoglie un luogo spettrale e misterioso reso ancora più tale dell'antico cimitero alle porte della città con alcune tombe ancora ben conservate. Girovaghiamo per i resti di un edificio che un tempo doveva essere popolato dai minatori della zona, incontrando qua e la qualche carlinga di antiche autovetture e le vecchie entrate della miniera.

Lasciamo il Sego Canyon con l'omonima città fantasma tornando sulla I-70 dirigendoci a ovest, verso Green River. Usciamo dall'autostrada seguendo i cartelli che indicano la 24, dove poco dopo troviamo la deviazione per il Goblin Valley State Park, un parco veramente caratteristico e unico, con un numero infinito di bizzarre formazioni rocciose che ricordano dei funghi o, per l'appunto, dei folletti/goblin. L'area in cui sorgono queste formazioni rocciose è relativamente piccola e non ci sono particolari trail o percorsi da seguire. Ci aggiriamo liberamente tra le rocce lasciandoci trasportare dall'istinto, dalla curiosità e dalla voglia di scoperta. Anche qui, come al Sego Canyon, non si vede anima viva e questa è una delle ragioni che rendono così particolare questo posto. Il viaggio nel sud-ovest degli Stati Uniti si sta rivelando sempre più colmo di luoghi di una straordinaria bellezza, dove il silenzio incute nello stesso tempo timore e quella leggera sensazione della libertà . Quasi inconsciamente ci separiamo prendendo percorsi diversi, rivolgendoci pochissime parole ma tante espressioni di soddisfazione e i nostri sorrisi traducono la consapevolezza che stiamo vivendo un attimo indimenticabile del nostro viaggio e, perchè no, della nostra vita.
Lasciamo questa terra colpiti dalla sua silenziosa magia, tornando sulla 24 seguendo per Hanksville. Una volta oltrepassato questo centro abitato la strada diventa molto “scenica", attraversiamo un territorio lunare e desolato di colline di terra grigia, viola e nera, location tra l'altro di alcune scene del film “Il pianeta delle scimmie". Osserviamo ergersi intorno a noi le pareti di roccia dei canyon che costeggiano il Fremont River, in una delle zone a più bassa densità di popolazione degli Stati Uniti, seconda solo alla Death Valley. Attraversiamo Caineville, un piccolissimo centro abitato perlopiù da contadini, e proprio a fianco del ponte che attraversa il Fremont River, parte una sterrata che porta alla Cathedral Valley (uno dei distretti di Capitol Reef N.P.), un luogo remoto in cui sorgono due monoliti di roccia, Temple of the Sun e Tample of the Moon. Purtroppo la sterrata richiede una 4wd, quindi, a noi inaccessibile. Poco dopo Caineville parte un'altra lunghissima sterrata, questa volta percorribile anche dal nostro SUV, che attraversa le suggestive creste montuose del Waterpocket Fold arrivando fino a Bullfrog Marina, sul Lake Powell. Purtroppo per ragioni di tempo e di meteo dobbiamo desistere anche a questa sterrata puntando decisamente verso Capitol Reef.

Entriamo nel parco con un occhio ai brutti nuvoloni neri che sopra di noi minacciano pioggia da un momento all'altro, facendoci esitare sul percorrere o meno alcuni trail e/o sterrate del parco. Decidiamo di fare il breve e facile trail che porta all'Hickamn Bridge, un imponente arco naturale di pietra che sembra essere in tutto e per tutto un'ingegnosa opera dell'uomo. Tornati alla macchina riprendiamo la 24 e, dopo una breve sosta per ammirare i petroglifici, raggiungiamo l'inizio della sterrata di Capitol George, alla fine della Scenic Drive. Come temevamo un ranger ci indica con ampi gesti di tornare indietro in quanto la strada era stata chiusa poco ore prima per le forti pioggie che l'avevano resa impraticabile. Torniamo indietro riprendendo al 24, fermandoci ad ammirare Chimney Rock, il Panorama Point e il Goosenecks Overlook. Il tempo non ci ha certo aiutato a goderci a pieno questo parco, lasciandoci un po' di amaro in bocca, d'altronde eravamo consapevoli di poter andar incontro a questo genere di rischi e tutto sommato, fino a quel momento non ci potevamo certo lamentare.

Lasciamo Capitol Reef e raggiungiamo poco tempo dopo Torrey, un piccolo paesino sperduto e inghiottito dalla natura. Prendiamo due camere al Super 8 e dopo un'ottima cena a base di carne in una steak house del posto, andiamo a dormire stremati ma, ancora una volta contenti.

