West USA: un parco al giorno… o quasi
Un viaggio di Nadia & Leonardo
Nel programmare il nostro viaggio di questa estate negli
Stati Uniti abbiamo, come sempre, navigato in rete per cercare di raccogliere più
informazioni possibile per affinare l'itinerario che ci siamo costruiti da soli.
Ed è così che abbiamo scoperto e conosciuto il sito di Turisti per caso e,
leggendo esperienze di altre persone attraverso i racconti pubblicati, ho deciso
che anch'io in questa vacanza avrei tenuto un diario di viaggio da tenere come
ricordo e da inviare al sito.
Compagno di viaggio è mio marito, Leonardo, che ha già
visitato il West degli USA con un amico nel 2001; io invece (Nadia, mi
presento!) non c'ero mai stata prima. L'itinerario che abbiamo studiato gli ha
comunque permesso di vedere per la prima volta la maggior parte dei parchi che
abbiamo visitato; questo solo per dare l'idea di come la natura si sia sfogata
in particolar modo in questa parte del mondo e di quanti posti incredibili ci
siano da ammirare.
Prima di partire con il diario, alcuni numeri: il viaggio è
durato 20 giorni (dal 20/8/2005 al 9/9/2005) che, considerando il trasferimento
aereo, equivalgono a 18 giorni pieni in America. Qui abbiamo dato priorità alla
natura, visitando come città solo San Francisco e assaggiando appena Las Vegas.
Per quanto riguarda i parchi, abbiamo ammirato 15 tra National e State Park.
Ecco da dove viene il titolo della nostra avventura. Tutto ciò camminando con
la macchina per un totale di 3720 miglia, vale a dire più di 6000 km.
Il periodo di ferie che il lavoro ci ha permesso di prendere
si è rivelato ottimo: siamo a fine agosto, è ancora caldo e i parchi non sono
poi così affollati dai turisti: in tante occasioni ci siamo trovati soli
circondati dalla natura.
Il diario è stato scritto direttamente in loco, giorno per
giorno, anzi, sera per sera, qualche volta addormentandomi con la penna in mano
per la stanchezza.
Questo è appunto un diario, non un tentativo di
mini-guida-turistica, per cui non troverete descrizioni accurate dei luoghi,
anche perché potrei togliere il gusto unico della sorpresa a chi questi posti
intende visitarli; credo invece che possa essere utile per capire un po’ i
tempi della nostra vacanza, ossia quanto abbiamo dovuto correre per vedere tutti
questi posti e quanto tempo abbiamo dedicato ad ognuno di essi.
E visto che, nonostante non mi sia limitata a scrivere, ce ne
sarebbero ancora tante di cose da dire, per qualsiasi commento o domanda o
qualsiasi altra cosa scrivetemi pure (nbozzone@vodafone.it)! Buona lettura e
speriamo… che arriviate in fondo svegli!
Sabato 20 agosto – In viaggio…
Eccoci qua, finalmente siamo a San Francisco; ancora non mi
sembra vero! Già perché il lavoro ci ha talmente impegnato fino all'ultimo che
oltre a non godermi l'attesa delle ferie ci siamo ritrovati, come al solito, a
fare le valigie la sera prima della partenza. Risultato: siamo andati a letto
alle tre del mattino!
Non è stato difficile tirarsi giù dal letto dopo solo tre
ore di sonno, è la paura di fare tardi all'aeroporto che ci sveglia.
L'appuntamento da non mancare è alle 7.30 sotto casa nostra dove il mio babbo,
ed eccezionalmente anche la mia mamma, ci accompagneranno all'aereoporto di
Firenze. Qui la giornata comincia bene, con il check-in risolto in pochi minuti
e una buona colazione; ultimi saluti ai miei e… si parte!, prendiamo il primo
aereo che da Firenze ci porterà a Monaco, volo Lufthansa. Il volo parte alle
9.00 (puntuale) e appena siamo in quota ci danno la colazione… tipica tedesca:
un panino al formaggio! Arriviamo alle 10:00 a Monaco; dall'imbarco sul volo che
ci porterà direttamente a San Francisco ci separano cinque lunghe ore, che
passiamo nel Terminal G, guardando le vetrine dei vari negozietti e pranzando a
base di weiss wurstel.
Finalmente arriva l'ora dell'imbarco, le 15:05. Il volo è
Lufthansa, in "code sharing" con United e Air New Zealand (!?), su un
aereo "firmato" Star Alliance. Voi ci capite qualcosa? Io niente!
L'aereo, un Airbus A340, è nuovo di zecca, bello, pulito e spazioso. Partito
puntuale anche questo, abbiamo passato così le nostre UNDICI ore di volo:
-
spuntino a base di salatini
-
"cena" (erano le 17.30…) a base di salmone
-
film "Robots", carino, ma io l'ultima ora l'ho dormita
-
un giro ai bagni (che spettacolo, erano… al piano di sotto!)
-
spuntino cioccolatoso
-
secondo film, "Hitch" (visto la prima mezz'ora, il resto
dormito)
-
un altro pranzo… o cena? Boh! Comunque l'ho saltato per dormire ancora.
Arriviamo a San Francisco alle 18:30 locali (3:30 italiane).
Dopo il controllo dei passaporti, il prelievo delle impronte digitali, la foto,
le risposte a "chi sei?", "cosa fai nella vita?",
"perché sei qui?" e addirittura "dove lavori?", saliamo
sull'air train, un trenino che ti dovrebbe portare velocemente da una parte
all'altra dell'aereoporto. In realtà c'è voluta mezz'ora per arrivare al luogo
in cui ritirare la macchina a noleggio, prenotata dall'Italia.
Evase le pratiche, andiamo nell'immenso garage, circondati da
una distesa di auto, tra cui si nasconde anche la nostra. Trovarla non è
facile: dopo lunghe ricerche, indicazioni sbagliate, alla fine un cinesino ci
aiuta e finalmente troviamo il mezzo: una full-size della Chevrolet, macchinone
decisamente sufficiente alle nostre esigenze, visto che tutte le nostre cose
(due valigie di medie dimensioni, uno zaino ed una borsa) nel bagagliaio ci
sguazzano.
Leonardo si mette al volante ed io gli faccio da
navigatore… del piffero, visto che, non appena fuori dall'aereoporto, gli
faccio subito sbagliare strada. Nonostante questo arriviamo all'albergo
abbastanza facilmente. Lasciati i bagagli, andiamo al supermercato di fronte,
aperto 24 ore su 24, a comprare uno spuntino. Domani niente sveglia!
Domenica 21 agosto – San Francisco (A giro per la città)
Ci svegliamo appena passate le 10.00, dopo una bella dormita.
Ci prepariamo piano piano ed usciamo dall'albergo alle 11.40. Il programma di
oggi è: prendere la macchina e girare a zonzo per le strade della città. Prima
di tutto però… la colazione! Così partiamo per cercare uno Starbucks, che
troviamo dopo pochi minuti sulla strada; il problema è: dove parcheggiare?
Gironzoliamo tre o quattro volte intorno al bar, con in mente l'equazione
"una svolta a sinistra = tre svolte a destra", ma di parcheggi neanche
l'ombra. Allora decidiamo di tirare diritto e fare un salto a Union Square.
Arrivati in zona troviamo un garage a non-so-quanti-piani: lasciamo la macchina
qui. Raggiungiamo la strada con un ascensore che va alla velocità della luce
e… cosa c'è di fronte a noi? Un altro Starbucks! Io sono tutta felice, quando
ci troviamo in giro per il mondo mi piace fermarmi qui a fare colazione.
Entriamo e, come al solito, prendiamo il mezzo litro di cappuccino (servito nei
bicchieroni di carta) e due dolcetti.
Ora che lo stomaco è decisamente pieno, siamo pronti ad
esplorare la zona. Il tempo non è un gran che: nuvoloso e ventoso. Speriamo
domani sia meglio! A Union Square, oltre ad una bellissima "scultura"
a forma di cuore, c'è anche una esibizione artistica dove pittori, fotografi e
scultori vendono le proprie opere. Cominciamo da qui a girare il nostro filmino
e a scattare le prime foto.
Vorremo andare nel quartiere di China-Town, ma visto che sono
io a guidare con la cartina, ovviamente, sbagliamo strada e ci ritroviamo dalla
parte opposta. Santa pazienza! Ritroviamo la strada giusta e infatti ecco la
porta di entrata al quartiere, fatta ovviamente a forma di pagoda. Al di là di
essa si trovano, uno accanto all'altro, una serie di negozi di souvenir, di
abbigliamento, ristoranti e piccoli supermercati. Visitiamo la zona,
divertendoci a riprendere e fotografare le case costruite in stile cinese, una
più strana dell'altra. Qui siamo nel "centro" di San Francisco che,
come le altre città americane, equivale al centro finanziario e quindi ci fanno
da sfondo i grattacieli di uffici, tra cui la Transamerican Pyramid.
Ritorniamo a Union Square per uno spuntino (hot dog dal
baracchino sulla strada, come a New York!), terminato il quale riprendiamo la
macchina e andiamo ad Alamo Square.
Qui la fortuna ci assiste facendoci trovare un parcheggio
proprio accanto al giardino della piazza. La piazza rappresenta una delle
classiche cartoline di San Francisco in quanto il paesaggio offre delle belle
casine con i grattacieli del Financial District come sfondo. Ovviamente anche
noi facciamo il classico scatto. Stiamo un pochino lì, altra piccola
passeggiata e poi di nuovo in macchina. Questo è un quartiere residenziale
quindi, oltre alla piazza, non c'è nient'altro da vedere.
Twin Peaks non è molto lontano, decidiamo perciò di farci
un salto. Durante il tragitto lo scetticismo di vedere il panorama della città
dalla collina aumenta dato che non solo è nuvoloso, ma le nuvole sono molto
basse per cui, dopo pochi metri di salita, ci troviamo completamente immersi nel
grigio: si vede a malapena la strada! Inutile fermarsi al piazzale panoramico ed
in men che non si dica cerchiamo un altro posto dove andare.
Passata la delusione, decidiamo di provare il brivido di
percorrere le strade più ripide della città. Ci dirigiamo verso Filbert Street
dove, nel tratto compreso tra Hyde Street e Leavenworth Street, la pendenza
raggiunge il 31,5%... niente male! La strada è a senso unico e la possiamo
percorrere solo in discesa. E' come essere sulle montagne russe: vedi il cofano
della macchina ma non la strada e ad un certo punto… ti ritrovi in giù! Il
tratto è breve ma intenso. Dopo il brivido della discesa parcheggiamo per
cercare di fare delle foto che rendano l'idea e scegliamo di immortalare le
macchine parcheggiate rigorosamente a 90 gradi.
Due strade più avanti, in Lombard Street, il problema della
pendenza è stato risolto in modo insolito, tanto che la strada è diventata un
"must-see" di San Francisco. In pratica nel giro di pochi metri ci
sono 8 curve a zig zag; la strada è pavimentata a mattoncini rossi e, tra una
curva e l'altra, ci sono bellissime aiuole tutte fiorite. Una vera attrazione
turistica, affollatissima, tra quelli che la percorrono chissà quante volte in
macchina e quelli che stanno sotto a fare la fila per fare la classica foto.
Ovviamente non possiamo mancare proprio noi: prima foto e ripresa e poi via alla
macchina e giù, su Lombard Street. Divertente!
Dove possiamo andare adesso? Ma sì, al Golden Gate o meglio
nei dintorni del ponte, perché stasera ci limiteremo a fotografarlo. Proviamo
quindi a imboccare il Lincoln Boulevard ma il genio delle cartine, ossia la
sottoscritta, dà un'altra volta indicazioni sbagliate ed eccoci nella 101 N che
porta all'entrata del ponte. Evitiamo di salirci sopra uscendo all'ultima
"exit" prima del casello e raggiungiamo, passando nel mezzo a una zona
residenziale da favola, Lands End dove, accanto ad un campo da golf, c'è un
sentierino che ci porta in una piazzola dalla quale possiamo ammirare il Golden
Gate che splende in tutta la sua bellezza. Sì perché, nonostante si tratti di
un ammasso di ferraglia rossa che tiene in piedi una strada in mezzo alla baia
della città, il ponte è proprio bello e affascinante. Sarà perché lo abbiamo
visto in mille film? Chissà!