Giorno 9 - Martedì 9 Agosto 2005

La tappa di oggi ci permetterà di guidare su una delle strade più suggestive degli Stati Uniti d'America, la UT-12 Scenic Byway, che incrociamo subito dopo aver lasciato Torrey. Dopo breve tempo incominciamo a salire attraversando la Dixie National Forest arrivando fino ad un altezza di 2800 metri!! La Dixie National Forest è un'esplosione lussureggiante di alberi, prima pioppi americani, poi abeti e pini americani. Oltrepassata la magnifica foresta torniamo in piena canyon country, dove tornano a circondarci le mesas. Scendiamo poi tra bianche dune pietrificate fino a costeggiare le pareti del canyon avendo il Calf Creek come sfondo.

Arriviamo a Escalante, un luogo leggendario, isolato e remoto dove parte la mitica Hole in the Rock Road, una sterrata da cui si accede ad alcuni dei più spettacolari slot canyon del Plateau e che è stata percorsa dai mormoni nella loro ricerca del paradiso della terra: proprio alla fine della Hole in the Rock Road, fermati da uno strapiombo, hanno calato i loro carri dall'alto passando attraverso a questo “buco nella roccia" riguadagnandosi così il Glen Canyon e continuando il loro viaggio che li porterà fino allo Zion National Park. Per ovvi motivi di tempo non riusciamo a percorrere tutta la mitica sterrata, ma soltanto le prime 12 miglia per raggiungere il Devil's Garden, un piccolo giardino fatato dove sorgono strane formazioni rocciose e delicati archi di pietra, tra cui il bellissimo Metate Arch. Chiaramente siamo soli e questo rende questo luogo ancora più magico e misterioso. Ci aggiriamo lentamente senza una precisa meta tra le strane conformazioni di pietra, soltanto con la voglia di scoprire il territorio in totale beatitudine. Dopo poco riusciamo a scovare il bellissimo Metate Arch, e restiamo ad osservarlo per qualche minuto in religioso silenzio.

Lasciamo il Devil's Garden ripercorrendo le 12 miglia della Hole in the Rock nel senso inverso tornando così sulla UT-12 che ci porterà a quella magnificenza del Bryce Canyon National Park. Passiamo Henrieville, Cannonville e Tropic prima di raggiungere l'ingresso del parco nazionale. Ci dirigiamo con tutta fretta al primo viewpoint , il Sunrise Point, dove abbiamo il primo magnifico impatto con il Bryce Canyon. Ci sembra impossibile che la natura possa aver modellato nel corso dei secoli un luogo così strano, così incredibilmente bello, dove ogni più piccola formazione rocciosa sembra essere stata disegnata dal più abile degli artisti. I magnifici colori, il rosso che si perde nel rosa e che si stempera nel bianco, rendono questi anfiteatri uno spettacolo davvero indimenticabile. Passiamo rapidamente ai viewpoint successivi, l'Inspiration Point e il Sunset Point, dove parte il Navajo Loop, un trail di 1,3 miglia che passa attraverso Wall Street, uno slot canyon in mezzo al quale è cresciuto un pino. All'ingresso del trail un omone vestito da ranger ci avvisa che il Navajo Loop è chiuso per lavori di manutenzione e che non sarebbe stato riaperto prima di qualche mese, consigliandoci di prendere il Queens Garden Trail al Sunrise Point, unica strada percorribile per raggiungere Wall Street. La voglia di scendere nel Bryce Canyon è talmente alta che l'imprevisto aumento della distanza da percorrere non ci spaventa più di tanto. Ci dirigiamo così senza esitazioni al Sunrise Point e, riempiti gli zaini di cibo, acqua e gatorade, imbocchiamo il Queens Garden Trail, un piccolo ma ben tenuto sentiero che scende nelle viscere del Bryce Canyon circondato dalle meravigliose sculture rosse che poco tempo prima ammiravamo dall'alto. Il magnifico paesaggio ripaga la fatica della lunga camminata iniettando nuova energia ad ogni meraviglioso scorcio del Bryce Canyon, un luogo davvero unico al mondo. Dopo un'ora e mezza di cammino raggiungiamo Wall Street, un pino cresciuto incredibilmente in mezzo a due alte pareti di roccia distanti fra loro di circa un metro e mezzo. Dopo una meritata e obbligata pausa per riacquistare le forze, riprendiamo il trail nel senso opposto, ammirando ancora una volta un paesaggio che difficilmente dimenticheremo con il passare degli anni. Raggiunta la macchina ci accasciamo sui sedili, stanchi dalle tre ore abbondanti di camminata, ma, credetemi, ne è valsa davvero la pena. A fine vacanza, a detta di tutti, il Bryce Canyon si è rivelato come una dei luoghi più belli e incredibili del viaggio.

Usciamo a malincuore dal parco e riprendiamo la UT-12 fino al raccordo con la 89 che ci porterà a Panguitch, un piccolo centro abitato dove prendiamo due camere in un piccolissimo motel (di cui non ricordo il nome) ad un prezzo estremamente basso. Ceniamo in un carinissimo ristorante del posto dove mangiamo della squisita carne, concludendo così un'altra bellissima e faticosa giornata, passata alla scoperta di luoghi davvero magnifici.

Inutile dire che ci siamo addormentati non appena sfiorato il letto.

Giorno 10 - Mercoledì 10 Agosto 2005

Lasciamo Panguitch con il caffè bollente negli appositi alloggi del nostro SUV seguendo l'89 South, in direzione di Mount Carmel Junction dove troviamo alla nostra destra l'indicazione per la 9, strada che ci porterà allo Zion National Park. Appena imboccata la 9, cominciamo subito a salire sulla mesa, circondati da Jupiter Tree, fino ad arrivare all'entrata est del parco. Oltrepassato l'ingresso dello Zion, entriamo nel pieno di Checkerboard Mesa, un luogo caratterizzato da dune pietrificate e imponenti pareti di roccia circondate da abeti e piccoli Jupiter Tree che svettano sulle sommità delle strane formazioni rocciose che l'erosione del tempo ha formato. Ad un certo punto ci fermano i rangers e capiamo di essere arrivati in prossimità del famoso tunnel scavato dai ranger nel ventre della roccia che, essendo a senso unico, deve essere percorso alternativamente nei due sensi di marcia. Oltrepassato il tunnel cominciamo a scendere di nuovo sul fondo dello Zion N.P. fino a raggiungere il ramo principale del canyon, subito dopo passato il ponte che scavalca il Virgin River.

Ci dirigiamo al Visitor Center dove parcheggiamo la macchina e prendiamo lo shuttle gratuito per visitare il canyon principale del parco. Scendiamo alla fermata delle Emerald Pools, dove inizia il trail che porta alle sue tre sezioni, Lower, Middle e Upper. Raggiungiamo le prime due sezioni con un facile sentiero di un miglio e mezzo, attraversando giardini pensili, cascatelle e pozze d'acqua verde. Purtroppo la scarsità d'acqua sminuisce un po' lo spettacolo che resta comunque piacevole. Dalla cartina scopriamo che con ancora mezzo miglio (breve si, ma sembrava il Mortirolo!) raggiungiamo l'ultima sezione, le Upper Emerald Pools, una cascata che si tuffa dall'alto di almeno 200/250 metri sopra le nostre teste. Purtroppo, come prevedevamo, anche qui la quantità d'acqua è davvero scarsa e al posto di una imponente cascata troviamo qualche goccia d'acqua che si lascia cadere dalla montagna senza troppa convinzione. Pranziamo “al sacco" ai piedi della cascata (o per lo meno a quello che ne rimaneva) approfittandone per riposare e rilassarci prima di intraprendere la strada del ritorno.

Riprendiamo lo shuttle dirigendoci verso Weeping Rock, una parete rocciosa su cui è cresciuto un colorato “giardino pensile" e da cui cadono infinite gocce d'acqua, una vera e propria “roccia che piange", per l'appunto.

Tornati sullo shuttle ci informano che la strada che porta all'imbocco di The Narrows, luogo in cui lo Zion Canyon si restringe in modo impressionante diventando stretto e minaccioso e dove le acque del Virgin River si alzano fino alle ginocchia, è interrotto per lavori di manutenzione dovuti ad alcune frane dei giorni precedenti.
Dopo una breve discussione decidiamo di lasciare il parco sfruttando il tempo “guadagnato" dalla mancata visita di The Narrows e di raggiungere direttamente Las Vegas modificando così l'itinerario pianificato che prevedeva il pernottamento a Hurricane, non prima però, di una breve sosta al Visitor Center per un po' di shopping. Ci lasciamo alle spalle lo Zion N.P. un po' delusi, forse perchè avendo ancora negli occhi lo spettacolo unico al mondo del Bryce Canyon, questo parco ci è sembrato più “normale", più simile al paesaggio che abbiamo in alcune zone dell'Italia.

Dopo due ore di macchina rientriamo nella pazza Las Vegas e prendiamo due camere al Tropicana, carino ed economico Hotel&Casinò posto sulla Strip, di fronte all'Excalibur.

Dopo una rilassante doccia e un'abbondate cena ci ributtiamo nel caos del paese dei balocchi, visitando il Caesars Palace, il Venetian (un'incredibile ricostruzione di Venezia) , il Treasure Island e il Mirage (fantastica la simulazione di un'eruzione di un vulcano che ripetono ogni mezz'ora circa). L'immancabile giocata alle slot machine (chiaramente senza vincere nulla!!) chiude questa giornata, forse non all'altezza delle precedenti, ma comunque piacevole.