Riprendiamo la macchina e girelliamo ancora intorno al ponte,
fino a trovare una strada che ci porta vicino vicino. Altra foto e via. Sono le
19 passate e ritorniamo all'albergo per sdraiarci un po’ e riposarci da queste
"fatiche" prima di andare a cena. Leggiamo la guida per scegliere il
ristorante… la città offre un sacco di cucine e visto che chissà quanta
bistecca mangeremo nei prossimi giorni, il ballottaggio è tra il giapponese e
il messicano. Vince il giapponese e andiamo all'"Iroha". Leggiamo il
menu e rimaniamo stupiti dall'assenza di sushi. Ma come? Un ristorante
giapponese senza sushi?!? Mah… hanno solo i California roll (in tema!) come
antipasto. Allora decidiamo per due "combinazioni": io prendo tempura
& salmon, Leonardo sashimi e yakitori. Dopo una insalatina, ci arrivano i
due vassoi completi di zuppa di miso e super-ciotola di riso. Leo ha
praticamente un falò nel suo vassoio, studiato apposta per tenere caldi gli
spiedini ma con le fiamme talmente alte che se non sta attento gli va a fuoco il
naso. No, scherzo, ma meno male che dopo un pochino si spenge. Da bere non
prendiamo nulla e andiamo avanti a the verde offerto dalla casa. Totale spesa:
41$ e ce ne andiamo via soddisfatti.
Di nuovo in albergo, io sono cotta. Leo va a comprare l'acqua
al supermercato di fronte (1 gallone per soli 99 centesimi).
Lunedì 22 agosto – San Francisco (Fisherman's Wharf e
Alcatraz)
La sveglia che abbiamo messo per le 9.00 non è servita a
molto visto che alle 6.10 avevamo tutti e due gli occhi spalancati. Il motivo?
Il fuso orario? No, il rumore! Il nostro albergo è proprio su Lombard Street
che a quest'ora è già molto trafficata. Ma dove va la gente così presto? Mah!
Girati di qui, rigirati di là, Leonardo riesce dopo un'oretta a riprendere
sonno. Io no.
Ritorno sull'albergo, che ancora non ho descritto: siamo all'Econolodge,
prenotato via internet. Per 88 $ a notte abbiamo una camera piuttosto grande,
con il lettone comodo, un tavolino con due sedie, televisione e anche frigo
(vuoto), fornetto a microonde e pure la macchinetta per fare il caffè. Anche il
bagno è decente. Insomma, niente male considerato la cifra e che siamo a San
Francisco.
Alle 10.30 siamo pronti, si parte! Anche stamani il tempo è
nuvoloso e anche stamani tira vento. Il programma di oggi prevede
l'attraversamento del ponte ed una visita a Fisherman's Wharf, punto di partenza
per la gita ad Alcatraz. Ma prima di tutto la consueta colazione nel consueto
Starbucks: abbiamo scoperto che ce n'è uno a pochi passi dall'albergo. Mentre
ci gustiamo i dolcetti notiamo quanto qui siano avanti con la tecnologia: in
tantissimi bar e hotel si può trovare l'accesso wireless ad internet
completamente gratis. Così succede che entri a prendere un cappuccino e vedi
una fila di uomini bionici che lavorano o si divertono al computer portatile.
Oggi accanto a noi ce n'è uno che smanetta al computer e sul tavolino ha
cellulare, palmare e auricolare blue tooth. Accipicchia!
E' tardi, dobbiamo andare! Direzione Golden Gate, che però
si presenta tra le nuvole. Leonardo è dispiaciuto del tempo infelice, mentre io
sono contenta anche così: mi affascina il vedere solo parzialmente i piloni, mi
dà un senso di… mistero. Il ponte è lungo 1,7 miglia, volendo lo si può
attraversare anche a piedi o in bicicletta. Per le auto è a pagamento ma solo
verso sud; andando a nord è gratuito Dopo la traversata ci fermiamo al Vista
Point per fare ancora delle foto. Da qui vediamo che dall'altra parte della
strada, in alto sulla collina, ci sono macchine parcheggiate e persone che
guardano il ponte… ancora più da vicino!
Cerchiamo di capire come fare ad arrivarci e, dopo un tentativo fallito,
troviamo la strada, uscendo, in direzione opposta dell'autostrada, in direzione
Sausalito. Bingo! La strada comincia a salire e dopo pochi minuti godiamo anche
noi della vista ravvicinata sul ponte. In pratica siamo molto vicino al pilone e
la strada è immediatamente sotto di noi. Come vista sarebbe spettacolare,
peccato che siamo praticamente dentro le nuvole e oltre a non vedere un
accidente o quasi tira anche un vento pazzesco.
Torniamo verso la città, pagando quindi i 5$ di pedaggio.
Chissà come mai da una parte si paga e dall'altra no! Boh!? Ci dirigiamo verso
Fisherman's Wharf dal quale, alle 16.30, parte la gita ad Alcatraz che abbiamo
acquistato via internet due giorni prima di partire. Per arrivarci decidiamo di
passare (ancora una volta!) dalle curve di Lombard Street. Le percorriamo in
macchina, parcheggiamo e risaliamo le salita a piedi, utilizzando le scalette
laterali. Arriviamo in cima e giusto in quel momento passa il cable car. E qui
ecco la dimostrazione del vero turista che aspetta paziente la fine della
fermata del tipico tram e che si butta in mezzo di strada, incurante delle auto
in arrivo, per fargli una foto con lo sfondo del carcere.
Tutti felici ripartiamo. Arriviamo velocemente al porto: il
problema è ancora una volta il parcheggio, o meglio, cercare il parcheggio al
minor prezzo. Qui è più facile essere colpiti da un fulmine che trovare un
posto sulla strada che non sia per massimo due ore e infatti la zona presenta
una concentrazione di garage direttamente proporzionale alla presenza di
turisti. Ad un certo punto vediamo ad un incrocio il cartello "Parking all
day 8$" ma è troppo tardi e non facciamo in tempo a svoltare. Il prezzo è
il migliore, dato che gli altri chiedono almeno 12$; il problema è che,
nonostante giriamo come matti per almeno un altro quarto d'ora, in quel
parcheggio non riusciamo proprio ad entrare. Alla fine ci rompiamo le scatole e
ci infiliamo nel primo garage che si trova, finendo per pagare 16$, ossia al
prezzo più alto. Che geni, se ci si era andati subito, oltre al tempo, si
risparmiava anche benzina!
Siamo sulla costa: la zona è molto carina, ci sono una
miriade di negozietti, bancarelle e ristoranti. Pranziamo a base di clam chowder
ossia un panino enorme svuotato della mollica e riempito o con della brodaglia
gialla (sarà stata buona, ma l'aspetto non era invitante!) o con pesce misto
(gamberetti, vongole, granchio). Scegliamo quest'ultimo; con un fish e chips ed
una bottiglia d'acqua fanno 20$. Il panino è fenomenale e poi, dopo aver
mangiato il ripieno ti ritrovi con tutta la crosta inzuppata di sughetto…
molto buono!
Dopo pranzo ci facciamo una passeggiata ed andiamo a vedere i
leoni marini al Pier 39. Come sono buffi! Sono tutti distesi su delle assi di
legno galleggianti a pisolare, poi ogni tanto si ricordano di essere vivi e si
danno una sonora grattata sulla pancia con le pinne: simpatici!
Arrivano le 16.00, ora dell'imbarco sulla Blue & Gold, la
nave che ci porterà ad Alcatraz. Stavolta siamo di una puntualità che spacca
il minuto, ma c'è gente qui chissà da quanto e quindi camminiamo per metterci
dietro l'ultimo della fila. Camminiamo, camminiamo e camminiamo ancora. Ecco, ci
siamo. Mamma mia ma entrerà tutta questa gente nella barca? La coda scorre
piano, perché, prima di salire, ti fanno obbligatoriamente la foto di rito
insieme a un salvagente, che alla fine della gita ti rivendono per 15$. Mi
verrebbe voglia di fargli la linguaccia al momento dello scatto, visto che non
gliela comprerò mai, ma mi contengo.
Saliamo sulla barca ed andiamo al secondo "piano",
all'aperto. Quando la barca salpa c'è un vento che mi pare quello del Golden
Gate tanto che, per fare la foto al carcere che si sta avvicinando, chiedo a
Leonardo se mi mette le mani in testa per tenermi fermi i capelli. Che scena! Mi
giro verso la città ma il tempo oggi è veramente impietoso ed i grattacieli
sono purtroppo ricoperti dalla nebbia.
Arriviamo all'isola: qui tutte le strutture che componevano
la prigione sono fatiscenti e questo accentua l'aspetto sinistro del posto.
Compriamo una cartina per due dollari ma se ne poteva benissimo fare a meno
visto che la vera visita dell'isola è alle celle. Entriamo nella prigione dove
ci danno le cuffie per l'audio tour. Avevo letto su internet di persone che
consigliavano questo tipo di tour; noi l'abbiamo provato e siamo rimasti
contenti. Io di più perché ho scelto quello in lingua italiana, Leonardo un
po’ meno perché ha scelto l'inglese, ma un po’ di cose se l'è perse per
strada. La visita è stata interessante: le celle sono allo stato originale e
quindi orribilmente piccole, sudice e scomode. L'audio tour è composto dal
narratore che ti dice dove devi andare, quando fermarti per sentire il racconto,
quando proseguire; le sue descrizioni sono intervallate da racconti di carcerati
e guardie originali. Quasi tutti visitano il luogo con questo tour: a vederci da
fuori dovevamo avere l'aspetto di automi! La cosa curiosa che mi ha colpito è
che, nella versione italiana, il narratore parava un italiano perfetto mentre i
carcerati… parlavano con accento siciliano. Roba da matti!
Alla fine del tour siamo di nuovo persone normali che possono
andare dove vogliono e noi decidiamo di andare al cortile nel quale i carcerati
si godevano l'unica ora d'aria della giornata. C'è un vento forte, ma talmente
forte che spesso ti sposta e che in confronto quello del Golden Gate sembrava
brezzolina.
Alle 19.00 siamo di nuovo sulla terra, al Pier 39. Un giro
tra i negozi e la fame comincia a farsi sentire. Allora decidiamo di andare a
cena al messicano, che ieri ha perso il ballottaggio. Individuato il ristorante
sulla Mission Street, comincia la mission impossible del trovare parcheggio.
Gira gira lo troviamo proprio di fronte al ristorante. Ristorante? ma no, è una
taqueria, alias fast food pieno di gente. In verità sulla guida c'era scritto
che era una taqueria, ma chi l'ha mai vista una taqueria? Il morale comincia a
scendere in direzione ginocchia: non abbiamo voglia di fare a cazzotti per
accaparrarci chissà quale delle settecento cose scritte piccine piccine sul
menu appiccicato al muro. Cerchiamo perciò un altro messicano (un ristorante,
non uno col sombrero) muovendoci a piedi nella zona (guai a spostare l'auto),
che ne è piena. Peccato che è anche pieno di ragazzi di colore un po'
rumorosi… per carità, non ci sarà stato pericolo, ma l'atmosfera non ci
piace e, dopo un'occhiata di approvazione, facciamo il dietro-front. Saliamo di
nuovo in macchina, via di qui e al diavolo le taquerie. Al messicano (sempre il
ristorante) non vogliamo però rinunciare e, cerca cerca, finiamo in uno proprio
vicino all'albergo. Non è fra quelli consigliati dalla guida ma è buono e per
niente caro, soprattutto se dimenticano di metterti le birre in conto!
Finita la cena, tutti a casa! Non appena varchiamo la porta
dell'albergo mi si spenge la corrente e, in preda ad un sonno più che
colossale, andiamo a letto.
Martedì 23 agosto – da San Francisco a Yosemite National
Park
Stamani sveglia alle 8.00; ci alziamo un po’ più tardi e
cominciamo a raccattare tutto ciò che è a giro nella stanza e ad infilarlo in
valigia. Dopo la colazione, stavolta tradendo Starbucks per il Chestnut Bakery,
lasciamo la camera; chiamiamo casa per rincuorare i genitori: i miei mi mettono
anche in vivavoce così sento la mia mamma che ragiona con il sottofondo dei
mille "ciao!" del mio babbo, tutto contento perché, dopo
l'autorizzazione a fare razzia del nostro frigorifero, si è già fatto fuori
"quelle cosine bianche tanto buone nella loro salsina"… alias gli
agli sott'olio, di cui non sapeva neanche l'esistenza. Era felice come un
bambino!!