Giorno 11 - Giovedì 11 Agosto 2005

Ci svegliamo un po' più tardi del solito visto che passeremo l'intera giornata a Las Vegas, approfittando così per riposarci un po' e per recuperare dalle fatiche dei giorni scorsi. Dopo una breve colazione facciamo il check-out al Tropicana in quanto la notte successiva la passeremo al Treasure Island, l'Hotel&Casinò che abbiamo prenotato dall'Italia.

Verso le 10,30 del mattino lasciamo l'hotel dirigendoci verso il Las Vegas Outlet Center, sulla Las Vegas Boulevard South dove dedichiamo l'intera mattina al convenientissimo shopping riempiendo di borse il nostro SUV. Sul posto scopriamo che all'estremità opposta della città c'è un altro grosso outlet center, il Las Vegas Premium Outlet. Dopo pranzo attraversiamo la città percorrendo la Strip in tutta la sua lunghezza e pochi minuti dopo siamo di nuovo a girovagare per negozi dove acquistiamo capi della Tommy Hilfiger, Ralph Lauren e Nike a prezzi a dir poco bassi, comparandoli con quelli che siamo abituati a vedere in Italia. Ridendo e scherzando restiamo al LV Premium Outlet fino alle sei e mezza di sera e dopo una mezz'ora scarsa arriviamo al Treasure Island dove ci rilassiamo qualche ora.

Ceniamo nel buffet dell'hotel dove con 15$ si mangia e si beve a volontà finchà© le bocca è in grado di ingurgitare cibo. Usciti del ristorante scopriamo che da li a poco tempo iniziava il celebre spettacolo “The Sirens of TI" dove viene inscenata una battaglia vera e propria tra una nave pirata e una fregata britannica. Sullo sfondo di un villaggio caraibico del XVIII secolo, stuntman e cannonate vanno a tutta birra, fino a quando i pirati vincono e la fregata sconfitta affonda. Assistiamo a tutto ciò da una posizione privilegiata in quanto ospiti dell'Hotel.

Finito lo spettacolo usciamo di nuovo sulla Strip passando da un Casinò all'altro giocando qualche dollarone (pochi, veramente pochi) alle classiche Slot Machine. Passeggiamo per Las Vegas fino a mezzanotte, ora in cui decidiamo di tornare nelle nostre stanze per andare a dormire. La giornata odierna è stata all'insegna del completo relax e del “cazzeggio" e dopo le massacranti tappe dei giorni precedenti, si è rilevata quanto mai necessaria.

Giorno 12 - Venerdì 12 Agosto 2005

Al contrario di ieri ci svegliamo molto presto in quanto la tappa di oggi richiede parecchie ore di guida. Lasciamo Las Vegas con un po' di malinconia e ci dirigiamo sulla I-15 South fino al raccordo con la 160, che prendiamo in direzione Pahrump. Raggiunta la cittadina, ignoriamo le prime indicazioni per la Death Valley che portano sulla 372 (che diventa la 178 in California) e, come consigliato dal nostro guru Marco, proseguiamo per altre 3 miglia fino ad arrivare alla deviazione per la 210, la strada che porta direttamente alla Death Valley Junction e poi sulla 127. La 210 attraversa uno dei territori più desolati e deserti dell'intero Nevada, lambendo la Devil's Hole e Ash Meadows National Wildlife Refugee, due distaccamenti del Death Valley N.P. Giunti a Death Valley Junction imbocchiamo la 190, riaperta solo pochi mesi prima dopo un violento flashfood della scorsa estate, che ci porterà direttamente alle soglie del parco.

Poco dopo l'ingresso al Death Valley N.P. incontriamo il primo viewpoint, Zabriskie Point, un punto panoramico che si affaccia su creste di granito dalle infinite sfumature. Proseguiamo sulla 190, oltrepassiamo il Fornace Creek Inn e giriamo a sinistra verso il Devil's Golf Course e Badwater, entrando in un mondo così diverso dalle grandi metropoli americane e così lontano dal caos dei claxon delle macchine che corrono verso mete imprecisate.
Ma siamo in California? Ricontrollo la cartina e! si, siamo proprio in California. Mai e poi mai avremmo pensato di trovare un posto del genere in California, così lontano dall'immaginario di tutti noi (dove sono Pamela Anderson e le spiagge chilometriche?). Intanto il cruscotto del nostro SUV minaccia la temperatura esterna e sembra proprio divertirsi nel vedere le nostre espressioni ogni qual volta aumentava di un grado.

Arriviamo al Devil's Golf Course discutendo su cosa diavolo fosse quello strato bianco che ricopriva la vallata e dopo aver parcheggiato la macchina, apriamo impazienti le portiere e un'incredibile massa di aria rovente travolge in pieno i nostri corpi. Il cruscotto del Cherokee non mentiva, 48° C, e c'erano tutti, uno a uno, e si facevano sentire. Iniziamo a camminare titubanti su quelle strane formazioni che dopo qualche lettura scopriamo essere fatte di borace e con la sensazione di essere in un luogo in cui il Dio Sole fosse il Re incontrastato e la pioggia soltanto una minuscola comparsa. Dopo dieci minuti rientriamo in macchina, consolati dall'altro Dio della giornata: l'aria condizionata.
Riprendiamo la strada che percorre la Death Valley spingendoci fino a Badwater, il punto più basso in tutti gli Stati Uniti d'America. E il cruscotto, malvagio, indica 51° C. Scendiamo e ci sembra impossibile che qui faccia ancora più caldo che al Devil's Golf Course, ma dopo pochi passo capiamo a nostre spese che è proprio così. Il caldo è davvero insopportabile, sudiamo tutti come un keniota che ha appena finito la maratona di New York, ma noi abbiamo percorso solo qualche metro!! Ci addentriamo come possiamo nella piatta e arida vallata di questo incredibile posto riuscendo difficilmente a tenere gli occhi aperti per il riverbero del sole sulla crosta di borace. Dopo aver fatto le foto di fianco al cartello che indica i 282 ft. sotto il livello del mare, ci incamminiamo verso la macchina e soprattutto verso quella geniale invenzione, l'aria condizionata.
Di nuovo al fresco raggiungiamo la 190, dirigendoci verso il Devils Cornfield (ma qui è tutto Devil?!?!?) dove alla nostra destra avvistiamo le Sand Dunes, un vero e proprio pezzo di Sahara nel continente americano. Ci fermiamo giusto il tempo per scattare qualche foto, riprendendo poi la marcia fino a Stovepipe Wells Village.

Una volta superato il piccolo villaggio incominciamo a salire sul Panamint Range e notiamo degli inquietanti cartelli che ci invitano a spegnere l'aria condizionata onde evitare di sforzare troppo il motore a queste temperature. Avendo un'ottima macchina, praticamente nuova, ci limitiamo ad abbassarla al minino. Oltrepassato il Towne Pass la strada torna di nuovo a scendere e quando arriviamo in fondo alla vallata scorgiamo ai due lati della strada il Lake Hill, un lago asciutto che oggi è una superficie secca e arida, e le Panamint Dunes. Superato il Lake Hill la strada torna di nuovo a salire fino ad arrivare in cima al picco che sovrasta il Rainbow Canyon.

Dopo poche miglia usciamo dalla Death Valley N.P., proseguendo poi sulla 136 verso Keeler e Lone Pine, per poi ricongiungerci con la 395 che ci porterà direttamente a Mammoth Lake dove abbiamo 2 stanze prenotate al Motel 6. Per oltre un ora costeggiamo e attraversiamo le foreste alpine della famosa Sierra Nevada, un luogo colmo di laghetti, campeggi, pesche sportive e impianti sciistici.

Arriviamo a Mammoth Lake verso le sette sera, giusto in tempo per una bella doccia e per mangiare una pizza gigante con una bella birra (fresca!!) in un locale proprio di fronte al nostro motel concludendo così un'altra giornata, pienamente soddisfatti degli incredibili luoghi che abbiamo visitato.

Giorno 13 - Sabato 13 Agosto 2005

Lasciamo Mammoth Lake riprendendo la 395 in direzione nord fino alla deviazione per la 120, una strada che porta a South Tufa, una piccola area di Mono Lake. Il lago, unico al mondo, è caratterizzato dalle stranissime formazioni di tufo che emergono dall'acqua innalzandosi verso cielo. Dopo poche miglia sulla 120, arriviamo in un ampio parcheggio dove lasciamo la macchina e imbocchiamo un sentiero che ci porta direttamente sulle sponde del lago. Con notevole stupore scopriamo che le sponde del lago sono ricoperte da un numero infinito di mosche e che un tempo erano il piatto forte della dieta delle popolazioni native che abitavano queste zone.