Prima di partire facciamo anche il pieno, nonostante che a
San Francisco abbiamo macinato poco meno di 100 miglia.
Il tempo è migliore rispetto ai giorni passati ma fa
comunque freschino. Io sono in pantaloni lunghi, felpa leggera e giubbotto di
jeans. Partiamo alle 11.30 in direzione Bay Bridge, poi la 580 fino a Tracy, poi
la 125 fino a non mi ricordo dove, poi la 99 fino a Merced. Uscendo dalla città
le strade sono veramente grandi: almeno quattro corsie per parte. Man mano che
ci si allontana dalla città le corsie diminuiscono fino a diventare strade a
noi familiari.
Ci fermiamo intorno alle 13.30 per mangiare un boccone al Mc
Donald's. Al fast food assistiamo al boicottaggio del pollo grigliato: in
pratica, ai tre clienti che lo hanno richiesto è stato dato il crispy chicken
che sempre pollo è ma che di grigliato non ha proprio nulla. Il primo ha
protestato mentre gli altri due, dopo aver realizzato l'"errore",
hanno mangiato il crispy. E indovina? Tra questi c'ero anch'io! ma non ho
protestato visto che la mancanza del grigliato ha fatto arrabbiare la parte
salutista di me, mentre la presenza del crispy ha accontentato la mia gola.
Poggio e buca fa pari e chi se ne frega!
Risaliamo in macchina e il viaggio prosegue lungo la strada
per Mariposa, la 49 per Oakhrust e la 41 per Yosemite, al suono di Rolling
Stones, Small Faces e Smashing Pumpkins. Così facendo arriviamo all'entrata del
parco. Acquistiamo il National Park Pass: per 50$ possiamo girare per un anno in
tutti i parchi nazionali americani.
Il nostro obiettivo di oggi è visitare Mariposa Grove, dove
si trovano le sequoie, ed il Glacier Point, per poi arrivare all'entrata ovest e
quindi alla città di Mariposa, in cui ci attende la camera al Super 8.
Arrivati a Mariposa Grove abbiamo due possibilità: visitare
la zona a piedi oppure con un trenino organizzato. Io voto per la prima visto
che anche il clima è ideale: ora siamo in pantaloncini e maglietta, non c'è
vento (un sogno!) e non fa troppo caldo. E poi come si fa a non fare una
passeggiata in questo bel bosco? E Leonardo che ne pensa? Boh!? Comunque vinco
io e alle 16.30 comincia la scarpinata.
Ci sono vari sentieri che possiamo fare e che ci conducono
alle sequoie più significative; quelle più grandi sono nel punto più lontano
dal parcheggio (e ti pareva!) che dista un po’ meno di due miglia. Cominciamo
a camminare: vediamo il Fallen Monarch (una sequoia caduta di cui si vedono
tutte le radici), la Bachelor e le tre grazie, il Grizzly Giant (la sequoia più
grande del parco) e il California Tunnel, una sequoia che puoi attraversare
camminandoci sotto. Questo è il Lower Grove: abbastanza veloce da visitare,
segnalato non benissimo ma decentemente.
Adesso comincia il dramma: sono ormai le 17:15, decidiamo di
modificare il piano assai ottimistico che avevamo studiato (nuova!) e di non
andare al Glacier Point ma di rimanere qui e camminare fino a raggiungere Upper
Grove, zona in cui, tra le altre, ci dovrebbero essere le sequoie più grosse
del parco, per una bellezza di 8 metri di diametro alla radice. Arriviamo ad un
bivio, seguiamo la strada indicata dal cartello che dovrebbe essere lunga un
miglio e cento. Camminiamo, camminiamo e ancora camminiamo… anche di buon
passo. Arrivano le 17:50 e ci chiediamo:
1) ma non finisce più questo sentiero?
2) a che punto siamo?
3) e le sequoie giganti dove sono finite? Qui non c'è più
nulla!
Si perché è vero che a camminare in salita sembra di fare
più strada di quanta realmente se ne faccia, ma non c'è neanche un cartello
intermedio che ti dice a che punto sei! Sono già le 18.00, c'è da ritornare al
parcheggio, fra poco farà buio. Invertiamo la marcia e ritroviamo il cartello
di prima, seguiamo per il parcheggio ma ci pare che la strada vada da tutta
un'altra parte. Anche qui niente indicazioni intermedie. Insomma, tra andare in
su e in giù, guardare una cartina disegnata male, seguire un cartello
sbagliato, tirando qualche accidente riusciamo a ritrovare il parcheggio alle
19.30, dopo aver camminato per chissà quante miglia, altro che due!
Consoliamoci con le cose positive: oltre a vedere altre sequoie giganti molto
belle (Faithful Couple e Clothespin) ci siamo visti anche un po’ di "wildlife",
ossia cerbiatti e scoiattoli.
Ormai il buio è alle porte e allora decidiamo di arrivare a
Mariposa uscendo dal parco e rifacendo la strada di oggi pomeriggio a ritroso.
Le miglia, tra spostarsi dentro il parco o uscire fuori, sono più o meno le
stesse, cambia però il limite di velocità (fuori 55 miglia all'ora, dentro
45), quindi dovremo fare prima. Più o meno dovremmo essere a Mariposa alle
21.00, giusto per fare il check-in all'albergo, lasciare i bagagli e andare a
cena.
Ci mettiamo in viaggio, dopo un po’ incontriamo Oakhurst
dove ci sono dei lavori: stanno rifacendo la strada. Ci sono quindi dei tratti a
senso unico alternato che passiamo rapidamente. Sono le 20 passate. La strada
qui è "grattata", cioè pronta per essere riasfaltata, cosa che oggi
pomeriggio non era. "Hanno fatto tutto stasera", commentiamo e andiamo
avanti. Dopo un po’ la strada diventa più larga e più trafficata,
"accipicchia quanta gente c'è a giro!", commentiamo nuovamente. Dopo
un po’ decidiamo di accendere il cervello: "come mai non ci sono più
montagne intorno a noi?" E qui il dubbio ci assale, prendo la cartina e in
quel momento, solo allora, mi ricordo che oggi pomeriggio da Mariposa avevamo
girato per Oakhurst, e stasera invece siamo venuti diritti. La cartina ci dà la
conferma: stiamo andando verso Fresno.
Oh cavolo, abbiamo sbagliato strada! E neanche di poco visto
che, dopo aver fatto inversione, un cartello ci indica che mancano 29 miglia al
bivio… ahh! Di certo noi abbiamo dormito nell'ultima mezzora ma anche questi
californiani sarebbero da attaccare al muro! Nel senso che quando prima ho
scritto "un cartello", "un" era inteso come articolo
determinativo, visto che quella è l'unica indicazione presente. E va beh, ci
rassegniamo e torniamo indietro, stimando per le 23.30 l'arrivo all'albergo,
cena stavolta inclusa.
Che giornata! Ma non è ancora finita… dopo miglia su
miglia arriviamo finalmente a Oakhurst dove ci fermiamo a fare benzina. Il
benzinaio, che sta chiudendo la baracca, ci avvisa: "ehi, avete vinto un
lavaggio dell'auto, volete farlo?" Per carità, di lavare la macchina ora
proprio non se ne parla, però che sfiga non poterlo sfruttare!
Decidiamo di mangiare qui e ci fermiamo da Pizza Factory che
per fortuna chiude tra meno di un'ora. Ordiniamo due pizze, difendendoci dagli
attacchi di uno straniero che ci voleva spudoratamente passare avanti, al punto
che anche la cassiera gli dice "ci sono prima loro!". Noi lo scrutiamo
un po’ e capiamo che… è italiano! Non ho veramente parole!
L'aspetto delle nostre pizze è invitante. Io tutta affamata
prendo il primo boccone e… ahh! Rimango ustionata! Ma a quanti milioni di
gradi è questa roba? La mozzarella
(o quello che sembra essere tale) è talmente spessa che il pomodoro che sta
sotto pare sia lava, non si raffredda mai! Finito di mangiare sento pezzi del
palato crollare e allora mi riprendo un po’ con il ghiaccio della Coca Cola.
Riprendiamo il viaggio, stavolta il bivio non ci frega e, dopo un po’,
arriviamo a destinazione. Mamma mia, non mi sembra vero!
Saliamo in camera che è molto carina, più accogliente dell'Econolodge
dei giorni passati; il costo è di 103$. C'è un unico inconveniente: il caldo
soffocante. E che problema c'è, basta accendere l'aria condizionata… seee,
funzionasse! Non va neanche a pigiarla. Chiamiamo in aiuto il tizio dell'albergo
che, con la sola forza delle braccia, fa rifunzionare l'attrezzo. Un mito!
Io mi metto a scrivere il diario, Leonardo a contare quante
centinaia di miglia faremo domani e poi andiamo a letto dopo aver fatto una
bella doccia. Sono le tre del mattino.
Mercoledì 24 agosto – da Yosemite alla Death Valley
Stamani giù dal letto alle 8.30, sistemiamo le valigie e
via, alla ricerca della fondamentale colazione. Prendiamo la macchina per fare
un rapido giro di quello che Mariposa offre. In pratica, come tutte le
cittadelle americane posizionate a anni luce dalle metropoli, il tutto si
concentra su una via principale, che poi è l'autostrada che l'attraversa. Sui
due lati della strada si possono trovare benzinai, ognuno col loro mercatino,
alberghi e negozietti vari.
Esplorare Mariposa si rivela una attività molto veloce e,
dopo aver percorso due volte la strada principale, in un senso e poi nell'altro,
ci fermiamo nell'unico posto appetibile che è la fruit-nut company. In pratica
si tratta di un piccolo bar che vende ogni tipo di frutta secca da esso
prodotto.
Il locale è mignon, veramente carino. La moglie del barista,
dotata di marsupio con bambino annesso, ci porta, dopo qualche minuto, i
cappuccini e i due dolcetti. Qui si fa tutto in famiglia! Di sicuro il bimbo non
piangerà perché vuole essere tenuto in braccio o perché vuole muoversi!
Ritorniamo all'albergo per il check-out poi passiamo al
supermercato per comprare i panini ed il prosciutto per il pranzo e per fare
scorta d'acqua: stasera saremo in pieno deserto.
Questo è il nostro programma (di nuovo, ovviamente,
ottimistico) di oggi:
- arrivare di nuovo al parco di Yosemite (stimato in 45
minuti)
- vedere le cose più belle della Yosemite Valley (stimato in
2 ore)
- andare all'uscita est del parco (stimato in 1 ora e mezzo)
- decidere se fare una scappata a visitare il Mono Lake
(stimato in 30 minuti)
- raggiungere Furnace Creek, nella Death Valley
(stimato in 5 ore)
…della serie: basta una sosta un po’ più lunga alle
toilette per far saltare tutto.
Presupponiamo quindi che partendo alle 10.30 arriveremo
all'albergo nella valle della morte alle 20.00.
Partiamo alle 10.45 (bene, già in ritardo!) e, dopo i tre
quarti d'ora previsti, varchiamo la Arch Rock Entrance di Yosemite, chiamata così
perché a pochi metri da essa ci sono delle rocce che formano un arco sopra la
strada.
Ci fermiamo quasi immediatamente, affascinati dal Merced
River, il fiume che già da qualche miglia fiancheggia la strada che stiamo
percorrendo. Il paesaggio è da cartolina, ci troviamo di fronte alla classica
immagine delle foreste americane: boschi verdissimi, montagne come cornice ed un
fiume incredibilmente trasparente che invita qualche turista a farci il bagno.
Iniziamo a visitare la Yosemite Valley, la parte del parco
che offre più cose da vedere nel giro di poche miglia. E cominciamo con El
capitan, un enorme masso definito il monolito in granito più grande del mondo
(ma non era Ayers Rock in Australia? Boh!). In effetti è veramente imponente,
anche fargli una foto non è molto semplice.
Proseguiamo per le Yosemite Falls, la cascata più alta del
nord-america (qui tutto è un primato) con 700 piedi di caduta tra la parte
superiore (upper) e inferiore (lower). Parcheggiamo la macchina e ci concediamo
i venti minuti di passeggiata per andare a vedere le lower più da vicino.