Ci lasciamo alle spalle questo stranissimo lago tornando sulla 395, fino al raccordo con l'altro tratto della 120, poco prima di Lee Vining, in direzione Tioga Pass e Yosemite National Park. Incominciamo subito l'ascesa fino ai 3000 metri, da dove godiamo di una vista davvero mozzafiato. Tioga Pass è il punto d'accesso per lo Yosemite N.P., uno dei parchi più famosi degli Stati Uniti. Lo scenario che ci circonda è il tipico paesaggio montano, con ampie vallate verdi costellate da laghetti dalle acque azzurrissime in cui le alti vette rispecchiano tutta lo loro maestosità . Scendiamo lentamente verso la Yosemite Valley lungo la Tioga Road, passando per il carinissimo Tenaya Lake e fermandoci ad ammirarla da lontano al Valley View. Una volta all'interno della valle, lasciamo la macchina all'inizio della piacevole camminata che ci porta ai piedi delle Bridalveil Falls.
Tornati alla macchina, raggiungiamo il Visitor Center, dove comperiamo tutto il necessario per il pranzo al sacco (hanno anche l'acqua frizzante!!!!!!!) che consumiamo in riva al Merced Rver immersi nella natura e in totale relax. Finto il pranzo decidiamo di lasciare il parco, forse troppo vicino ai nostri paesaggi alpini per regalarci quelle emozioni che abbiamo provato, per esempio, alla Monument Valley o al Bryce Canyon e a tutti quei magnifici luoghi che abbiamo ammirato nei giorni precedenti.

Riprendiamo la 120, fino ad arrivare al raccordo con la I-5 e dopo qualche ora passata a guidare sulle highway americane giungiamo finalmente al Okland Bay Bridge, la nostra porta d'ingresso per San Francisco. Come quasi tutti i ponti che portano nelle grandi metropoli americane è a pagamento, il che ci obbliga a sopportare una mezz'ora abbondante di coda.
Superato il ponte ci mettiamo alla ricerca del nostro albergo, il Grand Plaza Hotel (dal nome sembrerebbe essere un Hotel a 14 stelle, ma invece è un discreto alloggio, senza infamia e senza lode) situato poche centinaia di metri dopo la famosa porta di Chinatown. Quando scendiamo dalla macchina per chiedere informazioni restiamo paralizzati dalla temperatura: siamo passati dai 51°C della Death Valley ai 14°C di San Francisco! Trovato l'albergo e il parcheggio ne approfittiamo per riposarci qualche ora prima della cena.

Ceniamo in un bellissimo locale a Financial Distric e dopo una breve camminata per i grattacieli di San Francisco e Chinatown per smaltire l'enorme quantità di cibo ingerita, torniamo nelle nostre camere per farci un bella dormita in previsione della lunga passeggiata per San Francisco che ci aspetta il giorno seguente.

Giorno 14 - Domenica 14 Agosto 2005

Eravamo stati avvisati che il clima a San Francisco non era dei migliori e che durante la mattinata la città veniva avvolta da un spessa coltre di nebbia, per poi lasciare spazio al sole nel pomeriggio. Infatti, quando usciamo di prima mattina dall'hotel, troviamo l'annunciata nebbia e la “fresca" temperatura che ci costringe ad indossare i maglioni e ci invoglia a fermarci al più vicino Starbucks Coffee per prendere un caffè bollente.

Con l'americanissimo bicchiere di cartone in mano ci avviamo per le strade di Chinatown, il quartiere di San Francisco che richiama alla mente l'atmosfera delle animate città del sud della Cina. Il potarle di ingresso a questo quartiere è la famosa Chinatown Gateway sulla Grant Avenue, una struttura a tre arcate progettata da Clayton Lee e ispirata alle porte cerimoniali d'ingresso, tradizionali dei villaggi cinesi.

Lasciamo Chinatown entrando a North Beach, detta anche Little Italy, celebre per i suoi locali notturni e per Lombard Street, la famosa strada protagonista in molti film. Lombard Street è anche conosciuta come la strada più inclinata del mondo, infatti pendenza naturale della collina è di 27 gradi. Negli anni venti la sezione più vicina a Russian Hill è stata modificata con l'aggiunta di otto tornanti.

Lasciamo Lombard Street e prendiamo il famosissimo Cable Car di San Francisco per raggiungere il Fisherman'n Wharf. Il Cable Car è un antichissimo sistema di funicolare ideato da Andrei Hallidie nel 1873 per muoversi per la città sfruttando le sue colline. Dopo qualche piacevole minuto sul Cable Car arriviamo al Fisherman's Wharf, incamminandoci poi verso il Pier 39, dove sorge una bellissima struttura in legno con numerosi ristoranti, negozi e i famosi baracchini dove è possibile mangiare la specialità del posto, il granchio di Dungeness, il tutto sullo sfondo splendido della baia di San Francisco. Dopo aver pranzato in un ristorante del Pier 39 ci dirigiamo verso il Pier 41 dove ritiriamo i biglietti prenotati dall'Italia, per il tour sull'Isola di Alcatraz del 13.45, sede dell'omonimo penitenziario di massima sicurezza. Il Pier 41 è anche dimora di un branco di leoni marini che si crogiolano al sole e che allietano l'attesa per imbarcarsi sul battello che ci porterà sull'isola.