Bello, non c'è che dire. L'acqua alla fine della cascata è trasparente e a me,
con questo caldo, viene tanta voglia di infilarci i piedi dentro, come fanno un
sacco di turisti. Ma non abbiamo tempo e allora proseguiamo.
Incontriamo l'Half Dome e poi, dopo un pochino, le Bridalveil
Falls. Queste cascate sono veramente uno spettacolo in quanto, in corrispondenza
della caduta, il vento è forte e fa sì che, a volte, l'acqua non arrivi
nemmeno in fondo ma si trovi sviluppata in diagonale. E questa nuvola d'acqua in
continuo movimento sembra proprio un "bridalveil", ossia un velo di
sposa. Naturalmente l'effetto velo non funziona se c'è un turista che lo vuole
riprendere o fargli una foto. E così non so quanto tempo siamo stati lì,
cercando di immortalare questo effetto. Ma chi la dura la vince, alla fine ce la
facciamo e quindi possiamo ultimare il giro panoramico felici.
L'ultima tappa è la Tunnel View, in pratica la vista, molto
bella, della Yosemite Valley. Qui chiediamo ad un signore attempato di farci una
foto; lui ci fa lo scatto da un metro di distanza… ehm, scusi, è sicuro di
averla fatta bene? Il dubbio viene anche a lui. Ci chiede se ce ne può fare
un'altra e noi acconsentiamo dicendogli che può andare un po’ più indietro.
Lui ci va ed esclama, sorpreso, "oh, così è molto meglio"!
Pranziamo alle 14.00 nel parcheggio con i panini acquistati
stamani al supermercato; poi dichiariamo conclusa la visita di Yosemite, in
clamoroso ritardo con il nostro ottimistico piano.
Anche il viaggio verso l'uscita del parco offre paesaggi
molto belli (quasi inutile dirlo) e, ad una altitudine di 9900 piedi (3300 m),
ovunque si guarda il paesaggio è roccioso e si possono contare uno per uno i
pochi alberi. Parcheggiamo in un punto in cui si può esplorare un po’ la
zona. Uno spettacolo: a perdita d'occhio ci sono solo enormi rocce bianche.
Questo posto mi piace da morire, è in cima alla mia classifica delle meraviglie
di questo parco. Monto sopra un sassone, mi ci metto lì e penso a non so quante
ore potrei stare appollaiata in questa posizione a guardare il panorama senza
annoiarmi.
Dall'uscita est del parco alla Death Valley ci corrono più o
meno 250 miglia. Abbandonato Yosemite, per la strada mi studio un po’ quello
che il lago Mono Lake ci può offrire e realizzo che per visitarlo non dovremmo
perdere tantissimo tempo, visto che il “must-see” del posto è a poche
miglia da qui. E così, con la filosofia del "chissà quando ci si ritorna
se ci si ritorna" decidiamo di andarci.
Arriviamo a South Tufa dove, dopo una breve camminata, siamo
sulla riva del lago. La particolarità di questo luogo è data da una serie di
formazioni saline, più o meno grandi, che spuntano sia sulla riva che
sull'acqua. Ci concediamo un quarto d’ora di passeggiata, qualche foto e ci
godiamo l'assoluto silenzio di questo posto.
Ore 17.45, si riparte ma stavolta con una novità: guido io!
Pilotare la super-macchina è veramente un gioco da ragazzi, è tutto
automatico! Anche troppo, visto che ancora non abbiamo capito come fare ad
accendere i fari quando la macchina decide di tenerli spenti… bah! (ndr:
qualche giorno più tardi scopriremo che i fari stanno sempre accesi).
Percorriamo quindi la 395 highway, una strada definita "scenic
route", ossia strada panoramica, visto che costeggia la Sierra Nevada,
offrendoci quindi altri paesaggi montani da ammirare. C'è solo un piccolo
particolare: il sole sta calando e la Death Valley è ancora lontana… ci
arriveremo con il buio e questo un po’ mi fa girar le scatole, visto che
pensavo di godermi, con la luce del tramonto, il tratto che dall’inizio del
parco porta a Furnace Creek. Va beh, pace, d'altra parte più di così era
difficile fare.
Sono le 20.00 e ci fermiamo a Lone Pine per il pieno di
benzina e per comprare un pacchetto di crackers, sperando vivamente che arrivati
all'albergo ci sia ancora qualche locale aperto in cui ordinare una cena
decente.
Un cartello ci annuncia che stiamo entrando nel parco e che
stiamo percorrendo (ancora) una "scenic route". Quando si dice
rigirare il coltello nella piaga…
Il buio è ora praticamente totale e non si vede un
accidente: le uniche sorgenti di luce sono i catarifrangenti sulla strada ed i
fari della nostra auto. Il cielo deve essere veramente spettacolare e a me, che
le stelle fanno un effetto particolare, viene voglia di scoprirlo un po’, ma
non è proprio il caso visto che sto guidando. L'unica costellazione che riesco
a vedere è l'unica che conosco, l'orsa maggiore, che sta proprio di fronte a
noi quasi ad indicarci dov'è la strada da seguire.
La Death Valley è definita dal National Park Service il più
grande, il più caldo e il più profondo parco degli USA: me la ero sempre
immaginata come una pianura infinita, con la terra che reclama acqua e con pochi
arbusti qua e là, con una strada diritta che l'attraversava senza mai una
curva. E invece è tutto il contrario!
In effetti bastava rifletterci un po’: una "valley"
non è una "valley" se non ci sono le montagne intorno, e qui di
montagne ce ne sono parecchie da attraversare prima di arrivare al nostro
albergo! E quindi la strada è tutto un salire (fino a 5300 piedi, leggeremo più
tardi) e scendere a suon di curve e tornanti. La discesa è ancora più
impegnativa perché presenta una pendenza del 7,5%. In pratica freni per fare
una curva stretta e sulla curva, non frenando, riprendi immediatamente velocità,
e che velocità! Insomma, è tutto un frenare! Benedette macchine automatiche,
quanto ci starebbe bene il cambio manuale ora! In realtà anche con l'automatico
ci sono delle marce ridotte, ma non voglio fare esperimenti in un posto del
genere… Insomma, prima 11 miglia così, poi di nuovo salita e poi altre 16
miglia di discesa mista a dossi; e siccome la strada non era abbastanza
difficile ci si sono messi anche una miriade di topi e due coyote ad
attraversare la strada a pochi metri da noi… dico io, 'ste bestie hanno a
disposizione il parco più grande degli USA e proprio qui, mentre passiamo noi,
una delle cinque macchine che abbiamo visto nelle ultime due ore, in questo
punto, devono attraversare la strada!
Dopo le 16 miglia in discesa troviamo il cartello "Elevation
Level Sea" ovvero "livello del mare" e poi continuiamo ad andare
giù. Uau! Arriviamo finalmente a Furnace Creek, sono le 21:15 e siamo a -190
piedi (-60 metri) rispetto al livello del mare. Pensare che cinque ore fa
eravamo a 9900 piedi (3200 metri)! Incredibile!
Fortunatamente il bar del ranch è aperto fino alle 22.00,
quindi si allontana definitivamente il timore di cenare a crackers. Io,
nonostante la storia del buio che, sono convinta, ci ha privato di un altro
bello spettacolo, mi sento al settimo cielo non solo perché oggi abbiamo visto
un sacco di cose, non solo perchè siamo nella Death Valley, che già il nome è
tutto un programma, ma anche e soprattutto perché ho guidato in questo posto in
un tragitto non proprio semplice. Insomma, mi sembra di aver compiuto chissà
quale impresa! Mi sento proprio lo Schumacher della situazione.
Andiamo al bar a mangiare cibo preconfezionato mooolto caro
ed io per festeggiare mi prendo anche una birra media che mi scolo interamente
nel giro di pochi minuti! Risultato: pare che mi abbiano messo la testa su
un'altalena, accidenti, non ho neanche il fisico per reggere una birra media! In
che condizioni! Sarà meglio andare a letto visto che, oltre ad essere piuttosto
stanchi, domani c'è anche da levarsi presto per visitare la valle e andarsene
via il prima possibile, dato che non è consigliabile stare qui durante le ore
più calde del giorno.
P.S. per dare un'idea qui alle 23.00 la temperatura equivale
più o meno a un 13 agosto a Firenze alle due del pomeriggio. Niente male, chissà
domani!
P.S. (2) prima di ritornare in camera finalmente possono dare
un'occhiata al cielo magnifico in cui si intravede, nonostante le luci del
ranch, anche la via lattea. Cosa volere di più? Spettacolo emozionante.
Giovedì 25 agosto – Death Valley e Las Vegas
Dopo esserci recati al Visitor Center per farci consegnare un
tagliando che ci dà il diritto di scorrazzare liberamente per il parco,
comincia alle 8.00 l'esplorazione di questo posto: la Death Valley è un luogo
dalle mille sorprese ma, fortunatamente, madre natura ha pensato anche ai
turisti ed ha fatto sì che le cose più incredibili siano a poche miglia di
distanza tra loro; poi è arrivato l’uomo che ha costruito una strada che le
collega.
Partiamo quindi dalla fine di questa strada, dove si trova
Badwater, luogo in cui si presenta la depressione più forte degli Stati Uniti
(un altro primato!): qui siamo a 85.5 metri sotto il livello del mare. Il punto,
contrassegnato da un cartello, sorge in corrispondenza di ciò che rimane di un
lago salato, prosciugatosi chissà quante migliaia di anni fa: una distesa di
sale per un tratto della quale ci si può camminare anche sopra.
In questa pianura immensa, circondati in lontananza dalle
montagne, immersi nel silenzio totale, siamo completamente soli: è una
sensazione bellissima, ci si sente… vivi. Il forte vento,
abbinato al sole impietoso che picchia duro già a quest'ora, mi fa
sentire la pelle bruciare, è veramente caldo. Fortunatamente non è umido, per
cui si può dire sopportabile, anche se la sensazione che ho è di non avere
tutta l’aria che mi serve: respiro, ma non mi basta, e poi sto sempre
attaccata alla bottiglia dell'acqua.
Dopo una camminata nel sale ritorniamo alla macchina e, nei
pressi del cartello, troviamo un motociclista solo soletto, ancora con il casco
addosso, che sta tentando di fare una foto all’indicazione e ad un pezzo di
stoffa, che riporta il numero 10… sembra il numero che identifica il
partecipante di una gara. A causa del vento il tizio si trova in difficoltà e
allora viene da me e mi chiede, in un pessimo inglese, di fargli da valletta:
tutto contento il giapponese mi fa la foto accanto al cartello, ci ringrazia
calorosamente, ritorna alla moto a scrivere non so che cosa in un foglio e
riparte. La scena è durata un minuto, talmente veloce che non ho fatto in tempo
a chiedergli per quale motivo avesse bisogno di quella foto: chissà magari era
il concorrente n. 10 di una gara tipo "il turista motociclista"!
Lasciamo divertiti Badwater e, durante il tragitto,
realizziamo che alcuni dei luoghi che la guida definisce imperdibili (Artist
Drive e Devil's Course) non sono visitabili in quanto la strada di accesso è
chiusa. Non sappiamo esattamente quale sia il motivo; dalle ricerche via
internet fatte da casa ci pare però di ricordare che l'anno scorso ci siano
stati degli allagamenti che hanno causato molti danni… ma come? Allagamenti
qui alla Death Valley? Roba da matti! (ndr: il motivo, abbiamo verificato
qualche giorno più tardi, è proprio quello).
Il dispiacere è alle stelle, soprattutto per l'Artist Drive
che doveva essere una strada che fiancheggia rocce dai mille colori, ma poi ci
rassegniamo (c'è altro da fare?) e cerchiamo di goderci il godibile.
Ci dirigiamo verso il Golden Canyon saltando il Natural
Bridge, nonostante fosse visitabile. Per ammirare questo "ponte
naturale" oltre a 1,5 miglia di strada sterrata è necessario percorrere
anche un miglio a piedi per raggiungerlo e altrettanto per tornare indietro.
E’ troppo caldo ed io non me la sento di camminare sotto questo sole.