Salpiamo dal porto poco dopo le 14, godendoci dal mare il meraviglioso skyline si San Francisco durante la piacevole navigazione di 25 minuti circa che ci porta sull'isola.
Nel 1859 l'esercito americano vi stabilì un forte di sorveglianza fino al 1907, quanto fu trasformata in prigione militare. Dal 1934 al 1963 divenne penitenziario federale di massima sicurezza soprannominata “The Rock" dai carcerati. Ospitò in media ogni anno 264 dei più pericolosi criminali del paese, trasferiti qui per cattiva condotta durante la detenzione in altre prigioni degli Stati Uniti.
Ritiriamo l'audio tour (vi consiglio vivamente di prenderlo perchè è un elemento indispensabile per capire a fondo la storia di questo luogo) al Visitor Center, anch'esso prenotato dall'Italia, e iniziamo il nostro cammino fra le fredde mura di quello che un tempo è stato il carcere più duro e temuto degli Stati Uniti d'America. Il tour inizia passando tra le spoglie celle disposte su due piani, ricordandoci Al Capone, Robert Stround, Gorge Kelly e i fratelli Angelin, tra i detenuti più famosi di Alcatraz. Alcuni racconti ci fanno accapponare la pelle, al solo pensiero che degli esseri umani passavano dalle 16 alle 23 ore al giorno rinchiusi in solitudine in un 1,5 m per 2,5 m ci faceva rabbrividire, ma d'altronde se sono stati rinchiusi ad Alcatraz, qualcosa di poco bello dovevano pur aver commesso.
Proseguiamo poi verso le celle di isolamento, dei piccoli buchi senza luce protetti da porte blindate dove venivano rinchiusi i detenuti in punizione. Proviamo ad entrare in una cella lasciata aperta per i visitatori e, vi assicuro, la sensazione provata non è stata per niente piacevole. Visitiamo infine la mensa, il cortile e luogo dove i detenuti ricevevano le visite dei propri cari e dopo una breve passeggiata all'esterno della prigione, lasciamo l'isola un po' pensierosi, immaginandoci forse lo stato d'animo dei detenuti rinchiusi al buio in pochissimo spazio con il viso appiccicato al vetro sporco dei piccoli oblò che si aprivano sullo skyline di San Francisco e la sua splendida baia, ricordandogli ogni volta di quanto fosse bello il mondo la fuori.

Torniamo al Pier 41 e lasciamo momentaneamente il Fisherman's Wharf, dirigendoci verso la Coit Tower, una torre alta 60 m costruita in cima a Telegraph Hill. Superata la Coit Tower ci immergiamo nel pieno centro di Financial District, circondati dagli imponenti grattacieli, simbolo del centro economico della città . Tra gli altri ammiriamo la Transamerica Pyramid, che con i suoi 48 piani e 260 m di altezza è il palazzo più alto di San Francisco.
Camminiamo poi fino a Union Square, nel cuore del quartiere commerciale, dove ne approfittiamo per “rilassarci" facendo un po' di shopping.

Torniamo in hotel e dopo un doccia e un breve riposino, riprendiamo la macchina per andare di nuovo al Fisherman's Wharf, dove abbiamo programmato di cenare al Bubba Gump, un delizioso (non troppo economico a dire il vero!) ristorante al Pier 39 dedicato completamente a Forrest Gump. Soddisfatti della cena e dopo una brevissima passeggiata al Wharf, torniamo al nostro Hotel, addormentandoci nel giro di qualche minuto.

Giorno 15 - Lunedì 15 Agosto 2005

Carichiamo le valige in macchina di buon'ora e dopo il solito caffè da Starbucks ci dirigiamo verso il Golden Gate Bridge, il terzo ponte a campata singola del mondo per lunghezza, con un totale di 2,7 Km.
Dopo pochi minuti arriviamo al Presidio, creato dagli spagnoli nel 1776 come avamposto del loro impero nel nuovo continente. Nel 1994 divenne parco nazionale e oggi è un piacevolissimo parco all'interno della Golden Gate National Recreation Area, dove si può passeggiare per i sui prati verdi ben tenuti e i suoi boschi ricchi di fauna. Lasciamo la macchina nel parcheggio all'estremità nord-ovest del Presidio dove parte il sentiero che porta a Fort Point, una fortezza di mattoni che sorvegliava la baia durante la guerra di Secessione. Oltrepassiamo Fort Point arrivando al viewpoint che ci permette di ammirare il Golden Gate Bridge in tutta la sua bellezza e maestosità . Purtroppo anche oggi il tempo non è dei migliori, infatti la parte superiore del ponte è completamente immersa nelle nebbia, ma accentuando così il suo colore arancione acceso, rendendolo ancora più suggestivo.