Il Golden Canyon è invece, come dice il nome, un canyon
immerso in rocce color oro. La passeggiata qui è più breve e decidiamo di
farla, ma ritorniamo alla macchina ancora prima del previsto: nonostante il
percorso sia pressoché in piano, io ad ogni passo mi sento il fiatone, la
sensazione di avere un macigno sullo sterno e la testa che mi cuoce, camminando
di conseguenza alla velocità di una tartaruga. In macchina l'aria condizionata
e una "sorsata" d'acqua degna di un cammello si rivela un ottimo
antidoto, e così mi riprendo velocemente (p.s. mi devo ricordare di togliere
questo paragrafo quando farò leggere il racconto alla mia mamma!). Tra l'altro
mi stupisce il fatto che non ci sia alcuna differenza di temperatura tra
l’interno dell’auto ormai da ore sotto il sole e l'esterno…
Con tutti questi inconvenienti, siamo già all'ultima tappa
del Death-Valley-Tour: Zabriskie Point, ossia un punto panoramico semplicemente
favoloso, un'occhiata nella valle con il Golden Canyon da una parte, altre
montagne "colorate" dall'altra e la distesa di sale in lontananza. Uno
spettacolo mozzafiato, una tavolozza a base di bianco, giallo, marrone, rosa e
un intenso azzurro del cielo, che scaccia un po’ di amarezza per quello che
non abbiamo potuto visitare.
Sono le 11.30, cominciamo a levare le tende dopo il tentativo
di andare a Dante's Peak, fallito sul nascere perché anche qui la strada è
chiusa. Peccato che siamo stati così poco tempo qui e peccato anche per ieri
sera, ma comunque le cose più belle del parco ci sono toccate, quindi
"tutto sommato" siamo contenti! Tra l'altro da ora in poi anche il
viaggiare in macchina lascerà senza parole e non ci sarà mai nessuna foto o
ripresa che renda l'idea di che cosa non è questo angolo della Terra.
Las Vegas dista da qui più di 80 miglia, quindi fra
un'oretta e mezzo dovremmo esserci. Ci fermiamo per strada al Mc Donald’s di
Parhump in cui ordino l'insalata. Stavolta mi danno quello che gli ho chiesto.
Il viaggio prosegue guardandoci sempre intorno stupiti:
miglia e miglia di solo deserto.
L'autostrada ci porta a Las Vegas Boulevard che percorriamo
interamente fino a raggiungere il nostro albergo che è oltre lo Strip, ossia la
parte di città in cui si concentrano i casinò. Las Vegas è caotica anche di
giorno: già a quest’ora (sono le 16.30) c’è un bel traffico.
Varcata la porta dell'albergo (BW Park Inn, 59$ per una
camera carina, nuova, colazione inclusa) ci concediamo un po’ relax,
stravaccandoci sul letto a studiare il giro di stasera e facendo una bella
doccia. Sono le 19:15, i casinò ci aspettano! Lasciamo la macchina al
parcheggio dell'Excalibur (immenso e gratuito): l'obiettivo è arrivare fino al
Treasure Island o al Venetian, includendo anche la cena, la vista dalla Eiffel
Tower del Paris e una puntata al casinò. E così, muniti di cavalletto per fare
le foto di notte, comincia lo "Strip Tour". Vediamo:
- Il Luxor, in tema egiziano: dicono che è uno dei più
belli ma a noi ci colpisce il giusto anche perché ci sembra, rispetto agli
altri, avaro di luci
- l'Excalibur, che è stato per qualche anno l'albergo più
grande del mondo. E ti credo! Praticamente il castello medievale che lo compone
è racchiuso in quattro palazzoni giganti che costituiscono l'hotel, per un
totale di 5000 camere
- il New York New York, dove ci si può trovare la statua
della libertà, Ellis Island, il Chrysler Building, l'Empire State Building e il
Ponte di Brooklin
- la Food Court che non è un albergo ma che è uno dei tanti
posti dove poter cenare spendendo poco, anche sullo Strip. Qui scegliamo un fast
food messicano e per 15 dollari ce la caviamo
- il Paris in cui entriamo per salire sulla Eiffel Tower,
alta la metà di quella vera. Dentro il casinò è enorme e curioso: il cielo è
dipinto nel soffitto ed ogni angolo ricorda qualche cosa di Parigi. Saliamo
sulla torre e lo spettacolo è… luminoso, ovviamente. A parte lo Strip, fino
all'orizzonte si vedono migliaia di luci e lucine e così sembra che anche la
periferia di Las Vegas sembra più luminosa rispetto ad una normale città. E
pensare che un milione di persone abitano qui, in pieno deserto del Nevada. Tra
l'altro quest'anno la città festeggia i suoi primi cento anni e ovunque si
trovano T-shirt con su scritto il gioco di parole "sin-tennial":
appropriato al posto, cosparso, tra l'altro, anche di bigliettini di
"simpatiche" signorine "poco" vestiste.
- Bellagio, di cui ammiriamo non solo da terra, ma anche
dalla Torre Eiffel, i meravigliosi giochi di acqua e luce della fontane
- The Venetian: riproduzione di Venezia che puoi visitare
anche con un giro in gondola. Tra l'altro, entrando dentro, tutti i negozi, bar
e ristornati sono all'interno di casine e quindi sembra proprio di camminare
nella vera Venezia.
Bene, questo è il capolinea: possono sembrare poche cose ma
in realtà questi hotel/casinò/centri commerciali sono di dimensioni
spropositate e per arrivare fino a qui non so quanto abbiamo camminato, ed i
nostri piedi cominciano non poterne più. E dobbiamo ancora tornare indietro
alla macchina! E' mezzanotte e allora ci infiliamo in una delle migliori
performance del cattivo gusto, ossia al Ceasar’s Palace, colosso in tema
romano, per sfidare la fortuna.
Giochiamo pochissimi dollari (solo 9!), giusto per il gusto
di dire "ho giocato anch'io!" e per avere la soddisfazione di tirare
giù, per una decina di volte di fila, il maniglione della slot machine.
Giochiamo anche a Black Jack (sempre a quello alle macchinette), richiedendo la
stampa di un buono per la vincita di pochi centesimi di dollaro, solo per
metterlo nell'album delle foto!
Ripercorriamo miglia e miglia sulla strada del ritorno e, con
i piedi ormai incandescenti, saliamo in macchina per tornare all'albergo, dopo
esserci fermati a vedere una delle tante cappelle dove ci si può sposare, anche
questa veramente kitch. Entriamo in camera e sono le 2.00 del mattino.
Venerdì 26 agosto – Zion National Park
Con quello che abbiamo pagato l'albergo, la colazione propone
una limitata scelta di "donuts" (ciambelle) e fette di pane da
tostare. Vada per queste e la sottoscritta, che stamani si sente cuoca,
inserisce le fette nel tostapane. Gli do la via e intanto che si scaldano
scegliamo marmellate e il da bere. Poi penso "certo che ci vuole parecchio
a riscaldare questo pane"… mi affaccio sul tostapane e vedo la crosticina
quasi nera. Ehm… guarda cosa c'è qui: un pulsante grosso grosso con scritto
“STOP”! Ops... la solita imbranata! Tiro fuori il pane ormai carbonizzato e
inserisco altre fette, con la cameriera che, dopo aver assistito alla scena
pietosa, tocca l'aggeggio infernale e mi dice "ho abbassato la
temperatura". Che figuraccia!
Consumiamo la colazione e ora siamo pronti per partire per
una nuova avventura anche se…. non sappiamo che strada prendere per la
prossima destinazione, Zion National Park. Allora andiamo al negozietto del
benzinaio e, dopo il pieno, consultiamo una cartina: non dovrebbe essere
difficile sbagliare, basta prendere la Interstate 15 che ci porta direttamente
al parco.
Partiamo alle 11.30; a Mesquite ci fermiamo per il solito
pranzo; facciamo un po’ di conti e alle 15:30 dovremmo arrivare a
destinazione. In realtà le 15:30 arrivano prima del previsto, dato che qui si
cambia fuso orario e che siamo quindi a -8 ore dall'Italia invece che -9.
Cavolo, questo vuol dire che arriveremo al parco alle 16.30. Non è giusto! E
chi si immaginava / ricordava che qui c'è il cambio dell'ora, uffa!
Va beh, arriviamo comunque all'entrata sud del parco, in
corrispondenza della cittadina di
Springdale nella quale abbiamo l'albergo che ci ospiterà stasera, ancora una
volta Best Western. Entrati nel parco lasciamo la macchina al Visitor Center
perché qui la visita nei mesi estivi, cioè quelli di maggior affluenza, può
essere fatta solo tramite uno shuttle bus gratuito che si ferma nei vari punti
panoramici. Comincia così la nostra visita: partiamo ancora una volta
dall'ultima cosa da vedere per poi tornare indietro e vediamo:
- Il canyon creato dal Virgin River; noi ci siamo concessi la
passeggiata di un'ora e… inutile dirlo, questo paesaggio di rocce rosse ci è
proprio piaciuto
- Weeping Rock, raggiungibile in pochi minuti dalla fermata
dell'autobus, una roccia che trasuda acqua e sembra che pianga… molto
particolare
- the Court of Patriarcs: tre cime imponenti una accanto
all'altra (strano che non le abbiano chiamate "the three sisters")
Torniamo alla macchina, sono le 20.30. Ottima la scelta
dell'albergo: si trova ai confini del parco ma costa molto meno rispetto a
pernottare al suo interno (110$ per una bella stanza con due queen bed). Ci
fermiamo a mangiare allo Switchback, ristorante del lodge, dove siamo serviti e
riveriti: ci sembra quasi strano, dopo tre giorni di fast-food senza forchette!
Dopo cena ci dedichiamo allo studio del parco: lungo la via
dello shuttle ci sono altre cose da vedere che richiedono passeggiate e domani
mattina, prima di partire per Bryce Canyon, le vedremo.
Sabato 27 agosto - Zion e Bryce National Park
Stamani facciamo colazione in compagnia della guida di Bryce
Canyon. Quello che leggiamo ci “ispira” tanto, ma talmente tanto che
decidiamo di saltare le visite che ieri sera avevamo pensato di fare a Zion e di
andare direttamente li. O meglio, ci godremo un altro punto di Zion, Canyon View,
più comodo perché si trova sulla strada per il Bryce.
Per ammirare Canyon View ci vuole circa un'ora di cammino. La
passeggiata in mezzo alle rocce è bellissima e il panorama non solo nel punto
finale ma anche per la strada mi fa finire il quarto rullino da 36.
E adesso… Bryce Canyon ci aspetta! Dopo esserci rifocillati
con i panini presi al mercatino di Springdale e dopo aver passato il Red Canyon
(che abbiamo ammirato velocemente solo dalla strada) arriviamo al parco in un
paio d'ore.
Anche qui è attivo il servizio degli shuttle per visitare il
parco ma, a differenza di Zion, non è obbligatorio utilizzarlo e quindi noi
rimaniamo a bordo della nostra macchina. Raggiungiamo la fine della Scenic Route
del parco, a 18 miglia di distanza dal Visitor Center, e cominciamo a tornare
indietro, fermandoci in tutti i punti panoramici, ossia:
- Rainbow Point: da qui si ammira un panorama molto bello
- Black Binch Canyon: altra vista molto bella su un
“mini” canyon
- Ponderosa Canyon: da qui si cominciano a vedere i pinnacoli
di cui il Bryce è costituito e anche qui la roccia che li compone è multicolor:
bellissimo!
- Agua canyon, altro canyon con i pinnacoli di cui due,
enormi, sfidano proprio le leggi dell'equilibrio. Ma come fanno a stare in
piedi?
- Natural Bridge: qui la roccia è a forma di ponte, appunto:
uau!
- Farview point: da qui, come dice il nome, la vista è di
non so quante miglia e nei giorni di bel tempo si può vedere l’Arizona. In
teoria bello, in pratica un panorama infinito ma senza nulla di particolare:
evitabile
- Bryce Point che insieme a Inspiration Point, Summer Point e
Sunrise Point, sono i punti in cui si può ammirare l'anfiteatro, ossia il cuore
del Bryce, la parte composta da infiniti pinnacoli di diversi colori.
Imperdibile e meraviglioso!
Stiamo qui fino alle 19.30, quando dei tuoni ci avvertono che
forse è il caso di terminare la visita e riparlarne domani. Poi non ha piovuto,
meglio così!
Il nostro alloggio di stasera è il BW Ruby's Inn
praticamente all'entrata del parco, anche questo, quindi, molto comodo! Intorno
all'albergo c'è un ristorante un fast-food, un general store, un benzinaio e
due negozietti stile di souvenir in stile far-west. Tutta la vita che ci può
essere è qui, il resto è a miglia e miglia di distanza. Se fossimo tornati
prima dal parco avremmo avuto il tempo di vedere anche il rodeo, ma le bellezze
del Bryce ci hanno incantato e allora… pace.
Domenica 28 agosto – Bryce Canyon e Coral Pink Sand Dune
Dopo aver lasciato la stanza dell'albergo e bevuto il peggior
cappuccino di questa vacanza, ritorniamo di nuovo al Bryce Canyon: stamani ci
aspetta la camminata all'interno dell'anfiteatro, in mezzo alle migliaia di
pinnacoli, chiamati "hoodos". Lasciamo la macchina a Sunrise Point e
cominciamo a scendere: sono le 11.15. Percorreremo il Queen's Garden Trail per
scendere nel canyon ed il Navajo Trail per risalire fino al Sunset Point,
collegato al Sunrise con una passeggiata sul bordo.
Non ci sono parole per descrivere cosa sono queste 2,8
miglia. La passeggiata è assolutamente imperdibile tanto che se si hanno solo
tre ore a disposizione per visitare il parco molto meglio spenderle qui che
fermarsi nei Viewpoint di ieri pomeriggio. Per carità, anche questi sono
ovviamente bellissimi, ma non c'è paragone con ciò che ci stiamo godendo
stamani; non ci sono neanche tantissimi turisti e quindi molto spesso siamo solo
noi tra i pinnacoli.
La passeggiata si fa a naso all'insù, a stupirci di come la
roccia è frastagliata, di come sono buffe le forme, di come sono variegati i
colori. Praticamente è tutto un "bada lì", "bada là",
"guarda su"! In alcuni punti i pinnacoli hanno anche un nome,
derivante della forma della roccia: vediamo la regina, i due ponti e Wall
Street, strettissimo passaggio alla fine del Navajo Trail.
Risaliamo, facendo una bella sudata, ed eccoci di nuovo sul
bordo; guardiamo per l'ultima volta l'anfiteatro dall'alto. Lo salutiamo tutti
contenti, sono le 14.15 e ritorniamo al Ruby's Inn per pranzare al fast-food,
incredibilmente in orario con quanto avevamo previsto.
La pizza e il fish & chips ci viene venduto e consegnato
dalla cassiera più grassa che abbia mai visto. Talmente grassa che ogni passo
è una sofferenza e il fiatone è una costante. L'America è anche questo…
Diamo da mangiare anche alla nostra Chevrolet facendo il
pieno di benzina. Sono le 15.15 e partiamo con destinazione Page; dopo qualche
giorno, il volante ritorna a Leonardo.
Per la strada, dopo Mt Carmel Junction, decidiamo di fare una
deviazione di 12 miglia dalla 89 highway per andare a vedere il Coral Pink Sand
Dune State Park (=Parco statale delle dune di sabbia rosa corallo).
L'entrata costa 5 dollari, che paghiamo ad un solitario
ranger; il parcheggio è vuoto, siamo soli davvero! Qui siamo a 6000 piedi di
altitudine e fa un bel caldo, più caldo di quello che stamani abbiamo sentito
al Bryce; anzi, più che caldo è il sole che qui senti bruciare sulla pelle, un
po’ come alla Death Valley.
Siamo di fronte a uno scenario che corrisponde alla
definizione classica del "deserto", in quanto formato da dune di
sabbia. Su questo mini-Sahara si può camminare senza limiti, non ci sono
sentieri predefiniti oltre i quali non si può andare. Ci si può venire anche
con il fuoristrada o con la dune buggy a scorrazzare quasi liberamente. Noi non
abbiamo né l'uno né l'altro e quindi ci concediamo l'esplorazione a piedi ed
io mi diverto un sacco.
Attraversiamo la prima parte, quella più vicina al
parcheggio, tra cavallette che saltano di qui e di là e arbusti vari.
Nonostante di sabbia ce ne sia parecchia non abbiamo ancora l'impressione di
essere in un deserto vero e proprio, quindi ci dirigiamo verso le dune più
grandi. Arriviamo ai piedi della prima: già meglio, anche se ci sono le tracce
dei fuoristrada che mitigano la particolarità di questo posto. E allora via
verso la "cima" della duna.
Allo scomparire delle tracce delle macchine il mio entusiasmo
aumenta: abbiamo tutto il parco per noi e, a parte le nostre voci, c'è solo il
vento. Per il resto sabbia e montagne intorno: favoloso! E può sembrare stupido
ma mi diverto a camminare sulla sabbia liscia, mi dà l'impressione di essere il
primo essere umano a mettere piede in questo luogo; mi affascina il pensiero che
ogni movimento che faccio, ogni direzione che prendo, rimarrà, anche se per
poco, stampato nella sabbia. Continuiamo a salire sulla duna, ma dopo un po’
camminare è sempre più difficile: la salita diventa più aspra e si affonda
sempre di più in questa sabbia color corallo. Torniamo quindi alla macchina,
arrostiti come gamberi ma con un sorriso spalancato in faccia; dopo aver tolto
un po’ di deserto dalla scarpe, il nostro viaggio riprende: sono le 17.30.
Lasciamo lo Utah per entrare in Arizona e qui stavolta le
cose vanno a nostro favore: in Arizona il fuso orario è lo steso dello Utah ma
non esiste l'ora legale per cui guadagniamo un'ora sulla tabella di marcia… alè!
Arrivamo a Page passando sopra la diga di Glen che domani
mattina vedremo meglio. La camera al Motel Six, per soli 53 dollari, è carina e
pulita. Qui il cellulare ancora non prende e l'ultima volta che abbiamo
comunicato col mondo è stato sulla strada per Zion da Las Vegas. Domani mattina
compreremo una carta telefonica così, segnale o no, ci faremo sentire lo
stesso.
Dopo una doccia (impossibile non farla dopo la giornata di
oggi!) andiamo a cena al Dam Bar dove si mangia la carne. Il locale è carino e
rievoca il periodo in cui è stata costruita la diga. Dopo cena via all'albergo
a rilassarci un po’.
Lunedì 29 agosto – Antilope Canyon e Grand Canyon
Anche stamani partiamo con calma: dopo la colazione
accompagnata da una navigata in internet e l'invio di qualche mail, compriamo al
supermercato i panini che ci sfameranno a pranzo.
Ci dirigiamo all'Antelope Canyon che si trova a poche miglia
da Page. Siamo nella Navajo Nation, vale a dire una parte di USA completamente
gestita dagli indiani. Che, senza offesa, sono un po’ sanguisughe, visto che
prima ti chiedono 6 dollari a testa per parcheggiare la macchina e poi altri 15
dollari per visitare il canyon con una guida (obbligatoria). Porca miseria, in
tutto fanno 42 dollari. Mica poco, soprattutto se si pensa che con 50 si compra
il National Park Pass, con cui puoi entrare in tutti i parchi nazionali per un
anno.
Aspettiamo l'inizio della visita guidata che dura un'ora e
venti e parte ogni ora. Noi dovremo attendere una ventina di minuti per la
visita delle 13.00.
Arriva quindi una indiana che guida un furgoncino con 14
posti a sedere sopra, 7 per parte. Quello è il mezzo con cui portano i turisti
all'entrata del canyon. L'indiana ha scambiato il deserto per Monza e viaggia a
tutta birra per le strade sterrate… bisogna reggersi se no qui si vola giù!!
Tutto sommato la cosa è divertente, magari non consigliabile a chi soffre di
mal di schiena ma tanto, dopo 10 minuti, arriviamo a destinazione.
L'Antelope Canyon è una insenatura molto stretta, tanto che
in alcuni punti bisogna camminarci in fila indiana (appunto!). La roccia è
levigata e striata, tanto bella che pare una scultura. La bellezza di questo
canyon è data anche dalle poche fessure dalle quali filtra la luce: l'ora
migliore per visitarlo è tra le 11.30 e le 1.00, quando il sole a picco filtra
nel canyon e lo illumina risaltando i colori della roccia. Noi eravamo fuori
orario e quindi il canyon, in alcuni punti, risultava quasi completamente buio.
L'indiana si definisce "guida", ma tale attributo è decisamente
esagerato: l'esordio con "questo canyon si chiama così perché una volta
c'erano le antilopi" mi fa subito sconnettere il cervello, tanto non mi
perdo nulla. La tizia, dopo poche altre frasi, ci lascia scorrazzare fino alle
14.00, ora in cui ci riporterà, con l'attrezzo infernale, al parcheggio.
Mangiamo il nostro panino al parcheggio degli indiani (almeno
così hanno un senso 'sti 6 dollari che abbiamo pagato!) e ripartiamo: sono le
14.40 e la nostra prossima destinazione è il Grand Canyon.
Ci arriviamo, percorrendo tutta la 89 South, intorno alle
16.45. Entriamo dalla parte est per poi uscire, stasera, da sud in
corrispondenza di Tusayan, il paese dove alloggeremo al Red Feather Lodge.
Lungo la strada ci sono alcuni Viewpoint: noi ammiriamo il
panorama da Desert View, Navajo Point, Lipan Point, Moran Point e Grandview
Point. Lo spettacolo è bellissimo, imponente. Ci si sente veramente piccoli di
fronte ad una cosa del genere. Peccato solo per la luce; calando il sole dà
risalto ai colori della roccia di una parte del canyon mentre tutto il resto è
contro sole quindi si vede niente.
Siamo un po’ cotti e allora alle 19.00 ci ritroviamo già
stravaccati sul letto dell'albergo a riprenderci un po’ prima della cena che
faremo al Tusayan Cafe, ristorante dell'albergo. Qui ordino una omelette, che si
rivelerà la più grossa frittata che abbia mai visto. Alta due dita, occupava
mezzo piatto.. ma quante uova avranno impiegato per farla? Meglio non
chiederselo e mangiare; Leonardo si gode un bel pezzo di carne e in tutto fanno
38$. Ritorniamo all'albergo e via, a letto, a ricaricare le pile per domani.
Martedì 30 agosto – Grand Canyon
Stamani niente check-out, questa è una delle poche tappe in
cui stiamo più di un giorno in un albergo. Sveglia alle 8.30, già dal letto
per sfruttare la colazione gratis che viene servita dal lodge fino alle 9.30.
Così ci facciamo fuori due ciambelle, due yogurt e due spremute d'arancia.
Torniamo in albergo, accendiamo il telefono e… incredibile!
C'è segnale! Ne approfittiamo per qualche telefonata e poi… di nuovo al Grand
Canyon. Stamani vedremo il Mather Point e poi una serie di viste raggiungibili
solo con lo shuttle bus gratuito.
La vista da Mather point è superba e soprattutto i colori
del canyon sono diversi da quelli di ieri, che magie che fa la luce del sole!
Qui usciamo dal classico percorso segnato e andiamo su una roccia che sporge un
po’ dal bordo del canyon… uau.. stare in piedi qui fa un po’ impressione,
sembra di essere sospesi nel nulla!
Raggiungiamo il Grand Canyon Village, luogo in cui si trovano
i resort del parco, dopo una passeggiata di due miglia e mezzo… la prima parte
di questa passeggiata è bella perché è sul bordo del canyon e quindi
camminiamo ammirando lo spettacolo alla nostra destra; la seconda parte sa di
poco visto che da qui il canyon non si vede. Non siamo stati molto furbi, visto
che, non essendoci tanta gente, potevamo a cercare parcheggio un po’ più
vicino al Village e quindi prendere in tempi più rapidi l'autobus. Va beh…
La camminata in realtà si rivela ben più lunga di due
miglia e mezzo, visto che per trovare la fermata della linea rossa dovremo
girare tutto il village: proponiamo un corso di formazione sull'utilizzo di
cartelli e segnali agli americani. Finalmente ce la facciamo, saliamo
sull'autobus e ci fermiamo a Powell Memorial, Hopi Point, Mohave point, The
Abyss, Pima Point e Herman Rest. Viste spettacolari, anche se di poco diverse
una dall'altra: d'altra parte tutta questa strada non è altro che una piccola
parte di questo canyon. Comunque, bellissimo.