Lasciamo il Golden Gate National Recreation Area prendendo la CA-1, la famosa strada costiera della California. Percorriamo lentamente la tortuosissima strada che segue il frastagliato profilo della costa fino a Big Sur, forse la più lunga sezione di costa selvaggia californiana. Purtroppo il tempo non è variato di molto da quello che abbiamo lasciato a San Francisco e anche il mare non è limpidissimo, offuscando così la bellezza del paesaggio.
Proseguiamo sulla CA-1 per parecchie miglia, fino a Pismo Beach, dove abbiamo prenotato dall'Italia due stanze al Motel 6. Dopo un po' di meritato riposo ci dirigiamo verso il piccolo molo, da dove vediamo i famosi surfisti californiani alle prese con le onde dell'oceano pacifico e, dopo aver goduto del tramonto sull'oceano, concludiamo la giornata con una bella cena in un ristorante poco distante.

Giorno 16 - Martedì 16 Agosto 2005

Ci svegliamo con la consapevolezza di essere quasi giunti alla fine di questo meraviglioso viaggio, infatti la tappa di oggi ci riporterà a Los Angeles, dove il giorno seguente prenderemo l'aereo che ci riporterà in Italia.

Lasciamo Pismo Beach prendendo la US-101 fino a Santa Barbara, dove ci fermiamo per il pranzo e per una piacevole passeggiata sul classico lungomare californiano. Santa Barbara è la tipica cittadina di mare della California, con un'ampia spiaggia delimitata delle palme e dalla pista ciclabile.

Dopo pranzo riprendiamo la US-101 verso Malibu, dove passiamo alcune ore in spiaggia in totale relax sotto il controllo dei lifeguard in stile Baywatch. Purtroppo la temperatura dell'oceano non ci permette di fare il bagno e non ci resta che guardare i surfisti sfidare le onde del pacifico, dotati di muta, per loro fortuna.

Lasciamo Malibu e decidiamo di passare la serata a tra le bellissime vie illuminate di Santa Monica. Dopo cena riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso il Motel 6 nelle vicinanze dell'aeroporto, dove abbiamo due stanze prenotate dall'Italia.

Al contrario degli altri giorni faccio un po' fatica ad addormentarmi, la consapevolezza di essere ormai giunti alla fine di questa avventura mi rattrista molto, la mia mente torna indietro nel tempo per ripercorrere i giorni precedenti passati in luoghi meravigliosi, dove la natura ha scolpito opere d'arte e sembra ricordarti ogni volta quanto è enorme la sua potenza. Domani prenderemo un aereo che ci riporterà a casa, ma sono sicuro che i ricordi di alcuni attimi di questo viaggio non mi abbandoneranno mai, alcune emozioni resteranno custodite nel mio cuore, per sempre.

Giorno 17 - Mercoledì 17 Agosto 2005

Ci svegliamo con calma, senza nessuna fretta, per la prima volta dall'inizio del viaggio non abbiamo nulla da visitare, o meglio, ci sarebbe downtown di Los Angeles, ma la cosa non esalta più di tanto il nostro spirito, abituato nei giorni precedenti a ben altro. Ma dobbiamo tirare per lo meno le 3 di pomeriggio, il volo che ci riporterà in Italia è previsto le 7.00 pm.

Decidiamo così di buttarci per l'ultima volta nel traffico di L.A. per raggiungere il cuore finanziario della città . Dopo una breve passeggiata per i grattacieli di downtown, poco soddisfatti dello spettacolo offerto, decidiamo di recarci all'aeroporto con tutta calma per sbrigare le pratiche della riconsegna del nostro SUV.

L'addetto della Alamo controlla minuziosamente la macchina mentre scarichiamo le nostre valige, e dopo aver stampato lo scontrino ci chiede gentilmente di lasciare le chiavi nel cruscotto, ordine che eseguo a malincuore. Pochi istanti dopo vediamo allontanarsi il Grand Cherokee, egregio compagno di viaggio di questa magnifica avventura.

Pranziamo all'aeroporto e alle 7.00 pm l'Airbus A340-300 della Swiss lascia il suolo americano e dentro di noi molta malinconia ma anche la consapevolezza di aver vissuto giorni indimenticabili e aver provato quelle sensazioni indescrivibili che solo questo angolo degli Stati Uniti d'America riesce a darti.



Qui trovate le foto del viaggio:
http://www.worldreamers.com/?l=IT&p=16&nt=&v=1&MODE=pic

Ciao!
Ale

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