Visitiamo anche Yapi Point utilizzando la linea verde. Qui
incontriamo un tizio che cerca minuziosamente col binocolo i suoi amici Amish
che sono impegnati nell'attraversamento del canyon. Ci racconta di essere
cresciuto in questa comunità e di esserne venuto fuori appena compiuti i 18
anni (e ci credo!, penso io). Infatti mentre loro, che non concepiscono le
tecnologie moderne, stanno attraversando a piedi il canyon, lui ha pensato bene
di arrivare dall'altre parte del canyon con l'auto, e adesso li sta aspettando.
Il tizio è veramente buffo, non sta un attimo zitto e ad ogni frase ci abbina
una bella risata, tutto da solo. Ci chiede da dove veniamo, gli rispondiamo
"dall'Italia" e lui "parlate italiano?" "No, parliamo
svedese" ci sarebbe stato da rispondergli. E lui.. una risata e via… che
personaggio!
Ritorniamo a Tusayan, dove compriamo qualche souvenir al
general store. Torniamo all'albergo, cena al solito ristorante di ieri sera e
via, domani ci aspetta un'altra super giornata.
Mercoledì 31 agosto – Monument Valley – Muley Point
Sveglia alle 7.30, oggi di cose ne abbiamo da vedere: oltre
alla mitica Monument Valley, nella zona ci sono anche Muley Point e il Gooseneck
State Park. Non sappiamo se riusciremo a vedere tutto perché servono tre ore di
auto per andare a Kayenta e perché, anche oggi, la complicatezza degli essere
umani giocherà a nostro sfavore visto che l'ora legale, non prevista in
Arizona, è invece presente nella Navajo Nation: un'ora è quindi già persa in
partenza.
Va beh, vediamo come va la giornata. Sveglia alle 7.30,
dicevo, sistemiamo le valigie, una veloce colazione e poi bye bye Tusayan:
ultima fermata al general store, giusto il tempo di comprare due tramezzini e
poi si parte alle 9.30. Dovremo tornare indietro sulla 89, il che significa
riattraversare Grand Canyon. Decidiamo di fermarci di nuovo a Desert View per
salutare questo spettacolo della natura e vedere com'è la vista con la luce del
mattino. La vista è sicuramente migliore rispetto all'altro ieri sera ma
comunque i colori rimangono molto chiari all'orizzonte e non è che si vede
tanto di più, a saperlo potevamo anche evitare. Ultima foto per sicurezza
(metti non vengano le altre 28 scattate qui!) e ripartiamo. Ci fermiamo anche a
Little Colorado River Gorge, un canyon scavato dal Little Colorado, affluente
del Colorado. Per goderci la vista bisogna attraversare il mercatino degli
indiani: un bel po’ di bancarelle che vendono tutte le stesse cose:
braccialetti, collane, vasi e tappeti. Tiriamo diritti per la vista, bella ma
non imperdibile. Una foto e ripartiamo.
Da ora la prossima fermata sarà la Monument Valley. Durante
il tragitto pranziamo mangiando i sandwich: per risparmiare tempo Leonardo
mangia mentre guida. Il viaggio è un po’ lungo ma passa bene, ascoltando la
musica e ammirando le montagne colorate che fanno da sfondo (p.s. quelle vicino
al Grand Canyon con tutta probabilità dovrebbero essere il limite del Painted
Desert).
Perdiamo anche qualche minuto a Tuba City, un paese sulla
via, nel quale si trova una strada di cui un lato lavora con l'ora legale e
l'altro no. Esploriamo un po’ la città, cercando magari due orologi che
testimoniano questa particolarità da fotografare ma senza risultato, quindi
tiriamo dritto.
Superiamo Kayenta, poi ancora una ventina di miglia e
comincia a spuntare dalla pianura qualche sassone. A me comincia a venirmi su un
sorriso sulle labbra che mi rimarrà stampato per tutto il pomeriggio e che
diventa più grande quando, entrati nel parco, siamo di fronte alle famosissime
formazioni rocciose.
Il parco, il cui accesso costa 5$ a testa, si visita o con un
tour guidato dai Navajo o da soli, percorrendo in macchina l'unica strada
sterrata prevista. L'indipendenza è la nostra bandiera e allora partiamo alla
scoperta di questo posto magico. La strada sterrata è, in alcuni punti, piena
zeppa di buche per cui bisogna andare piano piano. Vediamo i due guanti,
l'elefante, il cammello, le tre sorelle, il John Ford's Point, la grande sedia,
il totem, artist's point e la finestra del nord per poi ritornare al parcheggio.
L'umore è alle stelle: visitare questo parco è affascinante
e impressionante: affascinante perché è uno dei simboli dell'america,
impressionante perché questi "monumenti" sono imponenti,
incredibilmente rossi e dominano una valle di niente.
Sono le 16.00 (Arizona time) o le 17.00 (Navajo time) e
decidiamo di proseguire per Muley Point che dicesi essere una vista spettacolare
di questa zona. Superiamo la Monument Valley ed
il Mexican Hat, una roccia a forma di cappello messicano che dà il nome
anche ad un gruppo di quattro case ad essa vicine. Da qui prendiamo la 261 e
proseguiamo salendo sull'altipiano che domina la valle.
La strada diventa impegnativa perché oltre ad essere tutte
curve senza protezione dal nulla che ci sta sotto, è anche sterrata, il tutto
per la bellezza di 8 miglia. Qui, a parte una sola macchina davanti a noi che
dopo un po’ si ferma da una parte, non c'è veramente nessuno. Per mezz'ora
buona di strada e forse anche più siamo, di nuovo, completamente soli!
Arriviamo al Muley Point… questo punto è turisticamente poco conosciuto: la
nostra guida lo cita appena e anche qui non è pubblicizzato. Strano però visto
che il panorama da quassù è bellissimo anche se la foschia rovina un po’ lo
spettacolo all'orizzonte: si vede tutta la vallata circondata dalla Monument
Valley, dal Gooseneck Canyon (chiamato così – collo d'anatra – perché il
fiume che l'ha creato si snoda per una lunghezza di sei miglia mentre gli
estremi del canyon sono ad un miglio in linea d'aria di distanza, il che
dovrebbe rendere l'idea di quanto il suo cammino è "attorcigliato") e
la Valley of Goods che si vede appena. Vista fenomenale e silenzio assoluto:
binomio insuperabile.
Sono le 19.00 (Navajo time) e 48 miglia ci separano dal
nostro albergo a Kayenta… ciò significa niente visita al Gooseneck Canyon
anche se comunque l'abbiamo visto dall'alto. Alle 20.00 siamo all'albergo (dove,
per sicurezza, ci comunicano l'ora), una doccia e poi a cena al ristorante dell'Holiday
Inn. Nella Navajo Nation gli alcolici sono banditi, per cui Leonardo si
accontenta per la prima volta dell'acqua che comunque è buonissima, sarà anche
perché è gratis!
Giovedì 1 settembre – Four Corners e Mesa Verde
Sveglia alle 8.30. All'Holiday Inn inclusa nella camera
abbiamo 10$ a testa da spendere nella colazione. Andiamo quindi al ristorante
dove ordiniamo all'indiana di turno due cappuccini, due toast e uno yogurt con
frutta annessa. Ci portano i cappuccini e… mai chiederne uno ad un Navajo.
Questa "cosa" sa di vaniglia in una maniera schifosa, tanto che dal
secondo sorso risulta completamente imbevibile da quanto stucca. Bene, dopo
questo inizio promettente, finiamo di sistemare le valigie per ripartire alla
volta di Mesa Verde.
Partiamo alle 10.15; il volante ritorna oggi nelle mie mani e
dopo un'oretta e mezzo di macchina ci fermiamo a Four Corners ossia nell'unico
punto degli Stati Uniti dove quattro stati (Utah, Arizona, Colorado e New
Mexico) si toccano. Qui l'ingegno umano ha dato il meglio di sé inventandosi un
modo per cavar soldi dal nulla: gli indiani richiedono 3$ a persona per accedere
ai "quattro angoli", luogo in cui tutti, ovviamente, si fanno fare la
foto in modo da toccare contemporaneamente i quattro stati. Noi, divertiti dalla
curiosità della cosa, paghiamo ed entriamo.
In nostra compagnia c'erano anche dei turisti un po’
particolari, ossia un gruppo di motociclisti Harley-Davidson-muniti, tutti
agghindati con – ovviamente – giubbotti di pelle, guanti, stivaloni,
tatuaggi e piercing. La particolarità era che tutti, ma proprio tutti, avevano
cucito nel giubbotto la scritta "Soldier for Jesus". Troppo buffi e…
simpatici! Dopo la mia foto prendono possesso della pedana per farsi centinaia
di foto una dietro l'altra; noi aspettiamo pazienti perché Leo vuole fare una
ripresa e nel frattempo arrivano altri "soldati" e poi altri ancora…
saranno una quarantina! "Spero che non abbiate fretta!" ci dice uno,
ma poi concedono a Leonardo 30 secondi di pedana in "piena" libertà.
Arriviamo alle 13.30 a Cortez, città niente male in
confronto a ciò che abbiamo visto nei giorni scorsi e nella quale alloggeremo
stasera, nel Best Western. Pranziamo da Mc Donald's. Qui c'è anche segnale e
allora chiamiamo casa per farci sentire.
Ritorniamo in macchina che è un perfetto riassunto del
nostro viaggio fino a ora: sul tappetino lato guida ci sono ancora briciole di
sale della Death Valley, mentre il resto della carrozzeria ha abbandonato il
color oro per essere ricoperta dalla sabbia rossa che ieri il vento della
Monument Valley ci ha regalato.
Da qui l'entrata di Mesa Verde dista 9 miglia ma dopo ci
aspettano ancora 15 miglia di strada di montagna tutta curve per arrivare al
Visitor Center, fermata obbligatoria per comprare i biglietti per le visite
guidate nelle "casine" (come le chiamo io) degli indiani costruite tra
il 1200 e il 1300. Scegliamo di visitare Cliff Palace nella Chapin Mesa.
Siamo al Visitor Center alle 15.00, compriamo i due biglietti
per 5,50$ e saliamo in macchina: ci vorranno 25 minuti per arrivare al luogo da
cui comincia il tour che comincia tra un'ora. E l'altra mezz'ora? Come la
impieghiamo? Non vorremo mica stare fermi senza far niente? Allora prima di
andare al ritrovo andiamo a vedere Sprucetree House, altro agglomerato di case
visitabile senza guida. In realtà dal parcheggio bisogna scarpinare un bel
po’ prima di arrivarci e soprattutto la strada al ritorno è molto ripida
quindi ci vorrà più tempo per tornare indietro. Mezz'ora è troppo poca per
una visitina e allora ci accontentiamo di guardarla da lontano.
E' ora di andare al ritrovo della visita guidata. Qui arriva
una ragazza ranger carina, simpatica e, cosa più importante, parla anche un
inglese umano, capisco quasi tutto! La visita dura un'ora e vale proprio la pena
di farla: la guida ci spiega come era organizzato il posto, composto da 25
stanze e 21 kivas, ossia luoghi riservati a qualunque tipo di cerimonia e che
era dimora di circa un centinaio di Anasazi, gli "antenati degli
indiani". Un'occhiata alla struttura da vicino e via, si risale per tornare
al parcheggio. Sono le 17.10, la visita è finita e io sono particolarmente
contenta, perchè avevo paura che questo posto, non essendo un qualcosa creato
dalla natura, fosse più noioso da visitare e invece, fortunatamente, mi
sbagliavo.
Spenderemo la prossima ora girando in una parte del parco
densa di punti panoramici, alcuni ai nostri occhi poco interessanti (come le
buche nel terreno nel quale vivevano gli Anasazi prima di costruire i pueblo),
altri molto interessanti (come la Square Tower House, altro agglomerato di
"casine") o Sunpoint, ossia la vista di tutti i vari agglomerati
costruito lungo la parete del canyon, visti dall'altra parte del bordo.
Sono le 18.30 piano piano lasciamo il parco accompagnati da
due conigli, un cerbiatto e quattro tacchini che, a turno, ci attraversano la
strada.
Dopo un'ora prendiamo possesso della camera del Best Western
a Cortez. Da qui ci colleghiamo ad
internet tirando qualche accidente di rito e poi ripartiamo non proprio
profumati per andare a cena: è tardi, se facciamo la doccia usciremo troppo
tardi e c'è il rischio di trovare i ristoranti chiusi.
Scegliamo di cenare da Francisca's, ristornate messicano. Il
locale è pieno ma dopo pochi minuti otteniamo un tavolo. Dopo aver letto le
mille cose che il menu offre ordiniamo e
ci arriviamo dei piatti di dimensioni colossali, sommersi da salsine formaggiose.
Nel mio c'è: insalata con sopra due peperoni fritti e strafritti ripieni di non
so quanto formaggio che fortunatamente mi piace; un taco con la carne e un altro
rotolino ripieno di carne e ricoperto da qualcosa di non identificato e poi riso
e purè di fagioli. Una cosa così strogolata che un hamburger di Mc Donald's,
in confronto, è come una zucchina lessa. Io comincio a mangiare e non è male,
ma il piatto è enorme, talmente enorme che quando dichiaro la fine della festa
mi ritrovo il piatto ricoperto di formaggio che ormai, raffreddandosi, si sta
sedimentando su di esso. Come faranno poi a lavarlo? Gli ci vorrà l'acido
muriatico per rimuovere tutta questa roba! E dire che avevo scelto questo piatto
perché c'era l'insalata che è rimasta tutta lì, coperta delle peggio cose.
Per lo meno una cosa positiva ce l'ha questo posto: con 22 dollari ce la siamo
cavata. Ritorniamo all'albergo, una doccia e poi con calma a nanna.
Venerdì 2 settembre – Arches National Park
Anche stamani colazione inclusa con la camera del Best
Western. E vai! Altri 10$
risparmiati!
Partiamo alla volta di Moab e dell'Arches National Park ma
prima facciamo benzina e ci fermiamo al Wall-Mart a comprare videocassette per
la telecamera e ancora rullini, visto che stiamo finendo le scorte: Leonardo ha
già girato due ore di filmino mentre io sono alla fine del mio settimo rullino
da 36. Il negozio è veramente grande, paragonabile ad un nostro ipermercato, e
rimaniamo incantati dalle macchine digitali, visto che non l'abbiamo e che qui
sembrano costare meno rispetto all'Italia. In realtà, così a occhio sembra che
il prezzo sia lo stesso ma solo in valuta diversa, il che vale a dire un 20% in
meno. La tentazione di effettuare l'acquisto è forte, ma riusciamo a resistere
e finalmente partiamo per Moab, che non è così facile! Infatti secondo la
guida dovremmo girare a destra per prendere la 666 highway in direzione nord e
invece, in corrispondenza di quella autostrada ce n'è un'altra, la 491. La cosa
non torna ma la città, come al solito, è tutta su una strada e quindi è
impossibile sbagliare! "Stai a vedere che per chissà quale motivo hanno
cambiato numero all'autostrada", dico io. Ci fermiamo a un benzinaio e
infatti è così: da poco tempo la 666 non esiste più. Chissà magari, essendo
666 il numero del diavolo, lo hanno bandito per la stessa ragione per cui il
gioco "campo minato" è stato ribattezzato nel più pacifico
"prato fiorito".
Nel giro di circa due ore siamo a Moab, giusto per pranzare.
Cambiamo fast-food e scegliamo il Burger King: qui l'aria condizionata è a
palla, fa un freddo cane ma noi ci scaldiamo con due panini di pollo (enormi)
con contorno di patate e cipolle fritte, buono!
Andiamo verso l'Arches National Park che dista poche miglia
dalla cittadina. Dal nome pensavo inizialmente che il parco fosse pieno zeppo di
rocce a forma di arco e in effetti è così, visto che la conta ufficiale ne
riporta più di duemila. In realtà pochissimi sono visibili dalla strada e
pochi altri sono visibili attraverso delle passeggiate più o meno lunghe e più
o meno difficili. La cosa che mi ha stupito di questo parco, perché per me
inaspettata, è il paesaggio in cui questi archi sono immersi.
Già dopo un miglio dall'entrata nel parco ci sono rocce di
un rosso intenso e di forme stranissime, alcune che sembrano dei totem, altre
che sembrano dei grattacieli perché alte e strette (e infatti quelle che
compongono il sentiero "park avenue" sono chiamate anche skyscrapers);
ce ne sono poi alcune, come Balanced Rock, che sfidano qualsiasi legge fisica e
non si riesce a capire come facciano a non crollare. Il tutto è condito da dune
di sabbia pietrificate che in alcuni punti assumono i più diversi colori,
addirittura il verde, mai visto come colore di una roccia fino ad ora! Sullo
sfondo si trova poi una catena montuosa ("La Sal" Mountains).
Il parco ci piace tanto, ma così tanto, che in un balzello
raggiunge i vertici della nostra hit parate di questa vacanza: è un continuo
fotografare e riprendere, fotografare e riprendere, anche in punti non marcati
come viewpoint. Dopo non so quante foto scattate (qui necessita il digitale!),
ci concediamo una passeggiata di mezz'ora per vedere i nostri primi tre archi:
Tunnel Arch, North & South Window. E poi… obbligatorio andare a vedere il
famoso Delicate Arch, fino ad ora visto solo sulle targhe automobilistiche delle
auto dello Utah.
Purtroppo però, non possiamo permetterci il lusso di
spendere due ore per ammirarlo da vicino (in totale sono due miglia di cammino);
siamo già a metà pomeriggio e non avremmo più tempo di visitare il resto del
parco. E' necessario quindi scendere a compromessi (come al solito!), e allora
decidiamo di ammirarlo da lontano, ossia dall'upper view point. Dal parcheggio
il sentiero è breve ma parecchio in salita (non per nulla si chiama
"upper") e arriviamo su con la lingua in terra. Oggi fa molto caldo,
direi la giornata più calda dopo il sole a picco della Death Valley, tanto che
sento proprio il bisogno di bagnarmi più volte faccia / capelli / collo con
l'acqua, evitando così che il cervello cominci a friggere.
E… eccolo là! Sopra i nostri nasi, in lontananza, l'arco
simbolo dello Utah. Per vederlo un pochino meglio ci spingiamo qualche centinaia
di metri oltre il sentiero segnalato, camminando sulle lastroni di roccia
enormi. e allora usciamo dal sentiero segnato e andiamo ancora avanti per un
centinaio di metri e più sulle rocce. Anche qui, come in molti altri parchi,
siamo completamente soli, c'è solo qualche moscone dal ronzio paragonabile ad
un elicottero che inquina un po’ l'atmosfera.
Soddisfatti, ritorniamo alla macchina. Ci aspetta l'ultima
parte del parco, Devil's Garden, in cui si trovano, a distanza di un paio di
miglia dal parcheggio, gli archi più grossi.
Sono le 18.00 e comincia l'esplorazione. Obiettivo: Landscape
Arch, il secondo arco più famoso di questo parco che però è al primo posto
nella classifica degli archi naturali più grandi al mondo. Grazie alle pareti
di rocce che ci circondano e al sole, che sta calando, la passeggiata si è
trasformata da una lotta per la sopravvivenza (beh, sto un pochino esagerando!)
a una attività gradevole.
Due cerbiatti ci salutano sotto il Landscape Arch… uau, è
veramente uno spettacolo! E da perfetta ignorante, mi chiedo, per l'ennesima
volta in questa vacanza, "ma come cavolo fa la natura a creare queste
cose?".
Proviamo a proseguire nel sentiero per vedere altre
"opere". Da qui il percorso si fa più difficile: da sabbia e ghiaia
nel miglio passato si passa al quasi arrampicarsi sulle rocce. Vediamo solo il
Wall Arch, poi decidiamo di tornare indietro, visto che sono quasi le 19.00 e
che sta cominciando a far buio. E con il buio si fanno vedere anche gli animali
e sulla via del ritorno incontriamo altri quattro cerbiatti, qualche leprotto e
qualche bestiolina che potrebbe essere un kangaroo rat.
Saliamo in macchina, salutiamo il parco e via, ci dirigiamo a
Moab per prendere possesso della camera al Motel 6. Questa camera è esattamente
precisamente uguale a quella del Motel 6 di Page, con bagno angolare, letto da
una parte, steso tavolo, stessa sedia colorati nello stesso modo. Par di aver
rimesso indietro la videocassetta di un film: stessa scena!
Sono le 20.15, troppo tardi da queste parti per concederci
una doccia (che ci starebbe tanto bene) prima della cena e allora ripartiamo
immediatamente per il ristorante. Moab è una cittadina piccola, caratterizzata
da una serie di edifici in stile western. A quest'ora (20.45) ci sono ancora dei
negozi aperti! Andiamo a mangiare da Eddie Mc Stif, una birreria dove puoi anche
bere la birra al rasperry! Evitiamo…. Io mi prendo una "light" per
modo di dire, visto che dopo il primo sorso tutto intorno a me comincia a
girare. Beh, vorrà dire che, dopo la cena, mi farò uno spuntino in albergo,
per riempire ancora lo stomaco e minimizzare l'effetto dell'alcool! Alla
macchinetta automatica mi prendo un buon vecchio chocolate chip gustoso e
burrosissimo… che soddisfazione! Il giramento di testa va via ma mi arriva un
abbiocco colossale.
Alla tv c'è Forrest Gump, uno dei miei film preferiti, come
non guardarlo? E il cuore batte un po’ più forte quando vediamo la scena in
cui Forrest, dopo aver corso più volte da una parte all'altra degli Stati
Uniti, si ferma e dice "sono un
po’ stanchino!". La scena è girata sulla mitica strada verso Cortez che
ha come sfondo la Monument Valley, esattamente nel punto in cui noi pochi giorni
fa, abbiamo scattato le nostre foto!
Sabato 3 settembre – Canyonlands
Oggi tutta vita: sveglia alle 9.00, valigie in macchina e
colazione al Mondo Cafè dove finalmente ci tocca, dopo qualche giorno, un
cappuccino degno di questo nome. E oltre alla colazione, una sana e rilassante
navigatina su Internet, dove abbiamo visto un po’ i prezzi italiani delle
macchine digitali. E in effetti Leo aveva ragione: lo stesso modello ha lo
stesso prezzo ma in valuta diversa. Chissà se a Salt Lake City, nostra
destinazione di stasera, non ci scappa l'acquisto.
Ripartiamo dopo il pieno di benzina. Dobbiamo decidere cosa
fare: ci vorranno circa tre ore per arrivare a Salt Lake City e nei dintorni, a
una ventina di miglia da Moab, ci sono due luoghi da visitare: Dead Horse Point
State Park, da cui si dovrebbe godere di una vista bellissima su questo
paesaggio che tra l'altro è il luogo in cui è stata girata l'ultima scena del
film "Thelma & Louise", e "Island in the sky" una delle
tre parti che compongono Canyonlands National Park, definito dalla nostra guida
il più bel luogo dello Utah. E allora noi decidiamo di guardare tutte e due le
cose cercando di non perder tempo in camminate.
Partiamo da Canyonlands e, dopo una quindicina di miglia
dall'entrata del parco, eccoci a Grand View Point, da cui ammiriamo un paesaggio
stupendo il posto, per vastità, non ha niente da invidiare al Grand Canyon e
forse, per quello che possiamo intuire vista l'assenza di sole, per la varietà
di colori è anche meglio. Già assenza di sole… siamo purtroppo circondati
quasi completamente da temporali che si stanno avvicinando, uffa! Però… devo
dire che ho trovato affascinante ammirare non solo la terra ma anche il cielo:
non essendoci niente di intralcio in qualsiasi direzione, essendo su un
altipiano, si ha una visione così completa che si possono contare tutti i punti
in cui in questo momento sta piovendo. E poi c'è uno spettacolo di fulmini che
mi lascia a bocca aperta!
Qui c'è un sentiero che ci porterà ad un'altra vista di questa zona e alla fine lo percorriamo (come si fa a resistere? Lo sapevo io che alla fine una camminata non ce la toglieva nessuno, neanche il rischio di prendere l'acqua!), ma anche da questa parte non c'è un solo raggio di sole che filtra. Peccato davvero perché ci siamo